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LA MONOTONIA DI TUTTO
Tuesday September 20, 2011
Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n’è mai stato un altro uguale al mondo.
L’identità è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si assomiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua. Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo.
Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione.
Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita, e non c’è altra legge perché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta.
L’amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perché nuova e la rifiuteremmo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente?
Io stesso, che soffoco dove sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l’orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell’angolo o a non scambiar il buongiorno con l’ozioso barbiere.
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento.
Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.
Fernando Pessoa" Il Libro dell'inquietitudine"
opera Ingres
category: Letteratura - September 20, 2011 08:11 AM [edited: September 20, 2011 08:13 AM]
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I PICCOLI VIZI DI GRANDI SCRITTORI
Thursday August 4, 2011
In un recente articolo del New York Times, dedicato agli snacks di famosi
scrittori, sembra che Il poeta Walt Whitman iniziasse la giornata con ostriche
e bistecche, mentre Gustave Flaubert amava uova, frutta, formaggio e una bella
tazza di cioccolata. Lord Byron sorseggiava aceto per controllare il peso, Emily
Dikinson si faceva il pane, e franz Kafka beveva tantissimo latte.... e voi????
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category: Letteratura - August 4, 2011 08:56 AM [edited: August 4, 2011 09:01 AM]
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VERSO OCCIDENTE L'IMPERO DIRIGE IL SUO CORSO
Sunday July 31, 2011
…
dividere questa faccenda della letteratura in realismo, naturalismo,
surrealismo, letteratura moderna e postmoderna, nuovo realismo e metafiction, è
come dividere la storia cosmica, tragica, profetica e apocalittica; è come
dividere gli essere umani in bianchi, neri, marroni, gialli e arancioni.
Atomizza le masse invece di legarle insieme e, come ha fatto la stupidità in
tutti i tempi, porta all’odio cieco, alla cieca devozione e alla cieca
supplica. La differenza è incapace di amore: vive e muore danzando sulla
superficie delle cose, seguendone a tentoni i nudi contorni alla ricerca di vie
d’accesso proprio a ciò che è stato creato impenetrabile. Quello che producono
le diverse "letterature" di cui parla Ambrose sono soltanto ombre,
che variano secondo i movimenti degli uomini di fronte a un’unica fonte di
luce. Quest’unica fonte di luce è sempre il desiderio.
dove si respirava
nevrosi come fosse ossigeno, e si sfoggiavano tic multicolori come fossero
gioielli.
Non è che le emozioni siano disordinate o disturbate, è lui che ha
problemi a relazionarcisi. Ecco perché appare in genere sereno e distaccato,
neutralmente cordiale. Quando le prova, è come se alle emozioni gli venisse
negato l’accesso. Non sente mai di possedere le sue emozioni. Quando ne
ha, se ne sente lontano; si sente fuori dal proprio corpo, estraneo.
*
già, ma
la vita va avanti, vuota triste, sempre con una direzione ma mai un centro.
David Foster Wallace
opera Burns, "Diana e le sue Ninfe"
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category: Letteratura - July 31, 2011 09:02 AM [edited: July 31, 2011 08:06 PM]
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MAI MAI DIMENTICARE
Sunday July 10, 2011
Amare. Essere amati.
Non dimenticare mai la propria insignificanza.
Non assuefarsi mai all’indicibile violenza e alla grossolana disuguaglianza
della vita intorno a te.
Cercare la gioia nei posti più tristi.
Inseguire la bellezza fin dentro la sua tana.
Non semplificare mai le cose complicate e non complicare mai le cose semplici.
Rispettare la forza, mai il potere.
E, soprattutto, guardare. Cercare di capire. Non distogliere mai lo sguardo.
E mai, mai dimenticare.
(Arundhati Roy, "Guerra è pace"
foto A. Iurilli Duhamel 2011
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category: Letteratura - July 10, 2011 09:30 AM [edited: July 10, 2011 09:36 AM]
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STORIE DELLA MIA GENTE
Friday July 8, 2011
“Il rumore di una tessitura
ti fa socchiudere gli occhi e sorridere,
come quando si corre mentre nevica.
Il rumore della tessitura
non si ferma mai,
ed è il canto
più antico della nostra città,
e ai bambini pratesi
fa da ninna nanna.”
“Questa è la mia gente.
La mia gente che in tutta la vita
non ha fatto altro che lavorare.”
Storia della mia gente racconta dell’illusione perduta del benessere diffuso in Italia. Di come sia potuto accadere che i successi della nostra vitalissima piccola industria di provincia, pur capitanata da personaggi incolti e ruspanti sempre sbeffeggiati dal miglior cinema e dalla miglior letteratura, appaiano oggi poco più di un ricordo lontano. Oggi che, sullo sfondo di una decadenza economica forse ormai inevitabile, ai posti di comando si agitano mezze figure d’economisti ispirate solo dall’arroganza intellettuale e politici tremebondi di ogni schieramento, poco più che aspiranti stregoni alle prese con l’immane tornado della globalizzazione. Edoardo Nesi torna con un libro avvincente e appassionato, a metà tra il romanzo e il saggio, l’autobiografia e il trattato economico, e ci racconta, dal centro dell’uragano globale, la sua Prato invasa dai cinesi, cosa si prova a diventare parte della prima generazione di italiani che, da secoli, si ritroveranno a essere più poveri dei propri genitori.
category: Letteratura - July 8, 2011 10:36 AM
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TRA DONNE E UOMINI
Thursday June 16, 2011
"Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Senza quel potere la terra forse sarebbe ancora tutta giungla e paludi. Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbero sconosciute. Staremmo ancora a graffiare la sagoma di un cervo sui resti di ossa di montone e a barattare selci con pelli di pecora o con qualsiasi semplice ornamento attraesse il nostro gusto non sofisticato.
Non sarebbero mai esistiti Superuomini o Figli del Destino. Lo Zar o il Kaiser non avrebbero mai portato corone sul capo né le avrebbero perdute. Quale che sia l’uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili ad ogni azione violenta od eroica. E’ questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sulla inferiorità delle donne, perché, se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire.
Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica.
Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare ad emettere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la stessa taglia? A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada."
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé
immagine Fred Fixler
category: Letteratura - June 16, 2011 08:46 AM
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BREVIARIO MEDITERRANEO
Thursday May 26, 2011
La bellezza incomparabile di questo mare ricco di storia e di culture, di storie umane, di vite spezzate, di guerre infinite, di abitudini secolari, di sapori odori e suoni che continuano senza sosta il loro eterno echeggiare, sono mirabilmente descritti nel libro Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejevic .
Il grande bacino è come un immenso crogiuolo da cui
si estraggono usi costumi esentimenti molto diversi uno dall’altro eppure tutti collegati, perché questo
grande mare alla fine abbatte ogni
barriera geografica e politica voluta
dal potere.
“Ho ascoltato i modi in cui la gente che vive sulle rive del mare parla degli odori del mare. Questi odori non sono gli stessi: all’alba e all’imbrunire, nelle profondità e in superficie……”
“ Degli abitanti della costa è più
difficile parlare che di qualunque altro tema. …………….tante cose sono comuni e
solenni al tempo stesso, cerimoniali o sacre come la cottura dei pani di varia
grandezza e forma, i diversi condimenti e i profumi, l’essiccazione del pesce e
della carne…….. Ci sono manuali di digiuno e penitenza, regole di espiazione e
castighi, trattati su peccati mortali e veniali, ricette di cibi, compendi
d’amore e di lussuria.”
“Nell’antica Grecia furono i legislatori a darsi cura del sale. Il salinaio
godeva di rispetto, le saline erano protette. Omero cantò del “sale divino”.
Aristotele lo mise in relazione con la morale e l’amicizia (Etica
Nicomachea), Plinio il Vecchio ne vide l’influsso sui piaceri dello
spirito”.
“Ho visitato anche il porto di Pozzuoli, le cui rive sono affondate (Portus
Iulius, Baia, Campi Flegrei in Campania) dove la storia annovera uno dei più
grandi interventi di ingegneria portuale, realizzato con l’aiuto della sabbia
vulcanica ( puteola-nus pulvis) che a contatto dell’acqua dolce o salata
si trasforma nel cemento più duro: la menzionano come una delle meraviglie di
questo mondo sia Senaca, sia Vitruvio, maestro di architettura che lodava
proprio i porti e gli empori di questo tipo naturale (emporium egregium,
portus naturaliter tutus).”
foto e testo A.I.D
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category: Letteratura - May 26, 2011 09:41 AM [edited: May 26, 2011 12:58 PM]
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BREVI INTERVISTE CON UOMINI SCHIFOSI
Wednesday May 11, 2011
Chi sono gli uomini schifosi? Sono una specie rara o piuttosto una realtà alquanto comune e ben mimetizzata?
Sono spesso individui dall'apparenza normale il cui lato oscuro può emergere in una banale conversazione quando con incredibile nochalance riescono a dire cose obbrobriose da far accapponare la pelle. Sono l’emblema dell’insensibilità, sono totalmente presi dai loro bisogni e gli altri esistono solo nella misura loro funzionali.
Sovente ci si sente male a star loro accanto, ma sono molto più numerosi di quanto si creda, a tal punto che molto facilmente possono farti ricordare è qualcuno del tuo passato o del tuo
presente che ti ha fatto danno; tuo marito per esempio, o tuo padre e forse il tuo
capo. In apparenza sono persone del tutto normali non hanno sempre un’aria
schifosa, anzi certe volte sono persino accattivanti. Sono veramente abili nel
cavarsela, sono grandi manipolatori in grado di ricorrere a modi raffinati per farla
franca nelle relazioni complicate che hanno con il prossimo, in particolar modo
con le donne, pur di arrivare a carpire la loro energia e riempirsene.
“Gli uomini
Schifosi” di Foster Wallace, è un libro molto interessante, presenta una
rassegna di uomini molto diversi tra di loro; dal focomelico che si serve del
proprio moncherino come arma di ricatto per portarsi a letto le donne; al
depresso che riesce a far suicidare l'analista; fino al ragazzo che sta per
tuffarsi in piscina, immobile in fondo al trampolino.
A loro modo sono persone speciali, ognuno di loro
con la propria distorsione e con una logica e una motivazione precisa che
giustifica l’intento dannoso nei confronti del prossimo. La loro logica
irrazionale, tuttavia è così ben motivata dal far dubitare della realtà, tanto
è grande la loro abilità nel mascherarla distorcerla e manovrarla. Manovratori
di emozioni dotati di un gelido cuore gelido incapace di una qualsivoglia forma di empatia.
Le «Brief
Interviews With Hideous Men», «Brevi interviste con uomini schifosi », del
1999, è un capolavoro he descrive mirabilmente questa modalità di relazione che
purtroppo diventa sempre più comune. E’
uno dei libri più letti di questo grande scrittore, scomparso prematuramente, ed è
composto da una serie di racconti confessioni degli schifosi suddetti
rilasciati ad una anonima intervistatrice.
In America è diventato un libro di culto, un rifugio per quanti cercano di capire il dolore e la confusione delle loro relazioni, l’enigma della discrepanza tra ciò che si dice e chi si è veramente. Leggendo questo libro alcuni riescono a comprendere la perversione di persone dall’aria perfettamente normale, persino affettuosa che in realtà celano intenti di sopraffazione odio e disprezzo e così sentendoli parlare del più e del meno, all’improvviso salta agli occhi tutta la loro pochezza umana.
A.Iurilli Duhamel
Opera -Georges Duhamel
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category: Letteratura - May 11, 2011 10:41 AM [edited: May 11, 2011 05:26 PM]
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UN UOMO ED IL SUO CANE
Thursday May 5, 2011
Un giorno Febo uscì, e non tornò più. Lo aspettai fino
a sera, e scesa la notte corsi per le strade, chiamandolo per nome. Tornai a
casa a notte alta, mi buttai sul letto, col viso verso la porta socchiusa.Ogni tanto mi affacciavo alla finestra, e lo chiamavo
a lungo, gridando. All'alba corsi nuovamente per le strade deserte, fra le mute
facciate delle case che, sotto il cielo livido, parevano di carta sporca. Non
appena si fece giorno, corsi alla prigione municipale dei cani. Entrai in una
stanza grigia, dove, chiusi in fetide gabbie, gemevano cani dalla gola ancora
segnata dalla stretta del laccio del chiappino. II guardiano mi disse che forse
il mio cane era rimasto sotto una macchinai o era stato rubato, o buttato a
fiume da qualche banda di giovinastri. Mi consigliò di fare il giro dei canai,
chi sa che Febo non sj trovasse nella bottega di qualche canaio?
Tutta la mattina corsi di canaio in canaio, e
finalmente un tosacani, in una botteguccia di Piazza dei Cavalieri, mi domandò
se ero stato alla Clinica Veterinaria dell'Università, alla quale i ladri di
cani vendono per pochi soldi gli animali destinati alle esperienze cliniche.
Corsi all'Università, ma era già passato mezzogiorno, la Clinica Veterinaria
era chiusa. Tornai a casa, mi sentivo nel cavo degli occhi un che di freddo, di
liscio, mi pareva di aver gli occhi di vetro.
Nel pomeriggio tornai all'Università, entrai nella
Clinica Veterinaria. Il cuore mi batteva, non potevo quasi camminare, tanto ero
debole e oppresso dall'ansia. Chiesi del medico di guardia, gli dissi il mio
nome. II medico, un giovane biondo, miope, dal sorriso stanco, mi accolse
cortesemente e mi fissò a lungo prima di rispondermi che avrebbe fatto tutto il
possibile per aiutarmi.
Apri una porta, entrammo in una grande stanza nitida,
lucida, dal pavimento di linoleum azzurro. Lungo le pareti erano allineate
l'una a fianco dell'altra, come i letti di una clinica per bambini, strane
culle in forma di violoncello: in ognuna di quelle culle era disteso sul dorso
un cane dal ventre aperto, o dal cranio spaccato, o dal petto spalancato:
Sottili fili di acciaio, avvolti intorno a quella
stessa sorta di viti di legno che negli strumenti musicali servono a tender le
corde, tenevano aperte le labbra di quelle orrende ferite: si vedeva il cuore
nudo pulsare, i polmoni dalle venature dei bronchi simili a rami d'albero,
gonfiarsi proprio come fa la chioma di un albero nel respiro del vento, il
rosso, lucido fegato contrarsi adagio adagio, lievi fremiti correre sulla polpa
bianca e rosea del cervello come in uno specchio appannato, il groviglio degli
intestini districarsi pigro come un nodo di serpi all' uscir dal letargo. E non
un gemito usciva dalle bocche socchiuse dei can i crocifissi.
Al nostro entrare tutti i cani avevano rivolto gli
occhi verso di noi, fissandoci con uno sguardo implorante, e al tempo stesso
pieno di un atroce sospetto: seguivano con gli occhi ogni nostro gesto, ci
spiavano le labbra tremando. Immobile in mezzo alla stanza, mi sentivo un
sangue gelido salir su per le membra: a poco a poco diventavo di pietra. Non
potevo schiuder le labbra, non potevo muovere un passo. Il medico mi appoggiò
la mano sul braccio, mi disse: "coraggio". Quella parola mi sciolse
il gelo delle ossa, lentamente mi mossi, mi curvai sulla prima culla. E di mano
in mano che progredivo di culla in culla, il sangue mi tornava al viso, il
cuore mi si apriva alla speranza. A un tratto, vidi Febo.
Era disteso sul dorso, il ventre aperto, una sonda
immersa nel fegato. Mi guardava fisso, e gli occhi aveva pieno di lacrime.
Aveva nello sguardo una meravigliosa dolcezza. Non mandava un gemito, respirava
lievemente, con la bocca socchiusa, scosso da un tremito orribile. Mi guardava
fisso, e un dolore atroce mi scavava il petto. "Febo" dissi a voce
bassa. E Febo mi guardava con una meravigliosa dolcezza negli occhi. Io vidi
Cristo in lui, vidi Cristo in lui crocifisso, vidi Cristo che mi guardava con
gli occhi pieni di una dolcezza meravigliosa. "Febo" dissi a voce
bassa, curvandomi su di lui, accarezzandogli la fronte. Febo mi baciò la mano,
e non emise un gemito.
Il medico mi si avvicinò, mi toccò il braccio:
"Non potrei interrompere l'esperienza" , disse, "è proibito. Ma
per voi... Gli farò una puntura. Non soffrirà".
Io presi la mano del medico fra le mie mani, e dissi,
mentre le lacrime mi rigavano il viso: "Giuratemi che non soffrirà".
"Si addormenterà per sempre", disse il
medico, "vorrei che la mia morte fosse dolce come la sua".
Io dissi: "Chiuderò gli occhi. Non voglio vederlo
soffrire. Ma fate presto, fate presto!".
"Un attimo solo" disse il medico, e si
allontanò senza rumore, scivolando sul molle tappeto di linoleum. Andò in fondo
alla stanza, apri un armadio.
Io rimasi in piedi davanti a Febo, tremavo
orribilmente, le lacrime mi solcavano il viso. Febo mi guardava fisso, e non il
più lieve gemito usciva dalla sua bocca, mi guardava fisso con una meravigliosa
dolcezza negli occhi. Anche gli altri cani, distesi sul dorso nelle loro culle,
mi guardavano fisso, tutti avevano negli occhi una dolcezza meravigliosa, e non
il più lieve gemito usciva delle loro bocche.
A un tratto un grido di spavento mi ruppe il petto:
"Perché questo silenzio?", gridai, "che è questo
silenzio?".
Era un silenzio orribile. Un silenzio immenso, gelido,
morto, un silenzio di neve.
Il medico mi si avvicinò con una siringa in mano:
"Prima di operarli", disse, "gli tagliamo le corde vocali".
Curzio Malaparte.La Pelle
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category: Letteratura - May 5, 2011 03:28 PM [edited: May 5, 2011 03:32 PM]
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Possano i fiori addolcire il tuo percorso
Sunday April 24, 2011
Possano i fiori addolcire il tuo percorso
Ed il sole illuminare le tue giornate.
Possa il canto degli uccelli rasserenerare ogni tuo passo,
E l'arcobaleno rincorrerti dopo la tempesta.
Possa la felicità colmare il tuo cuore ogni giorno della tua vita presente e a venire
Buona Pasqua !
Antonella
category: Letteratura - April 24, 2011 09:44 AM [edited: April 24, 2011 09:44 PM]
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LA GRAMMATICA ESSENZIALE (consigli di Ennio Flaiano a un giovane analfabeta che vuol darsi alla letteratura attratto dal numero dei premi letterari
Sunday October 31, 2010
Chi apre il periodo, lo chiuda.
E’ pericoloso sporgersi dal capitolo.
Cedete il condizionale alle persone anziane, alle donne e agli invalidi.
Lasciate l’avverbio dove vorreste trovarlo.
Chi tocca l’apostrofo muore.
Abolito l’articolo, non si accettano reclami.
La persona educata non sputa sul componimento.
Non usare l’esclamativo dopo le 22.
Non si risponde degli aggettivi incustoditi.
Per gli anacoluti, servirsi del cestino.
Tenere i soggetti al guinzaglio.
Non calpestare le metafore.
I punti di sospensione si pagano a parte.
Non usare le sdrucciole se la strada è bagnata.
Per le rime rivolgersi al portiere.
L’uso del dialetto è vietato ai minori di 16 anni.
E’ vietato servirsi del sonetto durante le fermate.
E’ vietato aprire le parentesi durante la corsa.
Nulla è dovuto al poeta per il recapito.
Ennio Flaiano, L’uovo di Marx,libri Scheiwiller, Milano 1987
Illustrazione A. Iurilli Duhamel, Ispirazione, 2007
category: Letteratura - October 31, 2010 03:26 PM [edited: October 31, 2010 04:01 PM]
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Metafore di Resurrezione in D.H Lawrence, Nikos Kazantzakis e Jose Saramago
Tuesday March 30, 2010
"La vita del corpo è la vita delle sensazioni e delle emozioni. Il corpo prova vera fame, vera sete, vera gioia … vera ira, vero dolore, vero amore, vera tenerezza, vero calore, vera passione, vero odio, vero sconforto. Tutte le emozioni appartengono al corpo; la mente non fa che riconoscerle"italic
D. H. Lawrence
Gli uomini pensano di risolvere tutto con la mente invece di "sentire". Ma il sentire non ha a che fare con l’intelligenza o con la forza. Solo lavorando su di sé, sul proprio corpo - grazie al quale l’uomo "sente," l’uomo può curarsi e aspirare, come è sacrosanto, a una vita sana, libera, felice. Ed essere in grado di amare veramente.italic
Alexander Lowen
Ciò che si oppone conviene, e dalle cose che differiscono si genera l’armonia più bella, e tutte le cose nascono secondo gara e contesa.italic
Eraclito
Agli occhi della Chiesa e della morale benpensante, David Herber Lawrence, Nikos Kazantzakis e Jose Saramago si sono macchiati di un peccato mortale: hanno reso a Gesù Cristo il suo corpo naturale.
Lawrence, un anno prima di morire, scrive “L’uomo che era morto”: un breve racconto in cui ci presenta Gesù Cristo che si risveglia dal proprio martirio.
Libero da ogni missione spirituale, amareggiato, disgustato dalla sua precedente pretesa di salvare l’umanità, e avvilito dalla folla dei seguaci che lo avevano fanaticamente attorniato adorandolo, coglie nel suo risveglio una nuova possibilità di rinascere alla vita semplicemente come un essere umano.
Nella solitudine e nel silenzio del suo nuovo giaciglio, comincia a percepire le vibrazioni del suo corpo rinato, la dolcezza e la gratitudine per la donna che si occupa di lui, il richiamo dei piaceri semplici e la rinuncia a qualsivoglia bisogno di grandezza: libero da vincoli e ambizioni, si arrende a se stesso, alla vita del corpo, alla pienezza dell’amore carnale.
Il tema non costituisce una novità, David Herbert Lawrence, in tutta la sua produzione letteraria, non si è mai discostato dall’idea che l’unica trascendenza possibile risiede nella quotidiana rinascita all’universo delle cose; che il peccato più grande è costituito dalla rimozione del corpo e dalla castrazione del suo significato spirituale più profondo.
L’uomo che era stato crocifisso, grazie al contatto con la natura e il sole della vita, si rianima dal sonno della morte, si guarda intorno ed inizia ad osservare il mondo attorno a sé con sguardo nuovo e partecipe. All’alba della sua nuova consapevolezza comprende che la vera resurrezione è l’essere ritornato alla Natura, e nel far ciò rinnega la vita passata e la sua astratta predicazione.
Qualche anno dopo, nel 1954, il Pontefice della Chiesa Cattolica, mette all’indice “L’ultima tentazione di Cristo” di Nikos Kazantzakis il quale, riprendendo i versi di Tertulliano, risponde:“Ad tuum, Domine, tribunal appello”. “Mi avete maledetto, Santi padri? Io vi benedico: possa la Vostra coscienza essere chiara quanto la mia e possiate essere morali e religiosi quanto lo sono io”. E’ la celebre apostrofe di Katzanzakis, che a ancora una volta dubita dell’autenticità delle motivazioni morali di cui la Chiesa sovente si fregia nelle sue sante campagne politiche.
Questa sua ulteriore invettiva nei confronti gli varrà il peso di una scomunica, che lo perseguiterà inesorabilmente fino alla sua morte, quando verrà persino negata l’esposizione della sua salma.
Katzantzakis è stato un intellettuale ed un artista di altissimo livello. Dotato, di una profonda e vasta cultura umanistica oltre che di una profonda spiritualità. Sicuramente non ci si poteva aspettare che un uomo di tale acume e sensibilità restasse inerme di fronte all’aggressione di un messaggio cristiano volto all’ottundimento delle menti. In tutta la sua vita, il valore delle argomentazioni fecero di lui un temibile avversario per la Chiesa Ortodossa e Romana per la quale egli ebbe il torto di esortare l’umanità a preservare la propria dignità, la propria capacità di giudizio e, soprattutto, le proprie responsabilità civili e morali.
Kazantzakis ci indica un rapporto con il Sacro scevro da ogni infrastruttura clericale, e da ogni forma di intermediazione nel contatto con l’anima; il suo grido di Dio è di una tale bellezza e vitalità da sconvolgerci fino al profondo delle nostre radici:
“Io, l’Urlo, sono il tuo Signore, il tuo Dio! Non sono un rifugio. Non sono una Casa, neanche la speranza. Non sono Padre, né Figlio, né Spirito. Sono il tuo Generale! Tu non sei uno schiavo, né un giocattolo nelle mie mani. Non sei mio amico, non sei mio figlio. Sei il mio compagno nella battaglia. Difendi coraggiosamente gli stretti che ti ho affidato; non tradirli! Hai il dovere e le possibilità per diventare un eroe nel tuo ambito. Amare il pericolo. Qual è la cosa più difficile? Questa pretendo! Qual è la strada da seguire? La salita più ardua. Questa strada ho intrapreso anch’io; seguimi! Impara ad obbedire. Solo quello che obbedisce ad un ritmo superiore a se stesso è libero. Impara a comandare. Solo colui che sa comandare è il mio rappresentante su questa terra. Amare la responsabilità. Dire: io, soltanto io ho il dovere di salvare il mondo. Se non si salverà sarà soltanto colpa mia. ”
Qualche anno dopo nel 1992 la storia si ripete con un altro romanzo: “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, scritto dal premio Nobel Josè Saramago.
Ancora una volta volano le minacce di scomunica da parte dei benpensanti, che colgono in questa nuova operazione di umanizzazione di Gesù Cristo una blasfemia intollerabile, a tal punto che Saramago sarà costretto ad abbandonare il Portogallo e rifugiarsi alle Canarie dove tuttora risiede.
Il Vangelo di Saramago è un’opera di inestimabile valore letterario, ma ha avuto il torto di dipingere la figura del Cristo come quella di un povero cristo, vittima di quelle ambizioni paterne di potere che puntualmente ricadono sui figli.
Umano forse troppo, il Cristo di Saramago nasce sporco tra gli umori di una madre sicuramente non vergine. Un uomo che spesso si rivela vulnerabile, smarrito, come un qualunque essere umano che spesso soffre in silenzio di fronte ad un padre troppo preso dalle sue brame di potere .
Un Cristo, in conflitto tra la sua parte carnale, e il desiderio di soddisfare gli obiettivi paterni. Così in bilico tra perfezione e umanità, tenta di sfuggire la propria divinità. Instaura un’amicizia col diavolo, cade nel peccato della carne, e tuttavia, cerca di soddisfare la volontà di suo padre Dio, raccogliendo fedeli lungo le sue peregrinazioni. Alla fine muore in croce, ma con la netta sensazione di essere stato manipolato e immolato ad un progetto deciso da altri.
Non muore per salvare gli uomini, ma purtroppo solo per rafforzare ed espandere il dominio di Dio e di Satana in eterno conflitto.
Tutti e tre i romanzi, portano alla luce la complessità del dilemma umano dilaniato tra spirito e carnalità, anima e corpo, ideale e reale. Un campo di battaglia, straziato per secoli da una morale sessuofobica al servizio di elevati ideali di purezza e perfezione. Tutte e tre le opere letterarie sono, inoltre, un interessante esempio di ritorno alla scena storica primaria, ed al capovolgimento dei suoi valori peculiari. Carl Jung, riprendendo un tema caro ad Eraclito, avrebbe potuto definire enantiodromiche. queste forme letterarie.
L’enantiodromia è la tendenza di ogni concetto ad alimentare il suo opposto, Eraclito aveva utilizzato questo termine per indicare il gioco degli opposti nel divenire : in altri termini tutto ciò che esiste passa al suo opposto. Egli si servì della medesima definizione per descrivere un fenomeno caratteristico che si verifica quasi universalmente, là dove una direttiva completamente unilaterale domina la vita cosciente.
Quando questo avviene, con il tempo, viene a formarsi una contrapposizione inconscia altrettanto forte che inizialmente si manifesta con un’inibizione delle prestazioni della coscienza, ed in seguito con un’interruzione dell’indirizzo cosciente.Nulla di aberrante, poiche’ è un processo naturale osservabile ovunque.
Restituire dunque, corpo, sessualità e umanità a Gesù Cristo è un gesto corretto sul piano enantiodromico; d’altronde dovremmo ricordarci che fino al Concilio di Trento,l’antirinascimento per eccellenza, Gesù era chiaramente rappresentato corredato di attributi sessuali attivi. Sono moltissime le opere d’arte che possono testimoniarlo. La repressione e la negazione di Cristo ha luogo con il Concilio di Trento e con esse anche quelle del resto dell’umanità. Castrazione e sessuofobia divennero la nuova forma di martirio, la nuova croce su cui immolarsi.
Purtroppo abbiamo dimenticato che la virilità di Gesù è una componente fondamentale nella concezione cristiana, e negare questa evidenza, negare la sessualità di Cristo, equivale a negare l’ensarcosi: l’incarnazione del Figlio del Cielo e, dunque, negare il dogma stesso del Dio-uomo; il che equivale a pronunciare bestemmia.
Come non dare ragione a Saramago quando, nel Vangelo secondo Gesù, afferma: “È meglio non azzardare giudizi morali assoluti perché, se daremo tempo al tempo, arriverà sempre il giorno in cui la verità diventerà menzogna e la menzogna si trasformerà in verità.”
David.H Lawrence, Nikos Kazantzakis e Josè Saramago potrebbero tuttora rappresentare per la Cristianità, degli interlocutori di grande prestigio, se purtroppo la paura di mettere in discussione il bisogno di una verità assoluta, non fosse così radicata oltre al bisogno di delegare al di fuori di noi le nostre responsabilità morali, di trovare un rifugio dalla paura del vuoto e soprattutto dalla paura di noi stessi.
testo e opera Antonella Iurilli Duhamel
Bibliografia
C.G. Jung. Dizionario di Psicologia Analitica, Bollati Boringhieri 1978
Eraclito. Frammenti, testimonianze e imitazioni, Bompiani 2007
A- Lowen. Il Tradimento del corpo, Ed. Mediterranee, Roma 1987
D.H. Lawrence. L’uomo che era morto, Lindau, 2003
N.Kazantzakis “L’ultima tentazione di Cristo, Frassinelli 1998
J. Saramago. Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Einaudi 2002
category: Letteratura - March 30, 2010 02:14 PM [edited: March 30, 2010 03:17 PM]
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IGNAVIA
Wednesday August 26, 2009
«… e la lor cieca vita è tanto bassa che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte»
Così descrive gli ignavi il gran padre Dante, nei versi 46-48 del terzo canto dell'«Inferno»:
«Questi non hanno speranza di morte,
e la loro cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogni altra sorte».
Queste parole, così crudamente realistiche e così spietatamente vere, ci tornano alla mente ogni qualvolta ci capita d'imbatterci, non volendo, in quella esiziale forma di bassezza umana che consiste nel covare gelosamente il proprio orticello culturale, la propria immagine deformata di sé, la propria illusione di grandezza, tenendosi pronti a scattare come vipere non appena si abbia la sensazione, a torto o a ragione (di solito a torto), che qualcosa o qualcuno minaccino quel comodissimo «particulare», mettano in forse quelle misere certezze prefabbricate.
Talvolta è stata la boria professorale di qualche barone universitario, magari divenuto tale a forza di leccare gli stivali del suo predecessore, e che è partito all'attacco, ciecamente e a lancia in resta, di colui che, oltretutto privo del pedigree accademico, aveva osato invadere la sua proprietà riservata, il suo campicello coltivato con sospettosa diffidenza e considerato, ormai, proprietà sacra e intangibile; qualche barone, diciamo, totalmente disinteressato alla libera e franca discussione, totalmente infastidito dalla prospettiva di potere o dovere tener conto di altri punti di vista, di altre visioni del reale, e unicamente concentrato nell'esercizio logorroico e maniacale di un soliloquio erudito nel quale chiunque altro, prima di avventurarsi, deve chiedere umilmente il permesso e fare pubblico atto di sottomissione a quel tremendo signore feudale.
Individui che si trincerano dietro l'alibi della scientificità della ricerca e che tutto ciò a cui mirano, in realtà, è difendere ciecamente, contro tutto e contro tutti, la propria riserva di caccia; che non sono disposti a scendere dalla loro amata cattedra mai e poi mai, per nessun motivo, perché, se lo facessero, sembrerebbe loro di abbassarsi al livello dei comuni mortali, del «vulgo odioso et inimico», come lo definitiva il loro grande capostipite, il barone cortigiano per antonomasia, messer Francesco Petrarca; che non sono mai stati sfiorati in vita loro, neppure una volta, dal sospetto che forse, dopotutto, la vera università non è quella industria pseudoculturale che rilascia i diplomi di laurea, ma la vita, la vita vera e vissuta, con i suoi dolori e le sue difficoltà, con la sua saggezza e la sua ansia di verità e di bellezza.
Altre volte sono stati colleghi invidiosi e malevoli, divorati dalla gelosia, ma, in realtà, tarlati nel profondo dalla mancanza di autostima; e, più in generale, persone assolutamente incapaci di guardarsi dentro con un minimo di onestà intellettuale e spirituale, di leggere nelle proprie miserie e debolezze: e ben decise, al contrario, a costruire l'intera loro esistenza sotto le bandiere della rivincita, del rancore, della malevolenza, particolarmente contro quanti intuiscono essere loro di gran lunga superiori, non tanto per ragioni contingenti, professionali o culturali, ma proprio sul terreno della capacità di mettersi in discussione; di farsi umili davanti al mistero del mondo; di seguire con fedeltà la propria chiamata; di leggersi dentro senza sconti e senza ipocrisie; di lavorare incessantemente su se stessi per migliorarsi, affinarsi, perfezionarsi
.
Persone che si credono vive, mentre sono già in avanzato stato di putrefazione spirituale e morale; persone sopravvissute alla rovina della propria dignità, della propria trasparenza, della propria autenticità; persone che, per cibare l'orgoglio del proprio cadavere, hanno sempre bisogno di un nemico contro il quale scagliarsi, di qualcuno con cui venire a contesa, di un capro espiatorio sul quale riversare tutta la loro frustrazione, la loro rabbia impotente, la loro intima disperazione di anime perdute.
Un caso abbastanza tipico è quello di quanti esercitano una forma di potere o di autorità legale; di quanti, da una posizione di forza, lavorano presso un ufficio pubblico; di quanti indossano una divisa, solo per nascondere la loro insufficienza e per prendersi una effimera rivincita sul prossimo: una rivincita che non sarebbe alla loro portata, mai e poi mai, se dovessero misurarsi con la vita ad armi pari, e rinunciare all'effimera superiorità conferita loro da circostanze puramente esteriori, e che poco o nulla hanno a che fare con il loro autentico valore di esseri umani.
È noto che l'imbecille in uniforme è un tipo umano estremamente caratteristico; anche se va aggiunto, subito dopo, che non è assolutamente vero che tutti gli individui in uniforme siano degli imbecilli: niente affatto; ma è un dato incontrovertibile che l'uniforme, e specialmente i gradi cuciti su di essa, costituiscono il guscio ideale per tutti quei molluschi che hanno bisogno di sentirsi dei leoni, ma senza fare troppa fatica e senza esporsi al benché minimo rischio.
Poi, in una categoria a parte, o in una sottocategoria a parte, bisognerebbe mettere le donne (con buona pace del dilagante servilismo nei confronti di una cultura femminista sempre più logora e ipocrita): quelle donne, precisamente, che cercano nell'uomo solamente il trastullo della propria vanità più banale e grossolana, pronte e disposte a servirsi di qualunque mezzo, pur di riuscire a strappare una nuova conquista, che gratifichi il loro ipertrofico ego e le aiuti a cullarsi ancora un poco nella dolce illusione della propria potenza e irresistibilità.
E sia chiaro che, fra esse, le peggiori non sono quelle che giocano, per così dire, a carte scoperte, gettando sul tavolo della partita la propria avvenenza, vera o presunta, e la propria capacità di sedurre, sul piano puramente sensuale: perché quelle, almeno, non pretendono di essere altro da ciò che sono; e, non fosse altro che per questo, meritano un certo grado di rispetto.
Nossignore: le peggiori sono quelle che mascherano lo stesso identico desiderio, dietro una facciata di pretese culturali e persino spirituali; che parlano di viaggi interiori, di percorsi di conoscenza, di esigenze durevoli dell'anima: ma che, in realtà, tutto quello che vogliono è di rigirarsi l'uomo - non un uomo qualsiasi, ma quello che sentono essere loro superiore, appunto sul piano della coerenza esistenziale e della ricerca spirituale - fino al punto di vederlo in propria balia e, con un sorriso di trionfo, aggiungerlo all'elenco delle loro pretese «vittorie».
Questo tipo di donna, così come il corrispondente tipo di uomo, è una creatura del fango, che ha fatto della propria vita un impegno indefesso non già per tirarsene fuori e portarsi sul terreno asciutto, ma per trascinare in basso, ancora più in basso di sé, gli altri; e che gode particolarmente se vi riesce proprio con quelli che, con infallibile intuito, avverte appartenere all'altra grande razza umana: quella di coloro che sono disposti e decisi a lottare per trarre fuori dal fango se stessi e, se possibile, in un secondo tempo, anche i propri simili più vicini.
Aggiungiamo che non è cosa semplice esprimersi in questi termini, perché la cultura del sospetto di freudiana memoria, nella quale noi tutti, figli della modernità, ci troviamo impantanati, vorrebbe che un simile giudizio si ritorca immediatamente contro colui che ha osato pronunciarlo, almeno dal punto di vista della maggioranza. «Ecco, è chiaro - bisbiglieranno le creature del fango, con le palpebre ricoperte da uno spesso strato di mota - che costui, per parlare in questo modo, chissà quante esperienze negative avrà fatto, chissà quante volte sarà caduto: e ora vorrebbe venderci queste pillole di saggezza, solo per addolcire le proprie sconfitte e la propria amarezza!».
No, creature del fango: il vostro ricatto non ci fa né caldo né freddo; e non ha alcuna importanza quello che voi pensate, perché soltanto chi si sente inadeguato, ha vergogna di riconoscere che qualcuno gli ha rubato il portafoglio; e, per non passare da ingenuo, proclama fin dall'alto dei tetti che i ladri, in città, non esistono, ma soltanto le persone oneste.
Ma colui che possiede un animo abbastanza forte da poter riconoscere di aver subito un furto, non esiterà a mettere in guardia i propri concittadini contro la presenza dei ladri che si aggirano per le strade e sulla piazza, nel giorno di mercato, con l'intento di rubare il portafoglio al maggior numero possibile di persone.
Beninteso, quello che abbiamo descritto è il tipo femminile inferiore (apparentato, già lo abbiamo detto, con un analogo tipo maschile: per quanto, di virile, quest'ultimo non possieda proprio un bel nulla); ma vi sono anche delle donne magnifiche, che nell'uomo cercano il vero completamento e che sono capaci a far dono della parte migliore di sé; ma, purtroppo, sembra che il tipo inferiore si stia oggi diffondendo in maniera vertiginosa, con la deplorevole velocità di una infestazione di organismi parassiti delle colture.
Un altro gruppo di infelici è costituito da coloro i quali si atteggiano eternamente a vittime: vittime degli altri, vittime della società, vittime della sfortuna, vittime del destino. Si tratta, sovente, di persone costituzionalmente incapaci di essere felici, e che fanno tutto ciò che sta in loro per rendere infelici quanti le circondano o vivono insieme a loro.
Autentici vampiri psichici, tutti protesi a succhiare le forze vitali del prossimo, riescono sempre a trovare la parola molesta che semina il dubbio, che diffonde il sospetto, che avvelena anche le gioie più pure e disinteressate; nulla li può soddisfare, perché hanno deciso, una volta per tutte, che la vita è il regno del male, e che niente mai potrà loro capitare di buono o di bello.
Di conseguenza, vivono nell'eterno timore che altri possano trovare qualche fonte di piacere o di serenità, cosa che guasterebbe il godimento della propria amarezza e del proprio rancore universale, che è tutto ciò di cui hanno bisogno per effettuare una buona digestione e per godersi lo spettacolo del mondo nelle migliori (si fa per dire) condizioni di spirito. L'esistenza di una persona serena, o addirittura felice; l'esistenza di una persona soddisfatta di sé, e sia pure senza compiacimento e senza arroganza, smentirebbe clamorosamente la loro teoria nichilista: dunque, essi devono assolutamente fare in modo che ogni serenità si trasformi in angoscia, che ogni felicità si muti in cupa desolazione.
È la loro ragione di vita, la loro missione: una missione alla rovescia, ma pur sempre una missione. E l'essere umano, come è noto, non potrebbe in alcun modo affrontare la fatica di vivere, se non possedesse almeno degli obiettivi negativi davanti a sé, posto che non sappia o non voglia perseguire quelli positivi.
Più in generale, tutti questi tipi umani che abbiamo menzionato, ed altri ad essi simili, hanno una caratteristica in comune: quella di aver sostituito il proprio desiderio abortito di eccellere - abortito per mancanza di talento, o di costanza, o di serietà di vita - con il desiderio, altrettanto furioso e incoercibile, di sprofondare in basso coloro i quali essi sospettano essere invece in grado, almeno potenzialmente, per trasformare se stessi in ricercatori delle altezze, in pionieri della verità interiore, conquistata a duro prezzo e pagando sempre di persona, in moneta sonante.
Si tratta, alla lettera, di poveri indemoniati: di individui, cioè, che hanno venduto la propria anima al diavolo dell'infelicità, dell'invidia e del rancore, e che vivono per augurare e, se possibile, per provocare il male degli altri, nella forma più estesa possibile.
La loro, beninteso, è una battaglia persa: perché, se è in loro potere di trascinare in basso, nel medesimo fango in cui giacciono sprofondati, gli individui strutturalmente simili a loro, o, comunque, privi di discernimento, volontà e buone disposizioni spirituali, sono però del tutto impotenti a distogliere dalla via i veri ricercatori spirituali, coloro i quali sono riusciti a raggiungere, a prezzo di duri sforzi, le regioni superiori dell'anima.
Possono, questo è vero, molestarli e tormentarli in vario modo, e ci mettono tutto l'impegno e tutto lo zelo di cui sono capaci, con una tenacia ed una perseveranza realmente degne di una miglior causa; ma non possono fare molto di più, e questo lo sanno oppure lo intuiscono segretamente; e ciò li rende ancora più incattiviti, rancorosi e vendicativi.
Si dice che il Diavolo, essendo impotente a colpire in profondità uomini santi, come il famoso Curato d'Ars, si sfoghi a molestarli sul piano più grossolano dell'esistenza, ossia quello materiale, con ogni sorta di colpi e di dispetti: misera e sterile soddisfazione, che è, al tempo stesso, una confessione di totale e irrimediabile sconfitta.
La grande legge dell'evoluzione spirituale, infatti, è questa: nessuna anima che si trovi, per sua ignavia e viltà, nei regni spirituali inferiori, sarà mai in grado di sviare un'anima la quale, procedendo con purezza d'intenti e con retto giudizio, sia riuscita ad accedere alle regioni superiori, e sia pure a quelle meno elevate. Un'anima evoluta può, a determinate condizioni, aiutare un'anima meno evoluta a progredire; ma quest'ultima non è in grado di arrecare danni permanenti alla prima, se non su di un piano meramente fisico ed esteriore. Per il resto, riuscirà a turbarla e, forse, a farla soffrire, così come Giuda, con il suo tradimento, provocò turbamento e dolore nell'animo di Gesù Cristo; ma niente di più. Non si tratta di un turbamento irreparabile, né di un dolore capace di annullare le precedenti conquiste spirituali.
Giunti a questo punto, potremmo domandarci come ci si debba regolare quando si incappa in codesti vampiri psichici, in codesti denigratori della vita, in codesti indemoniati, bramosi unicamente di danneggiare e di abbassare il prossimo.
Crediamo che il giusto atteggiamento dovrebbe essere, piuttosto che l'ira o lo sdegno, la compassione: perché si tratta, come già abbiamo detto, di anime perse, ossia di anime che hanno scelto, deliberatamente, di perdersi, avendo individuato nella propria perdizione - e, per quanto sta in loro, in quella degli altri - la via più facile da percorre, la più comodo e la più piacevole. Il che equivale a riconoscere che si tratta di creature profondamente meritevoli di compassione, per quanto sgradevoli, e perfino pericolosi, possano essere i loro atti. Tuttavia, in definitiva, esse trovano già in sé il proprio adeguato castigo: che è, appunto, quello di precludersi, scientemente e pervicacemente, il cammino verso la luce e la liberazione, ossia l'unica strategia che potrebbe trarle fuori dalla sofferenza in cui giacciono.
Certo, si tratta di persone che hanno, talvolta, il potere di arrecare un grave danno all'insieme del corpo sociale, dal momento che la folla è gregaria, e, nella sua pigrizia e stoltezza, è propensa ad ascoltare molto più volentieri la voce di questi disperati, di questi falliti, di questi indemoniati, che quella delle autentiche guide spirituali.
Non bisogna, d'altra parte, sopravvalutare la loro capacità di nuocere: perché ciascuno riceve, in fondo, solo quel che desidera ricevere, ciò per cui è spiritualmente pronto; e nessuna verità è in grado di cambiare positivamente la vita delle persone, se non viene ricercata ed accolta con un moto sincero e spontaneo dell'animo; altrimenti, anch'essa finirebbe per degenerare nella più abietta menzogna. Per la stessa ragione, nessuna menzogna è in grado di cambiare negativamente la vita di alcuno, se questi non è disponibile a darle il proprio assenso.
A ciascuno, dunque, la sua parte; a ciascuno il suo sentiero.
Solo al termine del viaggio si potrà vedere chiaramente chi avrà camminato a vuoto, e chi sarà giunto alla meta.
Solo allora potremo riconoscere e distinguere, separandoli nettamente nel nostro giudizio - come è giusto e necessario -, i veri amici da quelli falsi; i veri maestri, dai cialtroni; i veri iniziati, dai tristi seminatori di scandali e di discordie.
Francesco Lamendola
foto A.I.D.
category: Letteratura - August 26, 2009 08:08 AM
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ALI BIANCHE SUL MARE
Thursday August 20, 2009
Per mille chilometri sul mare. Le farfalle vengonoda una vita lunga milioni di anni, sanno come fare. Vivono meno di ottanta giorni ma parlano molto tra di loro, parlano come noi non sapremo mai fare.
Si trasmettono tutta la vita, tutta la esperienza di milioni di anni, per poter fare quel viaggio di mille chilometri sul mare. Ognuna di loro sa che non tornerà, ogni viaggio è fatto per una sola generazione. Ogni farfalla dovrà raccontare, spiegare del viaggio, dei preparativi, del profumo, della morte, del vento, ognuna alle altre, una roba tutta al femminile. E sanno farlo bene. Il viaggio funziona.
La loro fine, la fine di tutta la loro vita lunga milioni di anni, la fine di tutte loro, dipende da quel viaggio. Se solo una stagione il vento non dovesse portare il profumo-sirena, se solo una volta, durante un volo di mille chilometri sul mare, una tempesta le distruggesse tutte, la loro vita sarebbe finita, e per sempre.
Non si nutrono soltanto nei ranuncoli prima del volo, ci si immergono nei ranuncoli, si spalmano l’intero corpo di nutrimento, si ingrassano al doppio del loro peso, arriveranno magrissime, sfinite… là giù, all’origine del profumo sirena.
Hanno resistito due giorni, hanno calcolato tutto, si sono chiamate, si salutano, ciao! ci sei anche tu? Bene, è ora! Andiamo.
Una striscia bianca si alza in volo prima delle rondini, per evitare le rondini.
Le farfalle sono un bel gruppo, una nuvola stirata, leggera e per ora compatta.
L’orecchio del saggio, il saggio che conosce il suono del silenzio, ascolta i racconti che viaggiano fitti fitti tra loro… bbbrrrrhhhbbrrhhhh, fffffhhhhbbrrrhhh, vvrrhhvvrrhh.
Le ali sbattono allegre, le partenze sono sempre così, una gioia, c’è da scoprire un mondo di là, questo è il viaggio. Sotto, il mare è più scuro del cielo, bello, azzurro pieno, è vicino, ha un buon odore, il suo sudore sa di sale. Anche il mare ha il suo suono. Più è fermo, più è profondo sssscchh, sssscchh, uno ssscchh morbido, giusto per accompagnare il volo leggero delle farfalle e non coprire il loro chiacchiericcio bbbrrrrhhhbbrrhhhh fffffhhhhbbrrrhhh.
Sono raffinate le farfalle, volano per l’intera giornata, si mangiano l’un con l’altra, si nutrono in volo succhiandosi a vicenda, leccandosi con delicatezza. Usano la piccola spiritromba per suggere un po’ di polline e acqua dalle ali e dal corpo della vicina di volo. Ognuna offre il proprio corpo. Al tramonto stanche si posano sull’acqua ferma, ma prima di fermarsi… ancora due colpi d’ala, un po’ di viaggio in più.
Lo sanno, lo sentono dal vibrare della superficie, arrivano veloci dal fondo del mare i nemici, i pesci. Migliaia e migliaia di farfalle sono aspirate, inghiottite da pesci fantasma, lame d’argento che da sotto, dal profondo del mare ora nero le tirano giù in silenzio e le loro ali bianche si ripiegano, si arrotolano per entrare nelle gole dei pesci, così a migliaia, aspirate.
Ogni notte sparisce una parte della nuvola bianca ed ogni mattina un tappeto di coriandoli bianchi è ancora sul mare, ondeggia piano. Sono mille e mille farfalle che non voleranno più, sono state il sostegno, il trampolino per le sorelle all’involo, sono servite a tenere asciutte le ali delle sorelle.
La nuvola bianca è a strati, come un libro gonfio di mille pagine vive, ogni pagina farà solo una parte del viaggio, deve fare una parte del viaggio perché le altre possano continuare a volare, perché solo mille farfalle possano arrivare.
Dall’alto arrivano le rondini di mare, anche loro a spezzare la nuvola, a rompere l’onda bianca che subito si ricompone.
Ed anche il vento sembra impegnato a ridurre il loro numero, spinge, soffia, tira, sconvolge il gruppo, fa bagnare le ali, fa morire di acqua.
Mille chilometri, sei giorni così a perdersi, a riconoscere e raggiungere l’origine del profumo sirena. Sei giorni per arrivare in un campo di fiori dai colori bellissimi che nessuna di loro aveva mai visto e che il riposo lascerà godere.
È finita, il viaggio è finito. Una lunga stagione fredda farà nascere nuove farfalle bianche e… l’anno successivo, quando arriva quel profumo, milioni e milioni di farfalle iniziano il loro lungo viaggio…
Pio Acito, "Ali bianche sul mare"ali bianche sul mare
opera A.I.D.
category: Letteratura - August 20, 2009 04:04 PM [edited: August 20, 2009 04:07 PM]
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Le acque hanno volti
Wednesday August 19, 2009
Chi ha steso braccia al largo
battendo le pinne dei piedi
gli occhi assorti nel buio del respiro,
chi si è immerso nel fondo di pupilla
di una cernia intanata
dimenticando l'aria, chi ha legato
all'albero una tela e ha combinato
la rotta e la deriva, chi ha remato
in piedi a legni lunghi: questi sanno
che le acque hanno volti.
E sopra i volti affiorano
burrasche, bonacce, correnti
e il salto dei pesci che sognano il volo.
Erri De Luca
opera A. Iurilli Duhamel, La Vague, 2009
category: Letteratura - August 19, 2009 12:22 AM [edited: August 19, 2009 08:08 AM]
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PER QUEL CHE FUMMO..E SIAMO
Sunday August 16, 2009
Ascoltami come chi ascolta piovere,
né attenta né distratta,
passi lievi, pioviggine,
acqua che è aria, aria che è tempo,
il giorno non finisce di andarsene,
la notte tuttavia non arriva,
figure della nebbia
voltano l’angolo,
figure del tempo
nell’ansa di questa pausa,
ascoltami come chi ascolta piovere,
senza ascoltarmi, ascoltando quel che dico
con gli occhi aperti verso dentro,
addormentata e vigili i cinque sensi,
piove, passi lievi, rumori di sillabe,
aria e acqua, parole che non pesano:
quel che fummo e siamo,
i giorni e gli anni, questo istante,
tempo senza peso, pesantezza enorme,
ascoltami come chi ascolta piovere,
riluce l’umido asfalto,
il vapore si alza e cammina,
la notte si apre e mi guarda,
sei tu e la tua forma di vapore,
tu e il tuo volto di notte,
tu e i tuoi capelli, lampi lenti,
traversi la strada ed entri nella mia fronte,
passi d’acqua sopra le mie palpebre,
ascoltami come chi ascolta piovere,
l’asfalto riluce, tu traversi la strada,
è la nebbia errante della notte,
è la notte addormentata nel tuo letto,
è l’onda del tuo respiro,
le tue dita d’acqua bagnano la mia fronte,
le tue dita di fiamma bruciano i miei occhi,
le tue dita d’aria aprono le palpebre del tempo,
sorgere di apparizioni e resurrezioni,
ascoltami come chi ascolta piovere,
passano gli anni, tornano gli istanti,
ascolti i tuoi passi nella stanza vicina?
non qui né lì: li ascolti
in un altro tempo che è proprio ora,
ascolta i passi del tempo
inventore di spazi senza peso né luogo,
ascolta la pioggia scorrere per la terrazza,
la notte è ormai più notte fra gli alberi,
fra le foglie si è annidato il fulmine,
vago giardino alla deriva
- entra, la tua ombra copre questa pagina.
Octavio Paz, da El fuego de cada dìa, 1992
opera A.I.D
category: Letteratura - August 16, 2009 09:50 AM [edited: August 16, 2009 09:59 AM]
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IL MARE DENTRO
Friday August 14, 2009
Cominciò disabituandosi agli orologi. Col tempo, poi, si liberò di quanto non era più indispensabile. Abbandonò le abitudini che avevano scandito sempre le sue giornate. Riuscì a dimenticare il significato di molte parole, l'armonia dei numeri, e imparò nuovamente a nuotare.
Le condizioni di quando la vita non era ancora uscita dagli oceani non sono molto mutate per le cellule del corpo umano, bagnate dall'onda primordiale che continua a scorrere nelle arterie. Il nostro sangue infatti ha una composizione chimica analoga a quella del mare delle origini, da cui le prime cellule viventi e i primi esseri pluricellulari traevano l'ossigeno e gli altri elementi necessari alla vita.
Con l'evoluzione d'organismi più complessi, il problema di mantenere il massimo numero di cellule a contatto con l'ambiente liquido non poté più essere risolto semplicemente attraverso l'espansione della superficie esterna: si trovarono avvantaggiati gli organismi dotati di strutture cave, all'interno delle quali l'acqua marina poteva fluire.
Ma fu solo con la ramificazione di queste cavità in un sistema di circolazione sanguigna che la distribuzione dell'ossigeno venne garantita all'insieme delle cellule, rendendo così possibile la vita terrestre. Il mare in cui un tempo gli essere viventi erano immersi, ora è racchiuso entro i loro corpi.
Italo Calvino · Il sangue, il mare
opera A.I.D.
category: Letteratura - August 14, 2009 09:27 PM [edited: August 14, 2009 09:28 PM]
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NOBILI TENTATIVI
Tuesday August 4, 2009
"Sai io credo che se esiste un qualsiasi dio, non sarebbe in nessuno di noi, né in te, né in me.
Ma solo in questo piccolo spazio nel mezzo.
Se c'è una qualsiasi magia in questo mondo deve essere nel tentativo di capire qualcuno, condividendo qualcosa.
Lo so è quasi impossibile riuscirci ma che importa in fondo, la risposta deve essere nel tentativo."
Celine, Prima dell'Alba
foto A.Iurilli Duhamel, Twin Souls, 2009
category: Letteratura - August 4, 2009 07:25 PM [edited: August 4, 2009 07:28 PM]
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LA BEGUE
Friday July 31, 2009
«...e dunque continuerò,
bisogna dire parole fin quando ce ne sono, bisogna dirle, fino a quando esse mi trovino,
fino a quando mi dicano, strana pena, strana colpa, bisogna continuare, forse ormai è stato fatto,
forse mi hanno già detto, forse mi hanno portato fino alla soglia della mia storia,
davanti alla porta che s'apre sulla mia storia, mi stupirebbe se si aprisse, sarò io,
sarà il silenzio, lì dove sono, non so, non lo saprò mai, nel silenzio non si sa, bisogna continuare ed io continuo».
Samuel Beckett, L'innominabile
opera AID " La Bègue
category: Letteratura - July 31, 2009 09:22 AM
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COL TEMPO
Saturday May 30, 2009
Dopo un po', impari la sottile differenza tra tenere una mano e incatenare un'anima,
E impari che l'amore non è appoggiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza e inizi ad imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse.
E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto, non con il dolore di un bimbo.
E impari a costruire tutte le strade oggi perché il terreno di domani è troppo incerto per fare piani.
Dopo un po' impari che anche il sole scotta, se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori;
e impari che puoi davvero sopportare, che sei davvero forte, e che vali davvero.
Jorge Luis Borges
category: Letteratura - May 30, 2009 08:18 AM [edited: May 30, 2009 08:19 AM]
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INCENDIO D'ANIMA
Wednesday May 27, 2009
Quando vi sarete arricchiti l'anima
il più possibile,
con i libri, la riflessione, il dolore, la conoscenza degli uomini,
la capacità d'interpretare sguardi, silenzi,
le pause nei grandi mutamenti,
il genio della divinazione e della profezia;
sicché vi parrà a volte di tenere il mondo
nel cavo della mano;
allora, se per l'affollarsi di tanti poteri
entro il cerchio della vostra anima,
l'anima prende fuoco,
e nell'incendio dell'anima
il male del mondo è illuminato e reso intelligibile
siate grati se in quell'ora di visione suprema
la vita non v'inganna.
Jonathan Swift Somers Antologia di Spoon River, di E. L. Masters
category: Letteratura - May 27, 2009 06:56 AM [edited: May 27, 2009 07:12 AM]
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C'è un limite oltre il quale è malsano che l'umanità dissimuli la verità per non offendere coloro che hanno una mentalità ristretta e corrotta?
Thursday May 21, 2009
C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, ne’ che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti piu’ o meno dicevano di condividere.
Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perche’ quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si e’ piu’ capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioe’ chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.
Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere gia’ aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perche’ per la propria morale interna, cio’ che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalita’ formale, quindi, non escludeva una superiore legalita’ sostanziale.
Vero e’ che in ogni transazione illecita a favore di entita’ collettive e’ usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se’ una frangia di illecito anche per quella morale.
Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioe’ poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita. Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attivita’ lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.
Poiche’ in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attivita’ che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.
La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civilta’ poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (cosi’ come in certe localita’ all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziche’ il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicita’ passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attivita’ illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.
In quei casi il sentimento dominante, anziche’ di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosi’ che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilita’ nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Cosi’ tutte le forme di illecito, da quelle piu’ sornione a quelle piu’ feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilita’ e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, ne’ patriottici, ne’ sociali, ne’ religiosi, che non avevano piu’ corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano cosi’, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtu’ sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per se’ (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute piu’ nascoste; in una societa’ migliore non speravano perche’ sapevano che il peggio e’ sempre piu’ probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, cosi’ come in margine a tutte le societa’ durate millenni s’era perpetuata una controsocieta’ di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocieta’ che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare "la" societa’, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della societa’ dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di se’ (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, cosi’ la controsocieta’ degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversita’, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno piu’ dire, di qualcosa che non e’ stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’e’.
Italo Calvino ’La coscienza a posto nel paese dei corrotti'Meridiani Mondadori, 1994,
opera A.Iurilli Duhamel,
Atena la glauce, 2009
category: Letteratura - May 21, 2009 07:58 AM [edited: May 21, 2009 08:28 AM]
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CIO' CHE CONTA E' ADESSSO
Monday April 27, 2009
Io ho capito molto presto che la vita passa in un baleno, guardando gli adulti intorno a me, sempre di fretta, stressantissimi dalle scadenza, così avidi dell’oggi da non pensare al domani… In realtà temiamo il domani solo perché non sappiamo costruire il presente ci illudiamo che saremo capaci di farlo domani, e rimaniamo fregati perché domani finisce sempre per diventare oggi, non so se ho reso l’idea.
Quindi non bisogna affatto dimenticare. Occorre vivere con la certezza che invecchieremo e che non sarà né bello né piacevole né allegro. E ripetersi che ciò che conta è adesso: costruire, ora, qualcosa, ad ogni costo, con tutte le nostre forze. Avere sempre in testa la casa di riposo per superarsi continuamente e rendere ogni giorno imperituro. Scalare passo dopo passo il proprio Everest personale, e farlo in modo tale che ogni passo sia un pezzetto di eternità.
Ecco a cosa serve il futuro: a costruire il presente con veri progetti di vita.
Muriel Barbery L'Eleganza del riccio
opera AID
category: Letteratura - April 27, 2009 07:53 AM [edited: April 27, 2009 07:54 AM]
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QUESTIONI DI PRINCIPIO
Tuesday April 21, 2009
Quanti delitti commessi semplicemente perché i loro autori non potevano sopportare di avere torto.
Albert Camus
scultura A.I.D.
category: Letteratura - April 21, 2009 12:44 AM [edited: April 21, 2009 12:46 AM]
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Interessi Comuni - Cause e ideali
Tuesday April 14, 2009
- Perché non esistono razze, ma popoli che si incontrano.
- Perché il movimento di milioni di uomini e donne, decine di milioni, proprio non può essere fermato dalla nostra paura.
- Perché ciascuno ha diritto a cercare altrove la propria felicità, se là dove è nato gli è reso impossibile: lo farei anch'io, a e tutti i costi.
- Perché l'arretratezza secolare di intere regioni e la condanna alla miseria per sterminate comunità, sono conseguenza diretta del mio millenario dominio di borghese bianco occidentale.
- Perché sono quarantamila anni che l'umanità si rimescola su tutti i continenti, e ciò è stato finora la sua salvezza e la sua ricchezza.
- Perché l'egoismo, la grettezza e l'ipocrisia sono gli unici peccati di cui qualcuno, la Storia, ci chiederà conto.
- Perché "la tolleranza non basta: occorre la fraternità"
Erri De Luca
category: Letteratura - April 14, 2009 07:07 PM
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LA SUORA ANARCHICA
Thursday March 5, 2009
Nel 1981 Antonio Rabinad pubblica un romanzo dal titolo " La Monja Libertaria" trasposto successivamente cinematograficamente con " Libertarias"
Il romanzo narra la vicenda di una suora a cui la rivoluzione toglie il convento.
Siamo nel luglio 1936, e la risposta popolare al pronunciamiento fascista sfonda le porte di chiese e caserme. Suor Juana, in fuga dall’orto sacro, si rifugia casualmente nel più profano dei recinti: un bordello. Breve rifugio, perché un gruppo di donne anarchiche, appartenenti all’organizzazione Mujeres Libres, farà presto irruzione nella casa: il bordello è chiuso e le ragazze si ritrovano per strade drappeggiate di bandiere rosse e nere e chiese in fiamme. Così Juana diventerà una miliziana anarchica, in un crescendo di eventi drammatici che mescolano iconoclastia e millenarismo.
Mujeres Libres era un’associazione di donne che si proponevano di combattere una triplice schiavitù: “schiavitù dall’ignoranza, schiavitù come donna e schiavitù come produttrice”.
Attiva in Spagna almeno dal 1936 fino al 1939 e ideologicamente affine all’anarchismo, l’associazione non vide mai riconosciuto il proprio statuto nel seno delle altre strutture del movimento (ovvero la CNT, la FAI e le Juventudes Libertarias), pur contando su un numero enorme di adesioni (21mila donne nel 1937, secondo le stime più contenute, distribuite in 147 gruppi locali nella zona repubblicana).
L’organizzazione aveva una propria rivista, Mujeres Libres, che uscì in 13 numeri fino al 1938 ed era redatta solo da donne. Su un piano teorico, le linee di intervento dell’organizzazione si articolavano su più punti, qui esposti molto sinteticamente: indipendenza economica delle donne, rapporti di coppia basati su unioni libere; istituzione di mense e asili per alleviare gli impegni domestici femminili; educazione libertaria ed educazione sessuale dei bambini; critica del potere maschile all’interno della famiglia; accesso all’aborto e agli anticoncezionali. Riguardo alla prostituzione, Mujeres Libres si opponeva allo sfruttamento sessuale delle donne, però rifiutava di colpire le prostitute, lasciandole senza una fonte di reddito: proponeva pertanto la possibilità di una prostituzione assistita da medici e figure capaci di fornire un sostegno alle prostitute, orientandole a cercare un’altra occupazione. La loro critica non si rivolgeva solo contro la società borghese, ma si indirizzava anche all’ambiente anarchico spagnolo, spesso fortemente maschilista.
A.Rabinad, La suora anarchica Edizioni Spartaco, 2006,
dipinto, Egon Schiele
category: Letteratura - March 5, 2009 07:53 AM [edited: March 5, 2009 12:52 PM]
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UNA DONNA IN RINASCITA
Sunday March 1, 2009
Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita. Quando si rimette in piedi, dopo la catastrofe, dopo la caduta, che uno dice…è finita.No. Finita mai, per una donna. Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina antiuomo che ti fa la morte o la malattia. Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina hai un esame peggio che a scuola….Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà, deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare.
Così ogni giorno e questo noviziato non finisce mai, e sei tu che lo fai durare. Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo, che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno si infiltri nella tua vita.
Peggio, se ci rimani presa in mezzo tu, poi ci soffri come un cane. Sei stanca. C'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto, e così stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre…."io sto bene così, sto bene così, sto meglio così"…e il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasque, in quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima, ed è passato tanto tempo e ce ne hai buttata talmente tanta, di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio, perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui. E so che c'è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta.
Nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine, ed è stata crisi. E hai pianto. Dio, quanto piangete. Avete una sorgente d'acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance.
E poi hai scavato, hai parlato…quanto parlate ragazze.
Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore…."perché faccio così?"…"com'è che ripeto sempre lo stesso schema?"…"sono forse pazza?"…Se lo sono chiesto tutte. E allora... vai, giù con la ruspa nella tua storia, a due, quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli, un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai. Perché una donna ricomincia comunque. Ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova "te", perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima, prima della ruspa…
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente, innamorarsi di nuovo di sé stessi o farlo per la prima volta è come un diesel, parte piano. Bisogna insistere, ma quando va in corsa... E' un'avventura ricostruire sé stesse, la più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende, o dal taglio dei capelli. Io ho sempre adorato donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova" con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo.
Perché tutti devono vedere e capire…"attenti…il cantiere è aperto…stiamo lavorando per voi... ma soprattutto per noi stesse…".
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia, per chi la incontra e per sé stessa.
E' la primavera a novembre, quando meno te la aspetti.
Jack Folla
Auguri di rinnovamento a tutte voi,
Buon 8 Marzo!!!!
Antonella
dipinto AID
category: Letteratura - March 1, 2009 09:07 AM [edited: March 5, 2009 03:46 PM]
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BETHANIA
Thursday January 8, 2009
Il profilo di Bethania è uno dei più bei profili di donna che sia mai esistito.
La sua fronte si protende in una convessità non comune, e l'uomo acuto percepisce subito che lì è custodito un cervello fuori dal comune.
Sotto la fronte, la cui pendenza si ferma sulla linea discendente delle sopracciglia, che è come una versione soave di una maschera della tragedia, si delinea il naso spaventoso: è il naso di un capo indiano del Nord America, è il naso di una strega, il naso di Cleopatra, e tuttavia è l'unico così. Gli altri nasi si ispirano ad esso.
Se questo naso punta orgogliosamente verso un concetto futuro di bellezza, come fosse l'avanguardia di una battaglia che l'uomo acuto intuisce si stia tramando dietro quella fronte, la bocca sembra smentire quel complotto.
Nell'affiorare, al contempo brusca e soave, annuncia il miele che distillerà e consumerà: in parole, in baci, in miele.
Sì, perché se gli occhi tradiscono il corpo nell'essere una rivelazione dello spirito inciso nella carne, la bocca tradisce il corpo nell'essere una rivelazione di se stesso. Insondabili sono i misteri dello spirito e gli occhi che vedono si inquietano davanti agli occhi che vedono.
Ma i misteri del corpo non sono meno insondabili e la bocca, questo rovesciamento del lato interno di un corpo vivo verso l'esterno, è un piccolo scandalo permanente.
La bocca di Maria Bethania, vista così di profilo, prima sembra negare e poi spiega e approfondisce l'informazione plastica stampata nella parte superiore della sua testa: traduce in dolcezza e amarezza ciò che è stato preannunciato in durezza e allegria. Ciò che il suo mento rifinisce in una curva fresca di felicità infantile.
Una sfinge, un Pierrot, un'astronave.
È soltanto il volto di una donna, di questa donna, piccola e minuta, che lascia uscire lo spirito dalla bocca e brucia la carne con la luce degli occhi. Che ci dà le spalle per parlare e poi si gira nuovamente verso di noi, indecifrabile.
Rodrigo, il nostro fratello più grande ha sempre considerato Bethania bellissima.
L' altro giorno ho incontrato nel Baixo una donna che conosco poco che mi ha chiesto: "Che cosa è successo a Bethania? Le prime volte che vi vedevo al Cervantes la trovavo orrenda, ora penso che sia una delle più belle donne del Brasile" . Io risposi "A Bethania non è successo niente, sei tu che sei cretina" .
Alla ragazza non è piaciuto essere chiamata cretina e ha detto : "Diciamo che io ero insensibile"; e ho detto: "Insensibile è peggio di cretina". Lei ha riso.
Caetano Veloso
opera AID
category: Letteratura - January 8, 2009 10:51 PM [edited: January 8, 2009 10:53 PM]
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UNA PREGHIERA
Sunday January 4, 2009
Rifiutati di cadere.
se non puoi rifiutarti di cadere,
rifiutati di restare a terra.
Se non puoi rifiutarti di restare a terra,
leva il tuo cuore verso il cielo,
e come un accattone affamato,
chiedi che venga riempito
e sarà sempre riempito.
Puoi essere spinto giù.
Ti può essere impedito di risollevarti.
Ma nessuno può impedirti
di levare il tuo cuore
verso il cielo,
soltanto tu.
E nel pieno della sofferenza
che tanto si fa chiaro.
Colui che dice che nulla di buono
da ciò venne,
ancora non ascolta.
Clarissa Pinkola Estés
opera AID
http://it.youtube.com/watch?v=WJyO41kwWeY
category: Letteratura - January 4, 2009 11:44 AM [edited: January 4, 2009 11:56 AM]
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LA VITA NON E' IN ORDINE ALFABETICO
Thursday January 1, 2009
La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare... un po' qua e un po' là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l'altro?
A volte quello che sta sul cucuzzolo e che sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni..
ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme... e poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c'è un tracciato strano, un disegno senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta quella roba lì erano i ghirigori.
Antonio Tabucchi "Tristano muore"
opera AID
category: Letteratura - January 1, 2009 09:22 AM [edited: January 1, 2009 09:25 AM]
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OCEANO
Sunday December 28, 2008
.... quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta ci fosse un fiume per noi.
E qualcuno, un padre un amore, qualcuno capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume immaginarlo, inventarlo e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio.
Questo davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare.
Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa Ma tutto sarebbe finalmente umano, ...
Alessandro Baricco " Oceanomare"
opera AID
category: Letteratura - December 28, 2008 01:20 PM [edited: December 28, 2008 01:23 PM]
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LETTERA AD ANITA
Thursday December 11, 2008
Caprera, 6 aprile 1882
Anita, my querida,
compañera de my vida, questa mia non verrà mai spedita perché ormai vivrai in un luogo che non conosco.
E’ una sera bellissima, il cielo è sgombro da nuvole e le stelle compaiono una dopo l’altra man mano che si fa buio. Mi sono seduto al mio scrittoio, appena rientrato da una breve passeggiata. Ho visto il mare e le vele bianche di una nave che forse è diretta a Savona.
Quando la sera arriva, il mio animo si turba perché i miei ricordi si ravvivano e si riaccende il mio amore per te che si fonde con la sofferenza che deriva dalla tua mancanza e questo è il momento giusto per scriverti.
Il mio corpo è prigioniero quì a Caprera, perché di prigionia si tratta anche se la chiamano esilio.
Il mio spirito è invece libero, ma non so come raggiungerti, durante la mia vita colma di guerre, battaglie e sangue non ho avuto tempo per dedicarmi a comprendere le cose del mondo dello spirito.
Abbiamo vissuto una vita gloriosa, poco di te si è parlato, ma senza il tuo amore non avrei potuto compiere quelle imprese per cui tanti mi hanno acclamato.
La storia ti ricorderà come la compagna di Garibaldi. Tu sei sempre stata fiera di esserlo, non hai mai cercato onori, non hai mai avuto bisogno nemmeno del riflesso della gloria che hanno dato alla mia persona.
Tu saresti stata quella che sei con o senza Garibaldi.
Giuseppe Garibaldi è morto il giorno che ha detto:”Obbedisco!” In un attimo ho sentito tutto il mio ardore affievolirsi fino a scomparire come un fuoco che si spegne gettandoci sopra dell’acqua. In quel momento tutto il mio essere si è contratto, per aver deciso di non essere più Giuseppe Garibaldi.
Se tu fossi stata al mio fianco nessuno avrebbe avuto il coraggio di chiedermi di fermarmi, re o non re, perché non lo avrei permesso.
La promessa di amore eterno che abbiamo suggellato mentre guardavamo le onde dell’oceano forse ci porterà ad incontrarci nel corso delle vite, ma in tal caso quello che incontrerai sarà un uomo vinto, seppur sconfitto solo da se stesso, che non ricorderà chi era stato, perché non so se riuscirò a riprendere la mia forza a cui ho rinunciato.
Forse ci incontreremo e ci guarderemo negli occhi attratti l’uno dall’altra, ma le nostre vite saranno diverse perché i tempi saranno cambiati.
L’Italia sarà fatta, un giorno ci saranno anche gli Italiani, forse i re non faranno più guerre.
Forse saremo due cittadini qualunque, ma se è vero che, come penso, il nostro amore continuerà per l’eternità, il corso del tempo ci porterà inevitabilmente a riunirci e a lasciarci per poi ritrovarci, e ho speranza che verrà il momento che l’eternità ci unirà per sempre.
Non sarà facile per Giuseppe Garibaldi essere nessuno dopo tanta gloria e tanti onori e poi niente.
Non mi pesano tanto gli onori che non verranno rinnovati, quanto il fatto che forse non avrò modo di dare quanto ho saputo dare in questa vita.
Se ci incontreremo, ti chiedo comprensione per il mio animo ferito e le ombre che passeranno sul mio volto senza sapere perché. Ma so già che sai amare un uomo anche nei momenti difficili.
A presto my querida.
Garibaldi
category: Letteratura - December 11, 2008 10:50 PM [edited: December 14, 2008 08:40 AM]
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LA NOSTRA STORIA E' COME MUSICA
Monday November 24, 2008
Ma lui a quel tempo il futuro lo vedeva diviso in due, perché pensava che la storia fosse divisa in due, idiota, non sapeva che la storia la facciamo noi, ce la costruiamo con le nostre mani, è una nostra invenzione, e ne potremmo fare un'altra, se solo volessimo, se solo non ci lasciassimo convincere dalla storia che lei è o così o cosà, se solo avessimo la forza di dirle, signora storia, lei non è niente, non faccia tanto l'arrogante, lei è solo una mia ipotesi, e se non le spiace ora la invento come preferisco.
Ma per dire questo bisogna essere vecchi, e inutili, quasi cadaveri come sono io, quando hai capito che lei era un'illusione, un fantasma, ormai non puoi più farla, è già stata fatta. La storia è come l'amore, è una musica, e tu sei il musicista, e mentre la suoni sei di un'abilità enorme, un interprete che soffia a pieni polmoni nella sua trombetta o sfrega con rapimento il suo archetto sulle corde... magnifico, un'esecuzione perfetta, applausi. Ma non conosci lo spartito. Questo lo capisci dopo, molto più tardi, ma ormai la musica è svanita...
Antonio Tabucchi "Tristano muore. Una vita"
opera AID 2008
category: Letteratura - November 24, 2008 08:05 AM [edited: November 24, 2008 10:39 AM]
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IL BIMBO CHE SFOGLIA SOGNI
Friday November 21, 2008
"Ciliegio, cosa fa quel bambino tutto il tempo a gambe incrociate alla tua ombra?"
"Sfoglia sogni. Uno stormo di uccelli migratori spicca il volo dalla sua anima e se ne va... Se ne vanno come impazziti e si perdono. Lontano... Verso il mare..."
"Sogni!", sussurrò la stella. "I sogni somigliano agli uccelli. Volano lontano, verso il mare".
Poi fece un sorriso amaro.
E la tristezza tornò per un istante e guardò le stelle. E sorrise anche lei.
Amaramente
"Non preoccuparti per il bambino", disse di lì a poco la stella. "Un giorno imparerà i segreti"
"Quali segreti? Sentiamo un po'".
"Gli uccelli partono e ritornano. Il sole tramonta e ogni mattina ritorna. E quel grosso bruco peloso sulle foglie del cavolo si prepara a mattee le ali e a diventare farfalla. E poi sai una cosa? I fiori non possono vivere se non regalano a loro anima alle api. Guarda gli asfodeli..."
L'albero si scosse.
"Devo trovare il modo di insegnare i segreti al bambino."
"lascia stare... non ci riuscirai. E' un sentiero stretto in mezzo alle stelle. Ognuno deve trovarlo da solo. Da solo! Quando corre nudo e disperato sotto la pioggia. Da solo! Nella notte, nella nudità e nella tempesta.
A. Papadaki " Il colore della luna" Crocetti
editore
opera A.I.D.
category: Letteratura - November 21, 2008 05:03 PM [edited: November 21, 2008 08:09 PM]
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LA FELICITA'
Sunday November 16, 2008
.... Perché è così che ti frega la vita:
Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine o un odore o un suono che poi non te lo toglie più. E quella lì era la felicità.
Lo scopri dopo, quand'é troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule .. a migliaia di chilometri da quell'immagine, da quel suono da quell'odore. Alla deriva..."
Alessandro Baricco "Castelli di rabbia"
opera A.I.D
category: Letteratura - November 16, 2008 09:27 AM [edited: November 16, 2008 09:28 AM]
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METAFORE
Wednesday November 12, 2008
Poeta: "che te ne pare?"
Postino: "strano"
Poeta: "strano.Sei un critico severo"
Postino: "no Don Pablo. Non è la poesia strana:Strano è come mi sentivo mentre lei recitava"
Poeta: "mio caro Mario, vedi di svegliarti un po' perché non posso passare tutta la mattina ad ascoltare
le tue chiacchiere"
Postino: "como posso spiegarmi? Quando lei recitava la poesia, le parole andavano di qua e di la"
Poeta: "come il mare allora!"
Postino: "si , ecco, come il mare"
Poeta: "e questo è il ritmo"
Postino: "e mi sentivo strano, perché con tutto quel movimento mi veniva il mal di mare"
Poeta: "il mal di mare?"
Postino: "certo! ero come una barca cullata dalle sue parole"
Poeta: "come una barca cullata dalle mie parole"
Postino: "sicuro"
Poeta: "lo sai cosa hai fatto Mario?"
Postino: "cosa?"
Poeta: "una metafora"
Postino: "però non vale, perché mi è venuta così, per caso"
Antonio Skàrmeta Il postino di Neruda
opera A.I.D. 2008
category: Letteratura - November 12, 2008 07:50 AM [edited: November 12, 2008 08:00 AM]
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CONOSCENZA E DESTINO DELL'UOMO
Saturday November 8, 2008
Per tutti e per ciascuno arriva l'ora della solitudine. Può giungere a noi da mille luoghi, da mille tempi diversi. Ma per ciascuno e per tutti arriva la sua ora. Bisognerebbe moltiplicarla per cento, per mille.
E' un momento prezioso: guai a lasciarselo sfuggire. I parenti, gli amici sono lontani. Bisognerebbe impedire anche ai suoni di raggiungerci. Chiudersi in casa: allontanare la città. Costruire con amore il silenzio, pezzo per pezzo. Spegnere ora un suono, ora l'altro.
Far scendere la penombra; e nella penombra lasciar vivere solo il ticchettio sommesso di una pendola e il lieve fruscio del respiro. Quando tutto riposa, lasciar crescere il silenzio e del silenzio cogliere i remoti mormorii, i sussurri dell'udito inoperoso, il misterioso ronzio del moto universale. Nelle tane degli uomini, nella penombra degli studi, nelle stanze deserte fra le pareti cittadine, il silenzio è un artificio, una conquista.
Ma al di là delle mura, lontano dagli asfalti, il silenzio è un dono spontaneo, l'indizio qualificante, il segno esplicito dell'inesausta e operante esistenza del Creato.
Arardo Spreti
opera A.I.D. 2008
category: Letteratura - November 8, 2008 08:53 PM [edited: November 8, 2008 08:55 PM]
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MOLTO FORTE; INCREDIBILMENTE VICINO
Thursday November 6, 2008
Il bambino chiese alla bambina di dire "ti amo" nel barattolo, senza fornirle altre spiegazioni.E lei non gliene chiese, né disse "che sciocchezza", o "siamo troppo giovani per l'amore"; e non suggerì neanche alla lontana che diceva "ti amo" , perché glielo aveva suggerito lui. Invece gli rispose " ti amo".
Il bambino coprì il suo barattolo con un coperchio, lo staccò dalla corda e collocò l'amore della bambina per lui su un ripiano nel proprio armadio.
Ovviamente non potè mai aprire il barattolo, perché altrimenti avrebbe perso il contenuto.
Gli bastava sapere che era lì.
Foer Jonathan Safran
Molto forte, incredibilmente vicino
category: Letteratura - November 6, 2008 01:26 PM [edited: November 6, 2008 01:28 PM]
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ESISTERE
Wednesday October 29, 2008
La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timballi e tamburi.Mi conosco come una sinfonia. Io sono la periferia di una città esistente, la chiosa prolissa di un libro non scritto.
Non sono nessuno, nessuno. Non so sentire, non so pensare, non so volere. Sono una figura di un romanzo ancora da scrivere, che passa aerea e sfaldata senza aver avuto una realtà, fra i sogni di chi non ha saputo completarmi.
Penso in continuazione, sento in continuazione; ma il mio pensiero è privo di raziocinio, la mia emozione è priva di emozione! Da una botola situata lassù, sto precipitando per lo spazio infinito, in una caduta senza direzione, infinitupla e vuota.
La mia anima è un maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un movimento di un oceano senza confini intorno ad un buco nel nulla, e nelle acque, che più che acque sono turbini, galleggiano le immagini, di ciò che ho visto e sentito nel mondo: vorticano case, volti, libri, casse, echi di musiche e spezzoni di voci in un turbine sinistro e senza fondo.
E io, proprio io, sono il centro che esiste soltanto per una geometria dell'abisso; sono il nulla intorno a cui questo movimento gira, come fine a se stesso, con quel centro che esiste solo perché ogni cerchio deve possedere un centro.
Io, proprio io, sono il pozzo senza pareti ma con la resistenza delle pareti, il centro del tutto con il nulla intorno. Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento.
Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un'improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle.
Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani; l'ansia insaziabile e molteplice dell'essere sempre la stessa persona e un'altra.
Nuvole... Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente, più il niente di me stesso.
Bernardo Soares Il libro dell'inquietudine
opera A. Iurilli Duhamel "Solitudine" 2008
category: Letteratura - October 29, 2008 11:44 PM [edited: October 29, 2008 11:47 PM]
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SOGNI
Tuesday October 28, 2008
"Di che vi meravigliate? Di che stupite,
se fu mio maestro un sogno
e sto tuttavia temendo nelle mie ansie
di dovermi svegliare
e trovarmi ancora una volta nel mio chiuso carcere?
E se pur ciò non avvenga basta il sognarlo soltanto,
perché così sono giunto a sapere che tutta la felicità umana infine passa come un sogno...
Ed ora voglio farne buon uso
per tutto il tempo che mi dura...".
Calderòn de la Barca La vida es sueño
opera A.Iurilli Duhamel
category: Letteratura - October 28, 2008 02:34 PM [edited: October 28, 2008 08:16 PM]
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IMPLICITO
Sunday October 26, 2008
E’ una legge non scritta:
chi vuole starmi vicino deve assumersi la responsabilità della mia anima.
Perché qualunque idiota può capire come sia facile uccidermi. Uno sguardo ben mirato basterebbe.
Sono convinto che da qualche parte, dentro me, c’è un punto vulnerabile che chiunque, anche uno sconosciuto, può vedere e colpire.
Eliminarmi con una parola.
David Grossman, da “Che tu sia per me il coltello”
opera A.Iurilli Duhamel 2008
category: Letteratura - October 26, 2008 09:58 AM [edited: October 27, 2008 01:54 PM]
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FIL ROUGE
Friday October 10, 2008
Gli incontri più importanti sono già combinati dalle anime prim'ancora che i corpi si vedano. Generalmente, essi avvengono quando arriviamo a un limite, quando abbiamo bisogno di morire e rinascere emotivamente.
Gli incontri ci aspettano, ma la maggior parte delle volte evitiamo che si verifichino.
Se siamo disperati, invece, se non abbiamo più nulla da perdere oppure siamo entusiasti della vita, allora l'ignoto si manifesta e il nostro universo cambia rotta.
Tutti sanno amare, poiché nascono con questo dono.
Alcuni praticano l'amore naturalmente, ma la maggioranza deve apprendere di nuovo, ricordare come si ama; e tutti - senza alcuna eccezione - hanno bisogno di bruciare nel fuoco delle proprie emozioni passate, di rivivere gioie e dolori, cadute e riprese, fino al momento in cui sono in grado di intravedere il filo conduttore che esiste dietro ogni nuovo incontro.
Sì, perché c'è un filo."
Paulo Coelho Undici minuti
opera A. Iurilli Duhamel "Ariadne"
category: Letteratura - October 10, 2008 08:53 AM [edited: October 10, 2008 08:55 AM]
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L'INQUIETITUDINE
Saturday October 4, 2008
I sentimenti dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi : l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo.
Tutti questi mezzi toni della coscienza dell’anima creano in noi un paesaggio dolorante,. un eterno tramonto di ciò che siamo.
Il sentirci è allora un campo deserto che imbrunisce, triste di giunchi accanto a un fiume senza imbarcazioni, nereggiando chiaramente fra rive lontane.
Non so se questi sentimenti sono una follia lenta dello sconforto, se sono reminiscenze di un altro mondo che abbiamo conosciuto: reminiscenza incrociate e mescolate come cose viste in sogno, assurde nell’immagine che vediamo ma non all’origine, se la conoscessimo.
Non so se sono esistiti altri esseri che noi siamo stati, la cui maggior completezza sentiamo oggi nell’ombra loro che noi siamo, in un modo incompleto: perduta la lo solidità e immaginandola appena nelle due dimensioni dell’ombra che viviamo.
So che questi pensieri dell’emozione addolorano rabbiosamente l’anima.
L’impossibilita per noi di figurarci un qualcosa a cui corrispondano, l’impossibilità di trovare un qualcosa di sostitutivo alla visione che esse abbracciano: tutto ciò pesa come una condanna assegnata non si sa dove o da chi o perché.
Ma ciò che resta del sentire tutto questo è sicuramente una pena della vita e di ogni suo gesto, una stanchezza anticipata dei desideri e di ogni loro maniera, una pena anonima di ogni sentimento.
In questi momenti di sottile dolore è impossibile, perfino in sogno, essere amante, essere eroe, essere felice: tutto è vuoto, perfino nell’idea di esserlo.
Tutto è detto in altro linguaggio a noi incomprensibile, semplici suoni di sillabe senza forma nell’intelletto.
La vita è vuota, l’anima è vuota, il mondo è vuoto. Tutti gli dei muoiono di una morte più grande della morte tutto è più vuoto del vuoto. Tutto è un caos di cosa nessuna
Se penso questo e guardo per vedere se la realtà mi disseta, vedo case inespressive, visi inespressivi, gesti inespressivi. Pietre, corpi, idee: tutto è morto.
Tutti i movimenti sono fermi, la stasi è tutti loro.
Nulla mi dice nulla. Nulla mi è conosciuto, non per la sua stranezza ma perché non so cosa sia.
Il mondo si è perduto.
E in fondo alla mia anima (unica realtà di questi momento) c’è una pena intensa e invisibile, una tristezza simile al rumore di qualcuno che piange nel buio di una stanza.
Fernando Pessoa "Il libro dell'inquietudine"
category: Letteratura - October 4, 2008 12:19 AM [edited: October 4, 2008 12:21 AM]
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ASCOLTARE E' UN'ARTE
Tuesday September 30, 2008
"... Molte mete: la cascata, il lago, le rapide, il mare, e tutte le mete venivano raggiunte, e a ogni meta una nuova ne seguiva, e dall'acqua si generava vapore e saliva in cielo, diventava pioggia e precipitava giù dal cielo, diventava fonte, ruscello, fiume, e di nuovo riprendeva il suo cammino, di nuovo cominciava a fluire.
Ma l'avida voce era mutata. Ancora suonava piena d'ansia e d'affanno, ma altre voci si univano a lei, voci di gioia e di dolore, voci buone e cattive, sorridenti e tristi, cento voci, mille voci.
Siddharta ascoltava. Era ora tutt'orecchi, interamente immerso in ascolto, totalmente vuoto, totalmente disposto ad assorbire; sentiva che ora aveva appreso tutta l'arte dell'ascoltare. Spesso aveva già ascoltato tutto ciò, queste mille voci nel fiume; ma ora tutto ciò aveva un suono nuovo.
Ecco che più non riusciva a distinguere le molte voci, le allegre da quelle del pianto, le infantili da quelle virili, tutte si mescolavano insieme, lamenti di desiderio e riso del saggio, grida di collera e gemiti di morenti, tutto era una cosa sola, tutto era mescolato e intrecciato, in mille modi contesto. E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo.
Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita..."
Hermann Hesse Siddharta
illustrazione A. Iurilli Duhamel 2005
category: Letteratura - September 30, 2008 08:24 AM [edited: September 30, 2008 08:34 AM]
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IO SONO UN POSTO
Monday September 29, 2008
Si sedette sui gradini, senza entrare. Era ancora buio. C’erano rumori strani, rumori che di giorno non si sentono. Come briciole di cose che erano rimaste indietro, e adesso si davano da fare per raggiungere il mondo, e arrivare puntuali all’alba, nel ventre del rumore planetario.
C’è sempre qualcosa che si perde per strada, pensò. Devo smetterla, pensò.Non si finisce da nessuna parte così.
Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato piuttosto, a essere felice rimanendo immobile.
Tutte quelle storie sulla tua strada. Trovare la tua strada. andare per la tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada ?
Sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto….
Alessandro Baricco City
Opera A.Iurilli Duhamel
category: Letteratura - September 29, 2008 07:58 AM [edited: September 30, 2008 08:35 AM]
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LUOGHI COMUNI
Friday September 12, 2008
C'è un luogo dove la pace della natura
filtra in noi come la luce del sole tra gli alberi.
Dove i venti ci comunicano la loro forza
e gli affanni si staccano da noi come foglie.
Non è difficile arrivarci:
basta guardarsi dentro e avere un cuore pulito".
Romano Battaglia
opera A.Iurilli Duhamel " Miti consiglii" 2000
category: Letteratura - September 12, 2008 08:48 AM [edited: September 30, 2008 08:36 AM]
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Antonella Iurilli Duhamel
