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Arte in dispArte
...e scArti
un vuoto pieno di ricordi...
Saturday May 19, 2012
Ho appreso da amici comuni la triste notizia della scomparsa di Guia, il modo più bello per riempire un vuoto, sia dato dalle persone che uno ha attorno.
Buon viaggio Guia
May 19, 2012 06:20 PM [edited: May 19, 2012 06:25 PM]
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10 donne che si (s)battono per i giovani talenti dell'arte
Thursday May 17, 2012
Alla paralisi collettiva delle istituzioni rispondono creando reti di sostegno internazionale, al disastro dei tagli ai fondi pubblici per la cultura previsti dalla nuova Finanziaria (80 per cento in meno di risorse) reagiscono a colpi di campagne di sensibilizzazione e iniziative (private) coraggiose, si oppongono con i loro investimenti alle inesistenti politiche fiscali di agevolazione a ogni forma di espressione artistica. Hanno creato da zero musei, collezioni, network e associazioni per far ripartire la cultura in Italia. Ma dicono: «I singoli non possono fare certo miracoli». Ecco i ritratti di dieci tra le donne più brillanti della contemporaneità: dalla mecenate che finanzia i progetti di intere generazioni all’artista che fa da guida (spirituale) ai nuovi talenti, alla curatrice che mette in circolo nuove energie. Tutte si mobilitano per tutelare il diritto alla conoscenza e salvare la produzione del presente. Per nutrire l’anima del futuro, che non è una «spesa improduttiva», come affermano molti. Le loro “manovre”? Si condensano in tre parole: innovazione, condivisione e creatività.
PATRIZIA SANDRETTO RE REBAUDENGO
(Torino, 1959)Si laurea in Economia e lavora alcuni anni nell’azienda famigliare. Poi inizia a collezionare e nel 1995 trasforma l’amore per l’arte contemporanea in un’attività strutturata, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Nel 2002
inaugura la sede torinese, dedicata alla valorizzazione e promozione della cultura: arte, cinema, teatro, letteratura,
danza e musica.
Confessioni di un'art addict. «L’arte era una passione. Quando ho iniziato a conoscere gli artisti è diventata una vera dipendenza». Patrizia Sandretto Re Rebaudengo è l’erede spirituale di Peggy Guggenheim. Collezionista, mecenate, talent scout. Nel 1995 ha dato vita alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo: 3500 metri quadri dedicati a mostre, incontri, conferenze e un dipartimento didattico sperimentale (con uno staff di mediatori culturali) che richiama oltre 10mila studenti all’anno. «Investire in cultura innesca un circolo virtuoso, non ne beneficia solo chi finanzia ma l’intera comunità e le generazioni a venire», dice. «Acquisto un’opera se parla del sociale, di politica, se riflette i valori del momento storico in cui è stata realizzata». La sua sfida? «Produrre i lavori degli artisti è un costo ingente. Per questo è la forma di sostegno più difficile e più rara, ma è un viaggio affascinante, permette di scoprire il percorso creativo e le emozioni espresse in ogni lavoro».
GEMMA DE ANGELIS TESTA(Salerno, 1959)Ha condiviso la vita con Armando Testa (1917-1992), ha iniziato insieme a lui a collezionare arte contemporanea e oggi potrebbe riempire un hangar con i lavori dei big. La sua associazione Acacia (Associazione Amici Arte Contemporanea Italiana) si prodiga per promuovere i giovani artisti italiani attraverso premi, borse di studio, mostre e sostegni alla produzione.
Collezionismo democratico. Ha iniziato la sua collezione con Cy Twombly. Poi è passata a Giorgio Morandi («primo amore adolescenziale»), ai concettuali, fino a mettere in rassegna i grandi maestri di oggi. Gemma De Angelis Testa presta le sue opere ai vari poli dedicati all’arte contemporanea, ma ne vorrebbe uno per Milano. «Molti comprano per puro godimento privato, poi casomai mostrano la collezione agli amici. A me è capitato esattamente il contrario. Prima ancora di acquistare, volevo condividere. È la mia forma di passione per l’arte». Nel 2003 fonda l’Associazione Acacia, che raggruppa un centinaio tra i collezionisti più attivi della penisola: «Una forma di mecenatismo collettivo che promuove i giovani artisti italiani. Quando siamo arrivati a Milano abbiamo chiesto uno spazio espositivo in cambio della nostra collezione», rivela. Risultato? «Se ne parla dal 2000. Ci hanno progressivamente rinviato ad altre date. Prima si era detto nel 2011, poi entro il 2013. Spero che il nostro progetto veda la luce, ma inizio ad avere grandi dubbi».
ROSSANA ORLANDI
Dal dire al fare. Se sei un giovane progettista e le piaci, hai un santo in paradiso. Otto anni fa Rossana Orlandi apre il suo spazio milanese. Ci trovi i lavori dei grandi designer. Ha lanciato lei Nacho Carbonell, Piet Hein Eek, i Formafantasma. «Qui si creano contatti, è un luogo di incontro, sperimentazione, non solo una galleria», considera. E continua: «La chiamo la “Home of Design». Se le fai notare che sono quasi tutti nomi stranieri, non te le manda a dire. «Siamo partiti dicendo “siamo
italiani, iniziamo con gli italiani!”. Ma quelli che abbiamo trovato studiavano tutti all’estero e le scuole, soprattutto nel Nord Europa, hanno una impostazione diversa, molto orientata al fare e non solo al progettare. Ci sono ragazzi che vengono da Londra, magari quattro o cinque volte all’anno per mostrarmi i loro lavori. Da noi manca la determinazione». E, a sorpresa, una stilettata. «Sarà vero che la burocrazia ci soffoca, ma per mettersi in moto non servono tanti fondi. Basta coinvolgere le persone, creare per il pubblico. Gli italiani sono assetati di design».
PATRIZIA BRUSAROSCO(Vicenza, 1962)La laurea in Economia e la passione per l’arte contemporanea la portano nel 1991 a fondare l’associazione no profit Viafarini che, da Milano, promuove i giovani artisti e li aiuta a farsi un nome nel sistema dell’arte internazionale. Nel 2008, insieme a Mario Gorni di Careof e con il sostegno di Fondazione Cariplo e Gemmo, ha aperto il centro documentazione Docva, sempre a Milano.
L'hub visuale. Quando in Italia l’arte contemporanea entrava solo nei musei e (a stento) nelle gallerie, Patrizia Brusarosco fondava l’associazione Viafarini, «nata da un gruppo di amici artisti e da un’idea rubata a New York: costruire un network per promuovere i giovani». Era il 1991, qui era un obiettivo rivoluzionario». Vent’anni (di lotte) dopo, ha messo in piedi «uno spazio che ha il budget di una galleria ma sforna progetti al ritmo di un museo e addirittura, proprio come le grandi fondazioni, offre l’occasione ad artisti stranieri di risiedere qui per un periodo di tempo e trovare l’ispirazione». Com’è la situazione in Italia? «Qua siamo ancora considerati marziani. Se si guardano i dati e il giro d’affari delle associazioni d’arte nel mondo, si nota quanto sia crescente l’interesse a crearne sempre di nuove. Noi siamo indietro e lo siamo, forse, anche per questioni di più bruciante attualità». Nel 2008, un’altra svolta: alla Fabbrica del Vapore di Milano fonda il Docva (Centro Documentazione Arti Visive). Un facebook dell’arte contemporanea aperto a tutti, che cataloga e mette in rete il mondo della cultura mondiale, con una biblioteca di oltre 18 mila pubblicazioni sulle arti visive.
SILVIA ANNICHIARICO
Il museo diffuso. È pacata e parla a voce bassa, Silvana Annicchiarico. Eppure è tra le donne più influenti del design italiano. Negli Ottanta si laurea in architettura, la considera «l’arte con la A maiuscola». Ma il primo incontro con gli oggetti (quando diventa vicedirettore della rivista Modo) è un colpo di fulmine. «Ancora oggi vi si può rileggere la vita del nostro paese e di ognuno di noi». Così ha ricostruito la storia del nostro progettare e ha creato uno spazio: il Triennale Design Museum, a Milano. «Sono partita da una collezione che non poteva decollare, l’ho ordinata, consolidata e poi l’ho collegata ad altri “giacimenti”», assicura. «L’Italia è già un grande museo diffuso, ricco di archivi nascosti e collezioni aziendali». Organizza mostre che analizzano le urgenze della contemporaneità e le raccontano con ironia. Il design continua a essere la sua ossessione: «Al mattino vorrei essere la Superleggera di Giò Ponti: elegante, essenziale, per affrontare con leggerezza la giornata. Di giorno laSedia per visite brevissime di Bruno Munari, che ha il sedile inclinato in modo che gli incontri si possano moltiplicare e susseguire con facilità e frequenza. Di sera? Vorrei trasformarmi in una poltrona sensuale e avvolgente come Up, di Gaetano Pesce».
BEATRICE MERTZ
L'arte è di tutti. «Ho sempre vissuto in case-studio zeppe di opere. C’era un lavorio incessante tra i miei genitori e le persone che venivano a trovarli, come una specie di ronzio continuo». Beatrice Merz è figlia di Mario e Marisa Merz, esponenti di spicco del movimento dell’Arte Povera. Le suggestioni di bambina si trasformano presto in passione, lavorare a stretto contatto con gli artisti.Dapprima dà vita alla casa editrice hopefulmonster, poi presiede e dirige la Fondazione Merz (creata in onore del padre) e dal 2010, riveste il ruolo di condirettore del Castello di Rivoli, di cui cura la collezione. «Ogni artista ti regala un pezzetto di sé, vivi il loro lavoro». Continua: «Questo mi dà una grande carica. L’arte mi ha insegnato a vivere, mi ha insegnato la democrazia, il rispetto del pensiero altrui, della creatività individuale». I suoi occhi sono puntati sulle nuove generazioni, sulle nuove acquisizioni, sui progetti a tutto tondo commissionati dalla Fondazione: «È importante sapere cosa
succede: ci sono artisti straordinari che hanno difficoltà a rapportarsi col mondo esterno perché in Italia non ci sono strutture pubbliche a sostenerli. L’arte contemporanea non è più questione per pochi».
MARTINA CAVALLARIN(Venezia, 1966)Nel 1993 si laurea in Storia e Critica d’Arte all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È critica e curatrice indipendente. Dal 2009 è direttore artistico di Scatolabianca, associazione no profit fondata insieme a Gianni Moretti, Federico Arcuri, Giuseppe Ciracì. Una sua mostra? Fino a novembre presenta la collettiva Round The Clock alla Biennale Arte.
Dimenticare a memoria. Il percorso di Martina Cavallarin segue un sogno («far conoscere i nomi nuovi»), e un’ossessione («Marcel Duchamp, per cui ho un amore incondizionato»). Ai tempi dell’università, arriva per caso alla storia dell’arte: «Stavo per laurearmi in filologia dantesca ma il professore che mi seguiva si è ammalato, non mi piaceva il sostituto e ho cambiato dipartimento: storia e critica delle arti». La sua associazione (anche di idee) ruba il nome all’insolito taccuino in cui il
papà del Dadaismo raccoglieva i suoi appunti. Si chiama Scatolabianca. «È una piattaforma culturale interdisciplinare che dal Lido di Venezia stabilisce connessioni con il mondo, organizza esposizioni, workshop e a breve inaugurerà uno spazio a
Milano dallo stesso nome. «All’inizio è stata dura aprire un dialogo con gli abitanti della zona, solo ora iniziano a partecipare. Guardare l’arte, anche se non ti piace, anche se ti dà fastidio perché è scomoda, ti fa pensare». Per lei l’Italia deve saper «dimenticare a memoria» il proprio patrimonio artistico e investire nella produzione contemporanea. «Troppa consapevolezza diventa una malattia e fa sì che il Colosseo sia ancora un nostro segno».
ANNIE RATTI Artista transdisciplinare, ha esposto in diverse mostre personali e collettive, tra cui recentemente alla Whitechapel Gallery di Londra. Dal 2002 presiede la FAR - Fondazione Antonio Ratti - creata nel 1985 per promuovere iniziative e ricerche nel campo della produzione tessile e dell’arte contemporanea. Da quest’anno, prendendo ispirazione dal corso di arti visive, ha creato un corso per fashion designer.
L'attivista realista. Mamma appassionata d’arte contemporanea, papà imprenditore tessile e mecenate, Annie Ratti è cresciuta per mostre «ma quando ho scelto di fare l’artista, sono stata osteggiata in tutti i modi: mio padre mi voleva al suo fianco nella creazione di disegni per tessuti». Ostinata, fin da bambina «amavo il disegno, chiedevo di fare corsi, ma alla seconda lezione con un mazzolino di fiori ho detto basta». Si ribella tuttora quando si affronta l’argomento arte. «Le fondazioni, le istituzioni private sono tristemente le sole a sostenere, l’arte contemporanea e le nuove generazioni. Senza di loro l’Italia sarebbe un deserto. Questo governo non ha nessuna considerazione per l’arte contemporanea. Basta vedere il disastro
kitsch del Padiglione Italiano alla Biennale di Venezia. O il MAXXI di Zaha Hadid, a Roma, dove non c’è un muro dritto per appendere un quadro. È solo autocelebrazione». Quando si è trattato di progettare i corsi per la Fondazione Antonio Ratti, lei li ha concepiti come «laboratori di sperimentazione artistica e teorica». Centinaia le richieste, venti i selezionati. «Considero i corsi parte del mio lavoro e come un’opera collettiva determinante. Spesso opero a quattro mani con altri artisti», dice. «Cerco
di creare situazioni in cui si privilegino lo sbaglio, il dubbio e l’analisi. Siamo qui a batterci per una stessa causa, quella di un’arte contemporanea che abbia un impatto sul presente, non a competere per il più bravo».
GAIL COCHRANE (Torino, 1952)Nasce a Torino da mamma italiana e papà statunitense. Dal 1999 al 2008 organizza la collezione aziendale della Fondazione Teseco per l’Arte di Pisa e cura nel Campus Tiscali di Cagliari un progetto con opere site specific di arte ambientale. Dal 2005 dirige la Fondazione Spinola Banna per l’Arte, fondata da Gianluca Spinola a Banna, nella campagna torinese. Dal 2009 cura la collezione Bosco, Catania.
Professionisti di genio. A dieci anni la divertivano i commenti degli amici di famiglia ogni volta che la sua mamma comprava un’opera. «In tempi non sospetti ha acquistato lavori di Paolini, Fontana, Manzoni, Gilbert & George», confida Gail Cochrane. Oggi i nomi (giusti) li seleziona lei. Come art advisor acquista opere per collezionisti privati e aziende; come direttore della Fondazione Spinola Banna per l’Arte segue il percorso dei giovani artisti in residenza. «Nel 2005 il marchese
Spinola ha ristrutturato parte della tenuta agricola, tuttora funzionante, e ha creato un’istituzione che si occupa di formazione post-universitaria». E spiega: «Ogni anno chiamiamo nomi affermati che tengono tre workshop per artisti under 35». Sedici ragazzi sono selezionati tramite un bando e i progetti migliori (in mostra a ottobre) li supportiamo con la produzione di nuove opere». Com’è cambiata la figura dell’artista dagli anni 50 a oggi? «Con il diffondersi dell’arte contemporanea anche la
percezione della figura romantica dell’artista tutto genio e sregolatezza per fortuna è cambiata. Oggi sono considerati professionisti. Spesso collaborano con ingegneri, architetti, artigiani. Uno scambio di competenze che permette di affrontare progetti più complessi e ambiziosi».
MARA SARTORE(Londra, 1975)35 anni, due figli e una carriera da invidiare. Nel 2000 inventa Circuito Off (con Matteo Bartali), festival del cinema indipendente, che spazia dal videoclip, alla video arte e presenta ogni anno le chicche dei giovani talenti italiani e stranieri. Dal 2006, insieme a Matteo Bartali e Michela Canessa, dirige l’agenzia di comunicazione e casa editrice Lightbox, che presto sarà anche uno spazio espositivo.
Guida sull'arte (del cambiamento). Parte da Venezia e da una laurea in Lingue. Poi studia estetica a Barcellona. Dopo un interludio parigino torna in Spagna per coordinare le mostre di Metronom, il top della sperimentazione in campo visivo. Ma la passione per l’arte e l’amore per l’Italia riportano Mara Sartore in laguna: «All’estero c’era tutto, qui mancava tutto». Per trovare nomi e tendenze nuovi, inventa nuovi mo(n)di per comunicare. Da Circuito Off, rassegna indie di giovani talenti che affianca la mostra del cinema di Venezia, all’agenzia di comunicazione Lightbox, fino all’avventura editoriale con le guide dedicate a Biennale Arte e alle città. «Abbiamo detto no alle masse dei turisti. Esiste una Venezia autentica, raccontiamola con le voci di chi la ama e la vive». Nel frattempo dà anche alla luce due figli, nonostante «l’Italia sia sempre un fanalino di coda rispetto alla Francia, dove le politiche sociali sono fortissime. Ma noi italiane siamo piene di risorse. Se si vuole realizzare un progetto, alla fine ci si riesce. Perché in una situazione difficile emerge solo chi ha una grandissima passione per quello che fa e intende lavorare tenendo ai massimi livelli sia la qualità, sia la cura».
articolo di Silvia Criara per MarieClarie.it foto di james Mollison
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May 17, 2012 10:02 AM [edited: May 17, 2012 10:33 AM]
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Occupy Torre Galfa - Macao
Tuesday May 15, 2012
Doveva essere la settimana decisiva per capire il destino di MACAO e così è stato, il centro per le arti e per la cultura sorto a Milano da qualche settimana, stamattina in maniera forse non del tutto inaspettata, è stato sgomberato.
I ragazzi che da circa 10 giorni stavano occupando la torre Galfa ribattezzata Macao, ripulita, organizzata come grande spazio culturale, sono stati invitati dalla polizia a liberare l'edificio.
Già ieri il sindaco Giuliano Pisapia, durante una visita alla fabbrica del vapore aveva invitato i lavoratori dell'arte di Macao a partecipare ad uno dei bandi di Palazzo Marino per la concessione di spazi pubblici.
Da Twitter stamattina l'annuncio da parte dei ragazzi di Macao: «Accorrete, accorrete, sgomberano. Andiamo tutti!». Sono le 7.12 e la polizia sta liberando la Torre Galfa dai ragazzi che la occupano per farne un centro culturale.
Con slogan come "la cultura è di tutti" e "la cultura non si sgombera" da stamattina sui maggiori social network si rincorrono voci, cinguettii e si discute sul futuro di questa neonata realtà che non potrà certo sparire nel nulla.
Macao ha dato voce a delle esigenze, esigenze che vedremo se comune e giunta sapranno recepire e soddisfare già dai prossimi mesi.
Dal canto loro, la gente e gli artisti hanno dato dei segnali forti di partecipazione, ma Macao ha bisogno di una risposta politica, civile e culturale. Al di là dello spazio in cui si esercita.
http://www.macao.mi.it/

Se noi giovani vogliamo avere un futuro è importante che ci pensiamo subito.

Ha ragione da vendere. Maledetti matusa, non ci fermeranno!

Quando lei avrà la mia età, io sarò già morto.

Eppure mi avevano detto che c’era uno Starbucks qui vicino…

Dum-dum-dum-dum-du

Chi sei? La Franca? Eh? I Fascisti? Che ore sono? Pif Paf!

Io se saprei che mi nasce un figlio creativo…

Cazzo guardi sbirro? Non li hai mai visti così tanti Mac tutti insieme eh?

A proposito, tu perché non hai il Mac? Cosa sei, della Digos?

Non ho spazi per esprimermi.

Ho letto su Wikipedia che qui ci veniva sempre Hitler.

Ah che pace, è proprio bella Genova!

Ih ih non si accorgeranno mai del trucco. Con quello che costano le lastre oggi…

Proprio ieri leggevo su Altroconsumo come si organizza un buon servizio d’ordine.

Occupiamo i primi due piani perché non abbiamo voglia di fare le scale.

5 ascensori e non ne funziona nemmeno uno. Cosa lo abbiamo votato a fare Pisapia? Ah ma adesso mi sentono.

Oh raga, se aumentate il contrasto sembra Shining!

Io sono arrivato al terzo piano perché ho delle ambizioni nella vita.

Ehi ma quello è Marcelo Burlon?

Ma no scemo, non vedi che è Dumbo?

Incredibile!

Aspetta, aspetta, c’è Gigi d’Agostino!

E c’è anche Aldo Giovanni e Giacomo! Vado subito a farmi firmare la Smemo.

Oddio, che emozione…

No, dai, così no però…

Scusate, scrivo per Rolling Stone, posso farvi un’intervista?

No, sono arrivata prima io.

È stato un bel sogno, ma come tutti i bei sogni ora è finito.

Beh dai, ora che ci hanno sgomberato posso dirvi che cominciava a mancarmi la mia cameretta.
May 15, 2012 03:03 PM [edited: May 15, 2012 03:04 PM]
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Lorenzo Paci
