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equilibriarte.net : Antonella Iurilli Duhamel : blog : category: Stati di Coscienza

LA COSA PIU' COMPLICATA E' L'ONESTA'

Io sono un grande fautore della parola compromesso, oggi tanto disprezzata. Compromesso, secondo alcuni, vuol dire non essere onesti, mancare di ideali, nel mio vocabolario invece è sinonimo di vita. Non ci può essere una vita senza scendere a compromessi e l'opposto di compromesso è fanatismo. Incontrarsi a metà strada non significa capitolare, porgere l'altra guancia, ma cercare di accettare le ragioni dell'altro. Il compromesso si estende a tutte le cose della vita, dal matrimonio ai conflitti tra vicini piccoli e grandi, fino a quello tra israeliani e palestinesi. Entrambe le parti devono accettare un compromesso a denti stretti, questa è l'unica soluzione.

Amos Oz


Un giorno vecchio serpente incontrò un bimbo,   voleva arrampicarsi in alto sulla collina per dare un ultimo sguardo al tramonto  prima di passare a miglior vita. Approfittando dell'incontro  implorò il ragazzino di prenderlo in braccio, con i suoi mezzi  non ce l’avrebbe mai  fatta.

"Non sono uno stupido” rispose il bambino,
“ Sei un serpente velenoso  e potresti uccidermi con il tuo morso”
"Ma dai …. ti giuro solennemente che non lo farò, Tutt'altro! Ti sarei immensamente grato”

Così il bambino convinto dalle promesse del serpente, se lo caricò in braccio e lo condusse sano e salvo in cima alla collina. Dall'alto,   il calare del sole era come al solito  bellissimo, lo ammirarono sdraiati vicini sull'erba, poi il serpente chiese  di essere riportato in basso.
“ Sono vecchio e stanco per favore  riportami dove mi hai preso”.
Il bimbo lo riprese  nuovamente in braccio accostandolo al petto ben attento a non farlo cadere. Giunto a destinazione lo adagiò con cura nella sua dimora, gli diede da mangiare e da bere e quindi, lo salutò. L’indomani il serpente si fece avanti con una nuova richiesta:
“ Bravo bambino, sono molto vecchio e sto per morire, mi condurresti nel bosco in cui sono nato?
Il bambino fiducioso per l’esperienza del giorno precedente, lo prese nuovamente in braccio, lo portò nel bosco, ma prima di posarlo nuovamente  a terra il serpente lo morse sul petto.
Piangendo il bimbo grido:
“ Perché, mi ha fatto questo, perché mi uccidi?


“ E’ inutile che piangi “ disse il serpente sibilando, “Sapevi benissimo chi ero quando mi raccogliesti”

Certo non si può affermare che il serpente fosse  stato inautentico, alla fine  dei conti aveva rivelato la sua vera  natura. Al pari del serpente, ci sono molte persone che appellandosi all’obbligo della trasparenza e dell’autenticità, non si curano minimamente di arrecare danno e dolore con  l'insensibilità delle loro parole e delle loro azioni.  Sono stati sinceri, hanno detto quello  che pensavano e questo secondo il loro punto di vista, li assolve. Tuttavia il dubbio rimane; si   tratta  di onestà o di autenticità? Sono costoro dei disonesti autenticamente malvagi ? Oppure degli incoscienti perfettamente onesti? In cosa l’onestà differisce dall’autenticità?

Probabilmente ciò che la maggior parte di noi intende per: " essere onesti o, "essere se stessi", è un doppio atto di disonestà e di  inganno. Inganniamo costantemente noi stessi e gli altri, senza saperlo, ci portiamo sulle spalle un grosso fardello di illusioni ed errori di valutazione  che alimentano un considerevole bagaglio di  recriminazioni, giudizi e accuse a cui si aggiungono le spessissimo  le problematiche irrisolte con le persone significative del nostro passato.

Saturi di emozioni negative e confusione  si finisce con  il perdere il controllo  per un nonnulla, e in uno stato di  incoscienza totale, si  scarica facilmente  sugli altri, quel mare di tossine non identificate a cui  solitamente viene dato il nome di “proiezioni”.

Siamo generalmente inconsapevoli dei veleni accumulati, e quando decidiamo di essere “onesti” con gli altri, ciò che spesso ne risulta  è una paccottiglia di accuse caotiche, di recriminazioni, di ricordi parziali trasferiti in modo apparentemente razionale ma spesso  sarcastico, condiscendente o violento,  volto a mettere l’altro sotto tiro facendolo sentire inferiore e privo di valore.

A quel punto possiamo mentire a noi stessi dicendoci: “ Sono stato onesto”, e mentiamo anche agli altri pretendo di essere stati onesti. Quanta violenza, quante aggressioni, abusi, modi rudi e volgari vengono razionalizzati e sdoganati come onesta e autenticità?

Credo che niente possa essere così distante dalla verità! E’ sicuramente vero, che non possiamo essere onesti con gli altri, più di quanto siamo in grado di esserlo con noi stessi. La prima persona con la quale dovremmo iniziare un rapporto più trasparente e genuino siamo noi. E’ verso di  noi  che abbiamo l’obbligo morale primario dell’onestà.

Dovremmo cominciare a praticare  l’onestà all'interno dei nostri confini  prima di lanciarci sugli altri,  solo a quel punto avremmo l’occasione di intraprendere una autentica auto-scoperta. Ci renderemmo conto per esempio, che i nostri sentimenti verso una data persona possono essere  ambivalenti e complessi, e approfittare dell'opportunità di approfondirli da soli o con l’aiuto di qualcuno di cui ci fidiamo.  Potremmo esplorarli in privato, conoscerli meglio, prima di scaricarli sul malcapitato di turno, vomitandogli addosso, colpendolo con una lunga serie di recriminazioni armati del consueto  atteggiamento arrogante di chi si crede in diritto di  bacchettare, giudicare colpire e offendere.

Ciò consentirebbe ai sentimenti di sgorgare direttamente dal cuore, e a quel punto saremmo veramente onesti. Viviamo in un mondo molto diverso da quello dei nostri antenati se così fosse stato avremmo avuto molti meno problemi con l’onestà. L’autenticità dei sentimenti  avrebbe  caratterizzato la nostra espressione in modo naturale poiché  funzionale  al  nostro autentico Sé, piuttosto che a vantaggio del  falso Sé che abbiamo  dovuto innalzare  come barriera difensiva nei confronti di un mondo ingiusto, disumano e malato.

Dal momento in cui tutti noi abbiamo sperimentato mancanze, abusi e ferite a cominciare da quando siamo nati, quando nostra madre ha fallito nel soddisfare i nostri bisogni primari, perché incapace di riconoscerli, dobbiamo essere molto cauti quando parliamo di “Essere onesti”, piuttosto dovremmo  scegliere con cura cosa, come, quando esprimere  in dei  nostri pensieri e dei nostri sentimenti.

Ci sono innumerevoli situazioni, in cui è molto più saggio trattenerci dal rivelare certe informazioni  mantenendo i nostri sentimenti e le nostre fantasie per noi stessi. Ci sono altre situazioni invece, specie quelle con persone con cui abbiamo una relazione intima, dove questa riservatezza rischia di essere inappropriata e deludente.

La strada delle relazioni è difficilissima, non ci sono ricette preconfezionate, si procede per tentativi ed errori nella conoscenza di noi e dell’altro, umiltà  e prudenza si rivelano spessissimo i nostri migliori alleati.

testo e opera di
A.Iurilli Duhamel

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5 MAGGIO

Il 5 maggio non è solo la data della conversione di Napoleone Bonaparte al cattolicesimo avvenuta prima della sua morte, nota per aver commosso  Alessandro Manzoni,  tanto da ispiragli  i famosi versi con i quali tutti abbiamo fatto i conti sui banchi di scuola.

Il 5 Maggio, è anche una triste data; ci ricorda come i casi dei pedofilia siano in netto aumento  tanto da  aver  istituito la giornata mondiale contro la pedofilia. Viene celebrata oggi, ma sarebbe meglio ricordare tutti i giorni, che  ogni anno,  oltre sette milioni di bambini sono molestati, violentati e uccisi .

Dopo le donne, i bambini sono diventati carne di primo taglio per i media, che hanno fiutato nel crescente trend un aumento di profitti.  Proprio in questi ultimi giorni,  mi ha colpito il video della nipote della famosa  modella  brasiliana Bunchen, una bimba di 5 anni presunta stilista e  creatrice di una una linea di capi per bambini. La grande montatura commerciale  è equipaggiata da un video dove la bimba assume pose ammiccanti degne di una ninfetta.

Di certo non è colpa della bimba, sappiamo però  come certe provocazioni siano cibo prelibato per certe categorie di osservatori. La  pedofilia non è certo generata dall’atteggiamento seppure   lontanamente o giocosamente provocante di un bambino,  il bambino   anche quando si  muove in maniera seduttiva  rimane ugualmente un bambino,  il che vuol dire : sessualmente immaturo  e pertanto incapace di rispondere alle avances e alla relazione sessuale con un adulto. I media ci propinano sempre più spesso bimbe dal volto truccato ad arte  in pose provocanti, creando nell’immaginario collettivo dei modelli di sfruttamento sessuale minorille.

Le nostre autorità non intervengono su questo tipo di abuso da parte dei media, mentre un esempio interessante  viene  dagli inglesi i quali hanno dimostrato di essere in grado di applicare  norme severe  nei confronti di questa   confusione alla quale  ci si è da tempo  abituati.

Ricordo la foto di Nobuyoshy Araki, realizzate per la campagna pubblicitaria della ditta di mosaici Bisazza  di Vicenza. Una foto che secondo  l’Authority rappresentava una geisha sdraiata sui noti mosaici,  e pertanto suggeriva una violenza  appena commessa o in procinto di essere commessa, anche se nessuno  avrebbe potuto considerarla considerarla  volgare,  era persino vestita di tutto punto,   il commento delle autorità competenti è fu  chiaro: la donna raffigurata era legata secondo una disciplina giapponese chiamata Kimbaku, nella sua espressione trapelava turbamento e la posa era sottomessa. In Italia invece,  Bisazza si è potuta servire delle immagini senza problema.

Altrettanto interessante fu il caso dell’immagine di Brook Shields la famosa "Pretty Baby". , Scotland Yard ritenne  senza ombra di dubbio che la bimba somigliava ad una provocante ninfetta e dunque costituiva un incitamento alla pedofilia. D’altronde la foto all’epoca fu utilizzata per la pubblicazione  Sugar’n'Spice di Playboy  nel 1975 e dunque non fu un caso .

Anche la foto di  Nan Goldin, “Eddae Klara danzatrici del ventre” attualmente proprietà di sir Elton John,, subirono  lo stesso trattamento da parte dell’Autority, La foto fu rimossa perché ritenuta indecente, e  a prescindere dal fatto che certe immagini possano essere prodotte con finalità artistiche e non commerciali, secondo le norme vigenti in Inghilterra, le foto di bimbi specialmente nudi e manipolati sono sono ritenute illegali.

Certamente è auspicabile che la libertà di espressione venga  sempre tutelata in campo artistico ma non è possibile continuare a pensare che il senso comune e la morale debbano restare fuori dalla porta a favore di una logica che  a mio avviso è più di mercato che a favore dell’Arte e della vita.

Che Dio protegga  tutti i bambini, la loro infanzia e la loro innocenza.

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Risveglio morale di un giovane ebreo

Questa settimana, Jesse Lieberfeld, un adolescente ebreo americano ha vinto il Martin Luther King, Jr. Writing Awards del Dietrich College grazie ad un   articolo  sul proprio risveglio morale e sul suo allontanamento dal Giudaismo.

Sono appartenuto a una religione meravigliosa. Ho fatto parte di una religione che permette, a coloro che vi credono, di sentire che siamo il più grande popolo al mondo, e allo stesso tempo di dispiacersi di noi stessi”, ha detto il giovane Jesse.

Anche se sono stato abbastanza fortunato da avere genitori che non hanno cercato di obbligarmi verso un insieme di credenze, essere ebreo rende comporta essere costantemente bombardati: Erocostantemente  stimolato ad ogni evento:  festa, cerimonia e qualunque evento  assieme ai miei parenti.”

L’amor proprio è inerente alla cultura e al suo mantenimento: “Mi veniva sempre ricordato quanto fosse intelligente la mia famiglia, quanto fosse importante ricordarsi da dove eravamo venuti ed essere orgoglioso di tutte le sofferenze che il nostro popolo aveva patito per poter alla fine realizzare il sogno della società perfetta di Israele.”

La programmazione ideologica e culturale ebraica è piuttosto sofisticata. È un modello dinamico molto particolare, praticato sia a livello collettivo che individuale. Ma quelli che portano il messaggio non sono pienamente consapevoli del loro ruolo all’interno dell’ideologia tribale che vogliono mantenere.

Crescendo ero sempre più preoccupato. Sentivo continuamente parlare di uccisioni di massa senza motivazioni, attacchi su strutture mediche e altre allarmanti violenze di cui non riuscivo a comprendere la ragione. ‘Genocidio’ mi sembrò essere il termine più adatto, anche se nessuno di quelli che conoscevo si sarebbero mai sognato di descrivere il conflitto in questo modo; parlavano sempre della situazione in termini scandalosamente neutrali.”

Ogni qualvolta ne parlavo, mi veniva sempre data la risposta che le responsabilità erano su tutti e due i fronti, che nessuno doveva essere incolpato e che era semplicemente una ‘situazione difficile’.

Avevo appena finito la seconda superiore quando compresi a pieno da che parte stavo. Un pomeriggio, mentre ero sul tram che ci riportava a casa, fu annunciata una nuova serie di omicidi, chiesi a due dei miei amici che sostenevano attivamente Israele cosa ne pensassero. ” ‘Noi dobbiamo difendere la nostra razza’, mi dissero: ‘È il nostro diritto’“.

Il “dobbiamo difendere la nostra razza.Mi sentii inorridito avendo capito che ero per natura dal lato degli oppressori. Ero raggruppato ai suprematisti razziali. Facevo parte di un gruppo che uccideva lodando la propria intelligenza e il proprio raziocinio. Ero parte di un inganno. Decisi di fare una ultima opportunità alla mia religione. […] La volta successiva, presenziai a un servizio, c’era una sessione aperta di domande e risposte sui temi della nostra religione. Quando finalmente mi fu data l’opportunità di fare una domanda, chiesi, ‘Io voglio sostenere Israele. Ma come posso farlo, quando lascia che il suo esercito commette così tanti omicidi?’ Mi furono puntati addosso una serie di sguardi focosi e adirati da alcuni degli uomini più anziani, ma fu il rabbino a rispondermi. ‘È una cosa terribile, non è vero?’, disse. ‘Ma non c’è niente che possiamo fare. È solo un fatto della vita.’ Sapevo, naturalmente, che la guerra non è una cosa semplice, e che noi non ammazzavamo per gioco, ma descrivere le nostre migliaia di uccisioni come un ‘fatto della vita’ era per me semplicemente troppo per essere accettato.”

 “Lo ringraziai il Rabbino  e feci poi una breve camminata.  Da alora non ho mai fatto ritorno. […] Se non altro, posso almeno tentare di liberarmi dal fardello di una credenza di cui non potevo avere una coscienza chiara. […] Non ho intenzione di proseguire a sentirmi uno del Popolo Eletto, identificandomi in un gruppo a cui non appartengo.”



Fonte: Moral Awakening of an 11th-grader


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TO WHOM IT MAY CONCERN

Sono molte le atrocità nel mondo e moltissimi i pericoli:

Ma di una cosa sono certo:
il male peggiore è l’indifferenza.
Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza;
il contrario della vita non è la morte, ma l’indifferenza;

il contrario dell’intelligenza non è la stupidità, ma l’indifferenza.
contro di essa che bisogna combattere con tutte le proprie forze.
E per farlo un’arma esiste: l’educazione.
Bisogna praticarla. diffonderla, condividerla, esercitarla
sempre e dovunque.
Non arrendersi mai!

Wiesel, premio Nobel per la pace 1986

To whom it may concern, è la missiva di Peter Brook nel suo famoso lavoro teatrale dal titolo emblematico :US. US sta per
United States, ma anche per us prima persona plurale, vale a dire : Noi.

Il play non ha mai smesso di essere attuale, il genio di Brook si è rivelato di una perspicacia formidabile nel puntare il dito sull’eziologia della violenza anticipando i più recenti lavori sulla natura e le conseguenze dei trauma. Brook metteva in evidenza quella specifica attitudine della gente a non stupirsi piu di tanto, di fronte alla violenza in generale, e nello specifico del suddetto play, nei confronti di crimini contro l’umanità.

Ai tempi di Dante si sarebbe parlato di ignavi, Brook invece pose l’accento sulle conseguenze negative del trauma che alla lunga induce nelle persone un senso di torpore, un abbassamneto delle capacità di indignarsi, un silenzio interiore, una apatia da impotenza.

Il play per l’appunto da un gran risalto al silenzio; il protagonista principale, la scena madre. Un silenzio potente che ha il potere di coinvolgere lo spettatore cogliendolo di sorpresa, mettendolo duramente a confronto con la propria addormentata voce interiore .

La violenza della guerra del Vietnam era una realtà alla quale oramai si erano assuefatti, e con essa le risposte naturali di un individuo integro e funzionale come: la paura l’indignazione, la rabbia, la vendetta e il dolore, erano scivolatae in uno stato di limbo.

To Who it may concern? Gridava la mitica Glenda Jacson denunciando la tendenza dei suoi connazionali a non interessarsi a quanto di brutale avveniva al di la delle loro mura: “Se capita a qualcun altro credono che non capiterà a loro, se è qualcun altro a farlo creono che loro non hanno fatto niente.”

Ma qual è la verità ? La mia esperienza clinica è che le vittime di abuso riferiscono spessissimo che il dolore e il senso di tradimento maggiore, non è costituito dal danno inflitto dal loro carnefice, paradossalmente per lui riescono a provare persino compassione e in certi casi persino amore. Il maggior senso di tradimento e di indignazione maggiore è nei confronti di quanti erano stai li in silenzio a guardare.

Il Silenzio dunque ancora una volta che si propone con la sua valenza negativa: la negazione rispetto a qualcosa che ci inonda, ci colpevolizza e ci lascia impotenti e in ultima analisi depressi

Peter Brook sosteneva che gli esseri umani non possono essere aperti nei confronti di tutte le atrocità che li circondano, ne vengono costantemente e silenziosamente traumatizzati, devono chiudere gli occhi altrimenti impazzirebbero. Il punto però è che la negazione produce una’altra forma di dissociazione o se vogliamo di pazzia. L’individuo è costretto a vivere “come se”, in una sorta di sonno perenne che lo distanzia dalla realtà e soprattutto dal dolore, così per non sentirsi morire, muore.

Antonella Iurilli Duhamel

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IL GENOCIDIO MOHWAK

 Non si hanno notizie  del procedimento giudiziario previsto in  ottobre a Bruxelles e a Dublino, nei confronti di Joseph Ratzinger e Elisabeth Windsor a seguito dell'ignobile delitto  compiuto nei confronti di bambini Mowak.
L'enorme massa di scheletri  di bimbi Mohawk, era stata  recentemente scoperta  a Brantford- Ontario  in Canada, e  resa possibile grazie all’esplorazione radar del terreno  circostante l'Istituto Mohawk, una scuola residenziale per Mohawk gestito dalla Chiesa d'Inghilterra e dal Vaticano prima della sua chiusura nel 1970.

Secondo il reverendo Kevin Annett, Segretario del Tribunale Internazionale per i crimini di Chiesa e Stato l'Istituto Mohawk è stato istituito dalla Chiesa anglicana d'Inghilterra nel 1832  per imprigionare e distruggere generazioni di bambini Mohawk, in seguito è subentrata la gestione del vaticano. La scuola ha funzionato fino al 1970 e come nella maggior parte delle scuole residenziali, più della metà dei bambini imprigionati non sono mai stati restituiti alle famiglie. Per camuffare il genocidio ed evitare il processo per crimini contro l'umanità,  i resti furono coperti con circa 20 metri di terra proprio prima della sua chiusura nel 1970.

Sarà possibile per quest vittime innocenti e le loro famiglie avere un  giusto riconoscimento dei  danni subiti in nome di principi altamente religiosi e spirituali, coperti dall'arroganza di una superiorità spirituale che si commenta da sola? Si teme il peggio,  dato l'alto livello degli imputati  la loro intoccabilità e  le miserevoli condizioni  della controparte costituita da  un popolo ridotto  nel migliore dei casi a alla condizione di   cittadini di infimo ordine.

Possiamo solo augurarci che  la coscienza e lo spirito critico abbiano la meglio su qualunquismo e superficialità  e disonestà, ma sopratuto che non ci venga ancora volta propinato in mondovisione  il  solito  sentimentalistico piantuccio sterile e coccodrillesco privo di consistenza e autentico desiderio di riparazione.

Per i momento c'è solo silenzio,  la lunga notte dei Mowak non è ancora giunta al termine!

Antonella Iurilli Duhamel

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OLOCAUSTI

“Nel corso della Storia , c’è stata immobilità  da parte di coloro che avrebbero potuto agire, indifferenza da parte di quanti  avrebbero dovuto indagare di più e , silenzio da parte della giustizia,  quando avrebbe dovuto farsi sentire maggiormente, piuttosto che  consentire al male di trionfare“

Haile Selassie

“La grande minaccia alla libertà è l’assenza di criticismo”

 Wole Soynka

"Finché la storia della caccia verrà narrata dal leone, sarà sempre  una storia che glorificherà solo il cacciatore"

Proverbio africano


Non ci sono parole per urlare il senso di dolore e devastazione causato dai nazisti a scapito degli Ebrei nei campi di concentramento: l'eco dell’antica ferita,  rieverbera tuttora nelle nostre  coscienze, ed è lungi dall’essere rimarginata, mettendo luce   quanto la ferita inflitta a queste  vittime costituisce  un danno che grava sull’anima del mondo.
Ad Auschwitz però, come del resto negli altri campi di concentramento, compreso quello di Tarsia in  Calabria, non c’erano solo  gli Ebrei, assieme ad essi  mantenuti nella condizione di schiavi: zingari, omosessuali, prostitute, handicappati fisici e mentali , preti, liberi pensatori, e tutti coloro  che, per  una ragione o per  l’altra, furono stigmatizzati come dissidenti. 

Tutto questo orrore e perdite umane  avveniva  in una Europa insanguinata dalla II^ Guerra mondiale; milioni di persone innocenti furono uccisi  nei campi di concentramento, assieme alla perdita di 6 milioni di ebrei; 55 milioni di persone persero la vita  e tra questi,  25 milioni erano  russi. 
Nel giorno della memoria dell’Olocausto  altri olocausti chiedono pietà e attenzione. Ogni vita umana brutalmente tranciata, implora compassione. Sarebbe umano e giusto  ricordare che la guerra, che mise 
Sarebbe giusto ed umano ricordare che la guerra che mise in ginocchio l’Europa, provocò  danni  incalcolabili causando traumi pagati dalle generazioni successive. In questo giorno quindi, sarebbe giusto ricordare  che le guerre si servono di qualunque mezzo per sdoganare i più bassi istinti  e legittimare qualunque forma di atrocità.
Israele ha imposto al mondo civilizzato la data del 27 gennaio per commemorare le proprie vittime, ma  è sempre più evidente quanto questa tragedia, sia stata utilizzata per la propria propaganda cercando  di distogliere l’attenzione del mondo nei confronti  dei  gravi crimini  a sua volta commessi nei confronti dell’umanità.
Basti pensare allo schiavismo perpetuato nei confronti dei negri o all’ingiuriosa verso  Palestina. Pretendere una posizione speciale di "vittima di guerra", è un atto  arrogante. In questo  particolare  sarebbe utile rinfrescare la memoria sul palcoscenico dell’atrocità da loro denunciata, che certo non fu  un campo di fiori,  bensì un terribile teatro di guerra dove  ad aver perso non sono stati solo gli Ebrei.
La propaganda che da diversi anni Israele caldeggia per fare guadagnare  alle vittime della Shoa  una  posizione di vittime speciali, è decisamente fuorviante; persino Esther Benbassa   direttrice   del dipartimento ebreo della scuola di  Alti Studi francese   afferma che  gli israeliani hanno trasformato l’Olocausto in una religione,  una roccaforte  che garantisce agli ebrei e agli israeliani un lasciapassare regale  nei confronti di una qualunque posizione critica circa il  loro operato.
In realtà in  nome dell’eccidio,  Israele e gli Ebrei dell’Europa occidentale, hanno beneficiato di  notevoli risarcimenti economici da parte della Germania,  sorte invece non toccata a quanti, pur perdendo la vita dei loro predecessori  nello stesso identico modo o  nella guerra di quegli anni,  non sono riusciti a vedere riconosciuto il danno subito. A ragione si  può parlare di una fiorente azienda Olocausto, che si alimenta grazie a   sensi di colpa ben posizionati nella coscienza dell’umanità.
Questa riflessione non vuole negare quanto è accaduto, né tanto meno offendere  i sentimenti di dolore di coloro che in questo tragico evento; hanno perso i loro cari, vuole semplicemente portare l’attenzione sulla redditizia   strumentalizzazione di una tragedia. Sfortunatamente le guerre sono aumentate e con esse  la bestialità dei vincitori. Puntualmente sono riemerse le solite manie di purezza della razza,  la "lavanderia umana " è sempre una fiorentissima azienda, sarebbe dunque  opportuno  segnalare come   la violenza è in netto aumento  tra le nazioni, ma soprattutto nelle relazioni interpersonali.
Si impone  una  seria riflessione sulle radici della violenza e le conseguenze nefaste per tutti nessuno escluso; nonché  un  più preciso monitoraggio della costante  violazione  dei diritti umani, anche da parte dei cosiddetti  paesi civili.
In questo giorno che Israele  chiede  al mondo  di commemorare, sarebbe una buona occasione per cominciare ad ammettere che oramai non è più possibile nascondersi dietro l’Olocausto per giustificare i crimini commessi dai Sionisti e dallo stato di Israele nei confronti dell'umanità.

La storia è testimone di  una  vergognosa catena di genocidi e massacri, dovremmo ricordarli tutti con eguale compassione ed eguale indignazione ponendo un fiore in memoria di ogni vittima della violenza per non  dimenticare che  la  violenza va denunciata in ogni caso e sempre, dentro e fuori di noi.
testo e opera A.Iurilli Duhamel

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TUTTO PASSA

"C'è una musica stellare che solo l'anima può udire. Quando ti arriva mentre ogni rumore del mondo tace, significa che l'anima c'è...  

Ricordati, figlio mio, che la felicità, quella vera, nasce in noi e per noi, soprattutto dal suo contrario."

La capacità di elaborare il lutto di una delusione è un elemento significativo  della forza dell’io, tanto quanto l’incapacità di trasformare la perdita in una nuova opportunità di vita, assieme  ai  conseguenti atteggiamenti  distruttivi e autodistruttivi, ne testimoniano  la  sua  debolezza.

In questi casi l’individuo non riesce a disporre della sufficiente elasticità organismica necessaria a contenere e  partorire il proprio lacerante dolore,  per poi  aprirsi ad un nuovo giorno;  proprio come una partoriente atterrita che non può   coinvolgersi nello spasmo del travaglio della propria  nascente   creatura.

Rigidamente egli rimane attaccato al passato, mormorando e recriminando contro la sorte avversa o contro il presunto responsabile del proprio dolore portando costantemente acqua al mulino del suo essere  sclerotizzato. Sempre più incapace di pulsare  è costretto ad  alienarsi dal processo della vita, che di fatto è una costante trasformazione, e dunque un perenne  alternarsi di perdita  e  nuovi inizi.

L’uomo moderno è più che mai vulnerabile  e non sufficientemente equipaggiato nei confronti della protezione  dell’integrità della vita nelle proprie membra e nelle proprie  intime relazioni; risente del progressivo processo di devitalizzazione conseguente alla perdita di contatto  e identificazione  con quei misteriosi processi pulsanti e vibranti  che animano ogni ambito della natura compresa la sua.

Pseudo vita, pseudo sentimenti, pseudo relazioni si  insediano giorno per giorno producendo  esseri  stanchi, deboli e asfittici, cronicamente depressi e ammorbanti,  autentici portatori di infelicità,  incuranti di infettare persino le pianticelle più tenere che sono rappresentate dai bimbi, i quali avrebbero invece , tutto il diritto di  trovare appoggio in persone autonome e vitali .

Possiamo cogliere questa sofferenza in ogni dove, la  leggiamo  sui volti d'innumerevoli persone,  nei  loro occhi spenti privi di fiducia e speranza; la udiamo nei loro discorsi monotoni,  chiusi in se stessi, nelle parole impregnate di ipocrisia, negatività,  cinismo e amarezza.

Il senso di tradimento da parte della vita è un sintomo che si diffonde a macchia d’olio, viene ampiamente proiettato  nei confronti degli altri ma raramente viene considerato come espressione del proprio auto-tradimento generatore di sfiducia nella vita.

Questa perdita di fiducia è uno dei criteri di base nella diagnosi della depressione che sostanzialmente  può essere descritta come uno stato di perdita    di fiducia in se stessi e  nel proprio potenziale di autorigenerazione.

Ci sono persone che hanno subito prove durissime nella loro vita, eppure rimangono profondamente  aggrappate alla convinzione che la vita umana ha senso anche in situazioni esasperate e profondamente ingiuste  perché sono animate da  autentica fede:

 “Coloro che hanno una fede autentica si distinguono per una qualità che noi tutti riconosciamo: la grazia. Una persona che ha fede e aggraziata nei suoi movimenti perché la sua forza vitale scorre con naturalezza e liberamente attraverso il corpo. E' aggraziata nelle maniere perché non resta appesa al proprio ego e al proprio intelletto, alla propria posizione o al proprio potere. E' un tutt'uno con il corpo e, attraverso il corpo, con la vita intera e con l'universo il suo spirito è illuminato e risplende della fiamma intensa della vita che c'è in lei. C’è un posto nel suo cuore per ogni bambino, poiché questi rappresenta per lei il futuro;….ed ha rispetto per "gli anziani" perché sono la sorgente della sua esistenza e il fondamento della sua saggezza.”(1)

La vita con i suoi  drammi non è riuscita a cambiarli e renderli simili a zombies lamentosi e recriminanti, al contrario sono  persino in grado di essere di supporto agli altri riuscendo  ad infondere fiducia e speranza.

E' una  preziosa  abilità  che scaturisce   dalla capacità  di  percepire la vita  che scorre all’interno di noi,   di essere in grado di accettarla nella sua pienezza.  Il dolore è energia, è vita che  ha bisogno di correre come un fiume verso il mare,  quando ovviamente non si rifugia nelle comode anse di  vittima  ma riesce a collegarsi anche al dolore degli altri, al dolore della terra e soprattutto se  lo si accetta per quello che è : qualcosa che come tutto e come noi   prima o poi dovrà passare.
                                                                                                                                                                                                                                 A.I.D

(1) A. Lowen, "Il Tradimento del corpo


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HOMER SIMPSON- IL PROSSIMO PRESIDENTE USA

Il 17 dicembre del 1989 andava in onda per la prima volta quella che è stata definita la miglior serie Tv del secolo scorso, la definizione è del Time, sulla rete televisiva americana Fox : I Simpsons.

Narra, questa serie animata che oggi compie 22 anni e che è la più lunga sit-  com  e serie animata della storia della televisione americana, le vicende quotidiane di una famiglia della mid class americana. E’ ambientata a Springfiled, una cittadina americana scelta dall’ideatore dei Simpson, Matt Groening, perché Springfield è il nome più usato per le città americane. Solo quando uscì il film per il cinema, nel 2007, si è capito che si trattava della cittadina del Massacchusetts.

Il numero del magazine Time del 31 dicembre 1999 lo ha acclamato come "miglior serie televisiva del secolo". Il 14 gennaio 2000 lo show ha ottenuto una stella nella Hollywood Walk of Fame. È, a tutt'oggi, la più lunga sitcom e serie animata statunitense mai trasmessa. Come prova dell'influenza che lo show ha avuto nella cultura popolare, l'esclamazione contrariata di Homer Simpson, "D'oh!", è stata introdotta nell'Oxford English Dictionary.


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GRECIA: oltre alla crisi anche la depressione

Secondo il quotidiano Athens News la Grecia è al primo posto nell’elenco di Paesi europei in cui il tasso di suicidi aumenta più velocemente. La rivelazione del giornale ateniese, riporta i dati diffusi dal gruppo di volontariato «Get Involved» sulla prevenzione del suicidio in Grecia svoltasi venerdì nell’Università di Atene.


Il tasso di suicidi in Grecia è aumentato del 40% nei primi cinque mesi del 2011 e la tendenza all’aumento coincide con l’inizio della crisi economica. Gli esperti sottolineano, tuttavia, che le cause dei suicidi non sono necessariamente solo di natura finanziaria perché ci sono altri fattori come le storie di depressione o di problemi nei rapporti familiari. Secondo i responsabili della linea telefonica 1018, creata per dare aiuto agli aspiranti suicidi, le ragioni finanziarie sono state la causa più comune per i suicidi avvenuti dal 2007, anno in cui il centro ha iniziato ad operare, e quando la crisi non era ancora esplosa in Grecia.


Da quel momento, però il numero di chiamate alla linea telefonica si è quadruplicato. Il servizio ha ricevuto circa 2.500 chiamate nel 2010, mentre nei primi otto mesi di quest’anno hanno superato le 5.000. Sulla base di un recente studio pubblicato dalla prestigiosa rivista medica Lancet, i suicidi in Grecia sono aumentati del 17% nel periodo 2007-2009. Dopo la provincia dell’Attica (che comprende Atene), la maggior parte delle chiamate al 1018 sono arrivate dall’isola di Creta dove oltre 20 persone si sono tolte la vita negli ultimi 18 mesi

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ORA E SEMPRE

“La nostra società è dominata da gente folle che persegue scopi malati. Penso che veniamo gestiti da fanatici con obbiettivi fanatici, ed è probabile che sarò io a essere considerato pazzo per quello che sto dicendo. E’ questa la cosa folle”.
[ John Lennon ]

foto A.Iurilli Duhamel

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VEDI VIDI VICI e la caduta di stile di una paladina delle libertà

Non professionale, ancor meno che umana, ma soprattutto non appropriata, la reazione da cowboy del segretario di Stato USA  Hillary Clinton. L’alto ruolo della  notissima  paladina dei diritti e delle libertà, non poteva di certo lasciar spazio ad una mancanza di stile e di coerenza di  questo genere. Il lapsus   rischia  di tradursi  nel famoso granellino di sabbia che manda  all’aria gli ingranaggi della macchina, in questo caso quello della sua fulgida  carriera politica.

Gheddafi indubbiamente è stato un terribile tiranno ma la sua uccisione non risolve tutti i problemi  anzi ,ne solleva uno molto insidioso, circa la natura dei nuovi tiranni, la loro ipocrisia e le loro strategie più o meno occulte. La storia ci insegna che le rivoluzioni si sono spesso rivelate un turn over di tirannie, le catene sono rimaste intatte, hanno solo cambiato il nome di marca e spesso sono divenute così incarnite da non essere più percepite come tali da parte di chi incoscientemente le indossa.  L’umanità è assuefatta alla tirannia  molto più di quanto la consapevolezza comune possa  accettare, le ragioni sono molteplici e meriterebbero un approfondimento ulteriore; l’uccisione del tiranno di turno non serve in genere ad estirpare la radice del male fortemente insito nell’ infantilismo e nelle paure irrazionali che conducono i più a pagare qualunque prezzo compreso quello della capacità di guardare con i propri occhi pur di soddisfare il proprio bisogno di appartenenza e di illusoria protezione.

Non è sufficiente  ammazzare un tiranno, l’evoluzione dell’umanità verso il  traguardo della diffusione  di alti ideali umanitari basati sulla condivisione delle risorse e dei saperi è una strada difficilissima e lunghissima, quello a cui abbiamo assistito  grazie al tam tam dei media è pura  barbarie. Barbari gli assassini in preda all'euforia del bagno di sangue , barbara la reazione di Hillary Clinton.  Questi presupposti  paladini delle libertà civili andranno tenuti attentamente sotto osservazione, il loro ghigno volgare ha rivelato una natura tutt’altro che evoluta. A costoro andrebbe ricordato che la vita va sempre, rispettata, persino quella di un tiranno,  che la morte come la vita sono un grande mistero al di sopra di tutti noi, nessuno ne è padrone, possiamo solo umilmente prenderne atto, ma soprattutto che la morte non è mai una vittoria, e se per disperazione esseri umani giungono tali estremi , l’orrore che ne deriva è una perdita per tutti.

Il tianno Gheddafi nel momento in cui è stato catturato ha smesso di essere tiranno diventando un uomo inerme implorante pietà. Certo una pietà che lui non ha mai avuto probabilmente per nessuno , ma Hillary Clinton e i suoi assassini non hanno dimostrato di esserne a loro volta provvisti.

Il VEDI VIDI VINCI di questa signora che in quanto a  modi e  intenzioni lascia pensare a Dick Cheney o ai  Bush sr e jr,  è tutt’altro che una vittoria. Il futuro della nostra umanità si basa sugli equilibri, e i grandi equilibri dipendono dai   piccoli gesti. Essi sono gli indizi della  nostra intima natura e delle nostre reali intenzioni. Hillary Clinton è una fan di Giulio Cesare, sicuramente la sua fame di potere non poteva ispirarsi ad un personaggio migliore,  tuttavia Caio Giulio Cesare fu  un dittatore democratico, mentre Hillary Clinton, considerat da molti una icona liberale  sta rivelando giorno dopo giorno il suo   cuore dittatoriale. Il potere è una brutta bestia non solo può dare alla testa ma dopo averlo cercato con tutte le proprie forze può essere la causa principale della propria autodistruzione.

Gheddfi avrebbe dovuto comparire di fronte ad un un tribunale criminale internazionale, per fare luce su tutti i crimini da lui commessi non solo contro i libici ma anche contro il resto dell’umanità, comprese le persone coinvolte nella   tragedia  della Lockerbie. Insieme a lui molte altre teste sarebbero saltate dal momento che un tiranno non si muove mai da solo, è solo una metastasi ha bisogno di tumori in ogni organo per dichiarare vittoria totale ai danni di un tessuto integro e vitale.

La reazione di Hillary Clinton oltre a rivelare volgarità e meschinità, ha inaspettatante mostrato il lato non intelligente di questa lady di ferro che causa della suo smodato appetito di trionfo  rischia di alimentare ulteriormente, ai danni dei propri cittadini, l’immagine di una America vampira assetata di risorse altrui, perennemente  alla ricerca di pretesti per invadere il resto del mondo per potersi mantenere in piedi e continuare ad alimentare i propri deliri di onnipotenza.

Antonella Iurilli Duhamel

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GLI INDIANI D'AMERICA E IL RISANAMENTO DELL'ANIMA


Un indiano Taos Pueblo incontrò un giorno il più famoso discepolo di Freud,

Carl Gustav Jung, il quale era alla ricerca della propria ombra, e gli disse:
«I bianchi vogliono sempre qualcosa. Ma che cosa cercano?

I bianchi vogliono sempre qualcosa. Sono sempre inquieti, turbati.

Non sappiamo cosa vogliono. Non li comprendiamo. Pensiamo siano pazzi».

Nelle parole dell'indiano Jung trovò conferma di ciò che aveva già da tempo intuito:

il mondo dell'uomo bianco è Koyaanisqatsi, un mondo disarmonico, privo di equilibrio.


Un mondo malato al quale la saggezza degli Indiani d'America può recare giovamento.

Affinché l'uomo bianco possa vivere dentro le stagioni, nel cuore della vita, in armonia con se stesso e con la natura.

Nella cultura indiana il percorso di risanamento dell'anima ha delle tappe ben precise che devono essere rispettate: innanzitutto le quattro direzioni dei punti cardinali e, poi, il rapporto con la terra come madre dell'universo e con il cielo come dimora degli spiriti. Il processo si completa nel cerchio sacro, una forma che diventa il simbolo dell'armonia tra gli uomini e ciò che li circonda.
Questo viaggio senza fine, perché il miglioramento fisico, emotivo, mentale e spirituale non può mai essere completato, è lo scopo dell'esistenza di ogni Indiano.

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STERMINAZIONE PROGRAMMATA DI BAMBINI MOWAK IN NOME DI MADRE CHIESA

 Una enorme massa di scheletri  di bimbi Mohawk, è stata scoperta a Brantford Ontario  in Canada. La macabra sorpresa è stata resa possibile grazie all’esplorazione radar del terreno l'Istituto Mohawk, una scuola residenziale per Mohawk gestito dalla Chiesa d'Inghilterra e dal Vaticano prima della sua chiusura nel 1970.

Secondo il reverendo Kevin Annett, Segretario del Tribunale Internazionale per i crimini della Chiesa e Stati
www.itccs.org, l'Istituto Mohawk è stato "istituito dalla Chiesa anglicana d'Inghilterra nel 1832 per imprigionare e distruggere generazioni di bambini Mohawk. La scuola ha funzionato fino al 1970, e, come nella maggior parte delle scuole residenziali, più della metà dei bambini imprigionati non sono mai stati restituiti alle famiglie ,molti di loro sono sepolti tutti intorno alla scuola.

Per camuffare il genocidio ed
evitare il processo per genocidio e crimini contro l'umanità dalle Convenzioni di Ginevra i resti furono coperti con circa 20 metri di terra proprio prima della sua chiusura nel 1970.

A fine di ottobre a Bruxelles è previsto l’inizio del procedimento giudiziario avviare un procedimento giudiziario a partire a fine ottobre in Belgio e Dublino, in Irlanda per i crimini di genocidio contro l'umanità nei confronti degli imputati Elisabetta Windsor, capo di Stato del Canada, il capo della Chiesa d'Inghilterra,  papa Joseph Ratzinger, e di quanti abbiano concorso alla strage di questi disgraziati bambini.

Antonella Iurilli Duhamel


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DONNA NON RIEDUCABILE

Cinque anni sono passati dalla scomparsa di Anna Politkovskaja, ma nulla, in Russia ed Unione Europea, sembra essere cambiato. A Mosca, le violenze ai danni degli oppositori politici continuano, la censura ai danni della stampa libera e un dato di fatto oramai assodato, ed al Cremlino sta per ritornare per la terza volta Vladimir Putin: pronto alla terza presidenza per i prossimi sei anni – questa la durata del nuovo mandato – dopo l’interregno del fido Dmitrij Medvedev, destinato a rimpiazzarlo come Primo Ministro. Un futuro a tinte fosche, da cui, con i suoi articoli, la coraggiosa giornalista della Novaja Gazeta ha messo in guardia il Mondo: assidue cronache circa le barbarie commesse da un regime pericoloso non solo per i russi, ma anche per l’Europa tutta. Una superba capacità di lettura e di interpretazione, quella della Politkovskaja, che, fosse ancora viva, non esiterebbe a collegare il rigurgito imperiale di Mosca contro il popolo ceceno all’aggressione militare in Georgia dell’Agosto 2008, alle Guerre del Gas con Paesi Baltici ed Ucraina, ai rinati proclami di supporto all’Euroasismo dello stesso Putin e, sopratutto, all’aggressiva politica energetica, che cerca di mantenere la Russia una superpotenza politica, seppur economicamente in declino.

Complici di tutto ciò, le Cancellere occidentali che, in cambio di un modesto  sconto sull’oro blu, sono pronte a chiudere entrambi gli occhi dinnanzi alla violazione di democrazia e diritti umani in Russia e, sopratutto in data odierna, non riescono ad esprimere parole di ricordo di Anna: assassinata da sicari ancora ignoti, il giorno del compleanno di Vladimir Putin. Chi vive o, semplicemente, ha a che fare con l’Europa dell’Est, sa benissimo che certe circostanze non sono casuali. Così come chi è giornalista di professione, e crede veramente nel mestiere, non può restare in silenzio.

Dimenticare Anna sarebbe come rinnegare la propria libertà di parola: un diritto assodato in Europa, ma per nulla in Russia, dove chi, come la Politkovskaja, ha il coraggio di lottare per la verità viene giustiziato con cinque colpi di makarov nell’ascensore di casa propria, al ritorno dalla spesa.

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TERRORISMI


Oggi la 'carriera' di al-Awlaki è
finita. Ma restano tutte le perplessità sull'amministrazione Usa, che da
Bush a Obama sembra solo aver cambiato tattica, continuando a violare i
diritti di qualsiasi imputato. Con l'aggravante, rispetto a Obama, che al-Awlaki
era un cittadino Usa
. Nato e cresciuto negli stessi Stati Uniti, dove suo
padre aveva vinto una borsa di studio per un master in New Mexico. Al-Awlaki,
in possesso anche di passaporto Usa, ha studiato da teologo e ha
cominciato a predicare. Tornato in patria, nella provincia di Shawba, si
è sempre più radicalizzato.


Il presidente Usa Obama, secondo un'inchiesta del New York Times e
una del Washington Post, ha autorizzato i corpi speciali statunitensi
ad assassinare al-Awlaki
. Una vecchia conoscenza del Pentagono,
visto che poche ore dopo gli attentati a New York e Washington dell'11
settembre 2001, venne organizzata una cena nella sede del Dipartimento della
Difesa Usa
con una serie di imam e di musulmani statunitensi, nel tentativo
di recuperare i rapporti dopo le improvvide uscite dell'allora presidente Usa
George W. Bush. Al-Awlaki, a quella cena, è stato invitato. Ora è morto
e, come Osama, non potrà più raccontare nulla.


Può l’uccisione di Awlaki essere considerato un trionfo della politica
estera di Obama oppure una terribile sconfitta del suo conclamato ruolo di
paladino dei diritti umani e delle libertà civili?


opera A.Iurilli Duhamel 

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ILLUMINATI E SHOWBIZ

Da parecchio tempo circola voce riguardo agli “Illuminati”. Per molti di voi si tratta di qualcosa di “nuovo”. Il gruppo degli “Illuminati” è presente nella musica, tra i suoi celebri rappresentanti abbiamo primo tra tutti Jay-Z, che è spesso legato a forte simbolismo, nonchè Beyoncé, Rihanna, Kanye West e Lady Gaga!

Oggi vi presento tutta la simbologia di Lady GaGa, una che di satanico ha veramente molto anche senza star li ad analizzare troppo! Il post è a cura di “VigilantCitizen.com” ed è stato tradotto da “Informazione Libera e Vera” un blog molto interessante

(traduzione di un articolo di VigilantCitizen.com del 4 agosto dal titolo “Lady Gaga, the Illuminati puppet“)

Lady Gaga: il pupazzo degli Illuminati

Il simbolismo intorno a Lady Gaga è così evidente che ci si potrebbe chiedere se non sia solo uno scherzo. Il simbolismo degli Illuminati sta diventando così chiaro che analisi come questa rischiano di diventare un semplice esercizio per spiegare l’ovvio. La sua intera persona (che sia un personaggio finto o no) è un tributo al controllo mentale, nel quale l’essere superficiale, incoerente e mentalmente assente diventa un qualcosa alla moda.

lady gaga Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

Informazioni di background essenziali

“Cosa intendi con Illuminati?” Il termine “Illuminati” si riferisce ad una piccola èlite di persone che si incontrano tramite meeting come il Gruppo Bilderberg, il CFR (Council of Foreign Relations) e le Nazioni Unite per creare delle politiche internazionali che modellino l’economia, la politica e la religione. La filosofia spirituale degli Illuminati è basata sugli insegnamenti degli Ermetici (Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, Hermetic Order of the Golden Dawn), risalenti all’antico Egitto, ed è considerata un importante ramo della moderna massoneria. L’Illuminismo nacque nel 18esimo secolo e documenti ufficiali ne descrivono gli obiettivi sovversivi: cercare attivamente la creazione di un singolo governo mondiale (Nuovo Ordine Mondiale), l’eliminazione delle religioni organizzate e la creazione di un’unica moneta globale. I mass media vengono usati per modellare e influenzare l’opinione pubblica al fine di semplificare l’implementazione di questi progetti.

“Cosa intendi con controllo mentale”? Vi consiglio di cercare “progetto MK Ultra” per acquisire qualche informazione di base sull’argomento. Ecco un piccolo pezzo preso dalla sorprendentemente accurata Wikipedia:

Progetto MK-ULTRA, o MKULTRA, era il nome in codice per un programma di ricerca segreto della CIA sul controllo mentale, praticato dall’Office of Scientific Intelligence. Il programma iniziò nei primi anni ’50 e continuò almeno per tutti gli anni ’60, e usava cittadini degli Stati Uniti come soggetti. Le prove pubblicate indicano che il progetto MK-ULTRA includeva l’uso furtivo di alcuni tipi di droghe, così come altri metodi, per manipolare gli stati mentali degli individui e la loro funzione cerebrale.

Il progetto MK-ULTRA fu portato per la prima volta all’attenzione pubblica nel 1975 dal congresso statunitense, tramite investigazioni del Church Committee e da una commissione conusciuta come Rockefeller Commission. Gli sforzi investigativi furono ostacolati dal fatto che il direttore della CIA, Richard Helms, nel 1973 ordinò la distruzione di tutti i file relativi all’MK-ULTRA; le investigazioni del Church Committee e della Rockefeller Commission si basavano sulla testimonianza giurata di partecipanti diretti e su un relativamente piccolo numero di documenti rimasti dopo l’ordine di Helms.

Nonostante la CIA insista nel dire che gli esperimenti del genere MK-ULTRA siano stati abbandonati, un veterano che lavora da 14 anni nella CIA, Victor Marchetti, ha dichiarato in varie interviste che la CIA continua a condurre campagne di disinformazione e che le ricerche per il progetto di controllo mentale sono continuate. In un’intervista del 1977, Marchetti disse che i proclami della CIA riguardo l’abbandono dell’MK-ULTRA erano una “storia di copertura”.

Un ramo non ufficiale di quel progetto è chiamato “Project Monarch”. E’ una tecnica di controllo mentale che espone il soggetto ad un trauma così violento che la sua mente crea una dissociazione. Il cervello della vittima diventa compartimentalizzato ed emerge una nuova personalità, che viene influenzata ed educata dai manipolatori.

“Quando una persona subisce un trauma indotto da elettroshock, si evidenzia una sensazione di un leggero capogiro, come se si stesse gallaggiando o battendo le ali, come una farfalla. C’è anche una rappresentazione simbolica nella trasformazione o metamorfosi di questo meraviglioso insetto: da un bruco ad un bozzolo (letargo, inattività), ad una farfalla (nuova creazione) che ritornerà al proprio punto di origine. Questo è lo schema migratorio che rende queste specie uniche.”

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Simbolismo della farfalla

Durante la loro rieducazione, i soggetti vengono esposti a numerosi simboli, come alberi, ragnatele, maschere, labirinti, farfalle, ecc. Vengono loro mostrati anche alcuni film che contengono simboli specifici (o “stimolatori”, “triggers”) come “Il mago di Oz” e molti film Disney. Nello stesso modo in cui questi soggetti sono sottoposti a lavaggio del cervello e rieducati, i mass media conducono un progetto di controllo mentale su larga scala, che parte dalla nascita con i film della Disney e continua con il cinema di Hollywood e i video musicali.

“O mio Dio! Cosa ha a che fare questa cosa assurda con Lady Gaga? La adòro!!”

Quello che dobbiamo ricordare è il simbolismo che il progetto Monarch ha generato e il relativo uso nei mass media. Monarch è una specie di farfalla ed è diventato il simbolo fondamentale degli “addetti ai lavori” di controllo mentale. Il simbolismo intorno a Lady Gaga, nelle sue immagini e video, è un mix di questi simboli con l’occultismo di società segrete. La sua persona superficiale, robotica e leggermente degenerata, incarna tutti i “sintomi” di una vittima del controllo mentale. Vediamo cosa rappresenta Lady Gaga, partendo dalle basi: il suo nome.

Il suo nome

“Gaga” è un termine che si riferisce subito ad assenza mentale. Ecco alcuni sinonimi presi da un dizionario:

- Dato da una imbecillità allegra: testa-vuota, sciocco, capriccioso, frivolo, inconsistente, scervellato, imbecille, sbadato, stolto. Slang: stordito.
- Affetto da irrazionalità e infermità mentale: demente, pazzo, sciocco, stolto, disturbato, turbato, instabile, folle, alienato, mentecatto, maniac, maniacale, malato mentale, lunatico, perso, tocco, sbilanciato, malato, sbagliato.

“Gaga” probabilmente è la parola più facile da dire in inglese, dato che spesso è il primo suono emesso da un bambino che prova a parlare. Quindi, il suo nome praticamente dice: sono una ragazza (Lady) e ho la testa vuota (Gaga). Questa testa vuota può essere riempita con qualsiasi schifezza vuoi. Imitatemi, giovani. Questo stato mentale viene raggiunto dopo che il controllo mentale è andato a buon fine.

Il suo nome è anche ispirato alla canzone dei Queen “Radio Gaga”. Il video di questa canzone contiene molte scene dal film del 1927 “Metropolis”. Come abbiamo visto nell’articolo su Beyoncè/Sasha Fierce, il film narra la storia di una donna della classe lavoratrice che fu scelta dall’èlite per dare vita ad un robot, con un mix di scienza e magia nera.

lang metropolis Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

Scena tratta da Metropolis – Maria da le sue sembianze ad un robot. E’ una metafora per il controllo mentale? Da notare il pentagramma rovesciato, sullo sfondo: magia nera e satanismo.

Questo robot diventa un essere sexy e seducente e gli viene dato il compito di corrompere la classe lavoratrice. Riferimenti a questo film abbondano nei video musicali, come se fosse molto importante per l’èlite occulta. Madonna, Beyoncè, Kylie Minogue e tante altri hanno preso le sembianze di questo robot femminile. Come potete vedere nel video “Paparazzi”, anche Lady Gaga continua questa “tradizione”.

Il suo logo

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Il suo logo è piuttosto rivelatore e particolarmente adatto. E’ un corpo femminile senza testa con una saetta che l’attraversa ed esce dai suoi genitali. Ancora una volta, c’è un accento sulla mancanza di pensiero conscio per la cantante. Il corpo sembra uno di quegli strani manichini che si trovano nei negozi di abbigliamento. La saetta di luce implica che il suo corpo senza pensieri è stato “caricato” con una forza che gli da la vita (nota interessante: il controllo mentale basato sul trauma è spesso indotto attraverso l’uso di trattamento con elettroshock).

Simbolismo dell’All-Seeing Eye (L’occhio che vede tutto, ndM.)

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Basta guardare un paio di immagini o video di Lady Gaga per notare che nasconde costantemente uno dei due occhi. La maggior parte delle persone lo interpreterà semplicemente come “una cosa cool da fare” o una “cosa alla moda”. Quelli che sono passati attraverso l’abc del simbolismo degli Illuminati sa che l’occhio che vede tutto è probabilmente il loro simbolo più riconoscibile. Il gesto di nascondere un occhio, di solito il sinistro, risale a molto indietro negli ordini occulti. Ecco una spiegazione sulle origini dell’occhio di Horus.

Horus, il figlio di Osiride e Iside, era chiamato “Horus che regna con due occhi”. Il suo occhio destro era bianco e rappresentava il sole: l’occhio sinistro era nero e rappresentava la luna. Secondo il mito, Horus perse l’occhio sinistro dal suo fratello malvagio, Seth, che Horus combattè per vendicare la sua uccisione di Osiride. Seth strappò l’occhio ma perse il combattimento. L’occhio fu risistemato con la magia di Thoth, il dio della scrittura, la luna e la magia. Horus diede il suo occhio ad Osiride, che rinacque negli inferi.

-Dizionario dell’occulto

Una cosa è sicura: Lady è Gaga per l’occhio che vede tutto. (Lady Gaga è stupida e non conosce il simbolo dell’occhio che vede tutto, ndM.)

 Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

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LadyGaga PokerFace Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

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Quest’ultima immagine è molto significativa. Conferma il fatto che l’occhio chiuso è usato nel contesto del simbolismo esoterico. Il suo occhio sinistro è nella sua mano, in riferimento alla Mano di Fatima (occhio malvagio). Inoltre, non si può ignorare la somiglianza con il caro vecchio Baphomet.

Baphomet Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

Che dire di questa pubblicità? E’ possibile avere più occhi e piramidi di così?

I suoi video

Quasi tutti i video di Lady Gaga contengono simbolismo occulto e cenni neanche troppo celati al controllo mentale. Partiamo guardando un breve filmato usato come introduzione durante il suo tour.

Video introduzione del tour

Lady G parla in modo vago e robotico, come se fosse lobotomizzata, di un uomo che le “ha ingoiato il cervello”. Gaga viene interrogata da un uomo che parla in maniera molto strana ed ipnotica. Se questo non riguarda il controllo mentale, allora non ho idea di cosa possa riguardare.

Il video “Paparazzi”

(il video l’ho aggiunto io. Nell’articolo originale mancava, ndM.)

Questo video è pieno di simbolismo ma noi ci concentreremo sulla storia principale. Praticamente, descrive la caduta e risalita alla vetta di Lady Gaga, la quale, durante il processo, attraversa un’enorme metamorfosi.

papa1 Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

Lady è in camera con il suo ragazzo e “ci stanno dando dentro”. Da notare la trama massonica a scacchiera sul muro e una testa di ariete, che rappresenta il satanismo. Lui la porta fuori sul balcone (anche qui c’è la trama a scacchiera). Dopo aver notato delle macchine fotografiche, il ragazzo inizia a comportarsi in modo strano e la cosa si fa violenta. Alla fine lui spinge Lady Gaga giù dal balcone.

papa2 Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

Mentre cade, lo sfondo diventa una sorta di turbine, tipicamente associato all’ipnotismo. Lady Gaga cade con un certo stile, suggerendo il fatto che la sua discesa non è fisica. Rappresenta il cammino che le vittime del controllo mentale con trauma devono affrontare in modo da essere poi “ricostruite da zero”.

Quindi, Lady Gaga entra in un palazzo su una sedia a rotelle e, piano piano, si toglie tutti i vestiti.

papa3 Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

Lentamente inizia a camminare, con l’aiuto delle stampelle, come rappresentazione della sua rieducazione dall’èlite occulta (è dentro un palazzo). E’ vestita come un robot, accenno a Maria del film “Metropolis”, come abbiamo visto prima. In un’altra scena, vediamo Lady Gaga ballare in un vestito da sposa metà bianco e metà nero. Ciò significa la sua associazione (forzata) con la “Fratellanza oscura” (Dark Brotherhood). La sua trasformazione è quindi completa.

Dopodichè, la vediamo accanto al ragazzo che l’aveva buttata giù dal balcone.

papa4 Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

E’ vestita come Topolino, ennesimo accenno al programma Monarch. Si comporta in modo molto robotico, come se i suoi pensieri e le sue azioni fossero controllate da qualcun altro. Gaga, quindi, avvelena il ragazzo e sorride in maniera molto strana a riguardo. Il fatto che abbia ucciso il suo ragazzo si riferisce al livello “Delta” del progetto Monarch, conosciuto anche come la programmazione “killer”. Ecco una descrizione.

DELTA. E’ conosciuta come programmazione “killer”, sviluppata originariamente per addestrare agenti speciali o soldati d’èlite (ad es. Delta Force, First Earth Battalion, Mossad, ecc.) per operazioni di copertura. I soggetti sono privi di paura e sono molto sistematici nel portare a buon fine gli ordini. A questo livello vengono inculcate le istruzioni di auto-distruzione o suicidio
-Dr. Corydon Hammond, Project Monarch Programming Definitions

Dopo aver portato a termine la sua missione omicida, Lady Gaga è più popolare che mai e raccoglie le gratifiche dell’essere una schiava degli Illuminati.

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Letteralmente legata dagli Illuminati.

In conclusione

Lady Gaga è una ragazza-poster per il controllo mentale degli Illuminati, un pupazzo che incarna esattamente quello che il pubblico rappresenta agli occhi di questa èlite: droni senza cervello, manichini, robot controllati a distanza, degenerati ipnotizzati incapaci di pensare coerentemente. D’altro canto, il suo simbolismo è profondo, esoterico e perfino spirituale. L’aspetto paradossale di Lady Gaga è qualcosa che merita di essere analizzato e capito. Mentre masse di giovani imitano la persona senza cervello di Gaga, il simbolismo sovversivo che circonda la sua arte riesce a raggiungere il subconscio dei fan. Non è l’anticristo, comunque (è l’ultima che ho sentito). E’ solo una delle tante popstar che manda questo genere di messaggi al pubblico. In combinazione con i film di Hollywood, show televisivi e pubblicità, i media stanno programmando le giovani menti affinchè pensino ed agiscano in una maniera specifica.

Qual’è il tuo parere sulla questione, Lady Gaga?

lady gaga eh eh nothing else i can say Illuminati: La Setta dietro la Musica   Parte 1 Lady Gaga

da  anbunk.com

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LA VITA E' INAFFERRABILE


"E' importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. Riempie la vita di qualcosa d'impersonale, di un numinosum.


Chi non ha mai fatto questa esperienza ha perduto qualcosa d'importante. L'uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili, e non solo quelle che accadono nell'ambito di ciò che ci si attende.


L'inatteso e l'inaudito appartengono a questo mondo. Solo allora la vita è completa.


Per me, fin dal principio, la vita è stata infinita e inafferrabile..."




Carl Gustav Jung - Ricordi, Sogni, Riflessioni


opera A.Iurilli Duhamel 

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LA FUGA MAGICA

"La fuga è uno degli episodi favoriti dei racconti popolari, ove essa si sviluppa in molte forme vive ed incisive... Molto spesso, il fuggitivo, durante la fuga magica, dispone dietro di sé degli oggetti che ritardano gli inseguitori.


I Maori della Nuova Zelanda raccontano di un pescatore che un giorno ritornato a casa, scoperse che la moglie aveva ingoiato i loro due figli. La donna giaceva sul pavimento e si lamentava. Il marito le chiese cosa avesse ed ella rispose che si sentiva male. Le chiese allora dove fossero i bambini ed ella rispose che se n'erano andati. Ma l'uomo comprese che mentiva. Con il suo magico potere la costrinse a vomitare i figli, i quali uscirono dalla gola della moglie sani e salvi. Il pescatore aveva ormai paura della moglie e decise di fuggire con i bambini al più presto.


Quando l'orca uscì a prendere l'acqua, il marito, col suo magico potere, fece sì che il fiume si ritirasse sempre più davanti a lei, così che ella fu costretta a camminare a lungo. Poi, con una mimica appropriata, dette istruzioni alle capanne, ai rami degli alberi che crescevano vicino al villaggio, alle fogne ed al tempio vicino alla collina, perché rispondessero per lui a sua moglie quando sarebbe rientrata e lo avrebbe chiamato.

Salì con i due figli sulla canoa e partì. La donna tornò a casa e, non trovando nessuno, cominciò a chiamare. le rispose per prima la fogna. La donna si avviò in quella direzione e chiamò di nuovo. Le risposero allora le case e, poi gli alberi. Uno dopo l'altro, le risposero tutti gli oggetti circostanti, ed ella corse, sempre più inquieta, in tutte le direzioni.

Ben presto fu stanca e cominciò a disperarsi e a singhiozzare, ed infine comprese d'essere stata giocata. Si diresse velocemente verso il tempio in cima alla collina e cominciò a scrutare il mare, dove la canoa era oramai soltanto un puntino all'orizzonte."

"L'eroe dai mille volti" di  Joseph Campbell)

foto  "Possibili Universi" di A. Iurilli Duhamel

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LICENZIARE I PADRETERNI

I politici politicanti italiani, quelli che un liberale cristallino come Luigi Einaudi attaccò scrivendo che occorreva "licenziare i Padreterni", sono sordi. Non riescono a capire. Non riescono a vedere, chiusi nel loro fortilizio autoreferenziale, l'insofferenza montante dei cittadini di un Paese in affanno che vive, come dice Giorgio Napolitano, "un angoscioso presente". Sono così abituati ai privilegi, all'abuso del potere, all'impunità, da non rendersi conto che la loro sordità mette a rischio non solo il decoro e la credibilità delle istituzioni ma alla lunga il nostro bene più prezioso: la democrazia. Quattro anni dopo La Casta, gli autori che prima e più di tutti ne hanno denunciato gli sprechi, le ingordigie e le prepotenze smascherano punto per punto i tradimenti delle promesse di sobrietà. E l'inadeguatezza di una classe politica che, nonostante l'impegno e la generosità di tanti parlamentari e amministratori perbene e generosi, non riesce a essere davvero classe dirigente. E offre segnali di un distacco rischioso tra chi governa e chi è governato. Un'invettiva civile d'amore per l'Italia e per la politica migliore. Nella speranza di un riscatto.

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VIE DI MEZZO


Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

(Antico detto orientale)

Vivendo con attenzione la vita, 
guardandosi intorno, osservando, scrutando il mondo attraverso la lente della 
complessità del tutto guardare solo il dito o la luna diventa riduttivo. 
Diventa utile e necessario saper guardare, a seconda dei contesti e delle 
situazioni, uno, l'altro e oltre. La luna simboleggia le cose grandi, il 
globale, la collettività, mentre il dito simboleggia il piccolo, i particolari, 
il personale e soggettivo. A volte è necessario guardare la luna e a volte il 
dito ma, sarebbe meglio riuscire a guardare entrambi, facendo emergere, ogni 
volta, l'aspetto necessario e lasciando l'altro sullo sfondo, come a voler 
ricordare che esistono entrambi i punti di vista.

Ampliando 
ancora il discorso si potrebbe dire che:

"Quando 
il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

Il romantico 
guarda la luna e si riempie d'emozione.

Il razionale 
guarda la luna e si chiede quanto sia lontana.

Il viscerale 
guarda lo stolto e s'incazza.

Il mistico 
guarda il dito e dice «Sta indicando la luna».

Il saggio 
guarda tutti e si chiede com'è che ogni volta nessuno nota che il cielo è 
terso?"

Quindi i punti di vista sono tanti 
e diversi e offrono prospettive e visioni differenti, alcune soggettive, altre 
oggettive, di cui bisognerebbe tener sempre conto in ogni situazione ma, c'è 
anche da dire che, a seconda dello stato d'animo in cui ci si trova, si cade in 
una visione o l'altra.

Volendo 
specificare meglio, si può ancora dire che se uno guarda solo il dito è come un 
topino che, tutto quello che può vedere è solo ciò che ha davanti al muso, una 
visione limitata, bassa, piccola, mentre, per contro, se si guarda solo la 
luna, le cose grandi, macroscopiche, i grandi sistemi, si rischia di perdersi i 
particolari, la vita, la visione pratica delle cose, per questo è necessario 
saper cogliere entrambi, saper vedere lontano, rimanendo ancorati a terra, 
volare come l'aquila che, dall'alto, ha una panoramica ampia, generale delle 
cose, pur vedendone i particolari, visto che, si sà, ha una vista formidabile.


E ancora, l'aquila sta a metà tra cielo e terra, può librarsi in cielo e 
muoversi "a terra", in equilibrio tra l'uno e l'altro ma, non basta. 
Tra la luna e il dito c'è tutto quanto il resto del cielo, tutto quello che 
rimane sullo sfondo sempre, senza che ce ne accorgiamo mai, a meno ché non 
facciamo un lavoro d'introspezione e miglioramento su noi stessi attravero la 
conoscenza e l'esperienza di noi stessi e del mondo: un lavoro di precisione, 
di cesellatura, profondo, formato da incontri e connessioni tra opposti, dove i 
contrari diventano spinte creative.

Del resto il pensiero si forma per coppie, 
ha una struttura binaria, dove la singola parola agisce solo se ne incontra 
un'altra che la stimola, la provoca e la costringe ad uscire dai binari e a 
scoprire nuove capacità significative. Dove lo scontro tra opposti genera il 
singolo elemento, perché non esistono concetti a sé stanti ma, solo binomi di 
concetti e per avere una visione globale e particolareggiata di tutto è 
necessario guardare prima il dito, poi la luna ed infine ciò che ci sta in 
mezzo.

 

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E' SOLO LA MADRE DEI CRETINI AD ESSERE SEMPRE INCINTA?


I fatti, più o meno, si svolsero in questo modo: man mano che la Torre s’innalzava nel cielo i manovali si misero a discutere su chi era l’architetto che aveva ordinato quella strana costruzione; dapprima molti lo riconobbero dicendo che era figlio di un tale padre anch’egli molto appassionato di costruzioni verticali.

Quando però, dopo molti anni di lavori accaniti, la Torre raggiunse un’altezza di un certo rilievo, gli stessi manovali cominciarono a dimenticare chi era stato quell’architetto di cui anni prima conoscevano vita e miracoli, cominciarono a vociferare che era un ignorante e un pazzo e, strano che possa sembrare, a mano a mano che queste dicerie si diffondevano tra i manovali molti ci credettero e si chiesero che razza di lavoro stavano facendo alle dipendenze di un simile individuo svitato e poco affidabile.



Pian piano l’architetto perse dunque la sua autorità sulla costruzione della Torre di Babele, anche perché nel frattempo si era ammalato, e tutta la gran massa dei lavoratori, influenzati negativamente da queste dicerie campate in aria e fondate soltanto sull’invidia e sull’odio verso una persona in possesso di immense conoscenze architettoniche, abbandonarono pian piano l’impresa, che di conseguenza venne lasciata a metà.



Avviene sempre così nella vita: per invidia si comincia con le dicerie, si cominciano a dire le cose più strampalate sul conto di una persona perbene e dotata magari di cognizioni superlative non in riga con l’ignoranza dominante e alla fine si finisce per svilire totalmente la sua personalità e a definirla addirittura mentalmente “disturbata” quando non addirittura folle e indegna. A questo porta l’invidia e l’ignoranza……

Vipon 

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L'ETA 'DELL'INNOCENZA DURA SEMPRE DI MENO

Il business system, avendo strumentalizzato sessualmente i corpi di donne e uomini fino all’esaurimento, prende sempre più spesso di mira giovanissimi modelli, addirittuura bambini sapendo bene quello che fa per tirar su le vendite.

La polemica si è accesa a riguardo della   giovanissima modella Thylane Lena Rose Blondeu recentemente apparsa in posa sexy sul famosissimo magazine Vogue Paris.

Ritorna alla mente una giovanissima Brooke Shields strumentalizzata nelle campagne di moda di Calvin Klein, questa volta però si è alzato notevolmente il tiro, la bimba in questione ha solo dieci anni, c’è solo da chiedersi quanti ne ha veramente sua madre. Poi ci si stupisce che ci sia tanta devianza sessuale e che i  bambini siano presi di mira.

Intanto una rivista a diffusione internazionale, emblema di eleganza e bellezza è caduta veramente in basso macchiandosi di uno dei gesti più volgari: utilizzare sessualmente l'immagine di un bambino per i propri  luridi scopi.

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I PRIMI 100 ANNI DEL GENIO DELLA COMUNICAZIONE: MARSHALL MC LUHAN

Molti canadesi lo ritengono il Leonardo del loro Paese e dei nostri tempi. Marshall McLuhan, il teorico della comunicazione, l’esperto di media, il filosofo, il critico letterario, l’esperto di letteratura inglese, l’educatore, ma soprattutto colui che seppe prevedere, con trent’anni di anticipo, la creazione del cyber-spazio, il sorgere di un “villaggio globale” (termine da lui inventato) e la nascita del world wide web, nasceva cento anni fa, il 21 luglio 1911 a Edmonton, in Alberta, e oggi e nei prossimi giorni il Canada e l’intero mondo si prepara a commemorarne la nascita (McLuhan è morto a 69 anni, nel 1980).

Ricercatori e studenti di campi assai diversi si sono prima o poi imbattuti in alcuni dei concetti di McLuhan, che hanno avuto la capacità di lanciare un taglio di luce differente su problemi noti da tempo.

La nozione forse più famosa di tutte è quella che recita: “il medium è il messaggio” e viene studiata nelle scuole di giornalismo e di scienze della comunicazione almeno quanto gli studi sulla prospettiva di Giotto, Brunelleschi e Leon Battista Alberti sono studiate nelle facoltà di architettura. “Il medium è il messaggio” significa che la natura di un mezzo di comunicazione (il medium, appunto, ossia il canale di trasmissione di un messaggio) conta più del senso o del contenuto del messaggio stesso, poiché lo influenza. L’esempio oggi sotto gli occhi di tutti, è Internet: il modo elettronico e rizomatico in cui noi tutti comunichiamo nel web è molto più sovversivo di ciò che in effetti diciamo nelle nostre email o blog, e potete chiedere conferma ai dittatori dei vari regimi che sono caduti o stanno cadendo proprio a causa di questa verità.

Il principio “il medium è il messaggio” fu introdotto per la prima volta nel saggio Understanding Media: the Extension of Man (1964) e molti ricordano anche il geniale esempio usato da McLuhan per rendere più comprensibile il suo concetto: il pensatore parlò del bulbo di una lampadina, un tipico esempio di medium privo di contenuto, tuttavia in grado di creare un immenso effetto sociale e psichico, squarciando le tenebre con la sua luce e permettendo un’infinità di attività impossibili al buio. “La lampadina accesa crea un ambiente attraverso la sua mera presenza“, scrisse McLuhan, e lo stesso principio lo applicò alla televisione: la sua presenza, quando in funzione, crea un ambiente sociale a prescindere che trasmetta programmi per bambini o scene di guerra e violenza. La televisione ha un grado di coinvolgimento del pubblico che è sempre lo stesso, molto impegnativo, in grado di assorbire completamente lo spettatore. Per questo la tv venne definito da McLuhan “un medium freddo”, perché richiede un grado di partecipazione maggiore rispetto, per esempio, alla radio (un “medium caldo”) che invece offre la possibilità di un maggiore distacco da parte dell’ascoltatore.

Ma nella definizione di “medium” McLuhan include non solo il bulbo di una lampadina, la televisione e la radio, ma anche i giornali, il linguaggio, perfino le automobili e “qualunque nuova tecnologia, qualunque estensione di noi stessi” in grado di fornire indicazioni su come noi percepiamo il mondo circostante.

Il contributo di McLuhan alla teoria della comunicazione non è certo l’unico aspetto dei suoi studi. McLuhan nel 1951 pubblicò un volume intitolato The Mechanical Bride: Folklore of Industrial Man che sostanzialmente gettò le basi di un nuovo campo del sapere, oggi noto come “cultura popolare”. Tradotto in italiano come La sposa meccanica, il volume è un’antologia di saggi che possono essere letti in qualunque ordine, secondo lo stile della scrittura a mosaico. Ogni pezzo trae spunto dalla citazione di un articolo di giornale o di rivista, o da un annuncio pubblicitario, seguito dall’analisi testuale, contenutistica ed estetica proposta da McLuhan. L’autore non solo offre la sua interpretazione, ma analizza anche il rumore sociale, ossia il tipo d’impatto che quel dato annuncio o articolo può avere nei confronti del pubblico verso il quale è proprio indirizzato.

Altro testo iper-famoso è The Gutenberg Galaxy: the Making of a Typographic Man (1962) nel quale McLuhan spiega come la tecnologia della comunicazione (dall’alfabeto all’invenzione dei caratteri a stampa, fino ai media elettronici) ha influito sulla organizzazione cognitiva dell’uomo, che a sua volta ha determinato cambiamenti epocali nella sua organizzazione sociale.

Il Corriere Canadese ha recentemente intervistato Robert K. Logan, del McLuhan Legacy Network, e autore del recente saggio Understanding New Media: Extending Marshall McLuhan sui contenuti del festival per il centenario dalla nascita del grande pensatore canadese. Il programma è davvero esteso e prevede conferenze, convegni, programmazione speciale sulla CBC, proiezioni nelle fermate della metropolitana di Toronto e interessa davvero tutto il “villaggio globale”, con eventi celebrativi anche a Berlino, Copenaghen, Bruxelles, Bologna, Barcellona, Montevideo, Argentina, Polonia. In Nord America ci saranno manifestazioni a Winnipeg, Edmonton e New York.

Marshall McLuhan è stato capace di predire praticamente ogni aspetto dei media digitali che conosciamo oggi“, ha spiegato Logan al Corriere Canadese, “ha previsto l’arrivo di Internet, il fenomeno del crowdsourcing, l’esistenza degli smartphone, di qualcosa come Wikipedia. Ha previsto che l’economia sarebbe stata guidata dalla conoscenza, che i giovani non sarebbero più stati interessati a un lavoro ma a un ruolo, non passando più la propria vita all’interno della stessa compagnia ma muovendosi dall’una all’altra. E’ stato capace di prevedere il mondo così com’è 30 anni dopo la sua morte e abbiamo ancora molte cose da imparare da lui per quel che riguarda l’ecosistema dei media oggi“.

Anche la stampa di tutto il mondo sta celebrando i 100 anni dalla nascita di McLuhan, con inserti speciali da parte di Newsweek, Time Magazine, The New York Times, The Globe and Mail (con un bell’articolo dello scrittore Douglas Coupland), The Toronto Star fra le altre. Forse la celebrazione più eccentrica è venuta dalla rivista Wired, che ha addirittura nominato il guru del villaggio globale come il suo nuovo “santo patrono“.

da Anelli di fumo

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OMOSESSUALITA E LEGGI AD PERSONAM

Se omossessuali transgenders e quant’altro, pretendono che la discriminazione sessuale venga considerata un aggravante, cosa dovrebbero dire allora  le donne , i bambini, gli animali, le minoranze politiche, i negri, i meridionali, gli extracomunitari, i terroni, gli sfigati senza lavoro e soprattutto gli invalidi e i disagiati mentali e tutti coloro che ogni istante si trovano a subire i più forti in nome di una falsa discriminazione, che altro non è che un alibi fasullo?

La Carfagna è indignatissima perché come ministro delle pari opportunità non poteva farsi scappare questo bell’introito di voti da parte di una forza politica in cammino che vuole sempre di più cominciare a dettare legge, anche se già lo fa in molti settori

La parità non esiste la vita è ingiusta e lei la nostra opportunista ministra ne è l’emblema più famoso.

La legge dovrebbe essere uguale per tutti e le presunte aggravanti dovrebbero essere considerate solo per i più  vulnerabili, vale a dire: bambini , natura, animali, malati chiunque veramente non sappia difendersi,  vere vittime di questo mondo pieno di ipocrisia e falsità.


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SESSO BUGIE E IGNORANZA

Cinque anni fa Domininique Strauss-Khan dichiarò di essere orgogliosa di suo marito soprannominato chaud lapin, riferendo che quel grande seduttore di suo marito Klaus sarebbe stato avvantaggiato da queste qualità in politica.

oggi Carmen Llera Moravia afferma che  il gattone sarebbe un innocuo micio.

Finche esisternno donne che colludono col potere e la menzogna in questo modo indecente, ci sarà ben poco da sperare.

Chissà perché i nostri media non hanno dato nessun risalto a questo articolo?

CONTINUA SU : TIME


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E' MOLTO PIU' DIFFICILE UCCIDERE UN FANTASMA CHE LA REALTA

E' molto più difficile uccidere un fantasma che la realtà.

 Virginia Woolf 

Le foto delll'uccisione di Osama Bin Landen, si o no? Alla fine Obama decide per il no perché  cruenti,  almeno questa pare essere la motivazione ufficiale. Tuttavia a questo punto, sarà inevitabile  alimentare vari fantasmi, e soprattutto dubitare della realtà, (non che prima fosse più chiara).  A chi poi sia stato veramente funzionale  Bin Laden è un  fatto più scuro della sua pelle.

Intanto a New York va  in scena  " The Tallest Building in the World,  una commedia di  Matt Schatz, in cui tre personaggi: un ingegnere, un architetto e un dirigente della Port Authority. hanno un’idea ambiziosa e monumentale, quella di progettare e costruire l’edificio più alto del mondo. Sono gli anni sessanta, e il World Trade Center è un sogno vago e luminoso.

Prima di trasformarsi in  un incubo, le Twin Towers sono state un grande sogno! 

Intanto l'esecuzione di Bin Laden ha confermato nuovamente la su atetralità, anche se rimane ancora in dubbio che la missione in Afghanistan sia conclusa. 


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DISCORSO ALL'UMANITA'

«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato.

Uniamoci tutti! Combattiamo tutti per un mondo nuovo, che dia a tutti un lavoro, ai giovani la speranza, ai vecchi la serenità ed alle donne la sicurezza. Promettendovi queste cose degli uomini sono andati al potere. Mentivano! Non hanno mantenuto quelle promesse e mai lo faranno. E non ne daranno conto a nessuno. Forse i dittatori sono liberi perché rendono schiavo il popolo. Combattiamo per mantenere quelle promesse. Per abbattere i confini e le barriere. Combattiamo per eliminare l’avidità e l’odio. Un mondo ragionevole in cui la scienza ed il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!»

Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi comandano e che vi disprezzano, che vi limitano, uomini che vi dicono cosa dire, cosa fare, cosa pensare e come vivere! Che vi irregimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie! Voi vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchine con macchine al posto del cervello e del cuore. Ma voi non siete macchine! Voi non siete bestie! Siete uomini! Voi portate l’amore dell’umanità nel cuore. Voi non odiate. Coloro che odiano sono solo quelli che non hanno l’amore altrui. Soldati, non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate che nel Vangelo di Luca è scritto: «Il Regno di Dio è nel cuore dell’Uomo».

Charlie Chaplin. IL GRANDE DITTATORE

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STORIE DI ORDINARIA BARBARIE

I giornali sono pieni di volgarità, la gente si insulta ovunque con la massima disinvoltura, intolleranza e distruttività; mancanza di dignità, prevaricazione e bassi istinti riempiono i mezzi di comunicazione. Quando non sono le ‘guerre sante’ ad essere addotte come alta motivazione, si passa ad altri “ismi” politici, sessuali, razziali, sociali e chi più ne ha più ne metta.

Ci si illude che queste distinzioni siano motivazioni reali; si crede ancora che esistano differenze reali tra religioni, sesso, destre e sinistre, conservatori e liberali in generale, e nello specifico in Italia (dove di certo la nostra forma di democrazia non ha mai avuto i mezzi per maturare ed evolversi) al contrario, si è sclerotizzata come un vecchio bambino incapace di trasformarsi e rinnovarsi.

Purtroppo alla faccia di tutti i movimenti rivoluzionari dobbiamo ammettere che il nostro paese si basa tuttora, su antichi privilegi, sulla costante prevaricazione e sulla tendenza ad abusare dei diritti umani, tanto nel sociale quanto nel privato, in realtà ad una forma di totalitarismo ne sono susseguite altre e la storia sembra andare avanti.

Siamo ben lungi dall’aver maturato l’idea che la civiltà dipende dal benessere dei molti e non dei pochi, che i diritti civili e gli equilibri delle forze sono il prerequisito di base per una corretta integrazione degli opposti.

Esiste una innegabile intolleranza che puntualmente da luogo ad esplosioni di violenza verbale e fisica; sempre più spesso non ci si cura più di chi sta a guardare impotente, compreso i bambini.

Kant affermava che senza rispetto non è possibile nessuna altra forma di virtù; ogni civiltà degna di essere chiamata tale si basa sulla consapevolezza che non possiamo avere nessuna possibilità di dignità lì dove questa viene a mancare nei confronti degli altri. In questo mondo possono esistere situazioni drammatiche dove in guerra, o per legittima difesa, può diventare tragicamente necessario colpire un uomo, ma anche in questi casi non dovrebbe essere lecita la mancanza di rispetto, nemmeno nei confronti di un colpevole, cui giustamente venga comminata una grave pena.

La visione psicotica e narcisistica della realtà non ci consente la percezione di vivere intimamente collegati l’un all’altro e con l’intero universo, e non ci rende lampante che chi insulta ed offende non fa altro che autodelegittimarsi e autosabotarsi; perché oltre a negare l’esistenza di un Se collettivo, si autocondanna a far parte di quella schiera di persone che secondo il vecchio codice cavalleresco non avevano i requisiti per poter essere sfidati a duello, vale a dire persone senza onore.

Ma parole come onore, cavalleria, integrità sono parole fuori moda e ne abbiamo avuto una sgradevole dimostrazione da parte di certi parlamentari e ministri che negli ultimi giorni hanno dato una ampia dimostrazione della loro carenza civile ed umana, totalmente inconsapevoli del luogo e del ruolo rivestito, ma soprattutto della responsabilità che questo incarico pubblico comporta. Come se tutto ciò non bastasse, abbiamo dovuto assistere al un parlamentare che ha offeso senza ritegno una sua collega ignorando che si trattava di una donna collega e per giunta già offesa dalla natura: dunque è stato come sparare sulla Croce Rossa.

Di fronte a tale sfoggio di barbarie il sommo poeta avrebbe detto "...rispondere si vorrebbe non con le parole ma col coltello a tanta bestialitade..."(1).

Tutti gli esseri umani sono capaci di violenza, per fortuna non tutti ne sono schiavi. Gli esseri umani di oggi sono il risultato di un lungo processo evolutivo ed il loro cervello condivide con i rettili del Carbonifero quello che il neurologo Paul Mc Lean definisce il “cervello rettile”, caratterizzato da una presenza massiccia di aggressività, sesso, potere, paura, materialismo sfrenato; dall’inclinazione gerarchica al dominio ed alla sottomissione; insomma una collezione di istinti molto bassi che scatenano risposte altrettanto primitive.

Per fortuna però siamo anche dotati di altri due cervelli: il “limbico”che condividiamo con i grandi dinosauri di milioni di anni fa, mammiferi in grado di sentimenti di empatia, emozioni: piacere e dolore, amore e odio, rabbia e attrazione, speranza e sconforto, nonché di sentimenti sottili come la gentilezza e la dedizione, la compassione, la tendenza alla cooperazione e all’unione disinteressata ed il “neocortex” sviluppato in epoche più recenti attorno al cervello limbico, sede delle funzioni intellettuali e cognitive, della razionalità, dell’analisi e della facoltà decisionale. Il suo potenziale superiore è ancora in gran parte inespresso, ed è usato soprattutto per permettere al cervello rettile di mettere in atto strategie e comportamenti più efficaci.

Istinto, sentimento ed intelletto, sono tre aree cerebrali indipendenti con funzioni diverse e in grado di dominarsi reciprocamente.
Purtroppo quello che vediamo accadere intorno a noi ci fa chiaramente comprendere in senso globale che il cervello rettile primitivo sta dominando sugli altri, esprimendo livelli evolutivi inferiori caratterizzati dalla ricerca del piacere fisico e del potere sociale. Sostenuto in questo dall’emisfero razionale, che privato del suo potenziale superiore, induce all’egotismo e al controllo calcolato.

Drammaticamente l’imperativo territoriale proprio del cervello rettile si rispecchia nel geo-sentimento, ovvero nell’amore esclusivo per la propria terra, fonte perniciosa di molti problemi sociali e politici del mondo, giustificando guerre ed eccidi di ogni tipo. Ad esso si accompagnano la geo-religione, la geo-economia, la geo-sociologia e la geo-politica; tendenze che costringono la mente umana entro limiti ristretti e riduttivi, gettandola nella schiavitù del dogma e della superstizione, condannandola al gruppismo, al sessismo, al castismo, al comunalismo, al regionalismo e al nazionalismo, accendendo gli animi e facendo sfociare questi impulsi individuali e collettivi nel razzismo e nella violenza distruttiva che vuole a ogni costo annientare il diverso da sé. Una mentalità che oscura il flusso dell’intelletto e genera antagonismo sociale e paura senza soluzione di continuità.

Si tratta di sistemi che sostengono esclusivamente interessi di parte che bloccano il progresso globale dell’umanità, sistemi che mirano a creare divisione e ignoranza pietosamente polarizzati da una parte arcaica del cervello, quello rettile, caratterizzato dalla ricerca esclusiva di potere e controllo culturale, economico e politico, di una parte dell’umanità sull’altra, di una specie su tutte le altre, ponendo l’uomo al centro del suo mondo come dominatore assoluto, dando luogo ad una catena infinita di cause-effetti che ha le sue radici nell’ignoranza e nel prevalere di un sentimentalismo territoriale che diventa odio, di una religiosità che diventa fanatismo, di un potere economico che diventa sfruttamento e annientamento di interi paesi, di un’orgoglio razziale che diventa persecuzione;

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”(2)

diceva il sommo poeta, ma per far questo l’umanità ha bisogno di evolvere il proprio cervello e di conseguenza i propri valori ed obiettivi.
Abbiamo bisogno di cambiamenti, di un affinamento della nostra umanità. Siamo disgustati dalla volgarità prepotente dei più forti e non vogliamo essere trascinati in basso da un sistema vecchio milioni di secoli.
La ricchezza è ancora nelle mani di pochi e questo squilibrio sta mandando il pianeta in delirio; abbiamo bisogno di condividere sentimenti e ideali comuni e di nuovi leaders che sappiano farsi carico dei bisogni della collettività e non solo delle loro accolite; che siano in grado di distribuire il benessere e l’aiuto ai più sfortunati per garantire una vita dignitosa a tutti .

Antonella Iurilli Duhamel
opera A.Iurilli Duhamel, 2010







(1) Dante Alighieri, Convivio, IV, XIV, 11
(2) Dante Alighieri, La Divina Commedia , canto XXVI

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DON'T GIVE UP EVER!



When everything seems to go wrong

When you're climbing heavy hills,

When resources are scarce and you have many debts,

When you want to laugh but you can only cry,

When Life puts you down,



Rest if you can but don't give up.



Success is failure turned inside out,

No one can tell how far you are from your goal,

Somentimes it seems far away but in reality is much closer.

So clench your fists and keep climbing your hill

When life goes wrong

Dont give up

EVER!



To everybody who fights for life and its higher ideals

W JAPAN!



Antonella Iurilli Duhamel

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CAMBIARE FA PIU' PAURA CHE MORIRE

A volte siamo pervasi da un meraviglioso senso di rilassamento e di calma, ci sembra che ogni cosa abbia la sua giusta collocazione,l’assonanza è perfetta.

A seconda della nostra formazione e della nostra forma mentale, ricorreremo a diverse spiegazioni per rendere l’essenza di questi momenti.

La scienza direbbe: siamo di fronte a un riequilibrio dei livelli di serotonina nel nostro cervello, il che giustifica il senso di gioia.

La religione: è la conseguenza della percezione del potere divino che fluisce liberamente in noi.

Altri ancora: dipende dall’amore; siamo innamorati oppure stiamo percependo l’amore intorno a noi da parte delle persone importanti della nostra vita.

A loro volta i leaders politici direbbero che proprio per questo si dovrebbe votare per loro.

Il problema è che ognuna di queste affermazioni, a modo suo, è valida. Quando descriviamo un sentimento esprimiamo la nostra personale concezione del mondo e la presenza di molteplici modalità espressive non diminuisce la validità e la realtà del singolo.

Tutti vogliono avere ragione; avere ragione ci fa sentire importanti, legittimati e soprattutto vivi.
Nessuno vuole sentire che la propria vita è priva di senso Quando sentiamo di avere ragione, ci sembra che la nostra esistenza abbia un impatto sul mondo e di conseguenza una sua validità. È una specie di lente rosa attraverso la quale filtriamo la durezza e la paura del mondo, dell’imponderabile.

I problemi però emergono quando i nostri sentimenti e le nostre interpretazioni entrano in opposizione con quelle altrui; quando le nostre convinzioni personali politiche o religiose ledono la dignità e l’integrità di altre persone; oppure, quando a distanza di tempo, ci si rendiamo conto che quanto credevamo sacrosanto in realtà si è rivelato dannoso per noi e per gli altri.

A quel punto sarebbe ragionevole cominciare a riflettere e mettere in conto la possibilità di avere commesso degli errori. Ma ammettere di avere sbagliato, può far nascere paura e senso di umiliazione, specie se i nostri genitori ed i nostri educatori erano impregnati di perfezionismo, moralismo e non avevano compassione e comprensione per la nostra fragilità e vulnerabilità.

Tuttavia l’ammissione dei nostri limiti ed errori può avere una grande funzione liberatrice. Quando si dispone di sufficiente flessibilità per disancorarsi da idee ormai obsolete, e non più funzionali al nostro processo di crescita e di miglioramento della qualità della nostra vita, a quel punto la nostra visione del mondo inizia a cambiare prospettandoci nuove opportunità di crescita e conoscenza.

Ma per raggiungere questa nuova realtà abbiamo bisogno di prendere in considerazione anche le opinioni altrui, magari smetterla di considerare stupidi i sentimenti o le aspirazioni degli altri, solo perché ci sembrano diversi dai nostri.

Gioverebbe al nostro senso di pace e di armonia ricordare che i sentimenti e le aspirazioni di tutti gli esseri umani provengono spesso da identiche motivazioni; l’unica differenza è il filtro utilizzato, e di conseguenza la loro lingua.

Sebbene ci siano punti sui quali non si giungerà mai ad un accordo, dobbiamo imparare ad andare oltre le parole e guardare ai sentimenti nascosti dietro le parole. Questo atteggiamento è funzionale alla possibilità di identificare un cuore comune da cui partono rami diversi.

Per raggiungere questo elevato obiettivo è necessario essere autentici e sinceri, lasciando emergere la nostra diversità ed avere il coraggio di ammettere i nostri errori.

Solo in questi termini potremo valutare quanto la nostra umanità possa ancora lavorare su questo pianeta per creare un futuro di vita decorosa e sensibile, senza dover ogni giorno ingaggiare lotte senza fine.
Sono decisioni difficili che possono causare, almeno sulle prime, rigidità ed irritazione Per molti cambiare equivale a morire, e certe persone preferiscono morire piuttosto che cambiare, ma la vita ci richiede continui cambiamenti, nulla è lineare e nulla dura per sempre.

Flessibilità, fiducia e capacità di mettersi in gioco sono requisiti necessari per affrontare l’imprevedibilità di molti cambiamenti, altrimenti si rischia di divenire fossili ancorati ad alberi morti, molto prima di passare a miglior vita.


foto e testo
Antonella Iurilli Duhamel

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Sono un cane sciolto

"Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immcorsivoediatamente con la coscienza della mia esistenza"
E Kant




Fanno paura i cani sciolti.

Liberi senza un padrone.

Chi può controllare le loro gesta,

Chi può sfruttarli?

Meglio chiamare L'accalappiacani.

E giù calci prima che ci possa creare qualche serio problema di coscienza.

Meglio umiliarli, meglio sparargli dice il conformista.

Dice colui che senza un guinzaglio non sa più chi è.

Ma che piaccia o meno c'è ancora chi rivendica il

diritto di essere un cane sciolto,

fuori dal condizionamento di ideologie,

partiti politici intermediari spirituali,

ed ogni protettore di sorta

all'infuori della propria coscienza morale

e del proprio cuore



A.I.D.

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ETERNI FANCIULLI

Sempre più spesso nella nostra società è facile assistere ad un fenomeno assai paradossale: bambini che agiscono come fossero adulti e adulti che pensano ed agiscono da eterni fanciulli.

Sembrerebbe una condizione di bambini parziali e adulti parziali, lì dove gli adulti stentano ad assumersi le loro responsabilità (inclusa quella di crescere) ci sono bambini abbandonati emotivamente e spesso fisicamente; forzati a crescere prematuramente per sostenere l’immagine ideale dei loro insicuri genitori.

In natura il fiume scorre verso il basso partendo dalla montagna; ma nella situazione paradossale sopradescritta si ha piuttosto la sensazione che il fiume sia forzato a scorrere al contrario; risalire dunque, verso l’alto sfidando le leggi di gravità per sostenere e alimentare la montagna, piuttosto che correre verso il mare.

Ma in natura questo è praticamente impossibile. Il fiume non torna verso la montagna, deve seguire un suo proprio percorso di discesa e se la montagna non lo alimenta diventa stagno che alla fine evapora scollegandosi dal suo progetto di raggiungere la vastità del mare, e infine muore.

Come un fiume alienato dal processo vitale, alla fine diventa stagno ed evapora, così queste situazioni di crescita impossibile finiscono col produrre uno spostamento energetico verso l’alto, verso l’ideale dell’Io.

Un bambino non è nelle condizioni energetiche di sostenere i bisogni di suo padre o di sua madre; non ha la forza di trasformarsi nel loro partner, né può divenire il contenitore o il teatro della conflittualità genitoriale. Quando ciò accade (e purtroppo accade sempre più spesso, a causa della carenza di genitori ed educatori che fungano da nutrimento e guida reale), egli è costretto a rinunciare alla percezione di sé, all’ascolto e al riconoscimento dei suoi intimi bisogni.

La grave perdita viene bilanciata da una illusione di onnipotenza che seduce la sua anima, anche se la triste realtà è che la potenza del suo corso d’acqua diverrà sempre più esigua ed incapace di giungere alla foce; allora intorno a lui la carenza di modelli da seguire creeranno giorno per giorno vuoto e caos.

Non c’è da stupirsi, poi, se questi giovani finiscono con l’assomigliare a degli aridi capitalisti che non tollerano nessuno sopra la loro testa e neanche si curano di chi sta sotto di loro. Sono stati spinti ad idolatrare il senso della verticalità dei valori e delle esperienze, a discapito di quel senso di orizzontalità che consentirebbe loro di sentirsi parte della natura, parte di qualcosa più grande di noi che ci accomuna tutti, vale a dire il senso del Sé.

E’ dolorosamente sotto gli occhi di tutti noi quanto sempre più spesso la gioventù non è propensa ad alzare lo sguardo verso quella montagna che avrebbe dovuto nutrirli; si sentono profondamente traditi nel loro progetto energetico ed umano di base; rispondono al tradimento con la chiusura del cuore, rifugiandosi esclusivamente nelle loro gangs, nei loro giochi, nelle loro molteplici forme di evasione.

Senza poter contare sul contributo di chi ci ha preceduti, ci si arrende ad uno stato di appiattimento dei valori e della cultura; quando questo prezioso cibo spirituale viene a mancare, la crescita e la maturazione sono irrimediabilmente compromesse, mentre l’eterno giovanilismo diviene una costante di base.

Quando la spasmodica ricerca di sensazioni a buon mercato prende il posto dell’approfondimento dei sentimenti, la strada del cuore diviene sbarrata. La parola d’ordine è: eccitazione. La costante ricerca di una via verso l’alto ha bisogno di sostanze e di stimoli che promuovano un perenne stato di esaltazione. Non è prevista la discesa, anzi ogni movimento verso il basso viene enormemente temuto, salvo il sentirsi vittime di quel pauroso senso di vuoto e disperazione che ci assale all’indomani di una qualunque forma di ubriacatura.

Come il fiume non può lasciarsi andare fiduciosamente alla vita, quando la montagna non elargisce abbastanza acqua, l’essere umano non può arrendersi alla sua vulnerabilità di base, ai suoi fallimenti, all’amore.

Dal momento che le personalità più fragili non possono contare su una valida autorità esterna per quanto concerne la loro lotta con gli istinti più bassi, esse si trovano da sole a combattere con le loro parti più primitive e meno evolute. Questo conflitto è ravvisabile nella ricca proliferazione di grunge rock, di film d’azione e di violenza, dalla voglia sempre più diffusa di diventare famosi anche se sprovvisti di esperienza e talento.

Purtroppo grazie all’inconsistenza educativa e allo strapotere dei media, questi valori privi di umanità stanno raggiungendo gli angoli piu remoti della terra, appiattiscono le coscienze e deprivano gli esseri umani della possibilità di raggiungere quella che è la maggiore aspirazione di tutto quanto è vivo: la pienezza e la maturità.

Questa società che mira alla creazione di individui deboli e mezzo cresciuti, si basa sull’esaltazione dei tratti narcisistici, piuttosto che sulla valorizzazione della genuinità e dell’umanità.
Il senso della propria importanza, la preoccupazione costante del successo, del potere, della bellezza della forma e dell’amore ideale, l’incapacità di lasciarsi andare a sé stessi e all’altro, l’impossibilità di imparare dai propri errori, minano costantemente il tessuto umano e la sua creatività, creando cinismo, arroganza e panico.

Ad un’arte piena di simbolismo e profondità spirituale è stato sostituito un edonismo surreale; al desiderio ed alla lotta per la realizzazione di una società giusta basata sul rispetto dei valori umani, si sostituisce il sogno della ricchezza a tutti i costi che ci impone di sbarazzarci di ogni limite e debolezza. Il mondo oramai è sempre più spesso influenzato da prodotti vuoti, le celebrità, la musica scadente, i film superficiali, diventano giorno dopo giorno i maggiori trasmettitori di valori.

Perché la consapevolezza verticale si è sviluppata a scapito totale di quella orizzontale? Perché si è perso il senso della misura e dell’equilibrio tra la spinta in avanti che porta al superamento delle conoscenze dei padri: al progresso, e la spinta all’indietro che include il rispetto delle tradizioni e la guida di chi ha più esperienza di noi?

Questa umanità i cui i bimbi sono deprivati della loro infanzia perché nati già grandi, e gli adulti della possibilità di raggiungere pienezza e maturazione perché impossibilitati a crescere dalla carenza di cibo e guide idonee, rappresentano una reazione nei confronti di un sistema religioso patriarcale oppressivo che poi è sfociato nei vari movimenti di liberazione apparente. Purtroppo però, questa ribellione, questa uccisione del padre, non sembra aver prodotto nuovi profondi e duraturi valori, ma una popolazione di eterni fanciulli costantemente affamati di autogratificazione.

La supremazia dei valori verticali, ha prodotto un allontanamento dalla natura, dalla sua conoscenza e dal rispetto delle sue leggi, ha promosso un processo di astrazione, una dissociazione dalle nostre capacità percettive, dai nostri sentimenti viscerali e ci ha inevitabilmente condotto alla identificazione con ideali dell’Io che non hanno molto a che fare con chi siamo veramente.

Questo squilibrio alimenta perniciosamente uno stato di cecità, ignoranza e carenza di cuore che spesso da luogo a scelte dettate da un tornaconto esclusivamente personale o dalla ricerca di gratificazione immediata : costi quel che costi.

Ma la nostra umanità e la vita del pianeta sono sempre più minacciati, da questa assenza di percezione e sensibilità, che in ultima analisi si traduce in una azione autodistruttiva e distruttiva.

Come animali storditi che non possono contare più sui loro sensi, la strada verso il burrone rischia di essere sempre più vicina.

foto e testo di A:Iurilli Duhamel 2010

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COSA RESTA

Cosa conta davvero,
Cosa rimarrà di noi oltre il chiasso.
Le inutili parole.
Le sterili guerre.
E la gratuita volgarità di ogni giorno?
Forse solo qualche nota di dolcezza.
Attimi di tenera innocenza in cui il bene dentro e fuori di noi è stato tangibile.
Infinetesimali bagliori? Forse.
Eppure a volte, sono le piccole scintille che incendiano un anima.

A.I.D.

foto A.iurilliduhamel

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Utopie e distopie

La lungimirante visionarietà di Aldous Huxley aveva previsto tutto già 70 anni fa, quando nel suo romanzo fantascientifico, Il mondo nuovo, (1932) affermava:

“Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo, ora siamo di fronte ad una questione di cruciale importanza: come evitare la loro realizzazione dal momento che perché il prezzo a loro dovuto si sta trasformando in una maggiore schiavitù ed una perdita di forza ed energia per le nuove generazioni”.

Nel romanzo di Huxley, la sensibilità e la coscienza delle persone è neutralizzata dal miraggio dell’appagamento dei desideri in tempi assai brevi. Il tutto si realizza mediante una pressione morbida, da parte di un regime di totalitario estremamente conformista. L'omologazione degli esseri umani è ottenuta in primo luogo , grazie alla manipolazione genetica di bambini cresciuti in bottiglia, e successivamente , mediante la deprivazione dell’intimità in tutti i sensi; da quella familiare,a quella sessuale e sentimentale, mentre al suo posto prende piede una vita fatta di leggerezza, incoscienza e promiscuità.

Un po’ come accade a Pinocchio nel Paese dei Balocchi, quando la vita è ridotta ad una serie di passatempi da realizzare, il gioco è fatto , e lo svago assurge al livello di bene assoluto perché consente di evadere la tensione ed il dolore di quelle responsabilità che sono necessarie per la maturazione di valori e di soddisfazioni maggiormente durature.

L’uomo medio de Il mondo nuovo, desidera e gli viene concessa, la totale assenza di dolore ed ansia, se per caso qualcosa va storto si può sempre far ricorso a Soma, una sorta di oppiaceo creato apposta per annullare anche la minima parvenza di coscienza ed ogni disturbo ad essa correlata.

Ne Il mondo nuovo di Huxley, le persone sono condizionate già prima della nascita e la loro vita è organizzata affinché ogni desiderio sia appagabile in brevissimo tempo. Anche il nostro nuovo mondo è predisposto in modo tale da evitare momenti di pausa e di riflessione. La corsa, la velocità, il rapido raggiungimento d’obiettivi facili da ottenere, sono le qualità maggiormente in voga, oramai tutto è soggetto ad una rapida crescita, compreso lo sviluppo dei bambini.

Tuttavia la Natura non ha smesso di avere i suoi tempi e i suoi ritmi, la tendenza a disconoscere questa realtà di base è una attitudine che ci mantiene paradossalmente in uno stato di infantilismo e cosi si diffonde a macchia d’olio la tendenza ad esplodere in disperati isterismi, quando non è possibile ottenere ottenere tutto e subito e magari con un semplice clik..

L’antica funzione pazientemente assolta dagli adulti, di insegnare ai bimbi l’arte di contenere le loro frustrazioni, in vista della realizzazione di obiettivi significativi, apportatori di soddisfazioni più profonde, costituisce una nota dolente delll’attuale sistema educativo.

Questo ingrato lavoro, richiede troppo tempo, troppo impegno e tanta dedizione anche perché sono in pochi a riconoscere che la capacità di contenere e sentire la frustrazione è un esercizio indispensabile per il raggiungimento della consapevolezza delle nostre emozioni, per la creazione di un corpo/contenitore sempre più forte flessibile e funzionale che sia capace di prendere le onde della vita senza frantumarsi alla prima burrasca.

Ne Il mondo Nuovo in nome di comunità, identità e stabilità sono bandite arte e scienza, i libri scritti prima dell’Avvento di Ford, (anno in cui ha inizio questa nuova civiltà), vanno al rogo e lo stesso dicasi per le antiche filosofie e le religioni che potrebbero compromettere l’equilibrio di un sistema politico e sociale basato sull’omologazione degli individui, la rigida divisione delle caste, e la totale devitalizzazione del corpo e della natura.

Il libro di Huxley inoltre, mette in evidenza i rischi connessi allo strapotere mediatico di cui si servono apertamente le nuove plutocrazie per manipolare in maniera efficace e profonda i bisogni e le risposte della popolazione., e a tal proposito ci rammenta quanto la comunicazione di massa ebbe un ruolo cruciale nella scalata del nazionalsocialismo.

Secondo le profezie di Huxley l’unicità dell’uomo è destinata a morire sotto la pressione di un regime che appiattisce la sensibilità e l’intelligenza, in cambio di false promesse di felicità, e piaceri superficiali, ma soprattutto di rapidissimo appagamento.

La medesima realizzazione di una utopia/distopia, la riscontriamo in un’altra opera letteraria scritta nel 1949, George Orwell. Si tratta di : “1984”, un’altra opera visionaria e profetica.

Nel romanzo di Orwell a differenza di quanto accade ne “ Il mondo nuovo”, un brutale sistema totalitario è in grado di controllare persone prima ridotte allo stato di schiavitù, e poi mantenuti in stato di dolore e di deprivazione cronica, grazie al controllo costante dell’occhio del Grande Fratello.

Entrambe le culture portano ad un appiattimento della personalità e della conoscenza, ma mentre Orwell temeva che i libri e la cultura sarebbero stati banditi; Huxley invece era sicuro che non ci sarebbe stato più nessuno desideroso di leggerli.

Orwell temeva coloro che ci avrebbero deprivato delle informazioni; Huxley, invece paventava l’inondazione delle informazione che alla fine sprofonda le persone in uno stato catatonico.

Orwell era convinto che che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi, mentre nel romanzo di Huxley la gente è felice di essere oppressa e adora senza riserva la tecnologia che libera dalla fatica di pensare, essi sono purtroppo i degni membri di una cultura di romanzetti cafoni e superficiali, ricca solo di sensazioni e bambinate.

Nel corso degli ultimi decenni abbiamo potuto vedere realizzate entrambe le visioni e la concretizzazione di queste utopie/distopie, proposte sia da Huxley , quanto da Orwell, a questo punto non ci rimane che constatare quali e quante vie di uscita ancora ci rimangono, cosa ci darà la forza di resistere a questi meccanismi di sopraffazione, e di alienazione nei confronti dell’ unicità dell’individuo e del suo modo naturale d’essere.

Cosa potrà ancora aiutare questa umanita Bonzai ad affondare in profondità le sue radici per recuperare la saggezza dei suoi i avi , per ritrovare in se la forza necessaria di protendersi con forza verso il futuro, onde realizzare quel senso di pienezza ed integrità verso il quale ogni ogni forma di vita sulla faccia di questo pianeta, tende sempre e comunque al di là di ogni possibile distorsione?

Antonella Iurilli Duhamel

opera A.Iurilli Duhamel, Intimità,2009

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INVISIBLE WALLS



“ No man is an island”, con queste memorabili parole, John Donne ci metteva in guardia nei confronti di ignoranza, insensibilità e isolamento: muri facili da costruire ma fonte inesauribile di dolore, molto difficile da debellare.

Berlino ha pensato di erigere un maestoso muro grigio in polistirolo per celebrare il ventennale dell’abbattimento dello storico muro. Il rito è stato voluto per dare nuova vita al mito e per fornire alle nuove generazioni, che potranno distruggerlo questa volta a mani nude, il senso di appartenere a qualcosa di più grande, la possibilità di poter dire un giorno, come i loro padri: “C’ero anch’io!”

Purtroppo però, dopo venti anni dalla caduta dell’emblema della divisione fra capitalismo e comunismo, ben altri sono l gli ostacoli nella nostra era. Berlino ha rappresentato il centro della divisione ideologica tra Occidente e Oriente, tra Usa e Urss, tra Nato e Patto di Varsavia. La caduta del mitico muro avrebbe dovuto costituire il suggello che sanciva la fine della Guerra Fredda e la trasformazione dell’umanità in una singola civilizzazione, con maggiori possibilità di sicurezza e benessere per tutti.

Il sogno però ha gradualmente rivelato i suoi lati oscuri. Il concetto di ‘unione’ si è rivelato solo uno slogan, e più che di unione si è trattata invece di una vera e propria colonizzazione. Chi viveva male e di stenti prima della caduta continua tuttora a frugare nei bidoni della spazzatura in cerca di qualcosa per sbarcare il lunario; i furbi e gli opportunisti, invece, hanno ovviamente beneficiato di migliori opportunità.

La caduta del muro ha senz’altro scongiurato il rischio di una guerra nucleare, ma la guerra non sembra aver abbandonato il nostro pianeta. La differenza tra ricchi e poveri sembra sia notevolmente aumentata, e non solo tra il Nord ed il Sud del mondo, ma anche all’interno delle stesse nazioni più ricche.

Gli Stati Uniti, fautori del grande sogno di apertura ed unione, promisero a Gorbachev che non si sarebbero inoltrati nei territori dai quali i Russi erano pronti a ritirarsi, ma le loro postazioni sono nel frattempo aumentate, e essi non hanno mai rinunciato alla loro posizione imperialista, al contrario, i loro investimenti militari sono persino più consistenti di quelli risalenti ai tempi della Guerra Fredda. La strategia militare sembra essere così l’unico strumento per risolvere i conflitti. La Russia ne è uscita devastata e non è riuscita ad integrarsi con l’Europa la quale, a sua volta e grazie all’ingerenza americana, non è ancora uscita dalla sindrome della Guerra Fredda. Obama ha sostenuto, nella sua recente visita a Berlino, che i muri devono cadere; sarebbe ora però di specificare quali sono questi muri.

La caduta del mitico muro ha concentrato l’attenzione sui più sensibili elementi di divisione tra i veri protagonisti del potere e le silenziose comparse di questo palcoscenico mondiale. Da una parte abbiamo i dominatori (rappresentati dalle classi dominanti occidentali maschiliste e di pelle possibilmente chiara) dall’altra, ci sono (a riserva di ossigeno) la natura, le masse, i più deboli; assieme alle varie categorie a rischio di estinzione.

Le barriere tra “Noi”e “Voi”, da sempre costituiscono la premessa più convincente per giustificare ogni atto di aggressione, guerra e sopraffazione e risultano oggi più vitali che mai, lasciando intravedere un nuovo tipo di muro, ancora più insidioso di quello fisico smantellato venti anni fa. È un muro fatto di carne, di sangue, di fanatismi politici e religiosi, di cinismo e di alienazione; un muro che, in nome di sicurezza, utilitarismo e potere, non si fa scrupolo di scatenare e alimentare guerre più o meno sante, rendendo questo mondo un luogo tutt’altro che sicuro.

L’umanità, ha lasciato la caverna ed ha cominciato a costruire muri; ma nella caverna, come all’interno dei suoi muri, l’uomo vede solo l’ombra di sé e di quanto lo circonda. La mancanza di contatto con la realtà lo fa vivere in un cronico stato di paura. Abbiamo ereditato un sistema culturale creato migliaia d’anni fa, basato sull’ignoranza delle masse. Persino l’avvento della stampa non ha modificato di molto la tendenza dei più a non volere o poter vedere oltre le apparenze. Hitler soleva dire che “l’ignoranza della gente è la più gran fortuna di chi sta al potere !” Non ci si rende conto che le antiche divisioni, di razza, religione, sesso, sono solo muri ideologici; in realtà a governare sono le plutocrazie, formate da quei gruppi finanziari che con i loro ingenti capitali ed il controllo sui media riescono ad influenzare la politica dei loro governi.

Il muro è caduto ma gli esseri umani non sono più liberi; hanno solo cambiato la marca delle loro catene. Oggi come ieri sono schiavi dei loro istinti e delle loro paure, ma soprattutto della loro ignoranza; il che li rende da sempre facili prede di venditori di illusioni senza scrupoli.

Nel frattempo il disaccordo è divenuto il modo di esistere più comune. A questo punto la conflittualità sociale è giunta ad un tale punto di confusione, che è sempre più difficile definire le parti in gioco. Le antiche formule sociali e politiche, di cui ci siamo avvalsi in passato per definire gli antagonismi, diventano sempre più difficili da decifrare. Le donne quanto gli uomini, sebbene abbiano almeno in apparenza conquistato maggiore benessere e libertà, non si sentono più liberi di ieri; entrambi i sessi vivono incessantemente una lotta senza sosta, solo in parte consapevoli ma in larga parte inconsapevoli con sé stessi.

La lotta interiore pone l’uomo in uno stato di prigionia in quanto la lotta richiede tensione, e la tensione una volta cronicizzata imprigiona l’uomo in una capsula che lo rende rigido e insensibile.

La cultura che abbiamo ereditato è fondata sulla meticolosa e inesorabile divisione tra testa e corpo, raziocinio e sentimento, funzioni materiali ed esperienza spirituale, scienza e magia, medicina e conoscenza dei rimedi naturali, sessualità e sacralità, arte e mestiere, lingua e poesia, e questo ci ha consegnato nel corso dei secoli una conoscenza maggiore, astratta e meccanicistica, saldamente racchiusa nelle mani di élite privilegiate, organizzate in professioni, gerarchie e classi.

Anche la vita è stata divisa in categorie di maggiore o minore valore. In questa gerarchizzazione e suddivisione la natura e i più deboli hanno avuto la peggio. Il progressivo saccheggio della natura, e la progressiva identificazione con valori legati alla supremazia del potere, hanno ormai condotto il nostro pianeta ed i nostri corpi sull’orlo del collasso del proprio sistema immunitario; questo in nome della tecnologia, dell’utilitarismo economico, del dominio. Assistiamo insensibili e muti alla perdita del nostro stato di grazia originale, del nostro modo naturale di essere.

È cambiata la forma ma la sostanza rimane. Tuttavia la crisi dell’economica globale che ci ha investito, sta rivelando i suoi punti deboli in quanto lo sviluppo si è basato sullo sfruttamento ad oltranza delle risorse. Risulterebbe allora opportuno una serie riflessione su alcune necessarie ed improcrastinabili riforme per evitare che la nostra cultura rallenti la sua pazza corsa verso la costituzione di un mondo di schiavi soggetti a padroni sempre più senza faccia e senza nome.

Nel frattempo a Berlino i ragazzi giocano a smantellare il nuovo muro semplicemente con le unghie; mentre i giochi (quelli seri) si svolgono da un’altra parte.

testo e opera Antonella Iurilli Duhamel



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L'IGNORANZA

L'uomo può essere certo solo dell'attimo presente. Ma sarà poi vero? Può davvero conoscerlo? Certo che no. E come potrebbe capire il senso del presente chi non conosce il futuro? Se non sappiamo verso quale futuro ci sta conducendo il presente, come possiamo dire se questo presente è buono o cattivo, se merita la nostra adesione, la nostra diffidenza o il nostro odio?
Milan Kundera

“Nulla è più terribile dell’ignoranza attiva”

Johann Wolfgang von Goethe



Secondo l’insegnamento della Cabala, esistono quattro diverse forme d’ignoranza : l’ignoranza passiva, l’ignoranza attiva, l’ignoranza essenziale, e l’ignoranza illuminata.



L’ignoranza passiva è la più evidente, è quella dell’individuo che spende gran parte del suo tempo davanti ad un televisore e si lascia inondare passivamente la mente senza attivare alcuna forma di elaborazione personale.

L’ignorante passivo, è sostanzialmente un ignavo, che in fondo non si cura di nulla, fatta eccezione della sua inesauribile esigenza di essere intrattenuto e “riempito” di indiscriminati messaggi.

Ansioso di adottare gli stereotipi piu’ comuni, non mette mai in discussione l’autorita’ mediatica, ma si avvale dei luoghi comuni relativi alla propria cultura, senza lasciarsi coinvolgere in un confronto attivo con culture a lui sconosciute; accontentandosi di una informazione a buon mercato. )

L’ignoranza attiva invece è facilmente confusa con la conoscenza. E’ di colui che cerca di realizzare per sé una istruzione nozionistica, convinto di intraprendere la strada della conoscenza, non rendendosi conto di sostituire una un’ignoranza con un’altra.

L’ignoranza attiva, è altrettanto pericolosa quanto quella passiva, e nonostante tutti gli sforzi di apprendimento si rivela deludente.

Infatti, l’allievo alla fine, seppur riuscira’ a memorizzare le dotte nozioni, sara’ privo della capacità di elaborazione e di creatività, la sua conoscenza “posticcia” mancherà di unità e di integrazione.

L’ignorante attivo, è sicuro di comprendere, ma di fatto, non si rende conto di quanto facilmente può trasformarsi in astratto strumento di propaganda a servizio di un sistema accademico, religioso o politico, il cui fine ultimo,è la diffusione dell’ignoranza attiva.

Secondo questo tipo d’ignoranza, la coscienza è solo un’attività elettrica, la vita è una reazione chimica, i nostri antenati erano delle scimmie, dove il mito viene deprivato dei suoi simbolismi, e alla fine tutto concorre in nome di verità scientifiche o dogmi indiscutibili, ad isolare e privare l’uomo della capacità di attingere a se stesso e a separare la sua mente dal suo spirito e dalla sfera misterica della vita.

Ci s’illude di eliminare ansia ed insicurezza, ed intanto le aziende farmaceutiche produttrici di ansiolitici e anti-depressivi, si rivelano essere le più fiorenti al mondo assieme al commercio di alcol e al traffico di droga.

L’ignoranza essenziale, è lo stato che si raggiunge quando una persona in tutta sincerità riconosce la propria ignoranza, ” Più so, più so di non sapere” diceva Socrate . e a differenza dell’ignoranza passiva, rappresenta un passo in avanti lungo la scala dell’auto-comprensione.

L’ignoranza essenziale non è mancanza di coscienza, ma piuttosto è la coscienza della mancanza.
L’ignorante essenziale ricerca la verità, mette in discussione i dogmi, e punta il dito su ogni forma di discordanza e di incoerenza, scuote i luoghi comuni del sapere e mira verso la comprensione profonda di se stesso e di quanto lo circonda.

Paradossalmente il suo fine non è il raggiungimento della conoscenza, ma ambisce di volta in volta ad aprire nuove porte, a sollevare altri dubbi, lungo la strada della ricerca della verità.
L’ignoranza illuminata supera la conoscenza e la saggezza, è la consapevolezza profonda del limite dell’intelletto anche quando è provvisto di qualità fuori dal comune, di comprendere “l’Assoluto” o se vogliamo la “Divinità”, che è la base dell’esistenza, ma nello stesso tempo trascende ogni forma di categoria, limitazione, definizione descrizione.

L’ignoranza illuminata, comprende che tanto il monoteismo, quanto il paganesimo, hanno la possibilità di essere parte di quel “Tutto” che rappresenta la “Divinità”, che entrambe dispongono solo di nozioni parziali e che nessun “ismo” può avvalersi di qualità assolute.

Quando ci convinciamo che i nostri comportamenti sono la diretta conseguenza del nostro sapere, e che la visione di noi stessi e della vita in generale è il risultato di anni di evoluzione e delle nostre capacità intellettuali; dimentichiamo che il nostro concetto di esistenza, è innanzitutto modellato da paure irrazionali, dipendenze emotive, e appetiti primitivi, e purtroppo usiamo le nostre menti non per ricercare la verità, ma per creare verità che allevino le nostre paure e soddisfino i nostri appetiti.

testo e foto Antonella Iurilli Duhamel

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NUOVI ROGHI

I presidi delle scuole di Vicenza devono essere doc, la loro denominazione di origine sarà d'ora in avanti seriamente controllata, ma non è razzismo.

L'istituzione della Repubblica italiana di Vicenza, denominata Consiglio Provinciale, un inutile consiglio che molti vorrebbero abolire dal momento che costa ai contribuenti, miliardi di euro senza svolgere nessuna utile funzione per la collettività, ha approvato questa mozione con 26 voti su 27.

Si è cominciato con gli immigrati, ora si sta passando ai sindaci terroni; cosa possiamo aspettarci d’ora in avanti?
Dobbiamo tristemente renderci conto che i diritti e le libertà individuali hanno subito una lenta e progressiva erosione; basti ricordare la legge 40 sulla procreazione assistita, il decreto sulla prostituzione, il testamento biologico, la legge Bossi Fini sull'immigrazione, il decreto sicurezza e la mancata approvazione dei PACS. A Verona, tanto per restare in casa, non si può più neanche mangiare una brioche per strada, hanno diviso le panchine così è praticamente impossibile sdraiarsi anche in caso di malore.

Oramai ci siamo resi i ridicoli a tal punto che, il noto quotidiano londinese,The Guardian, ha messo in guardia i turisti che si recano in Italia, onde evitare loro multe salate, elencando una serie di norme ridicole e prive di buon senso ma fatte religiosamente rispettare dallo sceriffo di turno.

Insomma una vera pandemia che si diffonde a macchia d’olio e rischia sempre più di trasformare la complessità del nostro paese in uno schieramento di buoni e cattivi, dove i cosiddetti buoni, sulla base di regole arbitrariamente imposte, decidono di mandare al rogo i cosiddetti cattivi, fregandosene altamente delle norme vigenti in tutti i paesi civili della comunità internazionale in materia di civiltà, umanità e diritti umani.


In questo revival da vecchio Far West, i nuovi sceriffi con la loro stella lucida in petto si sentono insigniti di diritto divino e decidono giorno per giorno secondo i criteri di una navigazione vista, di fare piazza pulita delll’indesiderato di turno.


Ci si dimentica molto facilmente, che questa logica binaria, convenzionalmente definita razzismo, non possiede una reale capacità di risoluzione dei problemi, al contrario, crea molti più conflitti di quelli che pretenderebbe di risolvere.

Quando le differenze generano esclusivamente paura e desiderio di eliminazione, è il segnale di uno stato patologico denominato fobia o se vogliamo peste emozionale. E’ uno stato che ha motivazioni interiori e non ha molto a che fare con i problemi che apparentemente scatenano queste forme di ansia esasperata.

Purtroppo queste patologie vengono proiettate all’esterno e forniscono spesso un alibi per la legittimizzazione di violenza individuale e collettiva, alimentando ogni sorta di fobia razzista, di delirio mistico e di guerra santa.

Ci si dimentica che paura e violenza sono un virus che si allarga a macchia d’olio e che altrettanto facilmente possono crearsi schieramenti da parte di coloro che vorrebbero eliminare, tutte le persone prepotenti e incivili, i politici bifolchi cafoni, che intendono amministrare l’Italia come fossero i loro animali da fattoria; i contadini arroganti che quantomeno una volta si vergognavano della propria ignoranza, ma oggi, in virtù di qualche euro in più si sentono padroni non solo di Vicenza ma anche d’Italia.

Queste vicende sono qualcosa di cui bisognerebbe preoccuparsi, non solo perché sono l’espressione della patologia al potere, ma anche perché equivalgono al fallimento di una società che si basa su regole civili ed umane, in grado di preservare l’equibrio tra il piano laico del diritto e, quello religioso della fede.

Antonella Iurilli Duhamel


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PERCORSI INATTESI










La vita è pur tutta basata sul guadagno e sulla perdita. Chi non fa qualche progetto ed è poi disturbato nell'eseguirlo?

Quante volte si sceglie un cammino e poi si è costretti a deviare! Quante volte siamo stornati da una mèta fissata, per raggiungere una più alta! Al viaggiatore si spezza una ruota per via, rimane contrariato, ed ecco che questo spiacevole incidente lo conduce a conoscenze graditissime, che influiscono su tutta la sua vita.

Il destino esaudisce i nostri desideri, ma a modo suo, per poterci dare qualcosa che è al disopra dei nostri stessi desideri.
Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente. Invano gli attraversano la strada la ragione e la virtù, il dovere e tutto quello che c'è di più sacro: qualcosa deve accadere, che per lui è giusto, che a noi non sembra giusto; e possiamo comportarci come vogliamo, alla fine è lui che
vince."


Goete " Le affinità elettive"














Dedico questi bellissimi versi a coloro che spesso si sentono falliti solo perché incapaci di raggiungere i comuni standards di una società di omologati.

La vita è spesso ingiusta e le persone di reale valore e competenza si trovano spesso ad essere vittime di millantatori e venditori di fumo che, pur di depredare il prossimo della loro linfa vitale, sono capaci di ricorrere a qualunque stratagemma.

E' molto triste constatare che molto spesso sono proprio i più incompetenti e meno talentuosi, coloro che sono maggiormente in grado di acappararsi il pezzo migliore della torta.

Ma la vita possiamo giudicarla solo alla fine e spesso quello che sembrava un insuccesso si rivela la più sublime delle vittorie.
Per questo non si dovrebbe mai prestare più del dovuto il fianco alla disperazione, tutto passa e questo è quanto. nel frattempo cerchiamo di ammirare tutto il bello che fortunatamente ci circonda a cominciare dal quel miracolo che si chiama vita.

Antonella Iurilli Duhamel

Foto A.Iurilli Duhamel

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PSICOLOGIA DI MASSA DEL FASCISMO


« (...) Ancor oggi, in seguito a un errato pensiero politico, il fascismo viene considerato una specifica caratteristica nazionale dei tedeschi o dei giapponesi. Da questa prima concezione sbagliata conseguono tutte le altre interpretazioni erronee.

Il fascismo è stato e continuerà ad essere considerato, a danno degli autentici sforzi per raggiungere la libertà, la dittatura di una piccola cricca reazionaria.

L’ostinazione con cui si continua a sostenere questo errore è da attribuire alla paura di rendersi conto di come stanno veramente le cose: il fascismo è un fenomeno internazionale che corrode tutti i gruppi della società umana di tutte le nazioni.

Questa conclusione trova la sua conferma negli avvenimenti internazionali degli ultimi quindici anni.

Le mie esperienze analitico-caratteriali mi convinsero invece che oggi non esiste assolutamente nessuno che non porti in sé gli elementi del modo di pensare e sentire fascista. Il fascismo come movimento politico si differenzia da altri partiti reazionari per il fatto che viene sostenuto e diffuso dalle masse umane.

Mi rendo perfettamente conto dell’enorme responsabilità che deriva da simili affermazioni. Augurerei, nell’interesse del nostro mondo tormentato, che le masse lavoratrici si rendessero conto con altrettanta chiarezza della loro responsabilità per quanto riguarda il fascismo.

Bisogna distinguere rigorosamente fra normale militarismo e fascismo. La Germania guglielmina era militarista, ma non fascista.

Poiché il fascismo si manifesta sempre e ovunque come un movimento sorretto dalle masse umane, tradisce tutti i tratti e tutte le contraddizioni della struttura caratteriale delle masse umane: non è, come si crede generalmente, un movimento puramente reazionario, ma costituisce un amalgama tra emozioni ribelli e idee sociali reazionarie.

Se per rivoluzione si intende la ribellione razionale contro condizioni insopportabili nella società umana, la volontà razionale di "andare a fondo a tutte le cose" ("radicale" – "radix" – "radice") e di migliorarle, allora il fascismo non è mai rivoluzionario. Non vi è dubbio che esso può fare la sua comparsa ammantato di sentimenti rivoluzionari. Ma non si chiamerà rivoluzionario quel medico che combatte con sfrenate imprecazioni una malattia, ma al contrario quello che con calma, coraggiosamente e coscienziosamente, cerca e combatte le cause della malattia. La ribellione fascista nasce sempre laddove una emozione rivoluzionaria viene trasformata in illusione per paura della verità.

Il fascismo, nella sua forma piú pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio.

Il sociologo ottuso, a cui manca il coraggio di riconoscere il ruolo predominante della irrazionalità nella storia dell’umanità, considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico, per dirla con parole piú blande, un "pregiudizio".

Lo stesso dicasi per il politico irresponsabile e retorico.

L’intensità e la vasta diffusione di questi "pregiudizi razziali" sono la prova che essi affondano le loro radici nella parte irrazionale del carattere umano.

La teoria della razza non è una creazione del fascismo.

Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata.

Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone, ebreo ed arabo. L’ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente.

(...)

Solo dopo aver studiato a fondo e per anni il carattere del piccolo uomo comune represso, e le cose come si svolgono realmente dietro le quinte, è possibile comprendere su quali forze poggia il fascismo.

Nella ribellione delle masse di animali umani maltrattati contro le insignificanti cortesie del falso liberalismo (non intendo il vero liberalismo e la vera tolleranza) apparve lo strato caratteriale delle pulsioni secondarie.

Non è possibile rendere inoffensivo l’energumeno fascista se lo si cerca, a seconda della congiuntura politica, soltanto nel tedesco o nell’italiano e non anche nell’americano o nel cinese; se non lo si rintraccia nel proprio essere; se non si conoscono le istituzioni sociali che lo covano ogni giorno.

Si può battere il fascismo soltanto se lo si affronta obiettivamente e praticamente con una approfondita conoscenza dei processi vitali.

Nessuno è capace di imitarlo in fatto di manovre politiche, abilità nel destreggiarsi nei rapporti diplomatici, e organizzazione delle parate.

Ma non sa rispondere a questioni vitali pratiche, perché vede tutto nell’immagine riflessa dell’ideologia e sotto forma della divisa dello stato.

Quando un carattere fascista di qualsiasi colorazione si mette a predicare "l'onore della nazione" (anziché l’onore dell’uomo) o "la salvezza della sacra famiglia e della razza" (anziché la comunità dell’umanità che lavora); quando monta in superbia e quando dalla sua bocca non escono che slogans, allora gli si chieda pubblicamente, e con la massima calma e semplicità:

"Che cosa fai praticamente per dar da mangiare alla nazione senza assassinare altre nazioni?

Che cosa fai come medico contro le malattie croniche, che cosa fai come educatore per favorire la gioia di vivere dei bambini, che cosa fai come economista contro la miseria, che cosa fai come assistente sociale contro il logoramento delle madri con tanti figli, che cosa fai come costruttore per sviluppare l’igiene delle abitazioni?

Ora, cerca di non parlare a vanvera e cerca di dare una risposta concreta e pratica, altrimenti tieni chiuso il becco!"

Da ciò consegue che il fascismo internazionale non potrà mai essere battuto con manovre politiche. Soccomberà alla naturale organizzazione del lavoro, dell’amore e del sapere su scala internazionale.

Il lavoro, l'amore e il sapere della nostra società non hanno ancora il potere di determinare l’esistenza umana. Piú ancora, queste grandi forze del principio vitale positivo non sono consapevoli della loro immensità, della loro insostituibilità e della loro determinante importanza per l’esistenza sociale. Per questo motivo la società umana si trova oggi, un anno dopo la vittoria militare sui partiti fascisti, ancora piú vicina all’orlo dell’abisso. Il crollo della nostra civiltà sarà inarrestabile se i responsabili del lavoro, gli scienziati di tutte le ramificazioni vitali (e non mortali) e i donatori e i beneficiari dell’amore naturale tarderanno a rendersi conto della loro gigantesca responsabilità ».

(*) di Wilhelm Reich

Brano estratto dalla Prefazione (scritta nel 1942);
cfr. pp. 11-12 dell'edizione italiana del 1974

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QUANDO L'AMORE SI FA BUIO: uomini, donne e potere ( I parte)

"L'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità."

J.F. Kennedy ONU, 25 settembre 1961






Bella, anzi bellissima, Monica Guerritore presta la sua voce al monologo accusatorio di Veronica Lario Berlusconi.
Le rughe, le borse sotto gli occhi, l’aria triste ed affaticata non tolgono nulla al fascino dell’attrice, al contrario, lo arricchiscono di un ulteriore spessore: quello della maturità, conquistata nelle sue esperienze di vita. Fa venire in mente Anna Magnani, che alle sue rughe era affezionata dal momento che il prezzo per loro pagato era stato assai alto.

Ma confrontando queste tracce preziose di vita e di verità con i contenuti di questo monologo, salgono all’orecchio le note stonate di fatti che non si armonizzano con le motivazioni addotte. Quantunque le parole risuonino alte e indignate, credibili e toccanti come le recriminazioni di una Medea ferita, tradita, indignata e affranta; sorgono molteplici dubbi circa le reali motivazioni e sulla reale efficacia di tale esternazione.

Certo non ci sarebbe da stupirsi, sono tantissime le donne che possono naturalmente
riconoscersi in queste accuse colme di tormento e di infelicità, si tratta delle parole che tante donne condividono giornalmente nell’intimità delle loro amicizie, accompagnate da lacrime versate sulle spalle di sorelle amiche solidali e grazie a questo rispecchiarsi l’un l’altra, trovano la forza e il coraggio per rinascere a se stesse.

Donne che, impotenti e deboli nei confronti dei loro mariti spesso si avvalgono dell’arma più potente da conficcare nella loro gola: i figli; quei figli che dicono di voler difendere. Esssi però sono gli ultimi strumenti che una madre in possesso di sé stesa dovrebbe chiamare in causa dal momento che costoro sono sempre sguarniti di fronte ad un problema molto più grande di loro e di conseguenza non possono porvi alcun rimedio.

Queste madri di buona volontà, ma sostanzialmente deboli, spesso hanno la memoria corta,dimenticano facilmente che il bastardo genitore della sua progenie è in primis, il loro prescelto marito, servito e riverito nonostante le umiliazioni subite e i danni fisici e morali perpetrati giorno per giorno.

Tuttavia aldilà della debolezza e come contrapposizione ad essa, la posizione della vittima è sempre di grande forza e potere a discapito apparenze. La vittima appare sempre provvista della liceità dell’ineccepibilità morale rivelando in questo modo una grande contraddizione. La madre vittima, nella più totale buona fede, non è consapevole delle conseguenze dei propri gesti, non si rende conto che per un figlio ricevere parole denigranti verso il proprio padre costituisce un danno grave inferto alla propria integrità ed alla propria identità; il padre rimane comunque anche se in termini negativi dentro di lui e come se questo non bastasse, si ritrova spettatore impotente di un conflitto doloroso e devastante, come un inerme campo di battaglia dove purtroppo a guerra terminata non cresceranno altro che rovi.

Gli adulti dovrebbero essere abbastanza maturi da sostenere il peso delle loro divergenze in appropriata sede e sicuramente lontano dalle orecchie e dagli occhi dei loro figli. L’antico detto: tra moglie e marito non mettere il dito è sempre più che mai auspicabile; nessuno può risolvere le tensioni tra uomo e donna, solo le parti in causa possono farlo, a volte con l’ausilio di un consulente o di un terapeuta lì dove esistano elementi umani su cui poter sanare il sanabile.

I figli sono sempre devastati dalla conflittualità genitoriale, non ne sono responsabili ma ne portano sempre dentro di sé le conseguenze. Essi si sentono sempre in colpa per ogni piccola disfunzione familiare; è nella loro natura, e in ciò che consiste la loro più grande vulnerabilità. Esserne coscienti e porvi rimedio è un grande gesto di amore e di altruismo da parte degli adulti per evitare una concatenazione di vittime all’infinito.

Le contraddizioni abbondano e la spaccatura ancora una volta chiama attenzione nella sovrapposizione dei due volti: quello dell’attrice, contrariamente a quanto normalmente ci si aspetterebbe, a proprio agio con suo corpo naturale e Veronica Lario personaggio reale, con il volto irrigidito di una donna preoccupata quanto il suo detestato consorte di farsi fare a fette la faccia pur di trasmetterci il senso di una di una gioventù eterna, che altro non è se non l’espressione di un’altra forma di potere; un viso immobile e innaturale come quello di una sfinge, sul quale non è possibile leggere alcuna emozione, a parte la vacuità dello sguardo.

Le contraddizioni abbondano e la discrepanza maggiore è anche il confronto tra il volto della Guerritore, per nulla imbarazzata dal suo corpo naturale e Veronica Lario, con il volto irrigidito di una donna preoccupata quanto il suo detestato consorte di farsi fare a fette la faccia pur di trasmetterci il senso di una eterna giovinezza che poi altro non è che un’altra forma di potere; un viso immobile e innaturale come quello di una sfinge, sul quale non è possibile leggere alcuna emozione, a parte la vacuità dello sguardo.

Veronica Lario commenta che la bellezza non dovrebbe essere mai strumentalizzata e men che essere messa a servizio del potere. Eppure non ci si può dimenticare che anche lei era bella, che il suo seno nudo sullo stage di quel teatro galeotto dovette avere un peso non indifferente agli occhi del futuro presidente, già miliardario, è difficile non considerare che che anche nel suo caso la bellezza potrebbe essere stata un mezzo decisivo per giungere ad ottenere visibilità opportunità forse irraggiungibile per il suo back ground
socioculturale o per il suo talento artistico.

Ancora una volta viene da chiedersi a favore di chi stia parlando quando dice di essere delusa dagli italiani caduti così in basso tanto da scegliere il suo aborrito consorte. E' una questione che andrebbe profondamente indagata, ma almeno a loro favore possiamo spezzare una lancia e ribattere che se non altro, loro non ci hanno fatto dei figli, pur sapendo del numero di donne che con il nostro presidente del consiglio avrebbero fatto non un figlio bensì una intera caserma; non fosse altro perché sul piano economico una tale discendenza, comporta vantaggi economici tutt’altro che insignificanti, quantunque non sia sempre garantita la sua presenza al loro diciottesimo compleanno, nonostante l’invito ricevuto.

Antonella Iurilli Duhamel
continua

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VOCI DAL BUIO

L’Italia è tra i primi cinque paesi al mondo nell’aberrante classifica del turismo sessuale che coinvolge i minori in ogni angolo del pianeta, in special modo in Brasile e nel sud-est asiatico.

Un primato di cui andar fieri. E infatti, anche se non ne parla nessuno, lo si festeggia comunque e lo si onora ogni giorno, con impegno e passione: il 40% delle violenze e degli abusi sessuali commessi nel belpaese (sic!) riguardano bambini dai sei ai dieci anni.

La risposta a tutto questo orrore?
Eccola: leggi xenofobe e razziste che vietano gli asili e l’accesso alle cure mediche ai bambini figli di immigrati non regolari, progrom di campi rom, caccia al diverso in ogni settore della vita civile, crociate contro omosessuali, transessuali e coppie di fatto che attentano all’integrità della Sacra famiglia…

CHE BEL PAESE!!!!






Prima Voce

Ero ancora un bambino.
Nel mio lettino a colori
ogni sera mi veniva a trovare.
Avrò avuto, che dire, sì e no cinque anni
ma lui veniva lo stesso
persuasivo e sicuro,
l’indice puntato perché io stessi zitto,
una carezza – diceva – per non farmi paura.
Ero ancora un bambino,
un fagotto di giochi
da portare in futuro
come fanno i bambini
quando pensano al mondo
che fuori li attende.
Ma il suo gioco crudele
mi annientò l’innocenza
e da subito, credo, smisi di urlare.
Tutto era piatto, oppure confuso
ed io non sapevo cosa avveniva.
Perché ero un bambino
anche quando fingeva di coccolarmi
per tenermi più buono.
“Stai zitto, non piangere,
è solo l’amore che mi spinge
a tenerti più stretto al mio petto.“
E intanto la mano mi strappava il pigiama,
lui stesso ai miei occhi
scopriva il suo orrore.
“Ecco – diceva – vedi siamo uguali,
anche tu col tempo diventerai un altro me.
E’ solo un bel gioco, non avere paura,
io te lo insegno e quando sarai grande
nessun mistero ti troverà impreparato.
Ma questo è un gioco da rimanere segreto,
solo noi due, mi raccomando, a nessuno
dovrai rivelare quanto ti amo
altrimenti un giorno non ti amerò più.”
Confuso, smarrito, inginocchiato sul letto,
vedevo i suoi occhi farsi di brace,
la bocca sbavare a ritmo lento,
il suo respiro affannoso e crudele.
Poi se ne andava tutto sudato
e svegliava la mamma che da tempo dormiva.
Sentivo le urla da sotto il lenzuolo
serrato ai miei denti per non urlare
mentre mia madre subiva il dolore
di una violenza fatta di rabbia infinita.
Ero ancora un bambino,
che ne potevo sapere
dei giochi crudeli di adulti viziosi,
malati, o forse no, cattivi soltanto.
E non venitemi a dire parole strappate
alla più vile e arresa retorica.
Ero ancora un bambino e volevo giocare
su prati inzuppati di fango
e un pallone a cui dare calci
come fanno i bambini
e poi trafelato, ingozzarmi di cibo,
frutta, nutella, biscotti e cereali,
per ritornare, assieme ad altri bimbi,
a sporcarmi di fango dietro a un pallone.
Giammai! Lui veniva, pretendeva il suo gioco
e il tempo scorreva senza darmi respiro.
Ero ancora un bambino.
Avrò avuto, che dire, sì e no ormai dieci anni
e quel gioco crudele mi aveva ucciso i colori.
Maledetto – imprecavo – perché cominciavo a capire.
Che tu muoia nel fango, che ti prenda la morte
con la stessa violenza che su me hai usato,
che mangino i vermi la tua bava schifosa,
che ti venga un infarto mentre urli alla mamma.
Ma intanto temevo il suo sguardo imperioso
e mi chiedevo “ cosa ho fatto di male? “
Confuso, innocente, colpevole, arreso,
così mi sentivo mentre salivano i giorni
e non venitemi a dire vuote parole,
soltanto io so ciò che è avvenuto.
E quando nel mondo vedrete uomini
giovani, adulti ma anche più anziani,
che sembrano, e forse sono, mostri viventi,
chiedete almeno del loro passato,
della fanciullezza persa per sempre,
dell’innocenza mai più ritrovata.
E la cattiveria che traspare sul viso
a volte è la maschera della violenza,
vista o subita, non cambia di molto
il concetto di una vita smarrita
tra sensi di colpa e celate vergogne,
dubbi e solitudini da vera follia.
Lui di giorno fingeva trasporto,
naturale tenerezza nei confronti del figlio.
Bastardo, e che cazzo, mi sono stufato,
adesso basta, ti mando in galera!
Ero ancora un bambino.
Avrò avuto, che dire sì e no dodici anni
quando un giorno lo dissi alla mamma
con le parole più crudeli del mondo
perché almeno lei avrebbe dovuto capire.
Lei mi abbracciò, mi strinse le mani
e si disperò del suo essere cieca
ma fu veloce a comporre quel numero
che per me significava salvezza
o almeno un tentativo di portare alla luce
un poco d’infanzia rimastami dentro.
Ed ora, mentre scrivo,
ho ormai tutti gli anni
che servono a un uomo per fare chiarezza,
ma il mio percorso è ancora in salita
e certo non ho dimenticato.
Vorrei essere nonno, un giorno, e ai nipotini
raccontare le favole che mai ho ascoltato
e forse con loro recuperare i miei sogni
persi nel vizio di un padre assassino.




Jolanda Catalano
-
Voci dal buio , Inediti, 2004

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L'INCESSANTE RICERCA DEL SE'

L'incessante ricerca del senso dell'esistenza, della reale conoscenza,per vedere oltre lo specchio delle illusioni,
al di là dei confini mentali, creati nel tempo da un uomo ora schiavo delle sue stesse assurde "creazioni".

L'abbattimento delle frontiere, la ferma e sincera lotta per vedere riconosciuti i diritti di ogni uomo, puntando verso una giustizia universale che va ben oltre quella stabilita da un connubio di uomini e potere tragicamente corrotto.

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ANIMA E SPIRITO






«L’anima si trova a suo agio nelle profonde valli ombrose. Là crescono torbidi e pesanti fiori impregnati di nero. Scorrono come tiepido sciroppo i fiumi, e si riversano in immensi oceani di anima.

«Lo spirito è una terra di picchi alti, bianchi, e di laghi e fiori scintillanti come gioielli. La vita è rarefatta e il suono percorre grandi distanze.

« Esiste una musica d’anima, un cibo d’anima, una danza d’anima e un amore d’anima...

«Quando l’anima trionfò, i pastori vennero alle masserie, perché l’anima è comunitaria e ama l’unisono, il brusio. Ma l’anima creativa anela allo spirito, e viene il giorno in cui dai labirinti delle masserie, i più belli fra i monaci dicono addio ai compagni, e intraprendono il viaggio solitario verso i picchi, per congiungersi là con il cosmo...

Nessuno spirito rimugina sull’elevata desolazione; la desolazione è infatti delle profondità. così come il rimuginare. A queste altezze lo spirito lascia l’anima molto indietro...

«La gente deve scalare la montagna non semplicemente perché essa è lì, ma perché la divinità piena di anima deve essere congiunta allo spirito».

Dalai Lama

opera Antonella Iurilli Duhamel

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IL NATALE HA 5000 ANNI




L’idea di un salvatore o di un redentore, promotore di una palingenesi universale, magari nato da una madre vergine, in uno scenario da «presepe», con rocce e grotte in abbondanza, sfuggito a una crudele persecuzione e chiamato a sconfiggere il male, non è esclusiva del cristianesimo.

La Nascita del Natale ha una sua preistoria, uno specifico background che affonda le radici nei tempi bui della vita dei popoli; l’analisi di queste radici ci consente di comprendere le differenze e le similitudini tra i vari popoli e le loro relative culture.

Il Cristianesimo si è innestato su una civiltà già esistente, che non fu rasa al suolo, bensì trasformata e quindi non si può parlare correttamente di Natale, limitandoci esclusivamente alla nascita di Gesù Cristo senza rischiare di cadere in uno scarno discorso religioso.

Secondo lo studioso Francesco Saba Sardi ci sono tracce datate 5000 anni che ci propongono le prime formulazioni del rito del Natale. Simboli di rinnovamento fanno rivivere il senso di meraviglia originario e tra questi, è facile incontrare la nascita di un bimbo innocente e fiducioso nei confronti del suo nuovo mondo: la sua grande madre, la Natura; una realtà misteriosa che l’umanità ha sempre avuto bisogno di comprendere e propiziarsi.

L’uomo primitivo era indissolubilmente legato ai ritmi e ai cicli della natura, il Sole era la divinità che scandiva tutti i momenti salienti della giornata e della vita; la sua nascita e la sua ciclica scomparsa diedero luogo a riti atti a supportare la sua forza anche nei momenti più bui, daltronde tutta la natura era vissuta in maniera misteriosa e magica e i riti avevano una funzione propiziatoria.

Il ciclico bisogno di rinnovamento ha quindi dato luogo alla nascita di molti natali non solo quello di Gesù Cristo, ma anche quello di altri salvatori partoriti dal grembo di madri vergini, che sbucano da grotte o da caverne; basti pensare a Budda nato dal fianco della madre Maya evitandole così i dolori del parto e la perdita della verginità.

Francesco Saba Sardi nel suo libro racconta il mito del Natale, prendendo in considerazione antichi documenti di altre culture religiose: occidentali, orientali, africane e indoamericane, e ci propone un’articolata visione delle concezioni del Natale , del “Figlio del Cielo” , dell’”Apparso” o degli orfici “Phanes” rappresentanti il sole nascente: divinità provenienti dall’eternità che è senza tempo per definizione. Gli “ Apparsi” sbucavano, con le regolari scadenze delle crisi, da abissi, schiume, astri, nuvole, grotte, acque, mangiatoie, grembi materni.


La conoscenza dei punti di contatto con altre culture religiose è un’azione necessaria se vogliamo contrastare la tendenza delle religioni a creare paura e odio; nella misura in cui sono detentrici di una verità assoluta stabiliscono confini e trincee dove albergano superiorità mista a paura isolando l’uomo dal resto dei suoi simili.

Ma che cos’hanno in comune le diverse versioni del Natale presenti nelle varie religioni? Qual è il sostrato concettuale sotteso alle simili scenografie? Secondo Francesco Saba Sardi il Natale potrebbe essere definito come:
<< frontiera tra l’esserci e il non-esserci. Eros che cavalca un delfino, avendo come attributi ora le ali, ora la lira, ora la clava di Ercole, era il simbolo greco di questo stato di sospensione: un cullarsi sull’acqua, un librarsi sull’abisso. Il frutto del Natale è un ente suscettibile di evolvere in ogni direzione e dimensione, onnipotente com’è, donde la varietà delle sue metamorfosi.

Lo specifico carattere di appena nato, rende impossibile stabilire se appartiene all’aldiqua o all’aldilà, alla concretezza di carne e sangue o a un limbo di incertezza. Il ciclo nascita-copula-morte, l’evidenza dei processi naturali, presta attributi all’idea mitica, e a sua volta il racconto mitico spiega la natura, in uno scambio continuo in cui la spinta iniziale è un’invenzione, una rivelazione. Il Natale dei Vangeli, il Cristo, percorre le tre fasi del mitema: neonato; eroe minacciato dai pericoli ma trionfante; morto e risorto>>.


Il Natale appartiene all’umanità nella sua interezza; l'essere umano non nasce solo il giorno che nasce dal grembo di sua madre, ma la vita lo porta a rinascere ancora , ancora e ancora.

Buon Rinnovamento con l’augurio di pace e lucidità.!!

AID

opera A.Iurilli Duhamel "Il Bambino d'oro"

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UNA NUOVA NASCITA





“Oh sole, luna e stelle che percorrete i cieli,
vi prego ascoltatemi:
è giunta una nuova vita in mezzo a noi,
accoglietela, vi imploro,
rendete facile la sua strada
ino alla prima altura!

Oh venti, nubi, pioggia e nebbia,
che vi muovete nell’aria,
vi prego, ascoltatemi:
in mezzo a noi è giunta una nuova vita,
accoglietela, vi imploro,
rendete facile la sua strada
perché possa raggiungere
la seconda altura!

Oh monti, vallate, fiumi, laghi
Alberi e praterie,
voi che appartenete alla Terra
vi prego ascoltatemi
in mezzo a noi è giunta una nuova vita
acconsentite che giunga agevolmente
fino alla terza altura!

Oh uccelli piccoli e grandi,
che abitate nei boschi!
Oh insetti che volate fra le erbe
e vi seppellite nella terra,
ascoltatemi, vi prego:
in mezzo a noi è giunta una nuova vita,
accoglietela, vi imploro,
rendete facile la sua strada
perché possa raggiungere
la quarta altura!

Oh voi tutti in cielo, nell’aria, sulla terra,
ascoltatemi, vi prego:
in mezzo a voi è giunta una nuova vita,
accoglietela, vi imploro,
rendete agevole i suo cammino
oltre le quattro alture!”

Pueblo Omaha



“Presso le popolazioni native del Nord America, la profonda dimensione spirituale della vita che permeava di sé tutte le manifestazioni umane era testimoniata dalle invocazioni, dalle preghiere, dalle cerimonie sacre che si intrecciavano alla vita quotidiana e ne scandivano il ritmo e le stagioni. Tra le varie occasioni di canto e preghiera la nascita di un bambino era una delle più significative. Presso molti popoli nordamericani si credeva che la vita fosse trasmessa al bambino dal Popolo Soprannaturale e venisse soffiata nel suo corpo dal vento. Questo si stabiliva vicino al cuore e di lì controllava i movimenti della persona come un giudice. Alla nascita di un bambino nella tribù veniva scelto un saggio che, presente al parto, doveva benedire il nuovo nato con una preghiera augurale come quella che qui si legge.
Le quattro alture citate nella preghiera rappresentano le quattro età dell’uomo: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia.”

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DUDU 60 anni dopo


I Diritti Umani, sono l’unica ideologia che merita di sopravvivere. 


Simon Wiesenthalht 




Abbiamo scoperto che la pace ad ogni costo non è affatto una pace. 
Abbiamo scoperto che la vita ad ogni costo non ha alcun valore, che la vita è nulla senza I privilegi, I diritti, la dignità e la gioia che la rendono degna di essere vissuta. Abbiamo scoperto che esiste qualcosa ancor più atroce della guerra e della morte ed è vivere nella paura. 

Eve Curie

Sessanta anni fa, il 10 dicembre 1948, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottava la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani segnando un momento decisivo nel panorama morale, culturale e politico della storia del mondo. 


La DUDU nasce in un momento particolare nella storia dell’umanità, alla fine di una guerra barbarica prefiggendosi di dar corpo e voce al crescente desiderio di libertà, di giustizia, di pace e di solidarietà ma fondamentalmente al sacrosanto diritto di affermare la dignità umana, enfatizzando quei diritti indispensabili alla sua tutela e alla creazione di uno standard comune per tutti i popoli e tutte le nazioni. 


A distanza di sessanta anni, la precarietà di questi diritti di base mette seriamente in discussione il valore dell’universalità della dignità umana. In questo momento la DUDU poggia su basi tuttaltro che stabili, la sua costante violazione, anche da parte di paesi cosiddetti moderni e civilizzati, evidenzia infelicemente il bisogno di maggiore attenzione e confronto perché vengano a crearsi le indispensabili basi filosofiche ed umane volte a creare una piattaforma più stabile e maggiormente condivisa. 



Oggi come in passato assistiamo alla pratica della schiavitù, il valore di una persona è tuttora subordinato allo status economico, sessuale, razziale, politico religioso, nazionale sociale, ecc.

Anche ai nostri giorni gli esseri umani continuano ad essere classificati in graduatorie di diritto alla vita e purtroppo, moltissime vite sono considerate non degne di essere vissute mentre il crescente controllo della popolazione conduce ad una progressiva strumentalizzazione degli esseri umani i quali, secondo degli scopi di chi detiene il potere, rischiano di essere usati o eliminati mediante modalità più o meno sofisticate e furtive. 


Ci sono Stati che rifiutano l’esistenza dei diritti umani universali lì dove costituiscano un ostacolo per ogni forma di guerra, nazionalismo, razzismo, totalitarismo e sopraffazioni varie. Ci sono tuttora Stati che non esitano a svincolarsi dai limiti di un ordine morale universale, basato sul rispetto della dignità umana e sulla solidarietà fra i popoli e le persone. 



Affermare l’universalità dei diritti umani non significa negare il pluralismo e il multiculturalismo che caratterizza la condizione umana. Universalità e specificità, non sono necessariamente realtà antitetiche e conflittuali; è proprio grazie alla comprensione delle tradizioni specifiche e locali che è possibile giungere ad un superamento dell’intolleranza che da sempre genera paura e guerre.



Il rispetto dei diritti umani richiede la protezione delle comunità anche le più piccole, la storia ci insegna, che quando queste comunità sono indebolite o distrutte, le persone possono facilmente diventare astratti strumenti di potere collettivo e facili prede di tirannia e controllo totalitario.



Il pacifico riconoscimento delle diversità è la premessa fondamentale per il rispetto del diritto alla vita, è un elemento fondamentale alla base del progresso universale e costituisce un valido antidoto nei confronti del nichilismo morale causa delle barbarie che hanno indignato la coscienza umana nel corso della sua storia. 



La DUDU afferma che gli esseri umani non possono sottrarsi ad obblighi reciproci in quanto membri di una umanità e di un ordine morale accomunanti, e se si intende porre delle stabili basi di pace e crescita, non è possibile prescindere da questo genere di considerazioni. 



Una delle grandi conquiste della DUDU è stata l’aver posto in risalto il principio secondo il quale una nazione è degna di considerazione e stima in base al modo di trattare i propri cittadini. Questa conquista di rilevanti proporzioni storiche ha contribuito enormemente alla diffusione del concetto di dignità umana, alla crescita della democrazia e alla scomparsa di governi autoritari e totalitari.

Il 
Bene e il Male sono sempre stati presenti in uguale misura in ogni momento della storia e la DUDU di certo, non è un traguardo raggiunto in modo definitivo, ma incarna un progetto tuttora giovane e vulnerabile costantemente bisognoso di cure.

Gli autori della Dichiarazione erano pienamente consapevoli delle differenze e delle divergenze in merito agli scopi e alla natura dei diritti umani, e puntualizzarono che una comprensione comune di tali diritti sarebbe stata della massima importanza per la loro piena affermazione. 



La dichiarazione dei diritti umani universali non è l’unica lingua morale a nostra disposizione, è tuttavia, una lingua profondamente radicata nella nostra storia comune e si prospetta per i tempi a venire come un linguaggio privilegiato per stabilire connessioni e dialoghi cross culturali; una sorta di grammatica in via di sviluppo che consente un dialogo possibile sul nostro possibile futuro umano. 





l




Antonella Iurilli Duhamel


flyer per la mostra Artists for Amnesty, Verona 7 dicembre 2008



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IL TREDICESIMO APOSTOLO





















Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”
.

Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, Canto I



Questo breve articolo non intende offendere la fede, bensì si propone come riflessione sul potere che la Chiesa ha costruito nel corso dei secoli ricorrendo spesso ad ogni mezzo e menzogna.

Michel Benoit, è stato monaco benedettino per oltre vent’anni e per tre anni membro nello staff della segreteria di Stato Vaticano, ha scritto un libro molto interessante : Il tredicesimo apostolo, da molti considerato pura blasfemia ma per altri un importante tassello che pone nella giusta prospettiva la politica condotta dalla Chiesa strumentalizzando la figura di Gesù Cristo e la sofferenza umana.

Il libro parla di Padre Andrei, uno studioso di testi antichi alla ricerca di verità ritenute imbarazzanti per il potere della Chiesa; è forse per questo che Padre Andrei viene ucciso sul treno che lo stava conducendo da Parigi al Vaticano dove era stato convocato dalla Congregazione per la fede. La storia ci insegna quanto La Chiesa abbia spesso fatto ricorso a mezzi più o meno leciti pur di non correre il rischio di una possibile destabilizzazione.

Padre Nil, grande amico di padre Andrei, sa che quella morte non è casuale, pertanto decide di approfondire il caso. Al corrente delle ricerche del suo amico conosce bene le implicazioni di tali scoperte che lo avevano condotto agli albori del cristianesimo ed in particolare a l’ultima notte prima della morte di Gesù, al tradimento di Giuda, che poi risulterà essere tutt’altro che un tradimento, ed alla scoperta di una figura misteriosa cancellata da tutti i testi cristiani cattolici: il tredicesimo apostolo: il successore predestinato al quale Gesù avrebbe affidato una missiva importante e che avrebbe poi negato la testimonianza dei Dodici apostoli e l'autorità di Pietro, accusato di aver accettato la divinizzazione di Gesù per sete di potere.

Dal Vaticano alle grotte di Qumran, dai misteri degli Esseni a quelli dei Templari, Nil vuole a tutti i costi ritrovare quella lettera che nessuno vorrebbe veder rivelata, né il Vaticano, né il Mossad né tantomeno la Mecca. Infatti mai, nei secoli, nessuno di coloro che hanno scoperto l’enigma del tredicesimo apostolo è vissuto abbastanza per parlarne.

L'esistenza del tredicesimo apostolo, la sua epistola tenuta segreta dalla chiesa di Roma e dai templari, dimostrano che Gesù non era Dio, il suo corpo non era resuscitato ma sepolto dagli Esseni da qualche parte ai confini del deserto d' Idumea.

Il libro di Padre Benoit, scritto in forma romanzata, è il frutto di anni di studi approfonditi per portare alla luce la mitica e controversa divinizzazione di Gesù circa il come, il dove, il quando; ma soprattutto il perché. Perché un uomo seppure dotato di capacità straordinarie fu trasformato in Dio dopo la sua morte?

Le ricerche di Padre Benoit lo inseriscono tra studiosi di esegesi, archeologia, linguistica che, seppure di differente background religioso, da anni si sono impegnati nel tentativo di portare alla luce le radici storiche di Gesù. Molte di queste ricerche hanno chiarito la relazione tra Gesù e un tredicesimo apostolo il cui nome appare sporadicamente nei testi sacri; un uomo nominato nel Vangelo secondo San Giovanni come intimo amico di Gesù e tuttavia tenuto nascosto in tutti gli altri testi sacri adottati dalla Chiesa di Roma. La sua figura viene collegata agli Esseni (ai quali anche Gesù apparteneva) e alla nascita di un movimento religioso che perdura tutt’oggi, nonostante le persecuzioni subite da parte della Chiesa: lo Gnosticismo.

Apparentemente il romanzo di padre Benoit potrà apparire simile a Il Codice da Vinci, però esiste un’unica e sostanziale differenza: il testo di Benoit si basa su solide ricerche storiche che lo rendono molto più temibile sia per la Chiesa Romana Cattolica, in quanto contrario alla sua secolare dottrina, sia per i mussulmani, poiché chiarisce le vere origini del Corano.

Come nel vangelo di Giuda (apocrifo), il Gesù di padre Benoit viene rappresentato come un essere umano straordinario, alla stregua di altri uomini capaci di operare miracoli e soprattutto scevro dal quel contemptus mundi che ha poi caratterizzato la dottrina cattolica; un uomo capace di sorridere e godere della vita.

Un Gesù che diventa Cristo per sua scelta, tanto che lo stesso Giuda assume il ruolo di attore del suo progetto: ”Tu sarai al di sopra di tutti loro. Perché tu sacrificherai l’uomo che mi riveste”; con queste parole egli svela il suo progetto.

Tuttavia non è mai stato chiarito lo scopo di tale progetto; se fosse di morte o di salvezza per sé e per l’umanità a venire.

Il libro pone in una diversa prospettiva il messaggio di sacrificio e martirio, caposaldo della Chiesa cattolica Romana. La storia delle sofferenze umane, alla base di questa ingiunzione millenaria, potrebbe essere riletta grazie a queste nuove conoscenze ed alla consapevolezza dell’immutata politica di potere perpetuata da parte della Chiesa "In saecula saeculorum", per poter essere inserita in un percorso di amore reale che parta dall’amore per la vita, per la natura di cui siamo figli e per il corpo che ospita la nostra anima.

Senza nulla togliere al messaggio di Gesù, ma arricchendolo di nuovi elementi che valorizzano la complessità della sua umanità sottraendolo alla spirale di colpa ed espiazione di cui siamo abbondantemente intrisi, il romanzo di Benoit ci restituisce un Gesù capace di provare piacere e sorridere persino quando dice che è morto per i peccati del mondo..

Un Gesù che ride delle debolezze umane ed anche di quelle dei suoi discepoli (apostoli); ride dello stesso Pietro quando lo tradirà per tre volte; ride delle assurdità della vita umana costantemente in bilico tra i limiti del corpo e la ricerca di assoluto.


Antonella Iurilli Duhamel

opera A.I.D. 2008

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IL PRESENTE






















Thich Nhat Hanh, monaco e filosofo buddista del Vietnam, ha spiegato in che modo gustare una buona tazza di tè. Per godersi pienamente il tè, occorre essere completamente calati nel presente. Solo nella consapevolezza del presente le tue mani possono sentire il piacevole calore della tazza.

Solo nel presente puoi assaporare l'aroma, sentire la dolcezza, apprezzare la delicatezza. Se stai rimuginando cose passate o preoccupandoti del futuro, perderai completamente l'esperienza di goderti la tazza di tè. Anzi, guarderai nella tazza, e il tè non ci sarà neppure più.
Con la vita è la stessa cosa. Se non sarai calato pienamente nel presente, ti guarderai intorno smarrito, e lei se ne sarà già andata. Perderai così il sentimento, l'aroma, la delicatezza e la bellezza della vita. Sarà come se la vita ti passasse veloce davanti.

Il passato è passato. Fanne tesoro e lascialo andare. Neppure il futuro è qui. Fa' pure dei piani per il futuro, ma non sprecare il tuo tempo a preoccupartene. Non vale la pena preoccuparsi. Quando avrai cessato di rimuginare ciò che è già accaduto, quando avrai cessato di preoccuparti di ciò potrebbe accadere, allora sarai calato nel momento presente. Allora comincerai a sentire gioia nella vita...]


Brian Weiss -Molte vite, un solo amore - ed. Mondadori


opera A.Iurilli Duhamel

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L'EROE







I visionari di un nuovo paradigma olistico ed ecologico sono assai spesso condannati ad ad essere considerati nevrotici.
Si sono spostati al di fuori di quella società che li avrebbe protetti, inoltratandosi nel buio della foresta, nel mondo infuocato dell’esperienza originale.

L’esperienza originale non è interpretata per noi, non è predigerita; è necessario trovare il modo di affrontarla ed elaborarla in modo personale ed originale.

Il coraggio di affrontare prove e di creare nuove soluzioni nel campo del già noto per se e per gli altri è quanto Joseph Campbell chiama: Il Viaggio dell'Eroe; un viaggio avventuroso all'interno di un territorio sconosciuto, dove hanno luogo le sfide e dove si compie la nostra trasformazione.

Campbell ha scoperto che i passi fondamentali di questo percorso, sono comuni a molte culture e si ritrovano nelle storie di tutto il mondo.
Il "viaggio dell'eroe", infatti, può anche essere visto come una metafora del percorso compiuto da tutti quegli esseri che, accogliendo una chiamata, affrontano l'incertezza del cambiamento per seguire ciò che sono chiamati a fare.

Eroi sono, allora, coloro che, nonostante i pregiudizi degli altri, hanno il coraggio di seguire la propria vocazione e di fare della vita il proprio viaggio.

Un viaggio difficile, che inizia nel momento in cui varchiamo la soglia che divide la via vecchia da quella nuova, e dove tutto può succedere.


Antonella Iurilli Duhamel



Opera: A.Iurilli Duhamel " Il senso delle cose" 2008

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EFFETTO FARFALLA






















Uno dei capisaldi della teoria del caos è il cosiddetto effetto farfalla..
l’0rigine di questa definizione proviene da Bradbury, l’autore di “Fahrenheit 451″, che in un racconto degli anni cinquanta: “Sound of Thunder”,narra il viaggio nel passato di un uomo e di una farfalla la cui accidentale uccisione si ripercuote definitivamente nel presente da dove ha avuto inizio il viaggio.

In seguito il termine fu ripreso da un metereologo Edward Lorenz, per descrivere unn processo di sensibilissima interdipendenza di fattori a livello bioclimatico per cui è il battito d’ali di una farfalla in Brasile a provocare un uragano in Texas..

L’effetto farfalla è tanto più forte quanto maggiore è il livello di complessità e quindi anche di perplessità; più i fenomeni sono ingarbugliati più è difficile districarli gli uni dagli altri…

Un concetto un po’ ostico in una società largamente basata su posizioni narcisistiche dove la consapevolezza del sé è divenuta il vero Tabù… E difficile sentire in questo stato l’intima interdipendenza di ogni forma di vita , di emozione e di pensiero. L’illusione di potersi fare i propri fatterelli a discapito degli altri e che comunque non ci siano ripercussioni anche su di noi è pura illusione .

L’alienazione che viviamo sin dal momento in cui veniamo al mondo non ci consente di sentirci dentro e in connessione con il prossimo..grazie al senso di alienazione dal nostro corpo siamo disposti a rinunciare anche al minimo senso di dignità e e di autoprotezione il che prova quanto la posizione narcisista prorio in virtù della negazione del Sé sia una posizione sostanzialmente autosabotante, anche se sulle prime sembra motivata da esclusive ragioni di tornaconto alla fine l’nter-retroazione dei processi vitali fa si che tutto ci ritorni in testa e moltiplicato nei suoi effetti distruttivi.


Antonella Iurilli Duhamel

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ODIO GLI INDIFFERENTI

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani" . Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.

Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

Antonio Gramsci

"La Città futura" Febbraio, 1917


opera A. Iurilli Duhamel

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ORRORE E TERRORE COME ESPERIENZA QUOTIDIANA



L’orrore culturale


L’orrore che si riscontra nelle famiglie è un riflesso di un più esteso, analogo orrore presente nella società. Per comprendere questa affermazione bisogna tenere presente che l’orrore è direttamente proporzionale alla mancanza di sentimento umano nelle relazioni interpersonali. Questo aspetto dell’orrore è più importante della violenza dilagante nelle nostre città. È più importante perché riguarda chiunque e dà origine alla violenza. Quest’ultima almeno è reale per colui che compie la violenza. Può darsi che essa rappresenti la sua unica modalità per spezzare l’incantesimo dell’irrealtà che attanaglia una metropoli come New York.

Sono nato e cresciuto a New York, di conseguenza la città mi è familiare. Tuttavia a quei tempi essa non aveva il carattere impersonale che possiede oggi. Vivevo in un quartiere dove ci si conosceva tutti personalmente. Grazie alla semplicità dei rapporti eravamo intimi amici del minuto negoziante che ci serviva. Un controllore incassava i nichelini ad ogni fermata. Chiunque poteva dirgli "Buon giorno".
Un gelataio consegnava gelati ogni giorno. Non avevamo molte possibilità, ma avevamo molti contatti umani. Ed avevamo tempo. Ricordo una tempesta di neve che bloccò per quattro giorni tutti gli affari, in città. Nessuno se ne lagnò. Ci godevamo la neve. Oggi giorno, se questo accadesse per un solo giorno, sarebbe una calamità. La macchina degli affari deve essere tenuta in movimento continuo e il sentimento umano non conta.

Camminando oggi nella stessa città, non la riconosco più. L’alluminio e i grattacieli di vetro possiedono, ai miei occhi, una qualità irreale. I rifiuti e la sporcizia danno la sensazione che la città si stia deteriorando, ed in effetti è proprio così. Il ritmo frenetico, l’incessante attività, il traffico posseggono una qualità d’incubo. La gente si sente isolata. Vivono in dormitori, parlando raramente tra loro. Nessuno si fida dell’altro. Ciascun individuo vive in mondo proprio, come fa la gente ricoverata in un manicomio.
Ma non è solamente l’aspetto impersonale ad essere orribile; è la perdita di valori umani. L’unico valore che conta, a New York, è il denaro. Quanto denaro realizzi e quanto ne spendi? Non è la povertà ad essere disumana, sono la sozzura e l’indifferenza. È la distruzione della dignità personale. Sono la volgarità, la pornografia, l’oscenità. Ma ciò non interessa a nessuno, perché occuparsene è futile.

Esiste qualche incantesimo per cui l’orrore che è fuori riesce a penetrare anche nelle case? Non possediamo alcuna modalità per tenerlo fuori. Radio e televisione introducono le loro brutture all’interno delle nostre stanze private. E non vediamo l’orrore di questo, perché se lo vedessimo, andremmo immediatamente fuori di senno. Ma siamo storditi e lo dimostrano i volti inespressivi, la mancanza di canti e di risate, il movimento da robot, come se non avessimo sentimenti.

Eppure noi dobbiamo agire come se questo fosse reale, come se tutto ciò rappresentasse il significato della vita. Oh, sì, è reale, così come è reale qualsiasi orrore, ma è una realtà che è incongruente con la natura umana. Se accettiamo tale realtà, dobbiamo negare la realtà del corpo ed i suoi sentimenti. Questo è quanto avevano fatto i miei pazienti ed erano turbati. Se neghiamo la realtà di questo tipo di vita, il nostro equilibrio mentale diviene discutibile. Siamo in trappola, ed anche questo, per lo spirito umano, rappresenta un genere d’orrore.

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Come se non bastasse, c’è l’orrore delle droghe. Per qualsiasi ragione la gente fa uso di droghe, ed alcuni la impiegano per sfuggire all’orrore delle loro vite, ma la droga crea un orrore peggiore di quello da cui stanno tentando di sottrarsi. Il drogato diviene un essere inumano. Egli perde quei sentimenti che noi identifichiamo come umani. Egli sembra irreale. Sono sicuro che egli non percepisca l’orrore della sua condizione, poiché la droga lo rende cieco, tuttavia aumenta l’orrore intorno a noi.

In realtà l’orrore inizia al momento in cui nasciamo in un moderno ospedale. Se avete visto una moderna sala parto, potete realizzare quanto in sommo grado rassomigli alla camera dell’orrore di uno scienziato pazzo, così come abbiamo visto al cinema. Nella sala parto non esiste una finestra, per paura che, se fosse lasciata aperta, il nuovo nato potrebbe essere contaminato da un soffio d’aria fresca.

Il tavolo da parto, il tipo d’illuminazione e gli strumenti potrebbero essere usati in una stanza delle torture. Come medico, ho trascorso la mia parte di tempo in una sala da parto e perciò so di cosa sto parlando.
L’effetto dell’orrore è di rendere inumana una persona nel momento in cui vi è stata esposta per molto tempo. E una volta che ha perso la sua umanità, non riesce più a vedere l’orrore. Impara a vivere in esso come se fosse reale e significativo. Non è in grado di fare ciò con sentimento, ma soltanto con il suo intelletto. E di conseguenza impara a vivere nella sua testa. Non si ritira in sé come uno schizofrenico che vive in un mondo di fantasia. Diviene un computer che si occupa dei numeri come se i numeri fossero la vera essenza, mentre tratta il sangue, la carne ed i sentimenti, come se fossero oggetti privi di significato da manipolare nella partita del monopoli a cui tutti noi giochiamo.

La mente è affascinata dall’orrore perché esso rappresenta l’incomprensibile. Come tale si beffa della logica e dell’ordine dei nostri pensieri. Sfida la superbia della mente umana che deve spiegare e ricondurre tutte le forze a proporzioni umane. Poiché eliminiamo i misteri, non rimane nulla di cui avere timore. Facciamo lo stesso con l’orrore. Applichiamo una legge di causa ed effetto che privi l’orrore della sua forza d’impatto sui nostri sensi, e così alla fine non riusciamo più a vedere alcun orrore.

Mi sono spesso domandato per quale motivo i bambini siano affascinati dai film dell’orrore. Suppongo lo siano pure gli adulti. Ho pensato che ciò rappresenti il loro bisogno di sconfiggere il senso dell’orrore quanto basta per essere in grado di agire in un mondo che ne contiene molto.
Tuttavia l’introduzione dell’orrore attraverso i film non ci aiuta a fronteggiare l’orrore. Al contrario, ci impedisce di vederlo, facendoci supporre che esso sia una parte naturale della vita. Impariamo ad accettare l’orrore, non a respingerlo. In questo modo ne diveniamo vittime

Alexander Lowen

Riferimenti

Lowen A. Il Piacere, Roma, Astrolabio, 1984.
Lowen A. Il tradimento del corpo, Roma, Mediterranee, 1982.

Traduzione di Andrea Monteduro, a cura di Luciano Marchino e Marta Pozzi.

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LA PESTE EMOZIONALE


Un tratto essenziale della reazione della peste emozionale sta nel fatto che l'azione e la motivazione dell'azione non coincidono mai. Il vero motivo é nascosto, e l'azione viene giustifica con un motivo apparente.

Nella reazione caratteriale naturalmente sana il motivo, l'azione e la meta coincidono organicamente; non vi é nulla di dissimilato. Essa é immediatamente comprensibile. Per esempio: l'individuo sano non ha altre motivazioni dei suoi atti sessuali se non il suo naturale bisogno di amore e come meta il suo soddisfacimento.

L'appestato emozionale ascetico invece, motiva la sua debolezza sessuale in modo secondario adducendo ragioni etiche. Questa motivazione non ha nulla a che fare con il modo di vivere. Il modo di vivere dell'asceta che nega la vita esiste prima della sua motivazione.

L'individuo sano non cercherà mai di imporre a nessuno il suo modo di vivere, ma egli guarirà e aiuterà se gli si chiederà aiuto e se sarà in grado di darlo. In nessun caso un individuo sano decreterà che tutti gli uomini " devono essere sani". In primo luogo una simile imposizione non sarebbe razionale perché non si può imporre la salute; in secondo luogo l'individuo sano non ha alcun motivo di imporre il suo modo di vivere agli altri poiché le sue ragioni riguardano il suo modo di vivere e non quello degli estranei.

L'appestato emozionale si differenzia dall'individuo sano per il fatto che pretende che la realizzazione delle sue esigenze di vita non sia compiuta da lui stesso, ma soprattutto dal mondo che lo circonda. Nei casi in cui l'individuo sano consiglia e aiuta, nei casi in cui egli precede gli altri con le proprie esperienze lasciando agli altri la facoltà di decidere se lo vogliono prendere come esempio o meno, l'appestato invece imporre agli altri il suo modo di vivere ricorrendo alla violenza.

Gli appestati non sopportano i pareri altrui che minacciano le loro armature o che smascherano i loro motivi irrazionali. L'individuo sano é solo felice quando sente parlare dei motivi delle sue azioni. L'appestato invece s'infuria violentemente. L'individuo sano, in tutti quei casi in cui altre concezioni di vita disturbano la vita e il lavoro, lotta razionalmente per la conservazione del suo modo di vivere.

L'appestato lotta contro gli altri modi di vivere anche quando non lo riguardano affatto. Il motivo della sua lotta é la provocazione rappresentata dagli altri modi di vivere, per il semplice fatto che esistono. L'energia che alimenta le reazioni della peste emozionale scaturisce regolarmente dalla fame di piacere non soddisfatto, sia che si tratti di fatti sadici di guerra o della diffamazione degli amici. L'energia sessuale ingorgata é ciò che l'appestato ha in comune con tutte le altre biopatie. Parleremo subito delle differenze.

Il carattere biopatico fondamentale della peste emozionale si manifesta nel fatto che essa, come ogni altra biopatia, può essere guarita con l'instaurazione della naturale capacità di amare. La tendenza alla peste emozionale é molto diffusa. Non vi sono individui non appestati da una parte e individui appestati dall'altra.

Come ogni individuo ha, da qualche parte in profondità, la propria tendenza al cancro, alla schizofrenia e all'alcolismo, così ogni individuo, anche il più sano e il più vitale, porta in sé la tendenza alle reazioni pestilenziali irrazionali. E' più facile isolare la peste emozionale dalla struttura caratteriale genitale che da quella delle semplici nevrosi del carattere.

La peste emozionale é effettivamente una nevrosi del carattere o una biopatia del carattere nel senso stretto della parola, ma é anche qualche cosa di più; e questo qualche cosa di più la distingue dalla biopatia e dalla nevrosi del carattere. Possiamo definire peste emozionale quel comportamento umano che, in base a una struttura caratteriale biopatia, si manifesta nei rapporti interumani, quindi sociali, e nelle corrispondenti istituzioni, in modo orgonizzato o tipico. Il campo d'azione della peste emozionale é tanto vasto quanto quella della biopatia del carattere.
Vale a dire, ovunque esistono biopatie del carattere, esiste anche almeno la possibilità di un effetto cronico o di una esplosione epidemica acuta di peste emozionale.

Descriviamo rapidamente alcuni campi tipici in cui la peste infuria in modo cronico oppure si manifesta con eruzioni acute. Vediamo subito che la peste infuria proprio nei campi vitali più importanti: il misticismo nella sua forma distruttiva; la mania passiva e attiva di autorità; il moralismo; le biopatie del sistema del nervo vitale; il politicantismo partitico; la peste familiare che ho definito con il termine di "familitis"; le misure educative sadiche, la sopportazione masochista di simili misure educative oppure la ribellione criminale contro di esse; il pettegolezzo e la diffamazione; il burocratismo autoritario; l'ideologia imperialista della guerra; tutto ciò che si intende col termine americano di " racket"; l'asocialità criminale; la pornografia; l'usura; l'odio razziale.

Vediamo che il campo della peste emozionale coincide pressappoco con il vasto campo dei mali sociali che sono stati combattuti da tutti i movimenti per la libertà sociale. Con una leggera imprecisione si potrebbe mettere allo stesso livello la peste emozionale e la " reazione politica" e forse addirittura il principio della politica in genere.

Per fare questo in modo corretto bisogna applicare il principio fondamentale di tutte le politiche, e cioè la sete di potere e gli imbrogli, a tutti i diversi campi vitali dove non si parla di politica nel senso comune della parola. Per esempio, una madre che si serve dei metodi della politica per estraniare suo figlio dal marito, rientrerebbe in questo concetto ampliato della peste emozionale politica; lo stesso dicasi di uno scienziato ambizioso che avanza socialmente nella sua carriera non per le sue conquiste obiettive, ma ricorrendo agli intrighi, per occupare un posto sociale che non corrisponde in alcun modo alle sue realizzazioni.

Wilhelm Reich
Analisi del carattere, Sugar&Co edizioni

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LA PESTE EMOZIONALE parte I

Il termine di " peste emozionale " non ha un significato diffamatorio. Non riguarda la malvagità conscia, la degenerazione morale o biologica, l'immoralità e così via. Un organismo a cui é stata tolta la possibilità sin dalla nascita della locomozione naturale, sviluppa forme artificiali di locomozione. Un simile organismo zoppica oppure si serve di grucce.

Allo stesso modo un individuo si muove nella vita servendosi dei mezzi della peste emozionale, se sin dalla nascita sono state soppresse le naturali manifestazioni vitali dell'autoregolazione. L'appestato emozionale zoppica caratterialmente. La peste emozionale é una biopatia cronica dell'organismo.

Essa fece la sua comparsa nella società umana insieme alla prima repressione a livello di massa della vita amorosa genitale; essa divenne un'endemia che flagella la popolazione della terra da migliaia di anni. Non vi sono motivi per cui si possa presumere che la peste emozionale venga trasmessa ereditariamente dalla madre al figlio. Essa viene piuttosto inculcata nel bambino nei primi giorni di vita.

E' una malattia endemica, come la schizofrenia o il cancro, con la differenza che essa si manifesta essenzialmente nella convivenza sociale. La schizofrenia e il cancro sono biopatie che possiamo considerare il risultato dell'infuriare della peste emozionale nella vita sociale. Gli effetti della peste emozionale sono riscontrabili sia nell'organismo che nella vita sociale.

La peste passa periodicamente dallo stato endemico a quello epidemico, allo stesso modo di qualsiasi altra pestilenza, come per esempio la peste bubbonica o il colera. Le esplosioni epidemiche della pestilenza emozionale si manifestano in gigantesche esplosioni di sadismo e criminalità, in piccolo e grande stile. L'Inquisizione cattolica del Medioevo rappresentò una simile esplosione epidemica, il fascismo internazionale del XX secolo un'altra.

Se non consideriamo la peste emozionale come una malattia nel senso stretto della parola, rischieremmo di mobilitare contro di essa il randello della polizia anziché la medicina e l'educazione. E' tipico della peste il fatto che essa renda necessario il randello e che in questo modo riproduca se stessa. Nonostante la minaccia della vita che essa rappresenta, non verrà mai domata dal randello della polizia.

Nessuno si sente offeso quando gli si dice che é malato di cuore o che é nervoso. Nessuno può sentirsi offeso quando si dice di lui che soffre d un " attacco acuto di peste ". E' diventato abituale fra i sessuo-economisti che essi dicano di se stessi. " Oggi non riesco a combinare nulla perché sono appestato." Nel nostro ambiente, gli attacchi di peste emozionale, se sono di natura lieve, vengono superati nel senso che l'individuo colpito si isola e attende che l'attacco di irrazionalismo scompaia.

Nei casi più gravi, in cui non servono ragionamenti razionali e consigli amichevoli, si supera il problema vegetoterapeuticamente. Ci si convince che simili attacchi acuti di peste vengono regolarmente prodotti da un disturbo della vita amorosa, e che scompaiono quando si elimina il disturbo. L'attacco acuto di peste é un fenomeno tanto familiare a me e ai miei collaboratori più vicini che lo accettiamo con calma e lo risolviamo obiettivamente. Un aspetto importantissimo é che i vegetoterapeuti imparino durante il loro tirocinio a rendersi conto essi stessi degli attacchi acuti di peste, a non smarrirsi in essi, a non permettere che questi attacchi danneggino l'ambiente sociale in cui vivono e ad aspettare, distaccandosi intellettualmente, che passino.

In questo modo si riescono a limitare al minimo gli effetti dannosi quando ci si trova a collaborare con altri. Naturalmente a volte capita che un simile attacco di peste non venga superato e che l'individuo colpito sia la causa di danni più o meno gravi o che addirittura si debba ritirare dal lavoro che svolgeva. Noi accettiamo questi incidenti così come si accetta una grave malattia fisica o il decesso di un caro collega di lavoro.

La peste emozionale é più vicina alla nevrosi del carattere, che a una malattia cardiaca organica, ma alla lunga può generare il cancro o malattie cardiache. Essa viene alimentata, come la nevrosi del carattere, da pulsioni secondarie. Essa si distingue dai difetti fisici per il fatto che é una funzione del carattere e che come tale viene violentemente difesa. L'attacco di peste non viene percepito, come accade nell'isteria, come un attacco patologico e estraneo all'Io. Se consideriamo che già il comportamento nevrotico-caratteriale é normalmente brillantemente razionalizzato, la stessa cosa vale in misura molto maggiore per la reazione della peste emozionale: la mancanza della sua conoscenza é molto maggiore. Ci si chiederà in base a che cosa riconosciamo la reazione pestilenziale e in base a che cosa la distinguiamo da una reazione razionale? La risposta é la stessa che vale per distinguere una reazione caratteriale nevrotica da una reazione razionale: non appena si sfiorano le radici o i motivi della reazione pestilenziale, si manifesta immancabilmente angoscia o ira.

Discutiamo il fenomeno più dettagliatamente.
Un individuo essenzialmente non appestato e orgasticamente potente non sviluppa angoscia, ma vivo interesse quando per esempio un medico illustra la dinamica dei processi vitali naturali. L'appestato emozionale invece diventa irrequieto o si adira quando sente parlare dei meccanismi della peste emozionale. Non tutte le impotenze orgastiche conducono alla peste emozionale, ma ogni appestato emozionale é orgasticamente impotente in modo permanente oppure lo diventa poco prima dell'attacco.

In questo modo possiamo facilmente distinguere la reazione pestilenziale dalle reazioni razionali. Inoltre: un comportamento naturalmente sano non può essere disturbato o annientato da nessun intervento veramente terapeutico. Non esiste per esempio nessun mezzo di tipo razionale per "guarire", cioè disturbare, un felice rapporto amoroso.

Continua



Wilhelm Reich
, Analisi del Carattere, Sugar&Co.edizioni

opera A Iurilli Duhamel, Non esistono peccati d'amore, solo peccati contro l'amore. 2005

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FALSI PARADISI

La vita è mistero e magia quando lasciamo aperte le porte sull'infinito, quando siamo disponibili ad imparare nuove lezioni, quando rinunciamo a patologici fanatismi che ci precludono l'acceso a strade meno battute, quando neghiamo al nostro cuore la possibilità di aprirsi alla meraviglia di ogni istante di vita vissuto con sincerità.

Aldous Huxley sosteneva che l’essere umano è un anfibio multiplo, dotato del privilegio di vivere in più mondi , ma spesso rimane imprigionato in un unico mondo che alla fine diventa la sua angosciante bara-prigione, e quel che peggioè che molto spessissimo non l'abbiamo scelta liberamente e consapevolmente: è solo il risultato di una serie di condizionamenti e di bisogni inconsci.

Non ci si chiede mai abbastanza quanto siano l’amore e la fiducia a determinare le nostre scelte piuttosto che la paura e la mancanza di autentica fede nella vita. Nel momento in cui l’uomo si è gradualmente dissociato dall’identificazione con la natura e con il proprio corpo, ha dovuto inventarsi surrogati di vita e di spirito: Ovunque, siamo circondati da falsità: Falso cibo, falsa bellezza, falsa fede,falsi corpi, false identità fasulle, falso amore, falsi valori.

Nell’attimo in cui la vita ha smesso di essere il valore primario i suoi surrogati assurgono al livello di divinità; di fatto siamo una cultura di feticisti non più animisti ma intrisi di bieco inguaribile materialismo che ambiscono a pseudo felicità mentre si soppravive nel più totale stato di disperazione.

Secondo la religione, le sofferenze umane derivano dal fatto che l'uomo si è ribellato al Creatore. Per conoscere veramente la felicità ci viene raccomandato di tornare a Dio; tuttavia, anche il messaggio religioso tende a sottolineare che l’uomo in, non ha alcuna possibilità di essere felice. Può esserlo soltanto rimettendo questa capacità fuori di lui, nelle mani di qualcun altro: in questo caso, di Dio. È una visione in cui la vita appare come una sofferenza e Dio come un creatore crudele che ha creato l’uomo privandolo della possibilità di essere felice, a meno che non si ricongiunga con Lui.

Questa attesa della felicità con le mani in mano, si rivela uno dei messaggi più subdoli della nostra cultura, il mondo è malato di guerre, di sofferenze, di delitti, la terra è rovinata dall'inquinamento eppure la nostra Società si sforza di comunicarci che la felicità esiste ed è acquistabile e acquisibile attraverso beni concreti. In questo assurdo modo di pensare, la felicità è quindi considerata un risultato. Ne consegue che soprattutto per le nuove generazioni di adolescenti, ma non solo, gli obiettivi considerati desiderabili sono il possesso, il divertimento ad ogni costo, il narcisismo di sentirsi invidiati dagli altri.

Dovremmo profondamente interrogarci su quanta fatica dovranno fare gli adulti di domani, se oggi sono così confusi rispetto alla felicità .
Credo che per avere qualche possibilita di essere felici, dobbiamo invece fare lo sforzo di cambiarei nostri modelli di pensiero, ovvero cominciare a considerare che la felicita non è affatto un risultato o una meta , ma soprattutto è un processo.

Il possesso, la promessa di paradisi a venire o l’invidia e l'ammirazione del prossimo possono darci una illusione di felicita solo per brevi istanti; se non impariamo ad essere autenticamente felici, difficilmente potremo trattenere a lungo le sensazioni piacevoli, a preservare il nostro stato di grazia e a smettere di invocare la morte solo perché profondamente incapaci di vivere la vita e di trattenerla nei nostri corpi e nelle nostre esistenze.

Testo ed opera di Antonella Iurilli Duhamel

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IMMAGINI PER GUARIRE

La cultura occidentale promuove uno sviluppo prematuro delle facoltà mediate dalla parte sinistra del cervello.
Questo non è uno sviluppo naturale è un innalzamento prematuro dell'energia verso l'alto; la parola prevale sulla visione e il sentimento e persino giunge a slegarsi da essi.

Parte della nostra eredità culturale è la credenza che la mente è superiore al corpo, ciò inevitabilmente conduce ad una intellettualizzazione della spiritualità e riduce il corpo allo stato di macchina.

Questa separazione è tutt'altro che naturale e si traduce in una perdita dello stato di grazia.

La grazia è quello stato in cui l'essere umano può vivere in unità spirito materia dal momento che la grazia è lo spirito divino che agisce attraverso il corpo.

La comprensione umana e la comprensione intellettuale viaggiano da sempre su due binari diversi, ma bisogna ricordare che questa scissione è solo la conseguenza di uno stato di stress; lo stato naturale di salute prevede che pensiero , sensazioni, visioni e sentimenti siano uniti.

Le visioni interiori sono state utilizzate sin all'antichità come un modo di sanare questa spaccatura.

E’ scientificamente dimostrato che la visione del bello, e quindi dell’arte e della luce, ha un effetto straordinariamente benefico sull’animo umano.
La visione di opere d’arte può essere di grandissimo aiuto persino ai bambini ospedalizzati. I neuroscienziati hanno evidenziato la stretta correlazione tra arte, musica e preghiera, tutte contribuiscono a farci entrare in uno stato non ordinario di coscienza: una sorta di secondo cervello che crea equilibrio e rilassamento. Provengono dunque da un preciso stato energetico che produce onde cerebrali di un certo tipo che apre le porte del sentire e della capacità dittribuire senso

La fisiologia del corpo cambia da uno stato di stress e paura e passa ad uno stato di rilassamento profondo stimolando il nostro sistema immunitario ed è proprio così che iniziamo a guarire.

Antonella Iurilli Duhamel


opera Ernst Fuchs "Il Drago"

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CORPO/NATURA E COMUNI STRATEGIE DI POTERE

Il dominio o l'integrazione della natura sono una allegoria riferibile ad ogni sorta di meccanismo di controllo e sopraffazione. L’ecofemminismo ha rilevato che la natura corrisponde al femminile denigrato e a ogni forma di realtà ghettizzata e sopraffatta mettendo in luce quattro forme di dominio comprendenti: razza, classe, genere e natura.

Spesso si considera una qualsivoglia critica al sistema dominante come una specie di idiosincrasia da parte della ragione a favore della irrazionalità, ma la critica di un sistema basato sul dominio e l’esclusione, non implica l’abbandono di ogni forma razionalità, individualismo e scientificità; piuttosto,propone una loro ridefinizione che tenga conto dai danni causati all’ambiente e all’umanità dall’uso esasperato di categorie ed opposizioni.

La natura nel suo processo di asservimento e svalutazione, è stata vista come : passiva, un non soggetto , una comparsa silenziosa piuttosto che una protagonista di valore , un invisibile sfondo utile ai veri protagonisti costituiti dalla ragione o dalla la cultura delle classi dominanti occidentali, maschiliste e di pelle possibilmente chiara.
Le classi rese inferiori, e tra queste includiamo: natura, razza e classe sono una sorta di “terra nullius”, una risorsapriva di scopi propri , di prerogative e significati e pertanto la loro annessione o se vogliamo il loro fagocitamento da parte di ragione, intelletto, classi e razze dominanti costituisce una realtà più che giustificabile.

Ma per chi subisce sottomissione , si tratta sperimentare qualcosa di nettamente separato, alienato e sminuito, una sorta di regno sottostante il cui dominio da parte di chi o ciò che sta sopra è qualcosa di assolutamente inevitabile oltre che naturale.
Muovendoci dalla natura in se e dalla natura delle cose, un tale trattamento è oramai, una sorta di standard nelle culture occidentali dove persino la logica del dualismo è utilizzata in funzione di uno schema concettuale che
struttura diverse categorie di potere ed oppressione .

Secondo tale prospettiva anche il corpo umano con i suoi contenuti emotivi viene posto al di fuori del valore attribuito al razionale, e relegato ad una condizione di progressiva svalutazione, e come non valore è anche inferiore alla tecnologia subendo la stessa sorte toccata alla natura,

inizialmente la tecnologia si è rivolta alla natura, oggi si rivolge al corpo umano sviluppando una vera e propria tecnologia del corpo, Con una differenza sostanziale; che mentre la tecnologia applicata alla natura è servita a salvare energia umana e pertanto il suo costo è stato assorbito dal sistema industriale; la tecnologia applicata al corpo umano invece, non parte dall’interesse da parte del sistema che se ne assume i costi ma è l’individuo stesso a farsene personalmente carico per sostenere per tale trasformazione.

Il processo di tecnologizzazione del corpo viene generalmente descritto come un processo lineare al di fuori di dinamiche e conflitti di potere, di fatto però è un processo politico difficile da rivelare dal momento che coinvolge quei luoghi strategici di rappresentazione sociale che disonestamente fanno passare per naturale ciò che inrealtà non è mai stato.

Disgraziatamente il corpo naturale è costantemente preso di mira e condannato a sparire.


Antonella Iurilli Duhamel

A. Iurilli Duhamel, Sirene, 2007






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DIRITTO DI ESPRESSIONE

L’arte in quanto espressione del pensiero umano, ha il diritto/dovere di esprimere la propria visione su temi che coinvolgono la società.

Anche in questo caso gli artisti esprimono, con le loro diverse riflessioni, la supremazia del dubbio contrapposto alla banalità della certezza che spesso caratterizza le forme di ideologia portando gli uomini allo scontro anziché alla comprensione reciproca.




A. Iurilli Duhamel, Moonlight 2003

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TRATTATO DEL RIBELLE

Nei primi anni del secondo dopoguerra Ernst Jünger scrive una preziosa guida alla libertà che uscirà nel 1951 con il titolo enigmatico Der Waldgang (passaggio al bosco), oggi edito in Italia con il titolo Trattato del Ribelle (Adelphi).

Nell’antica Islanda il Waldgänger (letteralmente, colui che passa al bosco), è il proscritto che si dà alla macchia e conduce una vita solitaria, libera e rischiosa. Lo scrittore tedesco si rifà a questa tradizione nordica per tracciare la figura del Ribelle, un tipo d’uomo che sceglie di resistere al nichilismo desertificante del nostro tempo. Jünger individua nelle “teorie che tendono ad una spiegazione logica e razionale del mondo”, e nel “progredire della tecnica”, l’origine dell’assedio all’uomo moderno. Com’è possibile salvarsi da questa realtà che annienta l’essere, o perlomeno lo nasconde sotto identità artificiali? La risposta che Junger dà è : Incamminandosi lungo la Via del Bosco…

Se la nave, il Titanic, è il simbolo della civiltà tecnologica avanzata in cui trionfano razionalismo, ostentazione volgare, ed automatismo, il Wald /(Selva) è lo spazio sacro in cui l’uomo incontra se stesso, riscoprendo le forze primordiali della vita. Che il mondo della sicurezza borghese invece nega, intimorito dalla natura elementare. Come se si potessero cancellare gli istinti, le pulsioni profonde e la stessa morte (tutto ciò che troviamo nel Bosco), con una scelta razionale. La Selva non è quindi semplicemente un paesaggio naturale, ma soprattutto il simbolo di quella “terra selvaggia” (Wildnis), che ogni uomo ha in sé.

In questo senso il bosco può crescere ovunque, sulla nave come nella metropoli moderna e per questo Jünger parla del bosco come di qualcosa di intimo, di segreto, che molti possono ritrovare, lì dove sono, dentro di sé. La parola tedesca heimlich significa appunto segreto, e quindi luogo protetto. Il passaggio al bosco è però anche unheimlich/inquietante : una “escursione perigliosa” , oltre il “meridiano zero del nulla” che comporta un “avvicinamento” alla morte.

Come insegnano le dottrine tradizionali, solo nell’estremo pericolo cresce ciò che salva. Nella foresta infatti il Ribelle rinasce ad una vita nuova e più autentica: solo andando verso la morte il singolo, che è “l’uomo libero come Dio l’ha creato, l’uomo che si nasconde in ciascuno di noi”, può vincere la paura dell’annientamento, e quindi ogni altro timore che discende da quella paura.

Diventando così un uomo libero, conscio della sua natura principesca e dell’immensità della sua forza che lo mette in relazione con l’Assoluto. Il passaggio al bosco non sembra dunque, come lascia intendere lo stesso Jünger, un regresso al mondo delle madri. Ce lo ricorda Nietzsche: il “ritorno alla natura” non è propriamente un retrocedere ma un andare in alto verso “l’eccelsa, libera, e anche tremenda natura e naturalità, una natura che gioca e può giocare coi grandi compiti”.

In definitiva possiamo dire che con il Trattato del Ribelle Jünger ci consegna un’immagine della foresta (che ritroviamo spesso anche nella mitologia e nelle fiabe europee, a testimonianza di quanto sia radicato nel nostro animo il simbolo del bosco), come luogo in cui l’uomo diviene sovrano di sé, ritrovando il contatto con quei poteri che sono superiori alle forze del tempo.

E , come afferma Claudio Risé ne L’ombra del potere (Red edizioni), il Waldgänger è una rappresentazione contemporanea dell’archetipo dell’Uomo Selvatico, colui che si salva grazie al suo sapere naturale. La Via del Bosco è dunque il percorso che ogni uomo deve compiere per recuperare la sua “selvatichezza”, e per riscoprire quelle forze ed energie maschili, anche violente ma necessarie alla trasformazione della realtà, che la società grandematerna ha sacrificato sull’altare delle buone maniere.

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IN NOME DELLA NORMALITA' ultima parte

Lo sviluppo umano può prendere due strade: una mediata da una vita interiore in grado di preservare una ferma connessione con il mondo esteriore, ed un’altra diretta dall’esterno, assecondata dalla rinuncia della percezione del proprio mondo interiore. Se la modalità esterna riconosce solo obbedienza e conformismo non prestando più orecchio al dolore interno, il risultato finale sarà un comportamento esplosivo distruttivo.

La biforcazione tra la modalità interiore e quella esteriore ci chiarisce non solo due diversi tipi di organizzazione del Sè ma ci illustra due stati dell'essere autoannullanti : Il potere e l’amore.

Ci sono due diverse forme di insanità; una che è divenuta un modo consueto di vivere ed un’altra che è il sintomo di protesta nei confronti di un mondo e di un modo di vivere divenuto insopportabilmente doloroso. Nel nostro tipo di cultura, il primo è considerato realismo, il secondo patologia.

Secondo questa visione uno psicopatico è una persona realista che sa ben tirare l’acqua al suo mulino; uno schizofrenico è un disgraziato che ha perso il controllo sulla sua vita.

Il mondo dell’arte, per fortuna, può tuttora costituire una possibilità di salvezza quando ci mette in contatto con artisti che non hanno smarrito la loro connessione con i bisogni umani e le loro motivazioni; pur andando contro la corrente dell’omologante conformismo sono ancora in grado di parlare una lingua che è in grado di considerare la globalità dell’esperienza umana nella sua totalità e profondità.

La tendenza attuale è quella di limitare o eliminare l’apporto umano, la naturalezza del suo esistere a favore di un atteggiamento epurato mentale, schizoide, nascosto dietro la maschera della salute e della normalità.

In realtà questa tendenza ci conduce verso l’eliminazione totale della nostra umanità a favore di idee vuote, devitalizzate; di categorie e compartimenti che servono ad aumentare ulteriormente i dubbi sulle nostre identità e i nostri sentimenti indebolendoci.

Ne consegue una ulteriore perdita dal momento che neghiamo che l’essenza della nostra unita ed integrità giace nei nostri sentimenti e nella voce del nostro cuore.
La lingua del cuore si muove dall’intimo bisogno di calore e amore che vorremmo dare e ricevere, la nostra civilizzazione ci ha resi ansiosi e vergognosi ogni qualvolta ci troviamo in una posizione di vulnerabilità.

Il linguaggio della “realtà” ci promette un alleggerimento dal peso dei nostri bisogni spingendoci a tradire e negare le nostre intime percezioni ecco perché il linguaggio del cuore è l’unica via d’uscita: la nostra integrita non può essere raggiunta grazie all’acquiescienza ad una realtà di compromesso tesa all’accumulo costante di controòòo e potere ma grazie allo sviluppo della nostra capacità di provare compassione, di sperimentare dolore e gioia.


Antonella Iurilli Duhamel



opere A. Iurilli Duhamel "Rituali di trasformazione"

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IN NOME DELLA NORMALITA' II parte

Su questo pianeta l’essere umano sembra essere l’unico ente capace di perpetrare una distruzione fine a se stessa; Sigmund Freud attribuisce tale distruttività ad un a priori istinto di morte, ma molte altre teorie psicologiche mostrano una stretta correlazione tra il tradimento del Sé, il tradimento del corpo e il bisogno compulsivo di acquisizione di potere.

Viviamo in una cultura in cui furbizia, manipolazione e tradimento sono divenuti modi consueti di adattamento alla realtà , il paradosso è che molto spesso coloro che non riescono a sopportare la mancanza di valori umani sono considerati "fuori luogo", "disadattati", quelli che invece hanno tagliato le radici con il proprio Sé e quello collettivo sono considerati "normali", anzi: è proprio nelle mani di questo tipo di persone, che mettiamo le nostre vite e il nostro futuro. Le abbiamo regalmente insignite della capacità di relazionarsi in modo corretto con la realtà, ma il cosiddetto adattamento alla realtà non è necessariamente un criterio di salute.

Assai raramente ci chiediamo che valore hanno i sentimenti in un mondo che privilegia il tornaconto dei pochi a scapito dei più, in cui la natura è costantemente saccheggiata, dove tutto oramai ha un prezzo.

Siamo giunti a rigettare il nostro Sé a favore di una vita all'insegna dell'acquisizione di potere dove i sentimenti di rivalsa diventano il nostro pane quotidiano e persino l’amore si tinge di dolore costante; un Sè dissociato non si rende conto della sua sottomissione e collaborazione ed in virtù di ciò è possibile convincersi che persino il dolore inflittoci da bambini dai nostri genitori è un atto d'amore.

Proprio attraverso questo genere di confusione, di questo 'particolare' tipo di amore paternale che vengono poste le basi di potere e controllo sulle persone. Quando la manipolazione diviene la modalità più consueta di rapportarsi l’un l’altro, il modo con cui una persona appare ha più valore della sua interiorità, le parole e soprattutto le promesse diventano più importanti dei gesti e dei fatti, fino a che non attiveremo una relazione intima e duratura non potremo accorgercene.

Siamo totalmente mediati e sedotti dalla vista a discapito di tutti gli altri sensi che potrebbero darci indicazioni ben più specifiche su chi abbiamo di fronte e chi veramente siamo; dietro facce sorridenti spesso vengono celati i peggiori propositi.

(continua)

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IN NOME DELLA NORMALITA' I parte






" Esiste in ogni pazzo un genio incompreso le cui idee spaventano le persone e il cui delirio è l'unica soluzione allo strangolamento che la vita ha in serbo per lui"

Antonin Artaud, "Van Gogh, the Man Suicided by Society"
















Non c’è parola che abbia mietuto più vittime della parola “ Normalità”; in suo nome i suoi detentori si sono spessissimo arrogati il diritto di umiliare, saccheggiare, distruggere, eliminare e persino uccidere.

Se guardiamo alla natura che rimane tuttora la nostra migliore insegnante, non troveremo mai un albero uguale ad un altro; persino tra le sue foglie non ne troveremo mai una che sia perfettamente identica ad un’altra Questo ci dice che l’unicità è l’elemento di base della vita su questo pianeta.

La natura appare provvista di una intima bontà che si traduce in un incessante ricerca di equilibrio, ma quando il problema dell’intima bontà viene portato sul terreno umano le questioni sono innumerevoli, specie alla luce delle immense calamità che l’uomo ha inflitto alla sua specie, oltre che all'intero pianeta.

Freud ha postulato un essere umano nato con un istinto di morte difficile da sradicare e una certa predisposizione nei confronti della violenza.
Tuttavia questa interpretazione non tiene conto delle teorie del 'senso di se' secondo il quale in virtu di un sentimento che si chiama empatia l’essere umano non può fare all’altro quello che non vorrebbe fosse fatto a se stesso.

Ma quando un bambino comincia a non percepire più i sentimenti dei propri genitori nei suoi confronti e, al contrario, si viene a trovare nella condizione di dover rispecchiare la loro immagine e ad essere costretto a sostenere il loro precario senso di identità, è a quel punto che inizia il processo di tradimento del Sè, che altri non è che una forma di adattamento alle dinamiche di potere familiare prima e sociali dopo.

Il bambino comincia a percepirsi come fuori dall’Eden, isolato da se stesso e dal resto del mondo sul piano emotivo. Viene totalmente a mancare il collegamento tra tra azioni e motivazioni, viene negata ogni dimensione di intimità e fiducia.

Quando perdiamo l’abilità di collegarci con il mondo interiore delle nostre emozioni, cominciamo a costruirci un falso Sè; ci modelliamo sulla base di una immagine accettabile da un punto di vista familiare e sociale, una immagine egosintonica che ha ben poco a che vedere con la nostra intima realtà.

La compulsività a soddisfare il copione inconscio prende il sopravvento sull'empatia, sulla capacità di essere radicati in noi stessi e identificati con le nostre emozioni, è a questo punto che cominciano la distruttività e la sopraffazione: l'allucinante corsa verso controllo e potere.
(continua)

Antonella Iurilli Duhamel





opera A. Iurilli Duhamel, Dreaming

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SCIMMIE RISORTE O ANGELI CADUTI?

Le teorie di Darwin hanno portato alla luce i maggiori conflitti esistenti tra la tradizione secolare e quella religiosa; queste teorie hanno evidenziato che l’uomo ha molto da condividere con il regno animale.

L’approccio religioso considera l’uomo dotato di un’anima preesistente alla nascita del corpo. Entra nel feto umano ad un certo punto del suo sviluppo, vi rimane nel corso della sua vita e se ne separa alla morte,infine ragiunge tutte le altre anime per il giudizio finale da cui dipenderà la sua destinazione finale verso il paradiso o la dannazione eterna.
Accanto alla visione giudaico-cristiana abbiamo quella Hindu che crede nella reincarnazione.In questo caso l’anima ritorna alla terra molte volte per purificarsi e acquisire alti livelli di consapevolezza e illuminazione prima di giungere al Nirvana: lo stadio massimo di illuminazione, solo a quel punto, sarà finalmente trasceso il dolore delle varie reincarnazioni. In tutte queste posizione è avvertibile il desiderio di eternità contrapposto alla mortalità e alla caducità della materia.

Darwin che costituisce l’approccio secolare, chiamò l’anima: psiche e la ritenne intimamente connessa con il corpo e correlata alle funzioni cerebrali e alla personalità umana.
Darwin puntualizzò che gli animali funzionano a livello emotivo in maniera simile agli umani; hanno sentimenti di paura, amore, gioia. I loro corpi esprimono somaticamente le emozioni alla stessa stregua del corpo umano: i muscoli vibrano, le palpitazioni accelerano i peli si raddrizano ecc, al pari degli esseri umani , gli animali dimostrano tristezza di fronte alla perdita: molte scimmie non esitano ad adottare i cuccioli rimasti orfani; sono inoltre provvisti del senso di meraviglia e di curiosità e in certi casi persino dotati di umorismo, dimostrano di essere dotate anche del sentimento ritenuto il più nobile: l’amore.

Alcuni riconoscono agli animali la capacità di provare sentimenti ma non certo la facoltà di ragionamento e immaginazione ritenuta esclusiva prerogativa del genere umano. Darwin però ha persino messo in crisi questa diffusissima convinzione provando che gli animali sono finanche provvisti di queste qualità, cita l’esempio della scimmia che aveva l’abitudine di rompere le noci con i denti, ma il giorno in cui il dente le si ruppe iniziò a usare una pietra per frantumare il suo cibo preferito.

Secondo Darwin, gli animali denotano persino un certo senso estetico quando esprimono il loro gusto per certi colori e certe forme nella scelta dei loro compagni, ovviamente nel genere umano in certi casi questo senso è ulteriormente raffinato e grazie ad esso se siamo in grado di apprezzare la natura, e l’arte, la poesia.
L’uomo a differenza dell’animale ha sviluppato ulteriormente la cultura ed il linguaggio avvalendosi dell’abilità di scrivere. Gli animali comunicano anche in modo molto complesso ma non scrivono mentre è grazie alla scrittura che gli esserti umani hanno sviluppato la letteratura, le scienze la psicologia ecc

Tra le differenze tra animale e uomo Darwin sottolinea la nozione di Dio e di religione come parte integrante della sua cultura, tuttavia il concetto di Dio non è universale esistono culture che non possiedono la parola equivalente, mentre il concetto di religione è universale, comprende le teorie e le credenze sull’invisibile e le forze spirituali è presente anche tra le razze umane più primitive.
Secondo Darwin lo sviluppo delle religioni va di pari passo con il mondo dei sogni, delle visioni degli spiriti; molte culture considerano il sogno una visita da parte di uno spirito e non una attività della mente inconscia.
Molte razze umane hanno sviluppato credenze superstiziose in maniera cieca senza metterle in discussione, raggiungendo a volte livelli drammatici come la rabbia di certi dei nei confronti degli umani che prvedeva sacrifici di ogni specie persino umani.

Darwin evidenziò che una tale mentalità è naive, infantile, e in quanto tale si è spesso prestata ad essere abusata da leaders religosi senza scrupoli, avidi di potere e di ricchezza. Tuttavia si dimostra ottimista quando afferma che nella misura in cui scienza, psicologia e filosofia si sarebbero sviluppate gli esseri umani avrebbero imparato ad usare in maniera più sofisticata ed efficace le loro facoltà razionali mettendo in discussione le superstizioni dei loro avi.

Darwin affermò che la mente umana evoluta è corredata di senso etico e di coscienza, che gli esseri umani sono in grado di sviluppare un senso di empatia e che il futuro dell’umanità è collegato alla crescita di altre comuntità e culture. Sebbene accanto ad esseri umani con una mente evoluta ve ne siano altri decisamente involuti che agiscono in maniera ottusa, insensibile e persino crudele egli ritenne che questi atteggiamenti sono la conseguenza di una mente perversa tesa verso la distruzione del naturale senso morale.

Darwin ha dimostrato la grande somiglianza tra la la mente animale e quella umana e ha enfatizzando che il modo in cui si differenziano è solo per grado evolutivo e non di genere e che una ulteriore evoluzione del genere umano è possibile solo grazie allo sviluppo di qualità benefiche non solo per l’individuo ma per l’intera specie.

Nel mondo animale cambiamenti e adattamenti sono avvenuti grazie ad una selezione naturale e sono tuttora controllati da fattori istintuali e inconsci. Tra gli esseri umani sebbene questi cambiamenti dipenderanno dalle scelte individuali e collettive, le possibili scelte dovrebbero avvalersi di maggiore razionalità e coscienza dal momento che gli esseri umani hanno il privilegio di poter mediare gli istinti e giungere pertanto a soluzioni creative e sagge.

Le teorie darwiniane costituiscono tuttora un solida base per la filosofia naturalistica e la psicologia umanistica e secolare, su tali presupposti psicologi e filosofi come Sigmund Freud, Karl Marx, Abraham Maslow, Jean Paul Sartre, Eric Fromm e molti altri hanno eretto le fondamenta delle loro lavoro.
Charles Darwin ha contribuito enormemente non solo nel campo della biologia ma anche in quello delle scienze umane il suo libro “ L’origine dell’uomo” è un vero tesoro per comprendere differenze e le similarità non solo tra uomo e animale ma anche tra i diversi stadi evolutivi della nostra psiche.


Antonella Iurilli Duhamel





Darwin, Charles
: The Descent of Man, Great Mind Series, Prometheus Books, Amherst, New York, 1998.

Darwin Charles,L' origine dell'uomo e la selezione sessuale. Editori Riuniti,1999

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L'OMBRA













Immaginate un uomo che abbia il coraggio di recuperare tutte le sue proiezioni, allora avrete un individuo consapevole della consistenza della sua ombra.

Un tale uomo capovolge la situazione; si assume nuove possibilità, e non perde tempo a condannare questo o quello , non parla di quello che deve essere combattuto o eliminato, ; egli vive nella “Casa dell’Unione”.

Lui sa che ciò che è sbagliato nel mondo è in se stesso, e solo se impara a trattare con la sua ombra può fare qualcosa di utile e reale per il mondo. Quantomeno è riuscito ad assumersi almeno una parte infinitesimale del gigantesco problema sociale irrisolto del del nostro tempo.



Carl g. Jung, Psicologia e religione (1938
In CW 11: Psychology and Religion: West and East.
P.140







A. Iurilli Duhamel,
Complementari, 2004

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L'ARTE DI ASCOLTARE







Alcuni allievi non vogliono avere seccature quando sono per conto loro, ma ne procurano all’insegnante, facendo continuamente domande sugli stessi argomenti, come uccellini implumi che stanno sempre a bocca aperta verso la bocca altrui e vogliono ricevere tutto già pronto e predigerito dagli altri.

Così "la strada corta diventa lunga", come dice Sofocle, non solo per loro, ma anche per gli altri: infatti, interrompendo di continuo l’insegnante con domande vuote e superflue, come se fossero in gita, intralciano l’andamento regolare dell’insegnamento, che subisce interruzioni e ritardi.

Ai pigri, poi, raccomandiamo che, una volta che abbiano compreso i punti essenziali, mettano insieme il resto da soli, e guidino la ricerca con il ricordo (di ciò che hanno già appreso), e, dopo avere accolto la parola altrui come un principio ed un seme, la sviluppino e la accrescano. Infatti la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come legna da ardere, ha bisogno solo di una scintilla che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità.



Plutarco di Cheronea, L’arte di ascoltare





opera A. Iurilli Duhamel, Kassandra

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ARMONIA






















Chi sa mettere d'accordo la realtà della vita
con il suo mondo interiore
pieno di poesia,
riesce a traformare la vita di tutti i giorni
in una splendida fiaba.
Cerca di diventare ciò che non sei ancora,
rimani quello che sei.
In questo rimanere e in questo divenire
sta tutto il bello su questa terra.






Romano Battaglia
" Incanto" Rizzoli, 2008

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INEVITABILI CONSEGUENZE

























Un Bambino criticato impara a condannare.
Un bambino che vive nell'ostilità impara a lottare.
Un bambino che vive nella paura impara ad essere ansioso.
Un bambino un bambino compatito impara ad essere sovraindulgente nei propri confronti.
Un bambino che vive con la gelosia impara ad essere colpevole.
Un bambino che vive con l'incoraggiamento impara ad avere fiducia in stesso.
Un bambino che vive nell'equilibrio impara la giustizia.
Un bambino che vive nell'onestà impara la verità.
Un bambino che vive nella sicurezza impara ad avere fede.
Un bambino che si sente riconosciuto impara ad avere obiettivi.
Un bambino che vive in mezzo all'amicizia impara che il mondo è un luogo meraviglioso.

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LA RESA DEL CORPO ultima parte


























Umano forse troppo, il Cristo di Saramago, nasce sporco tra gli umori di una madre sicuramente non vergine. Un uomo che spesso si rivela vulnerabile, smarrito, come un qualunque essere umano che spesso soffre in silenzio di fronte ad un padre troppo preso dalle sue ambizioni di potere .

Un Cristo in conflitto tra la sua parte carnale e il desiderio di soddisfare le ambizioni paterne. Così in bilico tra perfezione e umanità, tenta di sfuggire la propria divinità. Instaura un’amicizia col diavolo, cade nel peccato della carne e, tuttavia, cerca di soddisfare persino le aspettative paterne raccogliendo fedeli lungo le sue peregrinazioni. Alla fine muore in croce, ma con la netta sensazione di essere stato manipolato e immolato ad un progetto deciso da altri.
Non muore per salvare gli uomini, ma per rafforzare ed allargare il dominio di Dio e di Satana in eterno conflitto.

Tutti e tre i romanzi portano alla luce la complessità del dilemma umano dilaniato tra spirito e carnalità, anima e corpo, ideale e reale. Un campo di battaglia straziato da secoli di morale sessuofobica al servizio di elevati ideali di purezza e perfezione.
Tutte e tre le opere letterarie sono, inoltre, un interessante esempio di ritorno alla scena storica primaria ed al capovolgimento dei suoi valori peculiari.
Carl Jung, riprendendo un tema caro ad Eraclito, potrebbe definire queste forme letterarie come enantiodromiche. L’enantiodromia è la tendenza di ogni concetto ad alimentare il suo opposto,
Eraclito aveva utilizzato questo termine per indicare il gioco degli opposti nel divenire; in altri termini tutto ciò che esiste passa al suo opposto. Egli si servì della medesima definizione per descrivere un fenomeno caratteristico che si verifica quasi universalmente, là dove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente; quando questo avviene, con il tempo viene a formarsi una contrapposizione inconscia altrettanto forte che inizialmente si manifesta con un'inibizione delle prestazioni della coscienza, ed in seguito con un'interruzione dell'indirizzo cosciente.

Nulla di aberrante, è un processo naturale osservabile ovunque.
Restituire corpo, sessualità e umanità a Gesù Cristo è un gesto corretto sul piano enantiodromico; d’altronde dovremmo ricordarci che fino al concilio di Trento (l’antirinascimento per eccellenza) Gesù era chiaramente rappresentato corredato di attributi sessuali attivi. Sono moltissime le opere d’arte che possono testimoniarlo.
La repressione e la negazione di Cristo ha luogo con il Concilio di Trento e con esse anche quelle del resto dell’umanità. Castrazione e sessuofobia divennero la nuova forma di martirio, la nuova croce su cui immolarsi.

Purtroppo abbiamo dimenticato che la virilità di Gesù è una componente fondamentale nella concezione cristiana, negare questa evidenza, negare la sessualità di Cristo, equivale a negare l’ensarcosi: l’incarnazione del Figlio del Cielo e, dunque, negare il dogma stesso del Dio-uomo; il che equivale a pronunciare bestemmia.

Come non dare ragione a Saramago quando, nel Vangelo secondo Gesù, afferma: “E’ meglio non azzardare giudizi morali assoluti perché, se daremo tempo al tempo, arriverà sempre il giorno in cui la verità diventerà menzogna e la menzogna si trasformerà in verità.”

David.H Lawrence, Nikos Kazantzakis e Josè Saramago potrebbero tuttora rappresentare, per la Cristianità, interlocutori di grande prestigio se non fosse così radicata la paura di mettere in discussione il bisogno di una verità assoluta, il bisogno di delegare al di fuori di noi le nostre responsabilità morali, di trovare un rifugio dalla paura del vuoto e soprattutto dalla paura di noi stessi.

Antonella Iurilli Duhamel









Marck Chagall
, Eda Okada



Bibliografia

C.G. Jung. Dizionario di Psicologia Analitica, Bollati Boringhieri 1978
Eraclito. Frammenti, testimonianze e imitazioni, Bompiani 2007
A- Lowen. Il Tradimento del corpo, Ed. Mediterranee, Roma 1987
D.H. Lawrence. L’uomo che era morto, Lindau, 2003
N.Kazantzakis “L’ultima tentazione di Cristo, Frassinelli 1998
J. Saramago. Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Einaudi 2002


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LA RESA DEL CORPO seconda parte
























Qualche anno dopo, nel 1954, il Pontefice della Chiesa Cattolica, mette all’indice L’ultima tentazione di Cristo di Nikos Kazantzakis il quale, riprendendo i versi di Tertulliano, risponde: Ad tuum, Domine, tribunal appello.
Una risposta che ancora una volta mette in discussione l’autenticità delle motivazioni morali di cui la Chiesa sovente si fregia nelle sue sante campagne politiche.

“Mi avete maledetto, Santi padri? Io vi benedico: possa la Vostra coscienza essere chiara quanto la mia e possiate essere morali e religiosi quanto lo sono io”.

Questo, sarà il suo ulteriore commento nei confronti di una scomunica che lo perseguiterà senza soluzione di continuità fino alla sua morte, quando gli verrà persino negata l’esposizione della sua salma.

Katzantzakis è stato un intellettuale ed un artista di altissimo livello. Dotato come pochi di una profonda quanto vasta cultura umanistica oltre che di una profonda spiritualità. Sicuramente non ci si poteva aspettare che un uomo di tale acume e sensibilità restasse inerme di fronte all’aggressione di un messaggio cristiano volto all’ottundimento delle menti. In tutta la sua vita il valore delle argomentazioni fecero di lui un temibile avversario per la Chiesa Ortodossa e Romana; egli ebbe il torto di esortare l’umanità a preservare la propria dignità, la propria capacità di giudizio e, soprattutto, le proprie responsabilità civili e morali.

Kazantzakis ci indica un rapporto con Dio scevro da ogni infrastruttura clericale e da ogni forma di intermediazione nel contatto con l’anima; il suo grido di Dio è di una tale bellezza e vitalità da sconvolgerci fino al profondo delle nostre radici:

Io, l’Urlo, sono il tuo Signore, il tuo Dio! Non sono un rifugio. Non sono una Casa, neanche la speranza. Non sono Padre, né Figlio, né Spirito. Sono il tuo Generale! Tu non sei uno schiavo, né un giocattolo nelle mie mani. Non sei mio amico, non sei mio figlio. Sei il mio compagno nella battaglia. Difendi coraggiosamente gli stretti che ti ho affidato; non tradirli! Hai il dovere e le possibilità per diventare un eroe nel tuo ambito. Amare il pericolo. Qual è la cosa più difficile? Questa pretendo! Qual è la strada da seguire? La salita più ardua. Questa strada ho intrapreso anch’io; seguimi! Impara ad obbedire. Solo quello che obbedisce ad un ritmo superiore a se stesso è libero. Impara a comandare. Solo colui che sa comandare è il mio rappresentante su questa terra. Amare la responsabilità. Dire: io, soltanto io ho il dovere di salvare il mondo. Se non si salverà sarà soltanto colpa mia. ”

Qualche anno dopo nel 1992 la storia si ripete con un altro romanzo Il Vangelo secondo Gesù Cristo scritto dal premio Nobel Josè Saramago.
Ancora una volta volano le minacce di scomunica da parte dei benpensanti che colgono in questa nuova operazione di umanizzazione di Gesù Cristo una blasfemia intollerabile a tal punto che Saramago sarà costretto ad abbandonare il Portogallo e rifugiarsi alle Canarie dove tuttora risiede.
Il Vangelo di Saramago è un’opera di inestimabile valore letterario, ma ha avuto il torto di dipingere la figura del Cristo come quella di un povero cristo vittima di quelle ambizioni di potere paterne che puntualmente ricadono sui figli. (continua)




Antonella Iurilli Duhamel



Marc Chagall,

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LA RESA DEL CORPO I parte


"La vita del corpo è la vita delle sensazioni e delle emozioni. Il corpo prova vera fame, vera sete, vera gioia … vera ira, vero dolore, vero amore, vera tenerezza, vero calore, vera passione, vero odio, vero sconforto. Tutte le emozioni appartengono al corpo; la mente non fa che riconoscerle"

D.H.Lawrence

Gli uomini pensano di risolvere tutto con la mente invece di "sentire". Ma il sentire non ha a che fare con l’intelligenza o con la forza. Solo lavorando su di sé, sul proprio corpo - grazie al quale l’uomo "sente," l’uomo può curarsi e aspirare, come è sacrosanto, a una vita sana, libera, felice. Ed essere in grado di amare veramente.

Alexander Lowen

Ciò che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l'armonia più bella, e tutte le cose nascono secondo gara e contesa.

Eraclito





Agli occhi della Chiesa e della morale benpensante, David Herbert Lawrence, Nikos Kazantzakis e Jose Saramago si sono macchiati di un peccato mortale: hanno reso a Gesù Cristo il suo corpo naturale.

Lawrence un anno prima di morire, scrive: L’uomo che era morto, un breve racconto in cui ci presenta Gesù Cristo che si risveglia dal proprio martirio. Libero da ogni missione spirituale, amareggiato, disgustato dalla sua precedente pretesa di salvare l’umanità e avvilito dalla folla dei seguaci che lo avevano fanaticamente attorniato adorandolo, coglie nel suo risveglio, una nuova possibilità di rinascere alla vita come un comune essere umano.

Nella solitudine e nel silenzio del suo nuovo giaciglio comincia a percepire le vibrazioni del corpo rinato, la dolcezza e la gratitudine per la donna che in cambio di nulla si occupa di lui, il richiamo dei piaceri semplici e soprattuto, la rinuncia a qualsivoglia bisogno di grandezza: libero da vincoli e ambizioni, si arrende a se stesso, alla vita del corpo, alla pienezza dell’amore carnale.

Il tema non costituisce una novità, David Herbert Lawrence in tutta la sua produzione letteraria, non si è mai discostato dall’idea che, l'unica trascendenza possibile, risiede nella quotidiana rinascita all'universo delle cose; il peccato più grande è costituito dalla rimozione del corpo e dalla castrazione del suo significato spirituale più profondo.

L'uomo che era stato crocifisso, grazie al contatto con la natura e il sole della vita si rianima dal sonno della morte, si guarda intorno e inizia ad osservare il mondo attorno a sé con sguardo nuovo e partecipe. All’alba della sua nuova consapevolezza realizza che la vera risurrezione è l'essere ritornato alla Natura e nel far ciò abiura la vita passata e la sua astratta predicazione. (continua)

Antonella Iurilli Duhamel


Marc Chagall "Crocifissione bianca" (1938)
The Art Institute of Chicago - U.S.A.

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AUSPICABILI ELEMENTI DI CIVILTA'






















La libertà di parola, di culto, di stampa, di associazione e di espressione.

Il tentativo di liberare gli uomini dalla paura e dal bisogno.

Il
rispetto dei diritti dell'uomo e del cittadino.

Il tentativo di riconoscere i diritti naturali - (Leggi Universali).

Un ordine basato sulla Legge.

La parità fra l'uomo e la donna.

La tolleranza nei rapporti.

Un'istruzione di massa.

Un regolare processo.

Un trattamento umano dei prigionieri di guerra.

Un'assistenza per i bisognosi (salute).

Una regolamentazione del lavoro e conseguente riposo e tempo libero.

La separazione fra Stato e Chiesa.

La democrazia come fondamento sociale

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LUCE -OMBRA metafore di trasformazione





" Lo soopo della vita non è guardare nella luce, ma portare luce nel buio. La seconda procedura tuttavia, è la più difficiel e faticosa e quindi molto impopolare"
.


Carl Gustav Jung


"Il livello di civiltà di una società si valuta dalla quanto è in grado di riciclare"



Dhyani Ywahoo









La guarigione implica la capacità di trasformazione ed ogni trasformazione avviene all’interno di un crogiuolo o di un vaso alchemico.

Una metafora interessante è costituita dal seme, dall’uovo, dall’utero e ancor di più dalla Luna.

La trasformazione avviene all’interno di una dimensione di contenimento.

Il contenimento è per sua natura femminile.

Una società devastata da millenni di guerra per la supremazia del potere, è una società fortemente compromessa nelle sue qualità femminili, lo squilibrio di cui soffre la pone costantemente a rischio di estinzione.

Il femminile, e chiarisco che questa dimensione energetica e psicologica oltrepassa ogni categoria di genere sessuale, ha in se le innate facoltà di: istinto, intuizione,emozione, sentimento, immaginazione

I suoi maggior attributi sono:

Giustizia,Saggezza, Compassione, amore, Capacità di nutrimento e protezione della vita in ogni sua forma.

Sono queste le facoltà che abbiamo bisogno di risvegliare per sostenere qualunque forma di trasformazine e guarigione.

Antonella Iurilli Duhamel



Fotografia A.I.D.

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LA MASCHERA












“Sapete che c’è una mezzanotte in cui ognuno deve levarsi la maschera? Credete forse che vita ci consenta in eterno di prenderla in giro? Credete di potervela svignare qualche minuto prima di mezzanotte?” ….

In ogni uomo c’è qualcosa che in una certa misura lo previene all’essere perfettamente trasparente perfino a se stesso….ma colui che non può rivelarsi a se stesso non può amare e colui che non può amare è l’uomo più sfortunato della terra”


Soren Kierkegaard



Nell’antichità i miti venivano rappresentati mediante l’ausilio della maschera per indicare e spiegare l’esistenza di un altro mondo corredato di una sua specifica natura ed una propria estetica. L’umanità utilizzava la maschera per produrre fenomeni il cui scopo era chiarire la comunicazione tra l’uomo e gli Dei.

L’umanità era in grado di creare maschere che erano allo stesso tempo: arte e medium spirituale; forme, figure che non erano reali, che non esistevano in natura ma possedevano la peculiarità di investigare l’invisibile, di contattare l’intoccabile attraverso il riflesso delle cose naturali e tangibili, donando all'uomo uno stato non ordinario di coscienza per immergersi in quella dimensione spirituale che la coscienza di ogni giorno da sola non poteva offrire.

Da questo punto di vista e grazie al suo implicito dualismo, ogni linguaggio ed ogni strumento artistico può assolvere la funzione di maschera. La maschera non è finzione, sottolinea Roland Barthes attribuendo alla maschera una funzione animica simile a quella ascrittta dai nostri antenati quando la maschera era custodita in luoghi sacri e suscitava grande rispetto dal momento che la sua essenza sopranaturale aveva a che fare con la sua intima essenza : il carattere, il daimon.

Gli antichi greci veneravano Dioniso come dio della maschera e del paradosso. Questo dio con due facce, doppio, pazzo, trovava nel dualismo della maschera l’essenza della sua natura incarnata, presente e al contempo invisibile e trascendentale, molto prima che la Chiesa giungesse a bandirlo definitivamente come diavolo nel timore di esserne destabilizzata.

L’invisibile prende forma nella maschera da cui è rappresentato, e può catturare ciò che Ronald Barthes chiama Punctum: un insieme di piccolissime aree che tengono in ostaggio l’attenzione emotiva dell’osservatore. Barthes vede in queste piccole aree i luoghi in cui viene a collocarsi la risonanza emozionale; per ragioni sconosciute,misteriose e persino non intenzionali rappresentano il filo che visceralmente lega l’osservatore all’immagine e costituisce la differenza fondamentale tra una immagine fotografica artistica ed una artigianale.

Il Punctum si differenzia dall’altro elemento del processo fotografico da lui identificato come: Studium il quale appartiene al contesto del gusto e la cui fondamentale peculiarità è il piacere: l’essere accettato.

Il noto semiologo francese, sostiene che gli elementi tecnici sono irrilevanti ai fini del processo fotografico, dal momento che tra i grandi fotografi ne esistono veramente pochi in grado di veicolare la maschera, di offrire l’opportunità di una esperienza emotiva quanto politica.

Nel suo saggio: La camera chiara ribadisce quanto sia comune l’essere sedotti ed assorbiti dall’elemento estetico a discapito di quello di interiore emozionale, e si spinge ancora oltre, quando afferma che è l’amatore e non il professionista colui che ha più possibilità di essere maggiormente vicino allo spirito della Fotografia, proprio perché non ossessionato da quei parametri tecnici che possono facilmente scadere in una superficialità di contenuti.

Per Roland Barthes la maschera ha lo scopo di contattare lo spirito alla stessa stregua della buona fotografia ma questo avviene solo quando magicamente è fornita del punctum; questo elemento altamente energetico, vitale, vibrante e magico, che rapisce la nostra attenzione a nostra insaputa.

Sono molte le immagini eseguite con perfetta fotografica, ma solo poche sono capaci di trasmettere vita, intima verità e di fare scivolar via la maschera a mezzanotte.


Antonella Iurilli Duhamel







Barthes Roland "Camera chiara. Nota sulla fotografia" Editore Einaudi



Antonella Iurilli Duhamel " A rose..."2007

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LA NATURA






















"La natura non suona alcun tamburo
a grancassa quando
si manifesta in un'esplosione di fiori,
né suona un canto funebre
quando gli alberi lasciano cadere le foglie
in autunno.
Ma quando ci avviciniamo a lei con lo spirito giusto,
ha molti segreti da condividere."

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IL CIELO STELLATO E LA LEGGE MORALE



























Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.

Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.

La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata.

La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria.

Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale.

Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito.

I. Kant, Critica della ragion pratica,
Laterza, Bari, 1974, pagg. 197-198)


Abramo insegna l'astrologia agli Egizi, 1665 ca.

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SAGGEZZA E SAPERE






















"Quando avevo quattordici anni, mi venne regalato il primo orologio. Veniva dall’Inghilterra e non riuscii a resistere alla tentazione di aprirlo, per vedere come funzionava. Lo scomposi completamente. Cercai di rimetterlo insieme, ma non funzionava più. Poi mi venne regalato un orologio che batteva le ore. Era il dono di un altro insegnante tibetano, un altro rinpoche, che tra l’altro era il fratello di uno dei miei molti insegnanti in Tibet: Sua Santità Dilgo Khyentse Rinpoche. Ogni cosa funzionava a perfezione dentro questo orologio, quindi decisi di aprirlo e scomporlo.

Volevo paragonarne le parti con quelle che avevo già smantellato dal mio orologio da polso. Sistemai le componenti di entrambi gli orologi fianco a fianco e cercai di capire come funzionassero queste macchine, come erano messe insieme. Quando scomposi il secondo orologio, potei vedere gli errori che avevo fatto con il primo, e riuscii a ricomporre l’orologio. In realtà, riuscii a rimettere insieme entrambi gli orologi, li pulii e funzionavano meglio di prima.

Ero molto orgoglioso di quello che avevo fatto. Pensavo che in Occidente ci fossero grande disciplina, minuta precisione, profonda accuratezza e immensa pazienza, generate dal numero infinito di piccole viti che andavano ruotate. Credevo che qualcuno avesse creato ogni piccola componente con le sue mani. Naturalmente, all’epoca non sapevo che esistevano le fabbriche. Ero molto impressionato e provavo un grandissimo rispetto.

Poi, venendo in Occidente, incontrai i produttori degli orologi, piccoli e grandi, e quelli di altre macchine che fanno cose sensazionali, come gli aeroplani e le automobili. Capii che in Occidente non c’era molta saggezza, ma c’era molto sapere.

Chogyam Trungpa
. Great Eastern Sun Shambhala. Boston. 1999

A.Iurilli Duhamel, Omaggio a Dali elaborato fotografico

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MAGIA























"Quando nasciamo siamo magici. Veniamo al mondo ancora scintillanti e ciechi, custodendo i segreti che ci hanno sussurrato le stelle. Nel grembo materno, le cellule nuotano dentro e fuori dai nostri occhi, simili a piccole comete.

Ci raccontano storie, le leggende delle cose, nomi, cosicché, quando usciamo dalla nostra bolla siamo già dei maghi. Piangiamo non per dolore o per paura, ma per lo stupore suscitato da tutti i miracoli che effettueremo. E il più grande di questi miracoli, la più potente di tutte le magie, è l’amore.

Quando nasciamo abbiamo la capacità di amare; di amare e di essere amati. Concepiti nell’amore, respiriamo amore, come prima respiravamo sangue. Questo amore brilla intorno alla nostra testa come un’aureola di girini.

Questo amore, entrando dai nostri occhi, affina la nostra vista, viaggia nella nostra mente, ci dà conoscenza, ci protegge e ci circonda. Allora sappiamo che il nostro pellegrinaggio è già cominciato.

La magia, per sua natura, cerca altra magia e la nostra vita diventa un viaggio per porre fine alla solitudine”.



Philip Ridley
Gli occhi di Mr Fury, Mondadori(Parte Quarta, 14, p. 153).


H. Boch, Il Giardino delle meraviglie

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IL VECCHIO IL NUOVO E LA VITA























Concetti come: “Vecchio” e “Nuovo” necessariamente tirano in ballo quelle che sono le due maggiori concezioni filosofiche sul tempo: il tempo lineare e il tempo circolare.

Il pensiero orientale/femminile ha una visione circolare, tutto ritorna niente è vecchio perché dal momento che ritorna diventa automaticamente attuale; è una spirale che conduce a nuove possibilità d’approfondimento e di maturazione.
Ne consegue, un concetto particolare di salvezza ; una salvezza "misterica" , atemporale, mitica, la quale opererebbe nella coscienza dell'uomo attraverso la celebrazione di un "Mito" che in definitiva non è nient'altro che il mito cosmico dell' “ Eterno ritorno”.

Il pensiero occidentale/maschile, del tempo ha una concezione lineare, pertanto, tutto ciò che rimane dietro le nostre spalle è perso, il focus è sostanzialmente in avanti verso un moto costante di progresso.

E’ una visione del tempo e della storia, diametralmente opposta alla prima, si basa sulla cosmogonia creazionista espressa dal primo versetto del libro del Genesi della Bibbia ebraica: "In principio Dio creò il cielo e la terra".
E’ un modo di vedere opposto anche a quello greco, dove la creazione del mondo rappresenta il " principio " del tempo.
Il tempo ha quindi un inizio perché è creato con il mondo e perciò stesso avrà fine, non essendo altro che la misura delle fasi della successione di ciò che esiste.

Ciò che a mio avviso andrebbe puntualizzato specialmente quando ci occupiamo di progetti educativi è che la visione occidentale è sostanzialmente mentale, non vitalistica: in natura tutto ciò che è vivo si muove secondo il modello della spirale, basti pensare ai fluidi corporei, alla Kundalini, al DNA,ai venti, le maree, i cicli lunari ecc.

Divenire e progredire, non necessariamente equivalgono a crescere e a maturare. La nostra società non è improntata su basi energetiche/vitalistiche, la crescita e la maturazione sono optionals molto costosi, tutto vi è contro, persino l'educazione dei giovani.

Il limite di molti educatori è quello di non essere in grado di toccare gli allievi con la propria passione, ammettendo che per la loro materia ne abbiano una purtroppo molto spesso più che di passione si tratta di mera ostentazione di sapere che lascia chi ci sta attorno ancora più devitalizzato.

Oggi in molti campi mancano le persone; coloro che hanno reali capacità di condurre, di formare, di essere lì a far bene ciò che dovrebbero fare o ciò per cui sono pagati.


Il tempo lineare e il mito del progresso hanno prodotto un drammatico spostamento verso l'alto verso la testa con un conseguente inaridimento del cuore; i giovani non possono essere toccati dall'intellettualismo ma da un'anima vibrante.

Chi tra noi non si è sentito rapire dall’energia dell’indimenticabile Robin Williams ne “L’attimo fuggente ” ? La società dei poeti morti, la capacità di incendiare l'anima dei suoi giovani studenti?
Le vibrazioni non si trasmettono a chiacchiere, quando di fronte a noi c'è il fuoco lo possiamo ancora sentire? io credo di si, anche se la società del progresso produce solo labili fiammelle che hanno la presunzione di incendiare il mondo.


“Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità, succhiando tutto il midollo della vita. Per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire in punto di morte che non ero vissuto.”



Henry D. Thoreau




Antonella Iurilli Duhamel







Klimt, L'albero della vita

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BELLO E BELLEZZA





























Chiedete a un rospo cos’è la bellezza, il bello assoluto, il to kalòn. Vi risponderà che è la sua femmina, con i suoi due grossi occhi rotondi sporgenti dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo, il dorso bruno.

Interrogate un negro della Guinea: il bello è per lui una pelle nera, oleosa, gli occhi infossati, il naso schiacciato. Interrogate il diavolo: vi dirà che la bellezza è un paio di corna, quattro artigli e una coda.

Consultate infine i filosofi: vi risponderanno con argomenti senza capo né coda; han bisogno di qualcosa conforme all’archetipo del bello in sé, al to kalòn.

Assistevo un giorno a una tragedia, seduto accanto a un filosofo. « Quant’è bella! », diceva. « Cosa ci trovate di bello? » domandai. « Il fatto, » rispose, « che l’autore ha raggiunto il suo scopo ». L’indomani egli prese una medicina che gli fece bene. « Essa ha raggiunto il suo scopo, » gli dissi, « ecco una bella medicina! » Capì che non si può dire che una medicina è bella e che per attribuire a qualcosa il carattere della bellezza bisogna che susciti in noi ammirazione e piacere. Convenne che quella tragedia gli aveva ispirato questi due sentimenti e che in ciò stava il to kalòn, il bello.

Facemmo un viaggio in Inghilterra: vi si rappresentava la stessa tragedia, perfettamente tradotta, ma qua faceva sbadigliare gli spettatori. « Oh! Oh! » disse, « il to kalòn non è lo stesso per gli inglesi e per i francesi ».

Concluse, dopo molte riflessioni, che il bello è assai relativo, così come quel che è decente in Giappone è indecente a Roma e quel che è di moda a Parigi non lo è a Pechino; e così si risparmiò la pena di comporre un lungo trattato sul bello.

Voltaire, Dizionario filosofico,Einaudi




A.Iurilli Duhamel, Angel 2004

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RI-NASCITE






















“Veniamo da un abisso oscuro; ritorniamo in un abisso oscuro. Lo spazio luminoso che intercorre tra di loro lo chiamiamo vita. Appena nati inizia il nostro ritorno; contemporaneamente l’inizio e il ritorno; ogni attimo moriamo. Per questo molti hanno protestato: lo Scopo della vita è la morte. Ma appena nati inizia lo sforzo di creare, di comporre, di plasmare la materia vita; ogni attimo nasciamo".





"...anni fa pensavo di sottoporre ogni donna attraente a un particolare esame per stabilire se sarebbe stata "la donna della mia vita".

Pensavo che l'avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinandole il viso. più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo, proprio toccato. non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l'iride e i dotti lacrimali.

Naturalmente sarebbero subito sgorgate le lacrime, il corpo è fatto così. ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del corpo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. questo voglio ora.

Vedere l'oscurità che c'è nell'altro, perché accontentarsi? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?"







Niko Kazantzakis "Ascetica" Città Armoniosa, Reggio Emilia, 1982

David Grossman - Che tu sia per me il coltello.
Mondadori, Milano, 2007

A. Iurilli Duhamel " Nascente" 2004

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LE PASSIONI CI RAMMENTANO DI NOI


























Jung all'età di ottanta anni ebbe modo di esprimersi in questi termini nei confronti del valore delle passioni nella nostra vita:

«Un uomo che non è passato attraverso l’inferno delle passioni non le ha mai superate: esse continuano a dimorare nella casa vicina, e in qualsiasi momento può guizzarne una fiamma che può dar fuoco alla sua stessa casa.

Se rinunciamo a troppe cose, se ce le lasciamo indietroe quasi le dimentichiamo, c’è il pericolo che ciò a cui abbiamo rinunciato o che ci siamo lasciati dietro le spalle, ritorni con raddoppiata violenza».

Ma una vita tranquilla è quasi sempre una vita arida, piatta, spenta. L’anima e le forze primordiali che ci abitano non la sopportano: e attraverso attacchi di ira, innamoramenti devastanti, ossessioni sessuali, scontri famigliari, crisi esistenziali, talvolta depressioni e attacchi di panico, rimettono tutto in discussione.L’egoismo serve all’evoluzione Questo è il compito delle passioni: ricordarci chi siamo, che siamo vivi, che siamo prima di tutto le onde dell’energia vitale: in ognuno di noi si esprimono a modo loro.

Resistere alle passioni, controllarle, inserirle nella nostra visione della vita è il vero peccato, il peggiore egoismo. Noi siamo qui per servire i nostri demoni, per dare loro consapevolezza.

Non sono le passioni a farci male, no. La sofferenza viene dal fatto che vogliamo resistergli.

Per questo gli uomini e le donne vere hanno il loro carattere, non sono domabili, non sono ammansibili. Quelli che dicono sempre sì, che si adattano alle opinioni degli altri sono egoisti, perché sono finti, artificiali.

Quelli che accettano le “brutte cose” che li abitano, che si lasciano portare dalle “forze primordiali” sono persone autentiche, anche se avranno molti nemici, susciteranno invidie e in alcuni momenti della vita si sentiranno tormentati.

Solo loro possono trovare il Sé, solo loro danno un senso all’esistenza. E allora per loro può scattare la parola magica “io sono come sono”, che non è superbia, ma umiltà nei confronti della vita.

Le onde del mare della vita mi hanno fatto così e io seguo il destino che hanno tracciato per me. Allora le forze primordiali, a chi le accoglie anche come ossessioni e disturbi o attaccamenti, regalano la gioia, la felicità e un occhio aperto al mistero.Le mie ossessioni sono i miei segreti, sono il regalo che la vita ha fatto a me.

Le coverò dentro di me.«È importante avere un segreto, una premonizione di cose sconosciute. Riempie la vita di qualcosa di impersonale, di un numinosum. Chi non ha mai fatto questa esperienza ha perduto qualcosa d’importante.

L’uomo deve sentire che vive in un mondo che, per certi aspetti, è misterioso; che in esso avvengono e si sperimentano cose che restano inesplicabili, e non solo quelle che accadono nell’ambito di ciò che ci si attende.

L’inatteso e l’inaudito appartengono a questo mondo. Solo allora la vita è completa. Per me, fin dal principio, il mondo è stato infinito e inafferrabile»



Carl Gustav Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, Edizioni Bur, pag. 416


A.Iurilli Duhamel. La reclusa, 1998

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NECESSITA' COMPLEMENTARI





















I sentimentali hanno bisogno dei pensatori

Per imparare ad analizzare fatti e situazioni e per meglio gestire questioni organizzative.

Per imparare ad affrontare con gli altri anche le situazioni più spiacevoli, per aver fermezza quando c'è opposizione.

Per trovare gli errori da affrontare e rimediare, per attenersi alla propria linea di condotta anche quando fortemente osteggiata.


I pensatori hanno bisogno dei sentimentali

Per non perdere di vista il fattore umano,per conciliare e persuadere.

Per essere aperti e consapevoli nei confronti dei sentimenti altrui e per far nascere l'entusiasmo.



I percettivi hanno bisogno dei giudicativi

Per giungere ad una decisione,per aumentare le proprie capacità tecnico-organizzative.

Per rammentarsi la fedeltà alle proprie radici, per avere maggior senso del tempo

e del suo scorrere, per ricordare e rispettare le scadenze.

Per apprezzare i benefici di una vita ordinata, per non perdere di vista 1'esistenza di autorità superiori.

Perché si accertino che i lavori da compiere vengano svolti.


I giudicativi hanno bisogno dei percettivi

Per tenere a bada la fretta, per poter apprezzare la varietà delle possibili scelte.

Per comprendere che un insuccesso non è necesariamente un disastro, per liberarsi dalla tirannia delle consuetudini.

Per imparare a vedere le regole come funzionali e non come dispotismi imperativi e

considerare autorità e gerarchie nella loro giusta prospettiva.

Per rendersi conto di quanto tempo c'è veramente a disposizione,per divertirsi e rispondere ai bisogni del momento.




«Quando si scopre il segreto di un solo atomo si scopre anche il segreto di tutte le cose esistenti, apparenti o nascoste, e tu cessi di vedere mondi separati.







[*M. Goldsmith e M. Wharton*],Knowing me , knowing you,London: Biddles Ltd, 1995


A. Iurilli Duhamel, Elementi 2004







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NECESSITA' COMPLEMENTARI parte I























Gli estroversi hanno bisogno degli introversi

per stare concentrati e non farsi distrarre

da stimoli esterni e esplorare le profondità interiori.

Per avere profondità e concentrazione nei lavori in comune e imparare ad accettare e ad apprezzare la solitudine.

Per diventare consapevoli di quanto accade dentro di loro e imparare ad ascoltare gli altri.

Per imparar ad aver pazienza nei lavori lunghi, lenti o noiosi.



Gli introversi hanno bisogno degli estroversi

Per essere aiutati a far conoscere le loro

opinioni durante le riunioni, per farsi

conoscere e mantenere vivi i rapporti e le

conversazioni

Perché gli estranei e le novità siano bene accolti,per rompere il ghiaccio in ogni occasione sociale



Gli intuitivi hanno bisogno dei sensoriali

Per imparare a cogliere i dati più importanti, perché leggano le istruzioni o la parte stampata in piccolo nei contratti.

Per avere pazienza e perseveranza,per giungere a mettere una certa dose di realismo nei sogni e nei problemi.

Per poter apprezzare quello che offre il momento presente e per prendere nota e sapere dove stanno le cose.

Per accorgersi di quello che va fatto "adesso! E per ricordarsi che la vita va vissuta e goduta "ora!".



I sensoriali hanno bisogno degli intuitivi

Per sviluppare una visione del futuro e di quel che potrebbe accadere,per affrontare le difficoltà con ingegno e con gusto.

Per prevedere e interpretare il cambiamento e per avere entusiasmo.

Per avere risorse di fronte alle possibità di un nuovo problema eper essere pronti quando giungono nuovi elementi essenziali.

Per saper vivere in presenza di varie alternative e per rammentare che vale la pena di

prevedere le gioie del futuro e di impegnarsi.

(continua)






M. Goldsmith e M. Wharton,Knowing me , knowing you,London: Biddles Ltd, 1995


A. Iurilli Duhamel, Mitosi,2004

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IL CORPO TRADISCE I PENSIERI DELL'ANIMA


















Quei piaceri d’amor che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmeno cancellarne il ricordo. Da qualunque parte mi volga mi sono sempre davanti agli occhi con tutta la forza della loro attrazione.


Anche quando dormo mi perseguitano le loro illusioni; perfino nei momenti solenni della messa, quando la preghiera deve essere più pura, le immagini oscene di questi piaceri si impadroniscono talmente della mia povera anima che mi abbandono più a queste turpitudini che alla preghiera.


Io, che dovrei piangere su quello che ho fatto, sospiro invece per ciò che ho perduto, e non solo quello che abbiamo fatto insieme, ma i luoghi, i momenti in cui l’abbiamo fatto sono talmente impressi nel mio cuore che li rivedo con te in tutti i particolari e non me ne libero nemmeno durante il sonno.


Talvolta anche i movimenti del corpo rivelano i pensieri dell’anima ed esse si tradiscono con parole involontarie. Come sono infelice e come ho diritto di ripetere quel lamento di un’anima gemente: ”Me sventurata chi mi libererà da questo corpo di morte?”





Abelardo e Eloisa,
Lettere d'amore, a c. di E Roncoroni, Rusconi, Milano 1971, pp.180-7.

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IL SE'






















http://it.youtube.com/watch?v=_f5905BuE4c&NR=1

http://it.youtube.com/watch?v=4Yq_9G_STxc



...nella sua essenza impersonale e infinita:

Quando questa è turbata e si disperde negli oggetti molteplici, si chiama mente;

Quando è persuasa d'una sua intuizione, si chiama intelligenza;

Quando stoltamente si identifica con una persona, si chiama io;

Quando invece di indagare in modo coerente, si frammenta in una miriade di pensieri vaganti, si chiama coscienza individuale.

Quando il movimento della coscienza, trascurando l'agente, si protende verso il frutto dell'azione, si chiama fatalità (karma);

Quando si attiene all'idea "l'ho già visto prima" in rapporto a qualcosa di visto o di non visto, si chiama memoria.

Quando gli effetti di cose godute in passato persistono nel campo dela coscienza anche se non si vedono, si chiama latenza inconscia.

Quando è consapevole che la molteplicità è illusoria, si chiama sapienza.

Quando, in direzione opposta, si oblia nelle fantasie, si chiama mente impura.

Quando si intrattiene nell'Io con le sensazioni, si chiama sensibilità.

Quando resta non manifestata entro l'essere cosmico, si chiama natura .

Quando crea confusioni tra realtà e apparenza, si chiama illusione (maya).

Quando si discioglie nell'infinito, si chiama liberazione.

Pensa: "sono legato" e c'é l'asservimento;

Pensa: "sono libero" e c'é la libertà.




The sacred mirrors
"Theologue"The visionary art of Alex Grey

http://it.youtube.com/watch?v=_f5905BuE4c&NR=1

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L'UMANITA' E' SOLTANTO UNA PAROLA























A me non interessa il mondo. Mi interessano le persone con cui vivo: il resto del mondo è tutto nei giornali. La mia famiglia, i miei vicini, sono loro la mia vita: l’unica vita di cui posso avere esperienza; il resto è mitologia giornalistica. Non è poi così importante che io faccia carriera o realizzi grandi cose per me stesso. Ciò che conta e dà senso alla mia vita è che io viva nel modo più pieno possibile per realizzare la volontà divina che è in me.

Questo compito mi occupa a tal punto che non mi resta tempo per nient’altro. Vorrei farvi notare che se tutti vivessimo in questo modo, non avremmo più bisogno di eserciti, né di polizia, né di diplomazia, di politica, di banche. Avremmo una vita ricca di senso e non, come, ora pura follia.

Ciò che la natura richiede al melo è che produca mele e al pero che produca pere. Da me la natura vuole che io sia semplicemente un uomo, ma un uomo cosciente di ciò che è e di ciò che fa. Dio cerca nell’uomo la coscienza. È questa la verità della nascita e della resurrezione di Cristo dentro di noi. Quando sempre più uomini pensanti arriveranno a questa verità, quella sarà la rinascita spirituale del mondo. Cristo, il Logos: cioè a dire, la mente, l’intelligenza, che risplende nella tenebra. Cristo rappresentò una nuova verità sull’uomo.

Non esiste l’umanità. Io esisto, voi esistete. L’umanità è soltanto una parola. Siate ciò che Dio vuole che siate; non vi preoccupate per l’umanità. Preoccupandovi dell’umanità, che non esiste, eludete il compito di guardare ciò che esiste: il Sé. Fate come l’uomo che, affacciandosi sul campo del vicino, gli dice: “Guarda, un’erbaccia. E un’altra. Perché non zappi più a fondo? Perché non tieni pulita la tua vigna?” E intanto il suo campo, alle sue spalle, è pieno di erbacce.




Jung parla”, Adelphi Edizioni, Milano, 1995 pag 114.

foto Antonella Iurilli Duhamel

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NIENTE E' SACRO

La libertà d'espressione è un valore umano nella sua stessa libertà di dire di disumano. Le opinioni razziste, xenofobe, sessiste, sadiche, astiose, sprezzanti hanno lo stesso diritto di esprimersi dei nazionalismi, delle credenze religiose, delle ideologie settarie dei clan corporativisti che le incoraggiano apertamente o subdolamente secondo le fluttuazioni dell'ignominia demagogica. Le leggi che le reprimono, quale, in Francia, la legge Gaussot del 1992, attaccano il "puerile rovescio delle cose" senza nemmeno sfiorare le cause.

Esorcizzando il male anziché prevenirlo e guarirlo. Sostituiscono la sanzione all'istruzione. Quelle che devono essere condannate non sono le idee, ma le vie di fatto. Oggetto d'incriminazione non devono essere i discorsi ignominiosi del populismo - altrimenti bisognerebbe denunciare anche la loro subdola infiltrazione e la loro presenza camuffata nelle dischiarazioni demagogiche della politica clientelare e benpensante -, ma le violenze contro beni e persone, perpetrate dai fautori della barbarie.

Il buonsenso dimostra che è incoerente proibire Mein Kampf di Hitler, Bagatelle per un massacro di Céline, i Protocolli dei savi anziani di Sion, o le opere revisioniste, e, d'altro canto, tollerare le frasi misogine di Paolo di Tarso e del Corano, le diatribe antisemite di San Gerolamo e Lutero, un libro farcito d'infamie come la Bibbia, l'esibizione compiaciuta delle violenze che costituiscono la materia ordinaria dell'informazione, l'affissione onnipresente della menzogna pubblicitaria e le tante falsità storiche ratificate dalla storia ufficiale.

È meglio non dimentircarlo: una volta instaurata, la censura non conosce limiti, perché la purificazione etica si nutre della corruzione da essa denunciata.

Non si combattono e non si scoraggiano l'ottusità e l'ignominia vietando loro di esprimersi: la miglior critica di uno stato di fatto deplorevole consiste nel creare la situazione che vi pone rimedio. L'ottusità, l'infamia, il pensiero ignobile sono il pus di una sensibilità ferita.

Impedire che scorra significa infettare la ferita anziché diagnosticarne le cause al fine di guarirla. Se non vogliamo che un'aberrazione finisca con l'infettare il tessuto dociale come un tumore maligno, dobbiamo riconoscerla per quello che è: il sintomo di un male nell'individuo e nella società.

Il sintomo non è condannabile; condannabile è la nostra poca prontezza nello radicare le condizoni che propagano il prurito, l'ascesso, la peste. Al desiderio di "schiacciare l'infame" è preferibile nutrire il desiderio di vivere meglio... ovvero più umanamente.

La libertà di parola non fa altro che esprimere, al meglio e più di frequente al peggio, ciò che è nascosto nel corpo e nella coscienza dell'uomo, snaturato da secoli di disumanità. Nessuna ignominia deve restare indicibile, pena il radicarsi ancor più di un comportamento solipsistico di cui essa corrobora le cause.

Oggi possiamo constatare come le ideologie inclini a professare il disprezzo di sé e degli altri si espongano al ridicolo via via che lo spirito di clan, di tribù, di nazione, il razzismo, la xenofobia, la misogninia, l'avarizia, l'utoritarismo, l'istinto di appropriazione e di predazione, il desiderio di avere e di apparire più che di essere rifluiscono lentamente verso il passato.

L'infamia con cui vengono marchiate le rinsalda nella loro indegnità e nella loro melensa nostalgia: non c'è nulla che rafforzi tanto l'ottusità quanto il rendere ragione mediante l'esacrazone e la polemica. Se tante cattive reputazioni sono dovute soltanto al disprezzo e all'odio, è perché esiste, tra chi disprezza e chi è disprezzato, una segreta e reciproca attrazione.

La proibizione pungola la trasgressione. Ciò che è represso suscita la voglia di "sfogo" e gli inganni del risentimento. Accanirsi contro l'ottusitò e l'ignominia porta soltanto a renderle più subdole e più odiose. Schiacciare l'infamia la risuscita sotto un'altra forma; anziché favorire la felicità individuale, ne cancella perfino il ricordo.

Il modo peggiore di condannare certe idee è quello di criminalizzarle. Un crimine è un crimine e un'opinione non è un crimine, quale che sia l'influenza che le si imputa. Vietare un discorso col pretesto che può essere nocivo o scandaloso significa disprezzare coloro che lo ascoltano e ritenerli incapaci di respingerlo come aberrante o ignobile. Significa difatti, secondo il metodo del clientelismo politico e consumistico, convincerli implicitamente che hanno bisogno di una guida, di un guru, di un maestro.

Le opinioni sono un pretesto, non una causa.
Le idee maligne muoiono del loro stesso veleno. Lasciate che si esprimano e si condanneranno da sole quando, sull'esempio della libertà che gli concederete, i costumi, anziché ritrarsi timorosamente dietro i bastioni di una protezione illusoria, si apriranno a una maggior umanità, a una maggior intelligenza, a una comprensione più grande che, togliendo i divieti, scoraggerà la loro trasgressione.

Non c'é simbolo, per odioso che sia, che gli atti del vivente non abbiamo il potere di neutralizzare. È assurdo vietare di portare il velo a delle giovani assoggettate all'islam. Imposto dalla famiglia, susciterà la ribellione, rivendicato come l'espressione di un'identità religiosa, diventerà, quando esse scopriranno la libertà dell'amore e della donna, un fronzolo simile alla veletta o alla mantiglia che la buona creanza cristiana esigeva dalle fedeli nell'epoca in cui la Chiesa tiranneggiava ancora le menti e i corpi, or non è molto.

Nessuna verità merita che ci si prostri di fronte a essa. Ogni essere umano ha il diritto di criticare e contraddire ciò che sembra una certezza o passa per un'evidenza scientificamente provata. Le speculazioni più folli, le asserzioni più deliranti seminano a modo loro il campo delle verità future e impediscono di ergere ad utorità assoluta la verià di un'epoca.

Nella fantasia più sbrigliata, nella menzogna più sfrontata c'e' una scintilla di vita che può ravvivare tutti i fuoci del possibile. Il fiorire delle eccentricità sta a ricordare che il centro della vita è ovunque e si schiude su una varietà infinita di scelte.

Una verità imposta con la forza è una verità che si corrompe. Non avendo tutti la medesima percezione della realtà, è bene che ci prendiamo la libertà di esprimerla e di comunicarla nella sua diversità, e in particolare al di fuori della prospettiva riduttrice che le mentalità impregnate dagli imperativi economici tendono a imporre come visione unica e razionale del reale. Rifiutare le tesi di Reich sull'orgone o di Benveniste sulla memoria dell'acqua non scusa affatto la mascalzonata di coloro che non hanno esitato a cacciarli dal loro laboratorio e a perseguitarli.

Una verità imposta si vieta umanamente d'esser vera. Ogni preconcetto dato per eterno o incorruttibile esala l'odore fetido di Dio e della tirannia.
D'altronde, il più miserabile dei criminali ha diritto a un avvocato che lo difenda, e chi rifiuterebbe la parola a un idiota, a un visionario, a un bugiardo psicopatico, a un Erostrato che incendia con i suoi discorsi i templi dell'evidenza?

Raul Vaneigem,"Nulla è sacro, tutto si può dire", 2003, edizione Ponte delle grazie

A. Iurilli Duhamel
, Shakti, 29005, bronzo cera persa

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EDUCAZIONE SPIRITUALE DI UN ARTISTA ultima parte

























" Sei solo un artista ignorante. Devi rassegnarti a fare della tua vita un banco di prova, di apprendimento e di ricerca. Non puoi illuderti di fare da solo. La conoscenza non è il frutto di un unico albero, ma è il raccolto delle rosse mele che crescono nel giardino delle esperidi. Usa il giallo come sfondo ed emergerà nella tua mente il bisogno di discriminare la bontà di ogni frutto, la giustezza del decoro delle foglie e la proporzione tra le parti non omogenee. Impara l'arte di salire sugli alberi per raccogliere i suoi frutti migliori. Non aspettare che cadano da soli, poiché verità, bellezza e conoscenza emergono nella mente al termine di una selezione accurata di ciò che matura nel cervello degli uomini. Cogli solo la frutta migliore, la più matura e gustosa e non cedere alla tentazione di rimanere pigro ad aspettare che il cibo adatto alla tua anima ti cada sulla testa, poiché ciò non accadrà mai."




Caravaggio
Hecce Homo1605

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EDUCAZIONE SPIRITUALE DI UN ARTISTA II parte


















La conoscenza della natura umana, così come l'analisi del canestro di frutta, si apprende direttamente dall'osservazione dei comportamenti, dei gesti, delle parole e infine delle cose non dette o volutamente dimenticate.

Omettere la parola è ancora più grave di un comportamento scorretto da cui si può ravvedere. Omettere la parola è più grave di un gesto ispirato dall'istinto da cui ci si può emancipare. Omettere la parola è più grave delle parole suggerite dalla pulsione che una volta soddisfatta può essere di nuovo ricondotta al bene.

Non dimenticare di rispettare la parola data, ma allo stesso modo impegnati da dare la tua parola in tutte le situazioni in cui ti viene richiesto di ottemperare a un impegno a cui non sei preparato.

Le prove aspettano sempre al varco. Non si può sfuggire alla legge della parola data in pegno del denaro, dell'amore, dell'amicizia o della verità, così come non si sfuggire alla legge degli impegni rigettati per codardia, interesse materiale, opportunismo, orgoglio e superbia.

Le mele marce si riconoscono non in coloro che non sanno rispettare gli impegni presi, ai quali è sufficiente la legge degli uomini ad insegnare, ma negli uomini che non si impegnano ad affrontare la verità e procedono attraverso la pratica dell' omissione, della mistificazione o della delega, spesso perpetrata con l'astuzia, l'inganno e la falsità, ad acquisire con determinazione un vantaggio materiale o un potere personale.

Guardati dai codardi, dai lussuriosi, dagli opportunisti, dagli orgogliosi e soprattutto dai superbi. La superbia il peggiore dei peccati che l'uomo può compiere contro Dio.
Vorrei che tu leggessi con attenzione Sant'Agostino per cui la superbia coincide con la natura decaduta dell'uomo. Osservando le opere, le parole e le omissioni del superbo potrai comprendere pienamente le mie raccomandazioni e discriminare con serenità la luce dall'ombra, la freschezza dal decadimento, la lucentezza dall'opacità, l'armonia dal contrasto.

La natura umana, ricordati, è come un canestro di frutta. Apparentemente in superficie gli uomini sembrano buoni, giusti, imparziali e corretti, ma in realtà , nell'Homine interiore decantato da Agostino, cova al suo interno l'elemento che lo conduce rapidamente in putrefazione.

La natura umana è sempre in bilico sul'estremità di un orrido. Finché rimane sul piano orizzontale anche la frutta bacata presente in un canestro di frutta può essere gradita sia al palato che agli occhi, poiché anche l'errore, la superbia e l'orgoglio svolgono il loro ruolo all'interno dell'armonia"


Le parole del cardinale mi rimasero impresse nella memoria e solo dopo alcuni anni di studio, di riflessione e di indagine sulla natura delle sensazioni fisiche stimolate dalle forme, dai colori e dall'accostamento di elementi diversi all'interno di una unica rappresentazione, riuscii a dipingere il canestro di frutta che il prelato avrebbe voluto vedere dipinto.

Anche adesso, mentre mi appresto a dipingere la lucente spada di Davide, ricordo con affetto la raccomandazione del Cardinale di rimanere umile al cospetto di coloro che detengono lo scettro della legge e della conoscenza.



Caravaggio, Davide con la testa di Golia, 1605 Inciso nella spada: HASos Humilitas Occidit Superbiam













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EDUCAZIONE SPIRITUALE DI UN ARTISTA I parte



















Marzo 1587. Prima lezione dal Cardinale

Le lezioni erano di breve durata. A volte il cardinale mi chiedeva di disegnare il cesto di frutta che si trovava sopra lo scrittoio e senza smettere di parlare, mi indicava le parti del disegno che riteneva non conformi alla realtà.

"Osserva con serenità, non giudicare, lascia che le immagini risplendano di luce propria. Così potrai riconoscere il riflesso opaco di una mela marcia dal riflesso lucente della pera matura, e allo stesso modo, distinguere la differenza tra un fiore appassito da uno appena sbocciato.

Freschezza e decadimento, lucentezza e opacità, armonia e contrasto. Solo con un paziente lavoro di osservazione è possibile percepire la composizione in tutte le sue contraddizioni.

Non ci sono sfumature da cogliere , ma solo stati di vitalità, di maturazione o di verità. Nella luce non esiste la dimensione del compromesso e della gradazione dei valori, ma unicamente stadi assoluti identificati dal colore rosso, verde e blu.

La conoscenza della natura umana ti permetterà di procedere con ordine poiché il giallo, il colore proiettato dalla percezione sensoriale, permette di trasformare gradualmente il rosso in marrone, fino a definire tutte le gradazioni del verde. Questa prima operazione di differenziazione operata dal giallo corrisponde a una specifica opera di apprendimento delle virtù cardinali, l'unico antidoto che l'uomo dispone per discriminare la frutta marcia, il buono dal cattivo, il giusto dall'iniquo.

Ecco, adesso il cesto di frutta è ben equilibrato: anche se l'immagine disegnata non corrisponde a ciò che si vede in realtà. Ciò che hai disegnato è un'interpretazione della vitalità, della maturazione e della verità operata dall'anima in conformità a un codice di valori che mutano in continuazione con l'esperienza e la conoscenza.

Profondità, equilibrio delle forme e dei volumi, armonia compositiva e discriminazione prima intuitiva e poi cognitiva delle ombre sono parametri che permettono sia all'artista che al discepolo di Cristo di affrancarsi dallo stato di ignoranza in cui generalmente l'uomo carnale sprofonda come in una putrido pantano
.



Caravaggio,1597, Canestra di frutta

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CADUCITA' ultima parte























Mi pareva che queste considerazioni fossero incontestabili, ma mi accorsi che non avevo fatto alcuna impressione né sul poeta né sull'amico. Questo insuccesso mi portò a ritenere che un forte fattore affettivo intervenisse a turbare il loro giudizio; e più tardi credetti di aver individuato questo fattore. Doveva essere stata la ribellione psichica contro il lutto a svilire ai loro occhi il godimento del bello.

L'idea che tutta quella bellezza fosse effimera faceva presentire a queste due anime sensibili il lutto per la sua fine; e, poiché l'animo umano rifugge istintivamente da tutto ciò che è doloroso, essi avvertivano nel loro godimento del bello l'interferenza perturbatrice del pensiero della caducità.

Il lutto per la perdita di qualcosa che abbiamo amato o ammirato sembra talmente naturale che il profano non esita a dichiararlo ovvio. Per lo psicologo invece il lutto è un grande enigma, uno di quei fenomeni che non si possono spiegare ma ai quali si riconducono altre cose oscure.

Noi reputiamo di possedere una certa quantità di capacità di amare che chiamiamo libido la quale agli inizi del nostro sviluppo è rivolta al nostro stesso Io. In seguito, ma in realtà molto presto, la libido si distoglie dall'Io per dirigersi sugli oggetti, che noi in tal modo accogliamo per così dire nel nostro Io. Se gli oggetti sono distrutti o vanno perduti per noi, la nostra capacità di amare (la libido) torna ad essere libera. Può prendersi altri oggetti come sostituti o tornare provvisoriamente all'Io.

Ma perché questo distacco della libido dai suoi oggetti debba essere un processo così doloroso resta per noi un mistero sul quale per il momento non siamo in grado di formulare alcuna ipotesi. Noi vediamo unicamente che la libido si aggrappa ai suoi oggetti e non vuole rinunciare a quelli perduti, neppure quando il loro sostituto è già pronto. Questo è dunque il lutto.

La mia conversazione col poeta era avvenuta nell'estate prima della guerra. Un anno dopo la guerra scoppiò e depredò il mondo delle sue bellezze. E non distrusse soltanto la bellezza dei luoghi in cui passò e le opere d'arte che incontrò sul suo cammino; infranse anche il nostro orgoglio per le conquiste della nostra civiltà, il nostro rispetto per moltissimi pensatori ed artisti, le nostre speranze in un definitivo superamento delle differenze tra popoli e razze.

Insozzò la sublime imparzialità della nostra scienza, mise brutalmente a nudo la nostra vita pulsionale, scatenò gli spiriti malvagi che albergano in noi e che credevamo di aver debellato per sempre, grazie all'educazione che i nostri spiriti più eletti ci hanno impartito nel corso dei secoli. Rifece piccola la nostra patria e di nuovo lontano e remoto il resto della terra.Ci depredò di tante cose che avevamo amate e ci mostrò quanto siano effimere molte altre cose che consideravamo durevoli.

Non c'è da stupire se la nostra libido, così impoverita di oggetti, ha investito con intensità tanto maggiore ciò che ci è rimasto; se l'amor di patria, la tenera sollecitudine per il nostro prossimo e la fierezza per ciò che ci accomuna sono diventati d'improvviso più forti. Ma quali altri beni, ora perduti, hanno perso davvero per noi il loro valore, perché si sono dimostrati così precari e incapaci di resistere?

A molti di noi sembra così, ma anche qui, ritengo, a torto. Io credo che coloro che la pensano così e sembrano preparati a una rinuncia definitiva perché ciò che è prezioso si è dimostrato perituro, si trovano soltanto in uno stato di lutto per ciò che hanno perduto. Noi sappiamo che il lutto, per doloroso che sia, si estingue spontaneamente. Se ha rinunciato a tutto ciò che è perduto, ciò significa che esso stesso si è consunto e allora la nostra libido è di nuovo libera (nella misura in cui siamo ancora giovani e vitali) di rimpiazzare gli oggetti perduti con nuovi oggetti, se possibile altrettanto o più preziosi ancora.

C'è da sperare che le cose non vadano diversamente per le perdite provocate da questa guerra. Una volta superato il lutto si scoprità che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non hanno sofferto per l'esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima.

1915

SIGMUND FREUD, Opere. 1915-1917 Volume 8°, BORINGHIERI 1976)
A.Iurilli Duhamel
2005 foto digitale

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CADUCITA' I parte























Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell'inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato.

Da un simile precipitare nella transitorietà di tutto ciò che è bello e perfetto sappiamo che possono derivare due diversi moti dell'animo. L'uno por-ta al tedio universale del giovane poeta, l'altro alla rivolta contro il presunto dato di fatto.

No! è impossibile che tutte queste meraviglie della natura e dell'arte, che le delizie della nostra sensibilità e del mondo esterno debbano veramente finire nel nulla. Crederlo sarebbe troppo insensato e troppo nefando. In un modo o nell'altro devono riuscire a perdurare, sottraendosi a ogni forza distruttiva.

Ma questa esigenza di eternità è troppo chiaramente un risultato del nostro desiderio per poter pretendere a un valore di realtà: ciò che è doloroso può pur essere vero. Io non sapevo decidermi a contestare la caducità del tutto e nemmeno a strappare un'eccezione per ciò che è bello e perfetto. Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento.

Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio.

Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell'inverno, nell'anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno.

Nel corso della nostra esistenza vediamo svanire per sempre la bellezza del corpo e del volto umano, ma questa breve durata aggiunge a tali attrattive un nuovo incanto. Se un fiore fiorisce una sola notte, non per ciò la sua fioritura ci appare meno splendida. E così pure non riuscivo a vedere come la bellezza e la perfezione dell'opera d'arte o della creazione intellettuale dovessero essere svilite dalla loro limitazione temporale.

Potrà venire un tempo in cui i quadri e le statue che oggi ammiriamo saranno caduti in pezzi, o una razza umana dopo di noi che non comprenderà più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, o addirittura un'epoca geologica in cui ogni forma di vita sulla terra sarà scomparsa: il valore di tutta questa bellezza e perfezione è determinato soltanto dal suo significato per la nostra sensibilità viva, non ha bisogno di sopravviverle e per questo è indipendente dalla durata temporale assoluta.


SIGMUND FREUD, Opere. 1915-1917 Volume 8°, BORINGHIERI 1976)
foto A.Iurilli Duhamel

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59° ANNIVERSARIO DEI DIRITTI UMANI
























10 dicembre.
L´ANNO DEI DIRITTI UMANI PARTE DA KIBERA
Dalle baraccopoli di Nairobi la Tavola della pace
"celebra" il 59° anniversario della
Dichiarazione Universale dei Diritti Umani



Oggi da Kibera, la baraccopoli più grande dell´Africa, insieme con i più poveri della terra, la Tavola della pace e il Coordinamento Nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, lanciano alle ore 13.00 (orario locale) il nuovo appello per sollecitare un maggiore impegno dell´Italia in difesa dei diritti umani.

E´ in questo modo che la Tavola della pace ha deciso di dare avvio all´Anno dei diritti umani che culminerà il 10 dicembre 2008, 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Dopo la Marcia Perugia-Assisi dello scorso 7 ottobre, l´Anno dei diritti umani sarà l´occasione per stimolare una riflessione approfondita sullo stato attuale della promozione e della protezione dei diritti umani nel nostro paese e nel resto del mondo, per favorire ulteriori progressi nel riconoscimento e nella tutela di questi diritti e per intensificare l´informazione e l´educazione in questo campo.

Per inaugurare l´Anno dei diritti umani, si svolgeranno in Italia oltre centocinquanta incontri, dibattiti e manifestazioni (in allegato). A New York e a Ginevra il Segretario Generale dell´Onu e l´Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani presenteranno il logo ufficiale delle manifestazioni che caratterizzeranno il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.


Sono diritti individuali, universali e indivisibili. Sono diritti civili e politici ma anche diritti economici, sociali e culturali. La Dichiarazione parla a ciascuno di noi dicendo: “Non importa di che razza sei. Se sei un uomo o una donna Se sei ricco o se sei povero. Non importa da che parte del mondo vieni, quale lingua parli, qual è la tua religione, quali sono le tue idee politiche. Non importa chi sei. Questi diritti sono anche i tuoi.” (…)

Per leggere l´articolo integrale vai su: www.perlapace.it, www.articolo21.info.


Per informazioni:

Tavola della pace
via della Viola, 1
06122 Perugia
Tel. +39 075 5736890
Fax +39 075 5739337
tavola@perlapace.it
www.perlapace.it

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L'ACQUA DELLA VITA





















Un giorno l’acqua della vita decise di fare la sua apparizione in un pozzo artesiano. I primi uomini che bevvero alla sua fonte si resero conto di quanto fosse miracolosa e così decisero di condividerla con altre persone. Gradualmente però, questi uomini pensarono che sarebbe stato meglio sfruttarla e così recintarono la zona circostante il pozzo, posero sigilli e ben presto imposero condizioni economiche tali da diventare ricchi.
L’acqua si mortificò per questa mancanza di considerazione e decise di sparire da quel luogo di sfruttamento.
Sulle prime i suoi sfruttatori non si resero conto di vendere acqua morta, presi come erano dall’accumulare fortune ma dopo un po’ furono costretti ad abbandonare la vendita di un’acqua che non aveva più alcun potere miracoloso.

L’acqua della vita dopo un po' di tempo decise di riapparire in un altro luogo. Altri uomini casualmente scoprirono il suo potere miracoloso e dopo una prima condivisione generosa con altri esseri umani decisero di arricchirsi e di sfruttare la situazione.
L’acqua si adirò di nuovo, scomparve dal luogo in cui era maltrattata e cercò ancora una volta un posto più lontano per tornare inaspettatamente a sgorgare.

Questa è una storiella che Jung amava raccontare, è una storia commovente perché mette in luce come una verità fondamentale possa essere mal riposta e sfruttata da pochi a danno dei più.
L’aspetto positivo è che l’acqua pur adirandosi non smette mai di scorrere, cerca posti sempre più impervi ma esiste sempre.







opera A.IurilliDuhamel Eva-Lilith

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IL CAVALIERE ED IL SERPENTE

































C'è un proverbio che, dice: "l' opposizione dell'uomo di conoscenza è preferibile all' approvazione dell'imbecille".
Io, Salim Abdali, attesto che ciò è vero tanto nelle sfere superiori quanto in quelle dei livelli inferiori dell'esistenza. Questa verità è evidenziata nella tradizione dei saggi, che hanno trasmesso il racconto del cavaliere e del serpente.
Un cavaliere vide dall'alto del suo cavallo un serpente velenoso infilarsi nella gola di un uomo addormentato, e si rese conto che se quell'uomo avesse continuato a dormire, il veleno lo avrebbe sicuramente ucciso.
Di conseguenza prese a frustare il dormiente finché non si svegliò. Non avendo tempo da perdere lo trascinò a forza sotto un albero, ai piedi del quale c'erano delle mele marce; lo costrinse a mangiarle, poi lo obbligò a bere lunghi sorsi di acqua del ruscello.
Mentre cercava continuamente di divincolarsi, l'uomo gridava al cavaliere: "Che ti ho fatto, nemico dell'umanità, per maltrattarmi così?".
Al calar della notte, finalmente, l'uomo, esausto, stramazzò a terra e vomitò le mele, l'acqua e il serpente. Quando vide ciò che era uscito dal suo corpo, capì quanto era accaduto e implorò il perdono del cavaliere.
Questa è la nostra condizione. Quando leggerete questo, non confondete la storia con l'allegoria, ne l'allegoria con la storia. Coloro che hanno ricevuto la conoscenza hanno in cambio delle responsabilità. Coloro che non l'hanno ricevuta non ne hanno, indipendentemente da quello che pensano.
L'uomo che era stato salvato disse al cavaliere: "Se mi avessi avvertito, avrei accettato di buon grado il tuo trattamento".
"Se ti avessi avvertito", rispose il cavaliere, "non mi avresti creduto, oppure saresti rimasto paralizzato dalla paura o saresti fuggito, oppure, ancora, ti saresti riaddormentato per cercare l'oblio. E non ci sarebbe stato più tempo".
Spronando il suo cavallo, il misterioso cavaliere si allontanò al galoppo.

* * *

Salim Abdali (1700-1765) attirò sui Sufi delle calunnie quasi senza precedenti da parte degli intellettuali, per aver affermato che un maestro sufi sa cos'è che non va in un uomo e che può essere costretto ad agire in fretta - e in modo paradossale - per salvarlo, esponendosi cosi alla collera di coloro che non conoscono il suo scopo.
Abdali cita questa storia di Rumi. Ancora oggi, ci sono probabilmente poche persone pronte a riconoscere la verità delle affermazioni contenute in questo racconto. Eppure, questo principio è stato accettato, sotto questa o altre forme, da tutti i Sufi. Commentando questo punto, il maestro Haidar Gul dice semplicemente: "C'è un limite oltre il quale è malsano che l'umanità dissimuli la verità per non offendere coloro che hanno una mentalità ristretta".

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TOCCATO DAL FUOCO































La grotta è la prima dimora dell'uomo
il tetto meglio costruito
il luogo più sicuro della terra;
ma tanta asperità immobilizza,
tanta oscurità accieca,
tanta umidità uccide.
La luce è il nostro progenitore,
che ci ha rischiarato il cammino e ci ha dato la vita;
ma tanta mancanza di riparo immobilizza,
tanta incandescenza accieca,
tanto calore uccide.
Non sarà possibile vivere all'ombra e con lo splendore?
Rimarremo eternamente sottoposti
allo sgocciolìo o all'ustione?
Dovremo sempre scegliere tra la caverna e il sole?


J.N.Barquin



Kay Jamison ha scritto un bel libro sulla relazione tra follia e arte, si intitola: "Touched with Fire”. Parla degli stati maniaci depressivi in artisti come: Lord Byron, Virginia Wolfe, Van Gogh, sulla scia di altri studi, condotti nel 1959 ad ad Harvard, dal Dr.Schildkraut sul comportamento depressivo e autodistruttivo di artisti come: Miro, Pollock, Rothko.
Già i primi studi del ’59 avevano evidenziato che l’arte richiede agli artisti una posizione di introversione simile a quella che si verifica in una sindrome depressiva,quindi depressione e creatività possono essere strettamente correlate.
Lo specifico di questi studi si riferisce a sindromi maniaco depressive: quello stato depressivo a cui fa seguito una grande esaltazione e iperattività.
Il libro della Jamison pone l’accento su quanto questi stati siano una sorta di carburante per il processo creativo e che la loro risoluzione può rappresentare una sfida di non poco conto per il processo creativo.

Un dilemma che a mio avviso, non riguarda esclusivamente il campo del’arte,ma anche altri aspetti della vita. La scelta tra una vita dolorosa ma creativa ed una anestetizzata e priva di creatività è molto personale, non tutti desiderano sentirsi pienamente vivi; molte persone preferiscono nient’altro che la “sicurezza” costi quel che costi, incluso la propria vitalità e questo succede anche tra artisti.

Sono fermamente convinta del fatto che gli esseri umani sono in grado di utilizzare qualunque cosa per intrappolarsi o liberarsi; è solo una questione di creatività. La depressione come il dolore, la rabbia o altri sentimenti negativi, possono essere un potente strumento a tale riguardo.

Il poeta Rainer Maria Rilke, soffrì di depressione tutta la sua vita ma non volle mai iniziare un processo di psicanalisi, non gli mancava di certo l’apertura mentale o la fiducia nelle persone. Ebbe conoscenze tra gli psicoanalisti dell’epoca e persino la donna che amava, Lou Salome era a sua volta una famosa psicoanalista.

Rilke amava la propria depressione, sentiva che gli era indispensabile per creare, ma leggendo i suoi bellissimi versi si evince che la sua depressione non era uno stato cronico: le sue parole riescono a instillarci dolcezza e speranza, vita.
Ciò che intendo dire è che la depressione ha il suo specifico valore alla medesima stregua di qualunque altro stato emotivo, quando si dispone di creatività, smette di essere uno stato cronico e diventa un mezzo per colmare le nostre intime distanze, donando maggiore ricchezza e maggiore equilibrio alle nostre vite interiori.

In natura tutto mira verso l’equilibrio incluso le emozioni, si tratta di un processo del tutto naturale che noi possiamo facilitare o ostacolare.



BIBLIOGRAFIA

J.K.Jamilson " Touched with fire" Simon Schutzer 1996
J.K Jamilson " Toccato dal fuoco" Longanesi 1996



Testo e opera Antonella Iurilli Duhame

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NO-BODY























"Se siamo ancora prigionieri
dell'antica idea di
antitesi fra mente
e materia, ci troviamo
di fronte ad un'intollerabile
contraddizione che può anche
alienarci da noi stessi.
Ma se possiamo riconciliarci
con la misteriosa verità
che lo spirito è il corpo vivente,
e corpo e spirito sono in realtà
un tutto unico, allora possiamo
capire perché il tentativo
di trascendere l'attuale livello
di coscienza deve tributare
al corpo la dovuta considerazione"


(Carl Jung)




opera Antonella Iurilli Duhamel

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AMORE DOLORE E CREATIVITA'

In un monologo di circa sei minuti una mitica Vanessa Redgrave ci ha donato attimi di eternità.
Una grandissima artista che in uno spazio così esiguo è riuscita a contenere l’immensità di un universo quello del paradosso tra amore e dolore. Un dolore portato sulle spalle per una intera vita e poi riscattato grazie all’amore e alla creatività.
La storia del film “Espiazione” è tratta dal romanzo di Jan Mc Ewan ed è una bellissima seppure dolorosa storia d'amore.
L'amore di Briony, una bimba dalla fervida immaginazione turbata da fatti e sentimenti più grandi di lei, innamorata della letteratura e dell'innamorato di sua sorella; e l'amore dei due protagonisti Cecilia e Robbie prima divisi dalle bugie della piccola Briony e poi dalla guerra e dalla morte.
Briony si farà carico per tutta la sua vita del dolore della sua colpa ma grazie all'ultimo romanzo che scriverà nella sua vita riuscirà a restituire dignità e senso ad un immenso dolore sopportato in silenzio e solitudine fino alla fine dei suoi giorni.

Vanessa Redgrave riesce a condensare e a trasmetterci in pochi minuti tutta la complessità emotiva legata all’impossibilità di riparare il danno fatto da una bimba abbandonata a se stessa e priva di mezzi di comprensione come spesso accade ai bambini.
L’amore che è il tema fondamentale del film è anche ravvisabile nelle parole di Vanessa quando intervistata non esita ad attribuire a Michelangelo Antonioni, suo maestro, il merito della sua immensa bravura.

Da vedere non lasciatevelo scappare!

Antonella Iurilli Duhamel 2007

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NON MOLLARE



Quando a volte tutto sembra andare storto;
Quando stai percorrendo lentamente una salita;
Quando le risorse sono scarse e i debiti tanti;
Quando hai voglia di ridere ma sei costretto a piangere;
Quando gli altri ti deprimono;
Riposati se puoi, ma non mollare.

Il successo è un fallimento ribaltato;
Il colore argenteo della nube del dubbio,
Nessuno può mai sapere quanto vicini si è alla meta.
A volte sembra lontana ma in realtà è molto più vicina
E allora stringi i pugni e continua la tua salita.
E' proprio quando le cose vanno storte che non devi mollare.

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NUOVI MITI

Nel 1944 Horkeimer e Adorno, dimostrarono che L'Illuminismo è stato sostanzialmente un fallimento come pensiero in continuo progresso. dal momento che ha sostanzialmente perseguito l'obiettivo di "togliere agli uomini la paura per renderli padroni".
Il suo fallimento va visto nell'incapacità di integrare la mentalità mitica all'interno della riflessione razionale.

Ulisse non volle evitare l'isola delle Sirene e pur conoscendone i rischi decise di ascoltarne il canto, di subirne il fascino, trovando al contempo l'astuzia (ragione) per neutralizzare gli effetti negativi dell'esperienza.

Per il suo mancato riconoscimento del mito al suo interno,l'Illuminismo si è trasformato in mito, il mito della razionalità come necessità matematica,macchina,organizzazione; da strumento di liberazione è diventato esercizio di autoconservazione.

Ogni qualvolta una società è sull’orlo del collasso, siamo di fronte ad una transizione che richiede nuovi allineamenti sociali che solo la complessità del mito può fornire. E’ proprio grazie al mito che è possibile divenire consapevoli e quindi mediare quegli aspetti ombra che hanno scatenato la crisi.
Il termine ombra in gergo junghiano, rappresenta gli aspetti negati e ripudiati del Sé. Quando l'ombra riesce ad essere reintegrata nella totalità della personalità, si assiste ad un processo di maturazione ed arricchimento della suddetta.

Da sempre i miti hanno assolto la funzione di mediatore tra gli aspetti oscuri e luminosi dell'individuo sia al livello personale che a qlivello tranpersonale.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di rinnovare la nostra conoscenza mitica, dal momento che la nostra dissociazione ha creato zone d’ombra inaccessibili che ci conducono progressivamente verso un teatro di guerra senza soluzione di continuità.

Joseph Campbell ci ha mostrato che sin dall’antichità e in ogni civilizzazione, la mitologia ha sempre assolto funzioni di grande importanza a livello psicologico e culturale. I miti offrono l’opportunità di creare un ponte tra la propria personale coscienza ed il mistero tremendo e affascinante dell’universo, riconciliando i limiti individuali con l’immensità della trascendenza.

Il mito porge alla coscienza, ( nella sua forma artistica e religiosa), la rivelazione del suo grande potere di autosostegno additando valori umani e morali al di là di ogni possibile divisione geografica, culturale e sessuale.
Nelle società in cui la mitologia locale è ancora operante esiste un situazione di maggiore armonia con l’universo; nella nostra invece, abbiamo perso tale stato di grazia. L'impatto dell’industrializzazione sulle nostre vite ha sfasato nostri ritmi indebolito le nostre pulsazioni lasciando in noi un immenso struggimento per quel primordiale, intimo e sacro legame con la Natura.

Il pensiero mitico ci indica che l’universo si regge su regole precise e intramontabili anche quando viviamo in torri di cristallo e ricaviamo il nostro senso di sé dal potere accumulato o dalle barbarie dei media.

Purtroppo quando i simboli mitologici cessano di essere operanti sprofondiamo in un senso di alienazione e vuoto interiore che generalmente viene colmato quasi sempre in termini materialistici, mentre l’ emergenza è di natura spirituale.
La più importante funzione del mito consiste nel mettere in relazione l’individuo (microcosmo), la sua cultura (mesocosmo), l’universo (macrocosmo) con l’unità pan-cosmica, il mistero creativo ultimo che accomuna e va oltre tutte le forme di esistenza.

I miti ci conducono attraverso la nebbia della nostra ignoranza, i labirinti delle nostre paure in un mondo codificato nei nostri cervelli e impresso nelle nostre cellule da milioni di anni, un mondo vastissimo che come il mare permea ogni forma di vita e di coscienza, un mondo chiamato Inconscio.
Questi modelli sono una sorta di DNA della psiche, sono primordiali e impregnano la nostra vita, la cultura, la religione, l’arte, l’architettura, la letteratura, ogni sorta di rito e abitudine sociale e persino ogni forma di disordine o patologia mentale.

Campbell una volta scrisse: “ L’ultima reincarnazione di Edipo e la Bella e la Bestia, sono fermi questo pomeriggio all’angolo tra la Quantaduesima e La Quinta strada aspettando che cambi la luce del semaforo”. Non c’è da stupirsi che i films di maggior successo siano la messa inscena di antichi miti, sebbene mimetizzati da scenari altamente tecnologici e sofisticati.

Tuttavia i miti non sono leggende,favole o fiabe ma sono alla base di questi generi letterari. La leggenda è un racconto tradizionale di fatti immaginari o molto lontani nel tempo arricchito di elementi fantastici e trae sue radici da elementi mitologici e folklorici tramandati spesso oralmente; la favola è un genere letterario di origine antichissima, presente nel folklore di gran parte delle culture del mondo anch’essa tramandata oralmente. Possiamo scorgere al suo interno la presenza di uno o più miti insieme ad impliciti insegnamenti morali ; la fiaba invece, somiglia alle favole e alle leggende per ciò che concerne la matrice folklorica e mitologica ma in essa l'elemento del " Fantastico" ha sicuramente la meglio.
I miti invece, hanno una formulazione più universale delle fiabe delle favole e delle leggende, hanno la capacità raggiungere il codice più profondo del nostro inconscio e del superconscio dandoci la possibilità di accostarci alla mente della creazione.
Il Mito è affine al Principio Creativo, per questo non solo apre la nostra mente ma evoca anche la nostra passione creativa ampliando miticamente le proporzioni dei nostri orizzonti facendoci sentire protagonisti del processo di rinnovamento della vita con tutte le sue infinite possibilità.

I miti sono qualcosa che non ha mai un'origine certa ma pervade ogni nostro gesto.
Se ci guardiamo attorno sarà facile scorgere re draghi emmettere fuochi minacciosi per proteggere le proprie corporazioni, oppure incontrare uomini le cui vene sono colme di droga dal momento che non possono essere eroi
come quelle figure attratte dalla la pozione magica di un folle mago.
Altrettanto comune sarà vedere coloro che impazziscono per i soldi e sono costantemente alla ricerca del Grail del successo materiale.Purtroppo hanno smarrito il contatto con lo spirito e possono solo rivolgersi all’esterno per la propria ricerca di identità e senso.

In tutti gli eventi più drammatici possiamo scorgere il riflesso di antichi miti; il problema è che la cultura e la conoscenza, non riescono a cogliere la matrice prima del mito e l’influenza che esso ha sulle nostre vite.
Non ci rendiamo conto che ogni mito vuole fare il suo gioco fino in fondo perché essenzialmente vuole ristabilire i naturali equilibri della psiche e della natura.Così si perde la possibilità di cogliere la forza di riequilibrio psichico che il mito porta in sé.

Parsifal fallì nel porre la domanda sulla natura spirituale del Grail e per questo fallimento fu costretto ad anni di apparente inutile ricerca vivendo una vita di depressione,ma una cosa è certa: nei suoi anni di peregrinazione imparò ad ascoltare gli altri e ad attendere una nuova opportunità per porre la fatidica questione nei termini corretti.

I miti ci offrono costantemente delle lezioni di vita, delle opportunità di crescita e guarigione, segnalandoci i conflitti ed offrendoci le possibilità di elaborare nuove sintesi creative in ogni campo del nostro quotidiano vivere.



BIBLIOGRAFIA

M. Horkeimer, Th W. Adorno, Dialettica dell'Illuminismo. Einaudi, Torino 1980

Joseph Campbell
, Riflessioni sull'arte di vivere. Eizioni TEA, 2003

Joseph Campbell, Bill Moyers Il potere del mito. Ed.TEA 2000

Joseph Campbell - Eliade Mircea - Scholem Gershom
Iniziazione e rinnovamento.Editore Red/Studio Redazionale, 1996

Joseph Campbell,Mito e modernità. Red/Studio Redazionale
2007




Testo e opera di Antonella Iurilli Duhamel

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NON DI SOLO PADRE le dubbie origini di un’arte molto antica.

Esiste una tendenza generale a considerare la psicoterapia un’attempata signora, anziana di circa cento anni, saldamente appoggiata alla pietra angolare della psicanalisi, a volte mezzo di comprensione del dolore esistenziale che affligge l’uomo da sempre ma soprattutto prerogativa esclusiva del mondo Occidentale.
La parola in se ci dice che la psicoterapia è la cura della psiche. Psychê in greco antico significa respiro, vita, anima: principio essenziale della vita stessa.

L’etimo fa riferimento all’elemento spirituale della persona, la natura mentale ed emozionale; il carattere.
Secondo questa accezione oltremodo unificante, tutti più o meno potremmo ammettere di essere dotati di psiche, anche lì dove venga ad essere negata l’esistenza dell’anima.
Tuttavia le vicende storiche delle lingue e delle credenze da esse veicolate, hanno fatto sì che lo spazio riservato all’anima si sia progressivamente ritirato in un luogo sempre più estraneo all’agire umano, ed il termine greco che la designava ha acquistato un ruolo preminente, venendo gradualmente a mancare la vecchia distinzione tra mente e anima.
Le prime tracce di cura dell’anima, o se preferiamo della mente o delle emozioni sono molto antiche.

Nelle culture primitive spettava allo sciamano il compito di ricercare lo spirito fuggito dal corpo a causa di un trauma o di uno stress. Riportandolo in sede l’uomo avrebbe riacquistato l’equilibrio e sarebbe tornato ad essere in pace con sé stesso. Gli sciamani erano già in grado di porre in relazione: trauma-stress-dissociazione.
Gli antichi egizi, invece, ritenevano che la sofferenza era dovuta a spiriti malvagi o alla punizione degli Dei, sebbene non fossero del tutto escluse motivazioni organiche. La terapia consisteva in rituali magici e suggestivi praticati nei templi, tra questi rituali degno di nota, era l’uso di una tecnica chiamata: ‘incubazione onirica’. Si riteneva infatti che durante il sogno ricevuto dormendo nel tempio, il malato sarebbe stato visitato dalla divinità guaritrice. Tuttora in Egitto, Sudan, Africa, in alcuni paesi del mondo Arabo,nel sub continente indiano ed in Iran esistono giacigli destinati al sonno nel tempio.(1, 2)

Anche in Mesopotamia la sofferenza era attribuita a spiriti e dei preesistenti. Ad ogni tipo di sintomo era associato un spirito corrispondente.
Nonostante la pratica fosse chiaramente magica, vi erano due tipi di interventi: uno praticato dall’Ashippu, un mago capace di identificare lo spirito responsabile, l'altro praticato dal guaritore Ashu, specialista in erbe mediche. (3)
Su tavolette di terracotta, scoperte in differenti aree assire e babilonesi, vengono chiaramente specificate prescrizioni per i problemi legati alla psiche.
I sogni, inoltre, erano considerati un importante strumento terapeutico per la comprensione della persona. Altrettanto in buon conto erano tenuti certi numeri, per esempio il sette(numero caro a Pitagora)che era considerato terapeutico e per questo presente in molti rituali di guarigione.

Nell’antica Persia, secondo la storia di Erodoto(479-490 a.C.),la cultura era molto vasta; le scienze e le arti studiate in modo approfondito. Si distinguevano diverse figure professionali; vi era il medico: durustpat, responsabile in generale della salute, i guaritori del corpo: tanzepeshk ed i guaritori della psiche: ravan-pezeshk,equivalenti ai moderni psicoterapeuti. Esistevano anche degli ordini al di fuori dei quali si era considerati ciarlatani. La medicina aveva già iniziato a prendere le distanze dalla religione, anche se gli studenti erano tenuti a studiare la medicina quanto la teologia. Alla fine degli studi potevano diventare preti magi o medici athravan.
Le malattie mentali erano insegnate nella Università Jondi Shapur, durante la dinastia sasanide che notoriamente va dal 200 al 600. (4)
Sempre in Persia, nel libro sacro Avesta, il profeta Zoroastro o Zaratustra insegnava le basi filosofiche della salute mentale:buoni pensieri,buone parole e buoni comportamenti. Una particolare attenzione era riservata al linguaggio ed al comportamento. Dopo diversi secoli questi concetti saranno ripresi dal filosofo Nietschze il quale, in Così parlò Zaratustra sottolinea come solo utilizzando questa triade è possibile trovare un senso nella vita; sempre secondo il filosofo tedesco è proprio il possesso del senso della propria vita a fornirci quella forza necessaria a fronteggiare qualunque forma di stress.
In area islamica degna di nota è la letteratura Sufi (1200 c.); Jalaudin Rumi utilizzava metafore di notevole utilità psicoterapeutica. L’Islam non ha avuto un importante movimento psicoanalitico, ma i poeti e i filosofi hanno prodotto moltissimi concetti filosofici e psicologici che possono essere considerati gli antenati delle moderne funzioni e strutture psicologiche. Per esempio, ancor prima che Freud tripartisse la personalità in: io, ego e superego, (5) erano convinti che la personalità fosse composta di tre parti; inoltre, per mantenere l’equilibrio di queste parti, erano soliti praticare una disciplina fisica, una sorta di danza circolare che aveva lo scopo di sottrarre energia al sistema nervoso centrale il neo cortex, (ciò che noi abbiamo finito con l’idolatrare), a favore di un altro sistema nervoso, quello involontario, secoli prima che Wilhelm Reich postulasse la sua teoria sull’unità e l’antagonismo dei due sistemi nervosi: simpatico e parasimpatico, che rappresentevano la correlazione biologica vegetativa della concezione freudiana dell’antitesi libido/angoscia il cui equilibrio è alla base della sua visione di salute di mente-corpo.(6)
Il grande medico Avicenna, anche filosofo e fisico, utilizzava delle tecniche psicoterapeutiche molto simili a quelle attuali. In particolare utilizzava una tecnica molto vicina a quella implosiva utilizzata al giorno d’oggi nelle terapie comportamentali per la cura di ansia, fobia, ossessione, compulsività e stati di conversione in generale.(7,8)

Ma abbiamo molte altre fonti di testimonianza relative alla pratica psicoterapeutica in altre culture. Venkoba Rao ci parla delle pratiche indiane; Leon & Rosselli di quelle degli aborigeni e dell'America latina precolombiana; Margetts (1975), ci illustra i meccanismi mentali di Indiani ed Eskimesi. (9,10,11)
Gli Uroni, cultura indigena del Nord America, facevano distinzione fra tre cause di malattia: cause naturali, stregoneria e desideri insoddisfatti. Tra quest’ultimi alcuni erano noti all’individuo, altri, chiamati ondinnonk, non erano noti ma potevano essergli rivelati nel sogno. C’erano poi dei desideri che non si manifestavano nemmeno nel sogno. Alcuni divinatori chiamati saokata erano in grado di interpretare questi desideri inconsci attraverso tecniche divinatorie. Nella loro semplicità questi antichi specialisti dell’anima, banalmente chiamati stregoni, avevano idee chiare a tal punto che l’affermare che Freud è stato l’ideatore del concetto d’inconscio parrebbe persino offensivo nei loro confronti.(12)

Ma se vogliamo continuare ad ignorare le pratiche psicoterapeutiche diffuse anticamente in moltissime culture e se preferiamo pensare che la psicoterapia sia solo appannaggio del mondo occidentale dimenticando che sarebbe storicamente scorretto in quanto si dimentica la figura di Alcmeone di Crotone,il medico filosofo (erroneamente definito pitagorico) al quale deve andare il merito di avere posto le basi di quella che sarebbe stata la psicologia moderna, oltre che il fondatore della fisiologia. Egli fu infatti il primo a propugnare l’utilità della dissezione anatomica; le sue acute osservazioni lo portarono ad asserire che le percezioni sensoriali giungono al cervello attraverso i nervi. Non considerando più la malattia una punizione divina, fu il primo ad intuire nel cervello la sede della coscienza, dell’intelligenza e delle funzioni vitali più importanti. Alcmeone mise inoltre in evidenza la differenza esistente tra senso e cognizione, che ritenne essere peculiare all’uomo; separò inoltre la cognizione in tre parti: memoria, rappresentazione e conoscenza.(13)
A questo punto la sofferenza dell’uomo non è più imputabile a spiriti maligni o ad una qualsivoglia volontà divina a lui estranea, ma a squilibri dei suoi elementi costitutivi.
Va ricordato che il grande medico razionalista Ippocrate riconobbe ad Alcmeone il merito di aver identificato nell’uomo e nel suo corpo i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco postulati da Talete. Per Alcmeone la conoscenza non scaturiva direttamente dalle sensazioni ma veniva gradualmente acquisita attraverso un processo di interpretazione e integrazione delle stesse sensazioni, contribuendo in maniera fondamentale al corpus delle dottrine ippocratiche. Ancora prima dell’analisi sociologica di Reich in Psicologia di massa del Fascismo(14), egli postulò la natura economico-sociale della malattia, considerando la malattia, una situazione di disarmonia degli elementi costitutivi a vantaggio della tirrania di uno di essi.
A Socrate molti sono concordi nell’attribuire la paternità della psicoterapia occidentale. Fu di sua invenzione il metodo maieutico: una strategia che guida l’interlocutore a conclusioni logiche per risolvere i propri problemi. Tuttora questa tecnica è proficuamente utilizzata da molti approcci psicoterapeutici e la sua validità consiste nel suggerire al paziente che in lui ci sono risorse, possibilità e responsabilità di soluzione dei propri problemi.
Dopo Socrate, per ben sette secoli assistiamo alla nascita di due correnti filosofiche. Tra il terzo ed il quarto secolo a.C. divennero dominanti due scuole di pensiero dalla chiara valenza psicoterapeutica: la scuola Stoica, fondata da Zenone di Cizio, e quella Epicurea, fondata a Samo da Epicureo. Quando ancora la filosofia costituiva un modo di vivere e le scuole di filosofia erano dei centri di cultura( dove si ricercava, in diverse aeree del sapere, la comprensione del mondo e il miglior modo di interagire con esso per soddisfare lo scopo primario della filosofia)la filosofia degli stoici suggeriva una visione del mondo distaccata per il raggiungimento del benessere e la sconfitta dell’ansia, mentre quella degli epicurei proponeva il piacere come soluzione allo stesso problema. Entrambe le posizioni sono riscontrabili in molti approcci psicoterapeutici.
Se poi consideriamo l’assunto di base della psicanalisi, che è l’eterno conflitto di eros e thanatos, avremo modo di scoprire che il fifosofo presocratico Empedocle di Agras riconosceva due forze che agiscono sugli elementi sia in modo distruttivo che in modo costruttivo: Philia, che è una forza di attrazione e combinazione e Neikos, forza repulsiva e di separazione. Secondo Empedocle queste due forze erano coinvolte in una eterna battaglia di dominio l’una sull’altra ed in un movimento continuo di rotazione. Possiamo dunque constatare che il mondo greco accettava l’alternanza tra le parti razionali ed irrazionali della psiche.
Possiamo quindi constatare le innumerevoli relazioni che legano questa tematica nel rapporto tra mente e corpo; esiste quindi una sorta di filo rosso che nel tempo non si è mai spezzato. C’è da chiedersi perché sia così diffusa la convinzione che anche in campo psicoterapeutico, così come in altri settori scientifici che si pongono in relazione con il passato, risulti largamente consolidata la premessa che potremo così evidenziare:

1
. l’uomo ha progredito e nelle attività umane vi è una evidente evoluzione;
2. La civiltà implica progresso,il grado di avanzamento della civiltà è direttamente proporzionale al tasso di progresso acquisito;

3. Il progresso e la civiltà sono iniziati con i greci inventori della filosofia speculativa e della scienza razionale;
4. La scienza e le discipline basate su di essa sono l’unico strumento valido per giungere alla verità oggettiva;
5. Gli antichi non conoscevano niente più di noi. (15)

Questi presupposti sono stati accettati da molti studiosi e scienziati degli ultimi duecento anni. Persino un noto studioso come Umberto Eco, a proposito del rapporto mente cervello, non ha esitato ad affermare che solo nel 1500 la mente venne associata al cervello,che equivale a dire come prima dell’Illuminismo non abbiamo avuto né saperi né cultura.
La psicoterapia non è ancorata alla psicoanalisi, esisteva già da tempo e persino la nozione di inconscio si perde nella notte dei tempi.
Il modo di concepire la mente ed i suoi relativi nodi, da parte di Freud, rappresenta un innegabile contributo, ma stabilire chi prende da chi è un’ardua impresa. I confini tra psicoanalisi e psicoterapia sono molto sottili e difficili da definire. Inoltre, la psicoterapia non è appannaggio dell’occidente ma di quel certo liberalismo che può collocare l’individuo nella condizione di mettere sotto osservazione la propria coscienza nel perseguimento della verità qualora egli lo voglia.
Se per Nietzsche, come per Platone, la vera sapienza consiste nel ricollegarsi a quello che si sapeva già, allora la strada da percorrere è ancora molto lunga considerando che da tempo l’abbiamo smarrita.














BIBLIOGRAFIA


1) Baasher T., The Arab countries., In: Howels J.G. ed. World history of psychiatry, London, Balliere Tindall, 1975.

2) OkashaA., Our Heritage: a perspective of mental disorder in Pharaonic, Egypt. Paper presented at the Thematic Conference of Eastern Mediterranean Region, World Psychiatric Association, Kaslik, Lebanon, 14-17 April, 1998.

3) Avalos H., Illness and health care in Ancient near east: the role of the temple in Greece, Mesopotamia and Israel, Boston, Harvard Semitic Museum Pubblication,1995.
(monograph 54)
4) Elgood C., A medical history of Persia,Cambridge, Cambridge, University Press,1951.

5) Rizvi S.A.A., Muslim tradition in Psycotherapy and modern trends, Lahore, Institute of Islamic Culture,1988.

6) Reich, W., La Funzione dell’Orgasmo, … (manca luogo di edizione),Sugarco edizioni,

7) Noorbksh. J., The role of the poetry in psycotherapy, Theheran, University Press,1965.

8) Pezechian S., Using stories for psycotherapeutic aims, Springes-Verlog, New York,1974.

9) Venkoba Rao A., India. In JG. Howells (Ed.), World history of psychiatry (pp.624-649), New York, Brunner/Mazel ,1975.

10) Leon C.A. & Rosselli H., Latin America, in J.G. Howels (Ed.), World history of psychiatry(pp.476-506), New York, Bunner/Mazel,1975.

11) Margetts E.L. Canada, In J.G.Howells (Ed.), Worl History of psychiatry,(pp. 400-431), New York, Brunner/ Mazel,1975.

12) Ellemberg H. F., La scoperta dell’inconscio, Torino, Bollati Boringhieri,1972.

13) Zellert E.& Nestle W., History of Greek Philosophy, Saint Augustine’s Press, revised edition,1997.

14) Reich, W., Psicologia di massa del Fascismo, Sugar & C. edizioni,

15)Russell B., La Saggezza dell’Occidente,Milano, Longanesi,1978.

16) Nietzshe F., Hecce Homo, Come si diventa ciò che si è, Milano, Adelphi,1981.



Testo e illustrazione di Antonella Iurilli Duhamel

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ALLA RICERCA DI UN SIGNIFICATO DELLA PACE


E' da secoli che la Pace s'affaccia sulla soglia del mondo, elemosinando grazia e pietà. E' da secoli che i governi disgraziatamente la ignorano perché la pietà verso i propri simili non è un concetto quantificabile o monetizzabile e la merce di scambio è il mondo dei numeri e non quello degli esseri viventi. Il valore della Vita, snaturato e sfiduciato, è ora prigioniero di tutto ciò che rappresenta conquista, vittoria, dominio, distruzione, morte. E' l'umano paradosso per cui, come scriveva nel XVII sec. Blaise Pascal, "non esiste niente di più ridicolo del fatto che un uomo ha diritto di uccidermi perché vive dall'altra parte di un fiume e il suo sovrano è in lite con il mio, sebbene io non lo sia con lui".

L'Uomo, dunque, frantuma il proprio tempo lottando contro le identità e le libertà dell'Altro, piuttosto che ricomporre le proprie, pacificandosi con se stesso. E' il destino di ogni essere umano secondo cui è molto più semplice proiettare le proprie debolezze e viversi in un mondo esterno, contro un nemico e mossi da un'ossessione, piuttosto che trovare un equilibrio interno. Forse un mondo di pace, di tolleranza reciproca e concordia spaventa l'essere umano perché richiede la ricerca continua ed attiva di un compromesso, di un accordo nel disaccordo, di un'unione nella divisione. Forse l'idea di lavorare con un'opportunità diversa su una nuova e conciliante alternativa comporta una sostanziale sottrazione di energia ai meccanismi sociali, dove tutto è inevitabilmente manipolato e dove la parola 'guerra' suscita nazionalismi e patriottismi vari, agendo da collante sociale interno. A quanto pare gli ingranaggi dell'ingegneria sociale richiedono sangue per essere oliati e per mantenersi in uno stato di invisibile attività.

E allora ci si domanda quanto il concetto di guerra appartenga al nostro bagaglio genetico o sia invece un fatto culturale e quindi potenzialmente evitabile. Nel regno animale esiste la lotta per la sopravvivenza e il territorio d'appartenenza ma non esiste la belligeranza perché un codice etico, morale ed interno prevede il rispetto dei segnali di sottomissione, dove il combattimento è vissuto come scarica dell'aggressività ma non porta mai, tranne in rari casi, alla morte. Nel regno umano, invece, la guerra è paradossalmente un trionfo dell'esistenza dove l'uomo si esprime e si manifesta pienamente: o è un vincitore o un vinto. In ogni caso la sua forza o la sua debolezza lo fanno sentire ed esperire come uomo. Dunque, quello che rappresenta un mitico connubio dove la vita è Pace e la guerra Morte è in realtà una clessidra capovolta: ogni granello rappresenta le libertà degli altri e i diritti di tutti, che si depositano sul fondo, pesano gli uni sugli altri e aspettano solo di ribaltarsi nuovamente, in un circolo vizioso, dove colui che era il carnefice si trasforma a sua volta nella vittima e viceversa.

In questa lotta per la vita l'uomo, come ogni essere vivente, cerca sempre la soluzione migliore, la più adattiva e vantaggiosa: crea, ad esempio, un mondo di terrore per annientare il terrorismo; instaura regimi di paura per placare l'incertezza e l'insicurezza; inventa ingegnosi sistemi di comunicazione pur non essendo in grado di mettersi in ascolto col cuore; affina le arti della diplomazia per migliorare il presente ignorando il passato e speculando già sul futuro; allunga la vita di alcune specie 'elette' e si permette di accorciarla casualmente e causalmente ad altre…

Purtroppo è questa l'attuale libertà dell'uomo che vive nella convinzione per cui ogni essere vivente ha bisogno di lui ed in modo onnipotente crede che ogni suo intervento possa portare al bene perfetto. E' il libero arbitrio: incapace di fermarsi di fronte alle libertà dell'Altro e, in modo egocentrico, impedito nel considerare come proprie le altrui sofferenze. Forse solo il filo della solidarietà universale potrebbe cucire gli animi umani perché allargando i confini della comunità morale ci potremmo vivere come uomini e nient'altro.
L'augurio per l'umanità è, dunque, di non trovarsi di fronte ad uno scenario come quello descritto da Italo Calvino, secondo cui "la guerra durerà fino alla fine dei secoli e nessuno vincerà o perderà, resteremo fermi gli uni di fronte agli altri per sempre. E senza gli uni, gli altri non sarebbero nulla e ormai, sia noi che loro, abbiamo dimenticato perché combattiamo".



Testo Serena Bimbati
Illustrazione Antonella Iurilli Duhamel


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IL DOLORE DELLA MISURA Psicoterapia tra Scienza e Religione

La psicoterapia ha nuovamente accusato colpi. La sua nuova crisi d’identità é ravvisabile in quelle che sono le due ultime tendenze negli Stati Uniti: da una parte il tentativo di un rifacimento di facciata che pretende un suo inserimento tra le scienze dure, non esitando ad imporle la ricerca di fattori misurabili oggettivamente e procedimenti efficaci standardizzati; dall’altra, la tendenza a giudicare nefasta oltre inutile l’attitudine a pescare nel passato per portarne alla luce traumi ed annessi vari.

Da sempre gli psicoterapeuti sono costretti a misurarsi con il cosiddetto mondo scientifico, in particolare con i loro colleghi medici; i tentativi per dimostrare la propria legittimità come scienza si sprecano e tuttavia non riescono a colmare la diffidenza ed il pregiudizio di cui sono oggetto.

Dalla metà del XIX secolo le societá occidentali sono state divise tra verità
scientifiche e religiose, la psicoterapia ha sempre faticato ad essere annoverata tra di loro e nello stesso tempo nessuna psicoterapia ha mai ambito ad essere una una vera religione
nonostante la pesantezza dei dogmatismi di certe sue scuole ed il proliferare dei vari guru di turno.

La sua posizione è sempre stata precaria, il suo diritto ad esistere è stato molto spesso messo in discussione. I motivi sono molteplici ma essenzialmente insiti nella fragilità del suo oggetto di studio: la prevedibilità e l’interpretabilità del comportamento umano.

A tale proposito esistono numerose teorie tra loro contrastanti e la voce di Karl Popper (1), può a mio avviso essere considerata una delle più interessanti. Il noto epistemologo pronunciandosi a riguardo della scientificità dell’interpreazione dei comportamenti umani afferma che, una teoria per essere considerata scientifica deve essere verificabile e invalidabile. Nel caso della psicanalisi per esempio, oltre ad affermare l’esistenza del Complesso di Edipo, bisognerebbe che fosse in grado di dimostrare come sarebbe una persona che ne fosse immune. Gli psicoanalisti ritengono che il Complesso di Edipo è universalmente presente in tutti gli individui e che ogni negazione da parte dell’individuo è senz’altro da interpretarsi come una resistenza rispetto alla consapevolezza di questo problema. Secondo Popper quindi, la psicanalisi non è da considerarsi una disciplina scientifica, se lo fosse, dovrebbe essere in grado di dichiarare quali caratteristiche psicologiche denoterebbero l’assenza del Complesso edipico. Dal momento che in campo psicanalitico ciò è ritenuto impossibile ne consegue che le tendenze comportamentali possono essere ideate e non teorizzate. Per Popper è possibile una disciplina scientifica degli istinti, ma non è possibile un’indagine scientifica delle scelte umane a meno che non si voglia giungere ad ammettere che l’uomo è una macchina programmabile.

L’inconfutabile ragionamento di Popper potrebbe essere vissuto dal mondo della psicoterapia come una liberazione piuttosto che come una limitazione. Dal momento che le scienze si rifiutano di accettarla nel loro mondo ed altrettanto dicasi per la religione, si potrebbe interpretare tale rifiuto come una opportunità per porre fine a questa antica ed accanita guerra per la dimostrazione della propria dignità e del proprio valore. Al punto in cui si è giunti sarebbe opportuno pensare a soluzioni maggiormente creative e di più ampio respiro.

Piuttosto che elemosinare questa impossibile adozione per ottenere maggiore prestigio e potere, si potrebbe cominciare ad impiegare più energia verso una ricerca di legittimità che miri ad una propria autodefinizione. Si potrebbe per esempio cominciare a pensare di trovare una collocazione in un terreno di mezzo dove verità ed utilità non hanno bisogno di essere dimostrate perché da sempre accettate come per esempio avviene nel mondo dell’Arte.

La psicoterapia come l’Arte potrebbe dimostrarci il limite di quanto la scienza può fare per il nostro benessere. I metodi scientifici da soli non basteranno mai ad indicarci come vivere e soprattutto come poter essere. Potrebbe insegnarci come le cose che maggiormente apprezziamo (dio, amore sessualità, dolore, carattere, ispirazione, passato, futuro) non sono misurabili tanto meno prevedibili, e che forse proprio per questo motivo sono così importanti per noi. Gli aspetti della vita a cui attribuiamo maggior valore e che ci spaventano maggiormente sono quelli che non possiamo controllare, questo non significa che dobbiamo smettere di controllare ciò che ci danneggia, come nel caso del dolore, ma che è necessario valutare in quali aree della nostra vita questo controllo è di reale beneficio; altrimenti questa lotta rischia di condurci ad una totale perdita di contatto con la realtà.

Ovviamente sarebbe ingenuo da parte degli psicoterapeuti negare l’evidenza dei cosiddetti metodi scientifici, ma cercare di convincere il mondo del fatto che la psicoterapia è una vera scienza, è solo segnale di una debolezza e di un asservimento ideologico ai valori della cultura dominante che rischiano di produrre un’ulteriore svalutazione.

Se la psicoterapia ha qualcosa da offrire, e ciò non si dovrebbe mai smettere di indagarlo, dovrebbe essere qualcosa di diverso dai trends dominanti della cultura; il che significa che i suoi professionisti dovrebbero evitare di banalizzare il passato, sono già in molti a farlo, o sudare sette camice per convincere il mondo che è una vera scienza.

Se ci sottoponiamo ad una visita oculistica o acquistiamo un’auto, sappiamo più o meno cosa aspettarci, con i nostri soldi compriamo qualche garanzia, uno psicoterapeuta onesto invece, non potrà mai offrirci alcuna garanzia di sorta all’infuori della sua disponibilità ad ascoltarci e ad offrire utili commenti.

Invitando il paziente a parlare di ciò che lo fa stare male, si apre una porta e nessuno può sapere in partenza cosa succederà e quali saranno le conseguenze di tale apertura. Il solo creare una situazione che evoca memorie represse, sentimenti e desideri è di per sé un’esperienza dalle incommensurabili conseguenze negative e positive. Non v’è formazione o statistica che possano eliminare l’incertezza dell’incontro. La psicoterapia è un rischio, e gli psicoterapeuti sono persone che hanno imparato che nella vita vale la pena di correre certi rischi, all’infuori di ciò non c’è nulla di certo.

La religione è stata da sempre la lingua di coloro che avevano bisogno di parlare di ciò che stava loro più a cuore, la scienza la lingua che ha aiutato le persone a conoscere ciò che volevano conoscere e ciò che volevano ottenere. La psicoterapia ha da occupare il fragile spazio che esiste tra di loro senza prendere le parti di nessuna dal momento che ciò che ci fa maggiormente soffrire è la limitatezza dei nostri orizzonti; per questo abbiamo bisogno che i nostri psicoterapeuti non si lascino sedurre dal fascino di certezza e potere per non approfondire una volta di più la piaga del nostro male d’esistere.


Popper K.
Congetture e confutazioni (Il Mulino 1976)

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