La fondazione Mucha, ha appena inaugurato il nuovo sito dedicato di Alphonse Muchà, noto al grande pubblico per i suoi famosi affiche ma di fatto autore di una produzione artistica che va ben oltre.
Il sito documenta ampiamente tutta la sua produzione artistica dedicando una attenzione particolare al monumentale "Slav Epic".
La Fondazione Muchà fu intrapresa dalla famiglia dopo la sua morte per curare e preservare l'enorme patrimonio artistico, questo nuovo sito si presenta come un compendio estremamente articolato di quanto già è presente in rete.
Nota simpatica, è la possibilità di scaricare gratuitamente tavole da colorare.
La Spagna restituirà otto reperti
archeologici dell’epoca dei Faraoni, risalenti alla VI dinastia
(2374-2192 a. C.), che erano stati fatti uscire illegalmente dall’Egitto
nel 1999 e ritrovati a Barcellona dalla polizia nel 2010. Intanto moltissime d'arte appartenenti all'Italia sono illegalmente cutodite altrove.
Siamo il paese che detiene la più alta percentuale di bellezze artistiche culturali e naturali (70%) e allo stesso tempo il primato mondiale di furti d'arte. Il triste traffico iniziato quarant’anni fa in scala
organizzata , attualmente, secondo gli esperti rende sei miliardi di euro all’anno.Nel mondo questa attività è dietro
solo al mercato della droga, delle armi ed a quella del riciclaggio di
denaro.
Ci sono musei in giro per il mondo che hanno alcune opere italiane la
cui provenienza non è accertata anche se sospetta ed in passato per
quelle la cui derivazione illegale è stata accertata senza dubbio, i
tempi del rientro in patria sono stati lunghi. Il primo caso fu quello
del Cratere di Eufronio finito al Metropolitan Museum di New York circa trent’anni fa e che lo
pagò un milione di euro, salvo poi rendersi conto che lo aveva
acquistato da Robert Hect,
uno dei quattro o cinque grandi mercanti di arte che regolano questo
mercato clandestino e restituirlo al nostro paese. Stessa storia per la Venere di Morgantine che i tombaroli che la trafugarono vendettero per 400 mila dollari
mentre il destinatario finale, il Paul Ghetty Museum di Malibu la pagò
18 milioni di dollari prima di restituirla al paese di provenienza,
Morgantine appunto, la scorsa primavera dopo trent’anni.
Ancora numeri: negli ultimi 30 anni in Italia ci sono stati oltre 40
mila furti con circa 600 mila oggetti d’arte portati via dalla loro
collocazione originaria. E come spesso accade nel nostro paese, uno dei
problemi, è la legge che non è adeguata all’importanza del fatto, perché le pene previste sono molto leggere.
Solipsismo, dal latino solus "solo" ipse "stesso"; ovvero,
"solo se stesso". L'atteggiamento per cui un singolo individuo
accetta la sua sola esistenza e non quella degli altri enti, siano essi uomini o
cose. Il mondo esterno al soggetto che considera il solipsismo diventa così un
mondo di sole idee e fenomeni creati dalla propria ed unica coscienza.
Una teoria riferita ad un Io
rigidamente ancorato al mondo delle idee, ritenute unica realta. Uno stato
mentale esasperato ulteriore sviluppo della posizione cartesiana “Cogito ergo
sum”, in questo caso l’affermazione è : “io
solo penso, dunque io solo sono”.
L’esclusione e la perdita di contatto diviene così estrema da escludere
completamente l’esitenza dell’altro anche nella sua forma limitata
esclusivamente al pensare.
L’inaridimento umano che
ne deriva lascia pensare ai disastrosi paesaggi umani che ci circondano,
somiglianti a campi di battaglie che non lasciano spazio alla vita e alla
vulnerabilità e soprattutto alle relazioni.
Il lavoro di Andrew Thomas
Huang è una contro ipotesi del solipsismo, ci presenta esseri umani non costretti in solipsistiche gabbie. Esseri pulsanti tutt'altro che distanti da se stessi , dagli altri e
dalla natura. Il flusso di azioni li coinvolge costantemente in una sorta di abbraccio, dove
all’unisono menti e corpi risuonano per formare una coscienza collettiva che
ingloba ogni forma di vita.
«Molti
anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano
Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre
lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un
villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica cos truito sulla
riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di
pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era
cos ì recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle
bisognava indicarle col dito.»
«Erano
le ultime cose che rimanevano di un passato il cui annichilamento non
si consumava, perché continuava ad annichilarsi indefinitivamente,
consumandosi dentro di sé stesso, terminandosi in ogni minuto ma senza
terminare di terminarsi mai.»
«Nonostante
la sua forza intatta, José Arcadio Buendìa non era in condizioni di
lottare. Tutto gli era indifferente. Se era tornato al castagno non lo
aveva fatto di sua volontà bensì per un’abitudine del corpo. Ursula lo
curava, gli dava da mangiare, gli portava notizie di Aureliano. Ma in
realtà, l’unica persona con la quale egli poteva aver rapporto da ormai
molto tempo, era Prudencio Aguilar. Già quasi polverizzato dalla
profonda decrepitezza della morte, Prudencio Aguilar andava due volte al
giorno a conversare con lui. Parlavano di galli. Si ripromettevano di
formare un allevamento di animali magnifici, non tanto per godere di
qualche vittoria che ormai non gli sarebbe più servita, ma per avere
qualcosa con cui distrarsi nelle tediose domeniche della morte. Era
Prudencio Aguilar che lo puliva, che gli dava da mangiare e gli portava
affascinanti notizie di uno sconosciuto che si chiamava Aureliano e che
era colonnello in guerra.»
«Remedios
la bella rimase a vagare per il deserto della solitudine, senza croci
da sopportare, a maturare nei suoi sogni senza incubi, nei suoi bagni
interminabili, nei suoi pasti senza orario, nei suoi profondi e
prolungati silenzi senza ricordi, fino a un pomeriggio di marzo in cui
Fernanda volle piegare in giardino le sue lenzuola di fiandra, e chiese
aiuto alle donne di casa. Avevano appena cominciato, quando Amaranta si accorse che Remedios la bella era indiafanata da un pallore intenso.
“Ti senti male?” le chiese.
Remedios la bella, che teneva stretto il lenzuolo all’altro capo, fece un sorriso di compatimento.
“Macché,” disse, “non mi sono mai sentita così bene.”
Aveva
appena finito di dirlo, quando Fernanda sentì che un delicato vento di
luce le strappava le lenzuola dalle mani e le spiegava in tutta la loro
ampiezza. Amaranta senti un tremito misterioso nei pizzi delle sue
sottane e cercò di aggrapparsi al lenzuolo per non cadere, nell’istante
in cui Remedios la bella cominciava a sollevarsi. Ursula, già quasi
cieca, fu l’unica che ebbe tanta serenità da riconoscere la natura di
quel vento ineluttabile, e lasciò le lenzuola alla mercé della luce, e
vide Remedios la bella che la salutava con la mano, tra l’abbagliante
palpitare delle lenzuola che salivano con lei, che uscivano con lei
dall’aria degli scarabei e delle dalie, e con lei attraversavano l’aria
in cui si spegnevano le quattro del pomeriggio, e con lei si perdevano
per sempre nelle alte arie dove non potevano raggiungerla nemmeno i più
alti uccelli della memoria.»
«Era
la storia della famiglia, scritta da Melquiades perfino nei suoi pa
rticolari più triviali, con cent’anni di anticipo. L’aveva redatta in
sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari
con la chiave privata dell’imperatore Augusto, e quelli dispari con
chiavi militari lacedemoni. La protezione finale, che Aureliano
cominciava a intravedere quando si era lasciato confondere dall’amore di
Amaranta Ursula, si basava sul fatto che Melquíades non aveva ordinato i
fatti nel tempo convenzionale degli uomini, ma che aveva concentrato un
secolo di episodi quotidiani, di modo che tutti coesistessero in un
istante. Affascinato dalla scoperta, Aureliano lesse ad alta voce, senza
salti, le encicliche cantate che
lo stesso Melquíades aveva fatto ascoltare ad Arcadio, e che erano in
realtà le predizioni della sua esecuzione, e trovò annunziata la nascita
della donna più bella del mondo che stava salendo al cielo in corpo e
anima, e conobbe l’ origine di due gemelli postumi che rinunciavano a
decifrare le pergamene, non soltanto per incapacità e incostanza, ma
perché i loro tentativi erano prematuri. A questo punto, impaziente di
conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre.»
da Cent’anni di Solitudine
«Era
inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il
destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non
appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato
d’urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere
urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de
Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario
di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della
memoria con un suffumigio di cianuro d’oro.
Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i
brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio
riusciamo a tollerare il passato.
Ma era lì. Voleva trovare la verità, e la cercava con un’ansia appena
paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento
incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più
imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.»
«Nell’ozio
riparatore della solitudine, invece, le vedove scoprivano che il modo
onorevole di vivere era alla mercé del corpo, mangiando solo per fame,
amando senza mentire, dormendo senza doversi fingere addormentate per
sfuggire all’indecenza dell’amore ufficiale, infine padrone del diritto a
un letto intero per loro sole dove nessuno contendesse la metà del
lenzuolo, la metà dell’aria da respirare, la metà della notte, finché il
corpo non si saziava di sognare i propri sogni, e si svegliava da solo.»
da L’Amore ai tempi del Colera
«L’anno dei miei novant’anni
decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine.
Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina
che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità
disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte
tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi.
Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso
maligno, te ne accorgerai...»
da Memorie delle mie Puttane tristi
«Ho sempre creduto che ogni versione di un racconto sia migliore della precedente. Come sapere allora quale deve essere l’ultima? È un segreto del mestiere che non obbedisce alle leggi dell’intelligenza ma alla magia degli istinti, così come la cuoca sa quando la minestra è pronta.»
«Nena Daconte rimase in piedi, immobile, senza far nulla per nascondere la sua nudità intensa. Billy Sánchez eseguì allora il suo rito puerile: si abbassò lo slip di leopardo e le mostrò il suo rispettabile animale eretto. Lei lo guardò fisso e senza paura. “Ne ho visti di più lunghi e di più grossi” disse, dominando il terrore. “Sicché pensa bene a cosa farai, perché con me devi comportarti meglio di un negro”. In realtà, Nena Daconte non solo era vergine, ma fino allora non aveva mai visto un uomo nudo, però la sfida si rivelò efficace. L’unica cosa che a Billy Sánchez venne in mente di fare fu tirare un pugno di rabbia contro la parete con la catena arrotolata intorno alla mano, e si incrinò le ossa.»
«Dovette aspettarlo quasi due ore sotto il sole brutale di Montjuich. Salutò diverse persone afflitte di altre domeniche meno memorabili, pur riconoscendole appena, perché era trascorso così tanto tempo da quando le aveva viste per la prima volta che ormai non indossavano più abiti da lutto, né piangevano, e disponevano i fiori sulle tombe senza pensare ai loro morti. Di lì a poco, quando tutti se ne furono andati via, udì un bramito lugubre che spaventò i gabbiani, e vide sul mare immenso un transatlantico bianco con la bandiera del Brasile, e si augurò con tutta l’anima che le portasse una lettera di qualcuno che fosse morto per lei nel carcere di Pernambuco. Poco dopo le cinque, con dodici minuti di anticipo, comparve il Noi sulla collina, sbavando per la fatica e il caldo, ma con un’aria da bambino trionfante. In quell’istante, Maria dos Prazeres superò il terrore di non avere chi piangesse sulla sua tomba.»
da Dodici racconti raminghi
Nota
Il
nome di Gabriel García Márquez è come la punta di quel grosso iceberg
che è il realismo magico. Lo scrittore colombiano, premio Nobel per la
Letteratura nel 1982, piazza con Cent’anni di solitudine la pietra miliare del filone letterario che è l’essenza del boom sudamericano del XX secolo.
Leggere
Márquez è come assaporare una sostanziosa pietanza esotica, speziata.
La sua prosa è gustosa, grondante di colore; i suoi libri sono quanto
mai densi per via delle linee temporali che si compenetrano e si
contorcono su se stesse formando una fitta maglia, a tratti
inestricabile. Il surreale è la matrice che si incunea tra queste trame,
senza filtro, con una naturalezza disarmante concedendo al lettore di
figurarsi realtà terribilmente concrete e allo stesso momento subire un
effetto alienante.
Punta
dell’iceberg perché non è Márquez ad inventare il genere di cui è
bandiera, e magari anche perché nonostante lo straripante successo, il
Nobel e la consacrazione a mostro sacro della penna, Cent’anni di solitudine non è considerato dal proprio autore il grande testamento letterario; curiosamente è L’amore ai tempi del colera
a rivestire questo ruolo. Ad ogni modo Gabriel García Márquez è
a pieno titolo realtà, magia, semplicità e delirio; è realismo
fantastico.
L'artista
Kurt Perschke ha realizzato una gigantesca palla rossa che sta girando
per il mondo per verificare “l’effetto che fa” si tratta del “Red ball project” .
La cosa più bella di tutto l’esperimento però non è tanto la palla in
sé, quanto le reazioni dei passanti. Infatti lo stesso artista spiega
che la potenza del progetto non è l’oggetto, ma quello che riesce a
muovere in chi lo osserva.
I
bronzi di Riace non godono di buona salute, dopo essere stati trasformati in
bulliin uno spot costato 2,5 milioni di
euro, al fine di rimpolpare l’agonizzante turismo calabrese; adesso sonosenza fissa dimora.Somigliano tanto, a quella
immensafolla di giovani senza
occupazionepresente e futura.
Stiamo
parlando di due opere d’arte di valore inestimabile che a causa delle solite
speculazioni sono finite da 3 anni in una teca nell’androne del Consiglio
regionale calabrese, in attesa di trovare un posto dentro il Museo nazionale
della Magna Grecia di Reggio Calabria. Inerti, sdraiate dal 2009 e non ancora
riportate in un luogo a loro più consono. Eppure era stato detto che sarebbero
state riportate al museo, che nel frattempo doveva essere rimodernato, il 17
marzo 2011, in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Qualcosa non ha funzionato. I soldi, come spesso
accade nel nostro Paese, sono finiti prima che il restauro venisse completato,
e la ditta che se ne stava occupando oggi ha deciso di abbandonarli.
Giuseppe Scopelliti, presidente della Regione Calabria, ha promesso che presto
saranno stanziati altri 6 milioni di euro dal CIPE che si aggiungeranno ai 5
milioni previsti dalla Regione. Questo comporterebbe una ripresa dei lavori, ma
comunque i Bronzi potrebbero ‘tornare a casa’ soltanto tra qualche mese, forse
in autunno. Esattamente un anno dopo l’emissione del francobollo che celebrava
la riapertura del museo.
Una vita difficile quella delle statue. Ritrovate
nell’agosto del 1972 a 300 metri dalle coste di Riace, paesino calabrese, a 8
metri di profondità e recuperate con qualche difficoltà logistica, sulla loro
provenienza si sono susseguite diverse teorie, ipotesi e trasferimenti.
Firenze, Roma, Reggio Calabria.
Nel 2009 però qualcuno si è accorto che erano sempre meno gli italiani che
andavano a vederli al Museo di Reggio Calabria. Soltanto 130 mila visitatori
nell’anno precedente, di cui nemmeno la metà italiani. Da lì l’idea di
spostarli al Consiglio calabrese, e di sdraiarli in una parete di vetro. Check
up, controlli sul loro stato di salute e visite dei turisti. E intanto lavori
al museo. Tutto perfetto. O quasi. I 18 milioni di euro stanziati all’inizio
non sono stati sufficienti alla ditta Cobar, incaricata di ristrutturare la
sala del museo, e adesso i Bronzi non sanno quale sarà il loro destino e quanto
tempo ancora dovranno aspettare prima di ritornare al loro posto
Abbandonare l’aereo delle idee preconcette
l’intellettualismo fine a se stesso
Scendere, scendere
Che l’unica via d’uscita è verso il basso.
La vita nasce dal basso
Da luoghi intimi e sotterranei
Che nessun scervellamento potrà abitare.
Scendere, scendere
Che siamo al capolinea!
A.Iurilli Duhamel
Questo bellissimo video dedicato a Fellini ci mostra la sua grande capacità espressiva anche nell'illustrazione, il video realizzato da studenti dell'università di Padova è un dolcissimo ricordo di un indimenticabile artista.
Circa l’8 per cento della popolazione maschile e lo 0,5
della popolazione femminilesoffre di
una qualche forma di deficit della visione dei colori. Gli studi in merito di
Kazunori Asada, medico e designer, hanno prodotto una interessante
applicazioneper iphone e android, che
si chiama Chromatic Vision Simulator .
In
concomitanza di un suo intervento in qualità di relatore presso
laHokkaido Color Universal
Design Organization (HCUDO), haparlato a lungo di questo problema che esiste
nella nostra società ed andrebbe considerato quando si parla di differenze o di
scelte di colore.
Edward
Sorel grazie alla sua graffiante penna è
riuscito a immortalare uomini d’affari, politici, attori e persino se
stesso.Da Richard Nixon, Leo Toltsoy ,
Frank Sinatra , tanto per citarne alcuni.
La grande abilità descrittiva e satirica accompagnate da una sottile, raffinata quanto incisivacritica sociale e politica di questo
artista fanno di lui un osservatore degli usi abusi e costumi della classe dirigente ma anche dell'uomo comune.
Nato nel 1946 nel
Bronx in oltre 40anni di lavoro, ha vistole sue opere pubblicate dalle maggiori testate americane ,American
Heritage, Atlantic, Esquire, Fortune, Forbes,
GQ, Harper's, New York
magazine, The New York Times Magazine, The
Nation, Rolling Stone,
Sports Illustrated, Time and The Village Voice. E
ultimamente anche per Vanity Fair
e The New .
Altrettanto copiosa la sua produzione di illustrazioni per bambini
A 16 annni Akiane ha riscosso un successo quasi planetario con i suoi quadri,il pubblico profano è letteralmente estasiato davanti ai suoi lavori,qui ve ne presento una serie anno per anno a partire da quando aveva solo 4 anni,senza dubbio un talento estremamente precoce,da allora i suoi progressi anno per anno hanno suscitato stupore e meraviglia,Akiane ha fatto il tour dei Talk Show degli USA ad fra cui quello di Oprah,molti dei suoi lavori sono esposti in diverse serie TV... Perchè sopra ho detto pubblico profano? Perchè si assiste nel susseguirsi dei lavori ad un chiaro impoverimento creativo e intellettivo a fronte di un tecnicismo esasperato,virtuosisimo e...nientaltro. Emerge nelle opere innanzitutto l'assenza di un tema e poi il condizionamento isolamento ambientale,la sua povertà di stimoli,la sua mitologia fantasy in salsa new age e puritana. In due parole hanno fatto di un talento straordinario una pittrice di santini con tutto il rispetto per la religione.l
Troverai a sinistra delle case di Ade
una fonte, e presso di essa piantato un bianco cipresso: a questa fonte non ti
accostare. Ne troverai un altra, dal lago di Mnemosine fresca acqua sgorgante;
dinnanzi vi sono custodi. Dirai: "Sono figlia della Terra e di Urano
splendente di astri, splendente la mia stirpe questo sapete anche voi; brucio
di sete e muoio; ma voi datemi subito la fresca acqua che sgorga dal lago
Mnemosine". Quindi ti daranno da bere dalla fonte divina, e allora tu
regnerai con tutti gli altri eroi.
Trascrizione
di Laminetta aurea
L’oblio è solo una
forma della memoria, il suo luogo sotterraneo “su vago sòtano”.
Jorge
Louis Borges
La Memoria e l’Oblio sono misteriosamente intrecciati quanto lo
sono Mnemosine e Lete. Mnemosine, la madre di tutte le
Muse, è la generosa dispensatrice di quella sensibilità che ci consente di
impressionarci per accogliere, dar spazio e trattenere il ricordo e la
conoscenza.
Lete, secondo la magnifica rappresentazione
tramandataci dagli antichi greci, è una naiade nata nella famiglia della notte:
Nyx.
Lete è anche il fiume sotterraneo dell’Ade
il fiume dove ricordi e coscienza devono lasciarsi sommergere per portare
alla luce una nuova vita; chi beve dalle sue acque perde completamente la
capacità di ricordare.
Gli antichi greci lo avevano collocato in prossimità dei
campi Elisi, e per coloro che non riuscivano ad arrivarci e
dissetarsi il tormento eterno era una sicura garanzia.
La memoria è una funzione di accoglienza, una sorta di grande
utero che preserva i valori fondamentali della vita e per la vita. Sin
dall’antichità è stata considerata una funzione importantissima; per gli
antichi Greci la topoi era l’arte di associare luoghi a
parole immagini e rappresentazioni.
La Memoria è l’Oblio concorrono a creare un campo unificato; ne
erano profondamente consapevoli gli iniziati dei misteri orfici i quali
sottolineavano costantemente la strettissima interdipendenza utilizzando
rituali specifici. Le due funzioni sono simili al flusso del mare dove l’onda
in avanti è sempre seguita da un’altra di arretramento.
La memoria è anche un fatto fisico: è sempre il corpo a ricordare.
Marcel Proust ne La ricerca del tempo
perduto ci parla di esperienze olfattive e sonore che riportano a galla gli
antichi vissuti.
La memoria non solo come esercizio della mente, ma come funzione
totale dell’essere.
Anche Nietzsche riteneva che la capacità di dimenticare fosse un
prerequisito fondamentale per il raggiungimento della felicità;
in questo modo poneva l’accento sulla forza propulsiva della vita
che deve necessariamente lasciare andare i suoi carichi quando si spinge
in avanti.
La memoria come tutti gli organismi viventi è soggetta a
disfunzione. La memoria si ammala, si inceppa. Aleksandr Romanovich Lurija e
Oliver Sacks hanno trattato in profondità i meccanismi difensivi della perdita
di memoria a seguito di eventi traumatici e tutte le relative problematiche
di identità o come conseguenza della degenerazione senile.
Nelle culture moderne la memoria purtroppo ha perso in
popolarità. Una volta essa era ritenuta fondamentale per coloro che dovevano
imparare; oggi il discredito nei confronti del nozionismo ha inflitto un
duro colpo a questa vitale funzione;così insieme all’acqua sporca si è buttato via anche il bambino. Ci
preoccupiamo seriamente solo quando siamo di fronte a principi di Alzheimer.
La soppressione della memoria è anche un’arma micidiale nei confronti
del nemico, un’arma acui hanno fatto largamente ricorso i regimi totalitari per
ben installarsi e indebolire le masse. Grazie ad un colpo di spugna tutto il
passato viene cancellato. Gli antichi romani erano maestri nell’eliminare ogni
traccia di esistenza presente e passata di coloro erano considerati nemici
della patria.
La vita si basa sugli equilibri e anche la funzione della memoria
ha bisogno di preservare il proprio per mantenersi in buona salute il più
a lungo possibile; essa ha bisogno di essere coltivata come una tenera pianta,
ha necessità di essere custodita e preservata; vivono in simbiosi le sue
fasi di attività che di inattività per meglio esplicare le sue fondamentali
funzioni di accoglienza e di resa per lasciar spazio al nuovo, ma senza mai
negare del tutto il passato.
Proprio come l’Angelus Novus di Paul Klee dove un angelo
sta per prendere il volo, mentre al contempo è ancorato nel fissare
lo sguardo nel presente:
Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo
della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci
appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza
tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi.”
“Egli vorrebbe ben trattenersi,
destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso,
che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle.
Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle,
mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il
progresso, è questa tempesta.” (1)
La memoria come la vita è un cerchio il cui centro è ovunque; ad
un movimento in avanti corrisponde un puntuale movimento di ritorno. La memoria
come la vita è forte e fragile al contempo, essa ha bisogno di tutela e di nutrimento.
In occasione della mostra “La Memoria e l’Oblio ,” presenterò
delle grandi tele dove il luogo e il tempo della memoria è affidato a figure
femminili che indicano come ricerca, reminiscenza, amore, libertà,
conoscenza ed oblio sono tutte funzioni ugualmente importanti, insieme
concorrono a mantenere intatto il tessuto della vita sul quale le singole
esperienze di memoria concorrono a creare il grande serbatoio della memoria
collettiva.
Come accorte vestali queste figure custodiscono gelosamente il
segreto degli intimi nessi della natura e delle sue inevitabili leggi: guardiane
dell’armonia e della verità, come fasi di luna, testimoniano la
necessità di dimenticare per far spazio al ricordo e di perdonare
per tornare a vivere.
Io solo posso conoscere le mie inquietudini e il
male che mi procuro per finire tele che non soddisfano neppure me stesso.
Un’affermazione che non ci si aspetterebbe da un
artista il cui lavoro induce uno stato di estasi, un senso di pace e di armonia
assoluta. L’artista in questione è Claude Monet e la citazione è tratta da Mon
Histoire, che un testo dell'intervista, pubblicata su "Le Temps"
(Parigi, 26 Novembre 1900), rilasciata da a Claude Monet rilasciò a Francoise
Thibault-Sisson in occasione della sua esposizione parigina presso la galleria
di Durand-Ruel.Ci appare un Monet la cui vita fu ossessionata dal tarlo della
pittura sconosciuta della sua figura, quale l'animo ossessionato e tormentato
dietro la sua pittura.
Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di
realizzare. Mi alzo al mattino piegato dalla fatica. L'alba mi ridona coraggio,
ma l'ansia torna non appena varco la soglia dello studio. Dipingere è cosa
difficile e torturante. Lo scorso autunno ho bruciato sei tele insieme alle foglie
morte del mio giardino. Ce n'è abbastanza per far perdere la speranza. Ciò
nonostante non vorrei morire prima di aver detto tutto quello che avevo da dire
o, almeno, di aver tentato di dirlo. E i miei giorni sono contati... Domani,
forse...
L’arte di Monet è una sorta di religione che
lega a se mani e piedi il suo adepto che lo sveglia dalle 4 del mattino per
sgobbare tutta la giornata e arrivare a sera distrutto dalla fatica al punto di
aver dimenticato tutti i suoi doveri, non pensando ad altro che al lavoro
intrapreso, e spesso per finire col distruggere distruggeredecine di tele ogni
giorno, e allo stesso tempo essere felice perché grazie al lavoro tutto viene
redento e si arriva almeno temporaneamente alla pace. La sua meticolosa ricerca sulle qualità della luce, la
sua forza la sua delicatezza che raggiunge ogni dove , furono la sua primaria e
costante preoccupazione
Mi sforzo e lotto con il sole. E che sole, qui!
Bisognerebbe dipingere con l'oro e con le gemme. Sono decisamente rattristato,
c'è un tempo spaventoso, è impossibile lavorare fuori. Ho voluto provare
stamani e sono riuscito solo ad inzupparmi di pioggia. C’è una tempesta
terribile. Il mare si è alzato così tanto da fare gravi danni e tutte le barche
che avevo cominciato sono a soqquadro, nessuna è più al suo posto. Non so se
riuscirò a finire anche una sola cosa. Mi fa rabbia e mi dispiace. Ho
cominciato molte cose dalla mia finestra nel caso in cui la tempesta perduri.
Ho ripreso cose impossibili da fare: dell'acqua con dell'erba che ondeggia sul
fondo..è mirabile a vedersi, ma fa impazzire volerla rendere. E io mi ostino
sempre in imprese simili. Lavoro con una lentezza esasperante, ma più avanzo e
più vedo che occorre molto lavoro per arrivare a rendere quel che certo:
"l'istantaneità ", soprattutto l'involucro, la stessa luce
sparsa su tutto, e più che mai mi disgustano le cose facili che vengono di
getto.
Dal 1902 la vista ormai
comincia ad abbandonarlo e la morte del figlio lo getta in uno stato di
disperazione, il tutto corniciato dalla solita insoddisfazione per il suo
lavoro che ma a settantaquattro anni, inizia il suo ultimo e monumentale
progetto.
Chiede che vengano sistemate sulle pareti dell'atelier
dodici tele ciascuna di due metri di altezza e quattro di lunghezza, e per più
di dieci anni lavora a quello che potremmo tranquillamente definire il suo
testamento artistico e spirituale: le Ninfee, le ninfee del suo adorato
giardino a Giverny dove investiva quasi tutto il denaro guadagnato dal suo
lavoro. Le sue adorate Ninfee furono dipinte con tutte le variazioni dei
cambiamenti di luce , di stagione e di umore per poter imprimere la
fondamentale qualità della vita che è la pulsazione e la fluttuazione.
Per ricavare qualcosa da
questo continuo mutare bisogna avere cinque o sei tele sulle quali lavorare
contemporaneamente e bisogna spostarsi dall'una all'altra tornando rapidamente
alla prima, non appena l'effetto interrotto riappare.
Fin dall’inizio del 17° secolo, gli artigiani giapponesi hanno inventato bambole meravigliose che danzavano, servivano il tè, scoccavano frecce, realizzando interi giochi in gruppo, attivati da molle, mercurio e sabbia mobile, o acqua pompata: le Karakuri Ningyō.
Bambole giapponesi ancora poco conosciute in occidente sono dei veri gioielli d’ingegneria e meccanica costruiti fin dal Periodo Edo (1603-1868).
Il loro nome letteralmente significa “bambole meccaniche” e presentano delle caratteristiche tipicamente giapponesi come gli ingranaggi totalmente in legno.
A esse vien fatto risalire lo studio della robotica che in Giappone ha raggiunto le punte più alte.
La parola Karakuri significa "dispositivo meccanico per prendere in giro, ingannare, o prendere una persona di sorpresa", ed implica una magia nascosta, o un elemento di mistero.
I gesti delle bambole procurano una forma d’intrattenimento, e hanno influenzato il teatro Noh, Kabuki e Bunraku .
La conferma di ciò è data dal fatto che verso la fine del 18° secolo le performance teatrali delle Karakuri rivaleggiavano con il Kabuki nell’elaborazione di scene e costumi, e le bambole erano utilizzate come intrattenimento pubblico in parchi e zone fieristiche.
I mercanti di tè per promuovere i loro prodotti usavano bambole che trasportavano le ciotole di tè attraverso il negozio per porle nelle mani dei clienti deliziati.
Esistono tre tipi principali di Karakuri Ningyō:
Butai Karakuri (Karakuri teatrali), ovvero marionette che prendono parte in opere teatrali e spettacoli e sono caratterizzate da movimenti lenti e incredibilmente naturali. Zashiki Karakuri (Karakuri da camera) sono più piccole, ma più complesse tecnicamente e più preziose, utilizzate come giochi in casa. Fra le Zashiki Karakuri più famose c'è l'arciere, Yumi-iri Doji (“il ragazzo che scocca le frecce”) e la Chahakobi Ningyō, che serve il tè. Dashi Karakuri (Karakuri da carri allegorici) utilizzate nelle feste religiose, come riproposizione di miti e leggende tradizionali.
La conservazione della tradizione Karakuri è stata in gran parte resa possibile dall’opera di Hosokawa Hanzo Yorinao che ha scritto i tre volumi "Karakuri - un’antologia illustrata” pubblicato nel 1796. L'antologia spiega la realizzazione di quattro tipi di orologi giapponesi e nove tipi di pupazzi meccanici con schemi precisi.
L'unione delle due parole, Karakuri e Ningyō, per definire le marionette simboleggia il rapporto interattivo esclusivo tra i giapponesi e i loro robot, un rapporto che continua ancora oggi.
Le bambole Karakuri sono, di conseguenza, molto ricercate e il complesso di meccanismi e ingranaggi è realizzato ancora a mano da esperti maestri. Esistono anche modelli industriali, in materiali non pregiati, venduti in scatole di montaggio in tutto il mondo.
In alcuni supermercati e lungo le strade, oggi, sono utilizzate delle bambole elettriche life-size più prosaiche, vestite in ordinate uniformi blu e guanti bianchi, per salutare i clienti all’ingresso e ringraziarli all’uscita o per indicare lavori in corso e suggerire la dovuta attenzione.
DALLE BAMBOLE AI ROBOT MODERNI
Non è difficile rinvenire nelle Karakuri Ningyō dell’epoca Edo le antenate di diritto della moderna robotica, che vede negli scienziati giapponesi gli sviluppatori certamente più appassionati.
Ma è in Toyoda Sakoichi (1867-1930), fondatore della Toyota e noto in Giappone come il padre della rivoluzione industriale, che possiamo riconoscere il punto di congiunzione fra il passato e la modernità. Toyoda era un maestro nella costruzione di Karakuri Ningyō. Importò dall’Occidente e sviluppò il principio dell’automazione. Come i suoi colleghi in Europa, inventò molti strumenti automatici di tessitura, fra i quali il famoso primo sistema di sicurezza legato all’industria: grazie a questo, i suoi telai interrompevano il flusso di lavoro automaticamente in caso di problemi. Tale invenzione fu integrata nel sistema di produzione Toyota.
Negli anni a venire, e in particolare dopo la seconda guerra mondiale, l’immaginario collettivo giapponese produsse centinaia di robot sotto forma di manga (fumetti), anime (i cartoni animati), film e modellini funzionanti a carica.
Un esempio ne è Il manga Astro Boy creato da Osamu Tezuka con il titolo di Tetsuwan Atom (Atom dal pugno di ferro) nell'aprile 1952 e serializzato sulla rivista Shonen Manga fino al marzo del 1968.
La storia di Astro Boy è quella di un robot realizzato dal professor Tenma, sulla base delle caratteristiche fisiche e celebrali di suo figlio Tobio, morto a causa di un incidente stradale.
Astro Boy ha pertanto l'aspetto di un ragazzino dai profondi sentimenti umani definito Robot dal cuore d’oro. Il suo creatore ne fissò la data della nascita in un futuro 7 aprile del 2003.
La creazione di modelli funzionanti e che in qualche modo potessero riprodurre le caratteristiche e capacità umane divenne in particolare negli anni ’70 e ’80 una vera e propria ossessione per gli scienziati delle principali industrie giapponesi. Se da un lato Stati Uniti e Unione Sovietica accrescevano i propri armamenti nucleari durante la guerra fredda, in Giappone la corsa fu soprattutto rivolta alla realizzazione di automi sempre più sofisticati, che consolidassero la propria immagine di efficienza e avanguardia nel mercato mondiale della tecnologia.
La moderna robotica giapponese costituisce la sintesi dell’antica tradizione degli automi Karakuri e del talento degli artisti classici nel rappresentare l’opera della natura. La straordinaria verve naturalistica degli ingegneri giapponesi si esprime al meglio nel recente fiorire di ricerche su robot che imitano e riproducono le forme naturali.
Nel 2001 il Designer Kita Toshiyuki realizzò per la Mitsubishi il design della scocca di uno degli ultimi robot moderni: Wakamaru. Il piccolo robot è esposto nella mostra.
Informazioni Generali
Esposizione "KARAKURI. Bambole dal Giappone - Atto II"
A cura dell'Associazione Yoshin Ryu Palazzo Barolo, Via della Corte d'Appello 20/C, Torino.
Il Metropolitan Museum of Art ha rilanciato il suo sito web, www.metmuseum.org . Le principali caratteristiche includono un ampio accesso a più di 340.000 opere d'arte della raccolta enciclopedica museale, informazione ampia e caratteristiche multimediali, nuovi accesi a programmi e gallerie, un design completamente rinnovato e di più facile acceso, piani interattivi e percorsi multipli.
Le nuove funzionalità includono:
* Panorama di circa 400 gallerie del museo con una descrizione e foto di ogni opera d'arte, collegamenti a contenuti correlati.
* Acceso alla raccolta museale, ora disponibile online, per un totale di oltre 340.000 opere d'arte, con dei collegamenti alla linea del tempo e la storia dell'arte, fornendo una esplorazione cronologica, geografica e tematica.
* Nuova veste grafica, navigazione semplificata.
* Potente interfaccia di ricerca.
* Immagini ad alta risoluzione con funzionalità zoom
* Una media gallery con una vasta gamma di video e funzioni interattive.
Una vera gioia speriamo che altri musei seguano l'esempio.
"L’esperienza più bella e profonda che un uomo possa avere è il senso del mistero: è il principio sottostante alla religiosità così come a tutti i tentativi seri nell’arte e nella scienza.
Chi non ha mai avuto questa esperienza mi sembra che sia, se non morto, allora almeno cieco. È sentire che dietro qualsiasi cosa che può essere sperimentata c’è qualcosa che la nostra mente non può cogliere del tutto e la cui bellezza e sublimità ci raggiunge solo indirettamente, come un debole riflesso.
Questa è la religiosità, in questo senso sono religioso. A me basta la meraviglia di questi segreti e tentare umilmente di cogliere con la mia mente una semplice immagine della sublime struttura di tutto ciò che è lì presente."
Roma, 9 set. (Adnkronos Salute) - Cappello nero sempre in testa, sguardo da 'scienziato pazzo' e un soprannome, 'dottor Morte', che è tutto un programma. L'anatomopatologo tedesco Gunther von Hagens è pronto a fare scalpore anche a Roma, dove sbarca per la prima volta in Italia la sua mostra 'Body Worlds', che in più di 60 città del mondo ha già richiamato oltre 33 milioni di visitatori. Un evento molto particolare: negli spazi delle Officine Farneto saranno infatti esposti 20 corpi umani resi opere d'arte grazie a una tecnica unica, detta plastinazione, brevettata negli anni '80 da von Hagens e che permette di conservare i cadaveri in perfetto stato, mostrandone tutti i segreti ai visitatori.
Dal 14 settembre al 12 febbraio 2012 'Body Worlds: il vero mondo del corpo umano' richiamerà fan del 'dottor Morte' e curiosi, guidandoli in un viaggio unico: grazie ai corpi 'plastinati', i cui tessuti e organi sono conservati sostituendo ai liquidi corporei polimeri di silicone, si potranno comprendere meglio i meccanismi vitali, il funzionamento degli apparati, come quello cardiaco o respiratorio, e mostrare le differenze tra organi malati e sani. Un modo molto diretto di divulgare ed educare sui temi della salute, del benessere, della corretta nutrizione, sostiene von Hagens. "La morte è un fatto normale - dice - è parte della vita. E' la vita a essere eccezionale".
Il lavoro dell'anatomopatologo tedesco si avvale di uno specifico programma di donazione dei corpi curato dall'Institute for Plastination di Heidelberg, che conta a oggi circa 13.000 donatori registrati. Persone 'stregate' dall'opera di von Hagens e dall'effetto che la mostra 'Body Worlds' ha avuto su di loro: i dati confermano che, dopo aver assistito all'esibizione, il 10% degli spettatori ha smesso di fumare e il 24% ha cambiato idea sulla donazione degli organi. E più persone di quante ci si possa immaginare si sono dette pronte a donare il proprio corpo dopo la morte per fini artistici. Ma il medico-artista non ha solo sostenitori: le critiche piovono su di lui ogni volta che torna alla ribalta con il suo lavoro. E spesso si fanno strada dubbi sulle reali fonti di approviggionamento di cadaveri che rende opere da 75mila euro l'una
Non credevo fosse legale fare dei corpi un uso simile, di certo corpi trattati in questo modo vengono deprivati della loro sacralità, credevo che i morti andassero lasciati in pace, e che gli fosse riconosciuto il dirittto e la carità di una sepoltura.
Questo gusto dell'orrido fine a se stesso è un fenomenoda barraccone che attira persone a caccia di sensazioni forti, non oso neanche immaginare cosa escogiterà il prossimo furbone.
“La cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero; è la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza. Essere che non conosce questa emozione, che è incapace di fermarsi per lo stupore e restare avvolto dal timore reverenziale, è come un morto” (Albert Einstein)
Ricordate però che il “mistero” cui si riferisce Einstein non è quello che comunemente si intende.
Non dovete aspettare cose o situazioni sconosciute per scoprirlo.
Anzi, è utile che vi alleniate subito a trovare il mistero anche nelle situazioni e negli oggetti più comuni e banali.
Sfidatevi a trovare il mistero in ciò che tutti credono di conoscere alla perfezione.
Imparate a scoprire gli aspetti sconosciuti, i dettagli inimmaginabili, i particolari imprevisti di ogni elemento della vita quotidiana.
Troverete stimoli straordinari, proverete emozioni sconosciute, vivrete lo stupore e la meraviglia che non avevate mai vissuto.
Così riuscirete a realizzare esperienze sorprendenti e relazioni autenticamente e profondamente creative.
I luoghi, gli oggetti, le situazioni, le persone della vostra vita quotidiana saranno le migliori opportunità e una grande palestra per allenarvi a “trasformare la banalità in bellezza”, che – come ci ha insegnato Roberto Benigni – è la vera essenza della creatività umana.
"La natura non si getta tra le braccia del primo venuto, così
come del resto la cultura e l’arte…pretende infinita passione, prima di svelarsi
e di concederglisi.” Hermann Hesse
“La
saggezza è piena di pietà. E per questo l’uomo
paga la troppa saggezza con tanto dolore” Euripide
"L'arte è un sentimento più che una dottrina." C. Chaplin
"Dipingere è facile quando non sai come si fa, ma molto
difficile quando lo sai."Daniel Defoe
Cezanne era morto da un anno e Parigi
commemorò la grande perdita con una importante retrospettiva al Salon
d’Automne.
Il caso volle che Il poeta Rainer
Maria Rilke, durante il suo soggiorno a
Parigiavesse la possibilità di visitare l’importante mostra
che in realtà si traformò in una sorta di pellegrinaggio quotidiano per quasi
tutta la sua durata.
L’incontro con L’arte di Cezanne,
capovolse la sua visione dell'arte e della vita segnando indelebilmente la sua anima poetica e il mondo deve a quel fortuito incontro la nascita di due indiscutibili capolavori:
“Le elegie
duinesi” e dei “Sonetti ad Orfeo”.
Le sue quotidiane visite al Salon d'automne furono per Rilke una sorta di iniziazione , una forma di osservazione meditazione dove i confini tra osservatore e oggetto venivano gradualmentea scomparire per dare vita ad una nuova vita.
Questa straordinaria esperienza documentata dalle lettere a sua moglie Clara, sono una preziosissima testimonianza del processo di osservazione di un artista colto e profondo, una delle migliori menti del ventesimo secolo e sono una imperdibile opportunità per coloro che oltre alla pittura e alla poesia sono interessati all'evoluzione della propria coscienza.
Sono inoltre una importantissima testimonianza, dal momento che ci mostrano come Rilke riuscì a fare con la sua con la poesia quello che Cezanne fece con la pittura.
Rilke come Cezanne fu soprattutto interessato ad alimentare una conoscenza interiore , a stabilire una esperienza di intimità a promuovere una osservazione in grado di rinnovarsi di volta in volta.
"Gli oggetti d’arte sono sempre risultati del’essere-stati-in pericolo, dell’essere-andati-fino al limite diuna esperienza, fino al punto da cui nessuno può procedere oltre. tanto più si va avanti , tanto più il senso dell’esperienza diventa proprio personale unico e l’oggetto artistico è alla fine, l’espressione necessaria, irreprimibile, il più possibile definitiva di tale unicità..In ciò sta l’incommensurabile aiuto dell’oggetto d’arte per la vita ".
Il lavoro di Cezanne è stato oggetto di grande
dibattito tra chi, con il millimetro in mano, ha tentato di stabilire se le sue
pennellate fossero degne di essere considerate tali, e chi invece, ha posto
l'accento sull'elemento più prezioso della sua arte, vale a dire : la
vibrazione, la capacità di dare vita ed trasmettere emozione anche agli oggetti
più umili e consueti dell'ordinario quotidiano ammantandoli di sensazioni ed
emozioni che miracolosamente s'impossessano dello spettatore.Lo stesso Cezanne,
di fronte all’accanimento dei più invidiosi, soleva rispondere che non
dipingeva per essere apprezzato dagli idioti ma per il raggiungimento della
verità del suo lavoro.
La lezione di Cezanne, che comunque ha
influenzato direttamente e indirettamente gran parte dei i più grandi
artisti contemporanei, non risiede nella ricerca di una perfezione stilistica
ed estetica fine a se stessa, bensì nel tentativo di fare e disfare per
rendere con forza e sentimento la forza dei suoi sentimenti nei confronti
della vita.
Paul Cezanne, non era
interessato alla conta dei peli dei pennelli, alla sfinente ricerca del colore
perfetto, neanche alla riproduzione fedelissima della realtà; bensi
a trasmettere in modo più vivo possibile ogni piccolo tremito, ogni
piccolo cedimento, ogni grande speranza. Soleva dire che l’Arte è armonia
parallela alla natura, non la sua imitazione, ma qualcosa di simile anche se
separato.
E’ una posizione che cozza
con quanti fanno dell’illusione del controllo il loro cavallo di battaglia, e
coloro che coltivano ideologie da superuomo assillato dalla perfezione.
Cezanne era assillato dalla verità dalla fedeltà alla vita e alla natura la
quali non sono mai veramente riproducibili ma solo e nei casi nei
casi più felici e fortunati esclusivamente evocabili.
E’ un concetto difficile
da comprendere, quando non si pone la vita in cima alla scala dei propri valori,
ma piuttosto si pretende di essere in grdo di poter raggiungere l’illusione
del potere della perfezione. Cezanne ci ricorda che la vita quanto la natura
sono tutt’altro che perfetti, la loro forza risiede nella forza dei
sentimenti. Non erano forse perfette le sue pennellate, ma quanta anima quanta
vita dietro quei piccoli apparenti e di certo non casuali difetti!
Certo la strada della
verita è tortuosa piena di inisidie, un artista è comunque un essere umano,
pieno di limiti e di conseguenza ogni sua espressione non è esente da tale
pecca. Zola fu critico e superiore e disumano nei confronti di Cezanne
proprio perché Cezanne non ebbe timore di mostrarsi in tutta la sua
vulnerabilità ed imperfezione, egli ebbe molto più a cuore di essere in
grado di esprimere le sue ricchissima multisfaccettature al servizio
della più disarmante semplicità , cosa che ha reso estremamente ardua
ogni tipo di critica che non sia in grado di cogliere e leggere l’aspetto
vibrazionale ed emotivo della sua arte.
La grandezza di Cezanne consiste a mio
avviso, nell’aver trasformato il limite in commoventi capolavori. Ho
avuto la fortuna nel 1995 di essere a Parigi al Grand Palais e ammirare la sua
bellissima retrospettiva, una gigantesca raccolta di opere che pur nella loro
imperfezione facevano vibrare. E' impossibile non innamorarsi di qualcosa o
qualcuno che sa sferrare un colpo che va senza esitazione diritto al cuore, ma
non tutti possono accettare tanta forza e verità e di qui
nasce la diatriba.
E' il caso del critico britannico Roger Fry(1866-1934), membro tra la'altro del famoso Bloomsbury Group. Fu lui a coniare il termine "Post impressionismo"
Virginia Woolf
Un artista in grado di muoversi dal suo iniziale modernismo per poi approdare nuovamente al classicismo, dunque libero di esplorare e sicuramente con le mani in pasta.
“Essi facevano
dei quadri; noi tentiamo dei pezzi di natura”.
“bisogna
inchinarsi di fronte a quest'opera perfetta.
Da essa
tutto deriva, per essa noi esistiamo, dimentichiamo il resto”
Paul Cezanne
“Aveva bisogno di cento sedute di lavoro per una natura
morta, di centocinquanta pose per un ritratto. Quella che noi chiamiamo una sua
opera, per lui non era che un abbozzo, un tentativo di pittura. Nel 1906,
all'età di 67 anni, un mese prima di morire ha scritto:
'Mi trovo in un tale stato di turbamento mentale, in un turbamento tanto grande
che temo a volte che la mia debole ragione non regga... Adesso mi pare che vada
meglio; vedo più giusto nell'orientamento dei miei studi. Arriverò un giorno
allo scopo tanto cercato e così a lungo inseguito? Studio sempre la natura dal
vivo e mi pare di fare qualche lento progresso'.
La pittura era tutto il suo mondo, la sua sola maniera di esistere”.(Merleau-Ponty)
Il saggio del filosofo Merlau-Ponty ci parla dl lungo
peregrinare di Paul Cezanne dalla Provenza a Parigi e viceversa, dell'avvicinamento
ed insieme dell'isolamento dagli impressionisti, della difficoltà nello
stabilire relazioni intime, della sua definitiva scelta della solitudine ma
soprattutto del suoinesauribile dubbio
sulla sua pittura aggravato dalla mancanza di riconoscimenti ufficiali.
Emile Zola amico sin dall’infanzia, fu il primo a
riconoscere il suo genio ma anche il primo a sparlarne, nel suo romanzo L' Oeuvre rappresentò l'amico utilizzando uno pseudonimo e rappresentandolo come un artista
problematico e fallito. Un duro colpo per Paul Cezanne già di per se perennemente ansioso di vivere quanto di morire e costantemente assillato dalla
consistenza del suo talento.
Nonostante la precarietà del suo sentirsi in
pieno diritto di vivere e creare, visse abbastanza e lavorò intensamente
giungendo ad attribuire a se stesso una fiducia motivata dall’intima necessità
di esprimere la sua voce più autentica malgradoil suo atroce mal di vivere.
Nella costante ricerca
della sua veridicità riuscì a rinnovarsi a rinascere costantemente a se stesso
a dispetto di tutto e tutti perché non ci fu altro che lui a credere nella sua
arte.
L' imbarbarimento estetico di Koons e Murakami: studiano solo le strategie del marketing. La missione sociale e politica di Lucian Freud e Zoran Music I musei sono ormai grandi magazzini affollati da chi cerca solo mostre-evento Il manifesto di Jean Clair contro la «degenerazione contemporanea» Sotto accusa Cattelan, Hirst, Koons. «Non ci resta che essere reazionari»
Non ne potete più di Biennali invase da installazioni simili a discariche, di gallerie occupate da esercizi concettuali incomprensibili? Non ne potete più di animali in formaldeide, di sculture fumettistiche, di pontefici abbattuti da meteoriti? Provate un profondo fastidio di fronte alle mostre blockbuster e al degrado di molti musei, trasformati in supermarket? Non vi resta che leggere gli scritti di Jean Clair, il cui ultimo pamphlet, L' hiver de la culture , è uscito in Francia da Flammarion (in Italia lo pubblicherà Skira a novembre).
Diario di sconfitte, taccuino di indignazioni, è il quarto momento di un percorso avviato nel 1989 con Critica della modernità , e proseguito nel 2004 con De Immundo e nel 2007 con La crisi dei musei . Sono i tasselli di un polittico coerente, che rivela una forte tensione etica. Paragrafi di un discorso teorico d' impronta conservatrice. «L' atteggiamento reazionario è più utile di ogni illusione di progresso», ci dice Clair. Già direttore del Musée Picasso di Parigi e conservatore del Patrimonio di Francia, direttore della Biennale di Venezia del centenario (nel 1995), dal 2008 membro dell' Académie française, Clair è un raffinato intellettuale che non ha niente in comune con la maggior parte dei critici militanti di oggi, attenti soprattutto ad assecondare le mode e il gusto. Immune da questo vizio, riesce a essere saggista e polemista: si abbandona a un' affabulazione ricca di seduzioni. Nelle sue analisi, tende a iscrivere le diffidenze sempre più diffuse nei confronti delle degenerazioni dell' arte contemporanea dentro una cornice sofisticata, densa di riferimenti storico-letterari.
Da moderno-antimoderno, sceglie di interpretare le esperienze del nostro tempo senza mai aderirvi: si mette di lato, cercando di salvaguardare l' aristocrazia dello sguardo. Per comprendere il senso della sua «azione», potremmo richiamarci al Pasolini degli Scritti corsari - insofferente di fronte a ogni omologazione - e a Il tramonto dell' Occidente , monumentale affresco della nostra civiltà. Riprendendo motivi della filosofia di Spengler, in sintonia con il Fumaroli di Paris-New York et retour , Clair parla di «hiver de la culture».
Nel «nostro» inverno, la cultura non è più spazio di una religiosità laica, né strumento per «rendere il mondo abitabile», conducendo verso «una trascendenza al di là delle parole». A prevalere è una logica mercantile. Clair spiega: «Siamo stati riportati a terra, tra paesi desertificati». Dunque, addio cultura. «Resta solo il culturale: che è simulacro, imbroglio, scarto, parola di riflessi condizionati, dispersione, vaporizzazione». Stiamo assistendo al crollo di un edificio millenario. Si pensi alla situazione in cui versano i musei. Grandi magazzini: «Depositi di civilizzazioni defunte» - ripete - dove si allineano i dipinti secondo criteri cronologici. Lì si stipano individui solitari, che trovano nel «culto dell' arte la loro ultima avventura collettiva». Vanno al Louvre o agli Uffizi come una volta ci si recava nei templi. Si spostano in gruppo: «Più la gente è sola, più va al museo». Chiassosi pellegrini postmoderni, vanno all' assalto di mostre-evento, che esercitano uno straordinario potere attrattivo. Di fronte alle miserie del presente, scelgono di rifugiarsi nel passato, in un «miscuglio di timida e paurosa reverenza». Preferiscono un quadro a un libro, perché l' immagine possiede un' imperiosa immediatezza, che si concede «senza fatica, in una profusione di significati possibili». Andare in un museo, per loro, è solo un modo per distrarsi.
Da più parti, si insegue la risposta del pubblico di massa, dimenticando che, come ripeteva Georges-Henri Rivière, «il successo di un museo non si misura dal numero dei visitatori che riceve, ma dal numero dei visitatori cui insegna qualcosa». La medesima deriva si può ritrovare in molte sperimentazioni delle post-avanguardie, esaminate da Clair anche in un piccolo libro-intervista, Breve storia dell' arte moderna (Skira). Gli scenari attuali sono caratterizzati da due indirizzi. Da un lato, un soggettivismo narcisistico, basato sull' esibizione degli scarti del corpo. Artisti come Serrano, Orlan e Sherman fanno l' elogio della spontaneità e della violenza. Pensano l' opera come «mostruosità, rifiuto, cosa abietta, informe e senza vita». Testimoni di un' estetica del disgusto, esaltano l' ego onnipotente. Trascrivono pulsioni irrefrenabili. Sfidano ogni morale, con un «gesto portato all' estremo limite, e finalmente alla performance». Dall' altro lato, ecco gli eredi di Duchamp: Cattelan, Hirst, Koons, Murakami, i fratelli Chapman. Sostenitori di uno stile non supportato da conoscenze tecniche, i post-dadaisti non frequentano più botteghe. Privi di mestiere, studiano solo le strategie del marketing. Si comportano come nuotatori che, per non affogare, compiono esclusivamente atti disperati. «Poveri noi, a volte, con i loro gingilli senza talento, vengono ospitati in musei prestigiosi o in siti storici come Versailles. Siamo proprio ridotti male...». Dal dopoguerra, dice Clair, è iniziato un drammatico declino, segnato da scandali, da rivoluzioni permanenti,
dalla tirannia di un «nuovo» senza origine. Siamo nella geografia del negativo. In un teatro di pantomime burlesche: un teatro «festivo e funebre, venale e mortificante», contagiato da blasfemie. L' artista del nostro tempo non è più un profeta. «Somiglia all' assassino di cui aveva scritto Thomas de Quincey: pratica la dissacrazione, la profanazione, il furore omicida». Come uscire da questo abisso? Clair non ha dubbi. In un' epoca che tende a trasformare tutto in intrattenimento, bisogna riaffermare la grandeur ; sottolineare l' importanza di quello che Robert Hughes ha definito l' «inestimabile», evitando ogni confusione tra prezzo e valore dell' opera. Ritornare alla figurazione; riscoprire sobrietà, equilibrio, sapienza. «L' arte deve darsi di nuovo, come tessuto di continuità, immobilità e silenzio; costruzione che si vede, si dà nel tempo e nel tempo si ritrova». Universo di bellezza e di purezza. Emozione, colpo al cuore. Esperienza mistica, fondata su segrete ragioni spirituali. Artificio per dare voce - è quanto hanno fatto personalità solitarie come Lucian Freud e Zoran Music - a «temi sociali o addirittura politici», a interrogazioni assolute e drammatiche. «Senza questo dramma l' opera non vale niente, non dice niente, è irresponsabile», osserva Clair. In L' hiver de la culture Clair oscilla tra pessimismo e nostalgia. Per un verso, descrive gli esiti di una catastrofe: i contorni di un' apocalisse.
Per un altro verso, auspica il recupero di regole classiche. Il suo è un racconto critico radicale, spietato, volto a smascherare falsi miti e fragili leggende. Un racconto che, tuttavia, tende a proporre gerarchie forse desuete tra arti maggiori e arti minori. Per Clair, infatti, esistono frontiere che non bisogna mai valicare tra la cultura alta - fatta di sculture e quadri - e la cultura pop, fatta di cartoon, graffiti, video. «La discesa dall' high culture alla low culture è una discesa agli inferi», ci dice. Un esempio: i fumetti di Art Spiegelman sul nazismo non hanno lo stesso valore dei disegni su Dachau e Buchenwald di Music, Taslitzky e Colville, i quali hanno saputo dare di quegli orrori un «equivalente plastico di incontestabile bellezza». È davvero così? Difendere la specificità «storica» di pittura e scultura suona come un ritorno all' ordine troppo anacronistico. Impedisce di misurarsi con il paesaggio in divenire delle poetiche attuali. Lo sforzo sta non nel rifiutare «tutto» il presente, ma nel riconoscere ciò che, in esso, ha autentica forza. Inutile invocare la ripresa di categorie tradizionali. Meglio confrontarsi con artisti - come Kentridge, Viola, Kiefer o Paladino - impegnati nella riflessione sulle proprietà tecniche del linguaggio di cui, di volta in volta, si servono. Clair coglie solo le opacità del nostro tempo. Sembra dimenticare che, anche nel cuore della notte, esistono improvvisi sprazzi di luce. Proprio nel buio, è necessario aprire gli occhi, in cerca di quelle lucciole di cui aveva parlato Pasolini sul «Corriere della Sera». Commentando quell' intervento, Georges Didi-Huberman ha ricordato, in un recente pamphlet ( Contro le lucciole , Bollati Boringhieri), quanto è bello «rifuggire la luce dei riflettori per andare a cercare, nella notte, dove ancora sopravvivono - e si amano - le lucciole». Forse, anche nell' «inverno della cultura», ci sono significative sacche di resistenza. Non crede che sia così? «No - risponde Jean Clair - di fronte a me vedo solo un inaccettabile imbarbarimento estetico. Mi creda, non ci resta che essere reazionari».
Il
2011 cade il centenario del famoso testo di Vassily Kandisky , La Spiritualità nell’arte, Immancabile la riflessionesulle sorti della spiritualità
nell’arte da Kandinsky fino ai nostri giorni, in che modo l’attuale svalutazione dei contenuti interiori in un’era
dominata dalle esigenze di mercato influisce su specifici contenuti interiori.
Fin
dove si è spinta la relazione priviligiata
tra astrattismo e spiritualità dai tempi di Kandinsky in poi? E’ ancora una connessione realmente
esistente? La musica rimane tutt’ora il termine di
paragone di una’arte spirituale così comeasseriva Kandinsky? Che ruolo ha la tecnologia digitalenell’espressione della spiritualità
nell’arte?
Sarà un
caso che una ricorrenza così importante abbia così poco eco nell’organizazione
di mostresull’argomento, sia in Italia
quanto all’estero?
l fotografoDominic Nahrha realizzato un reportage fotografico, in collaborazione con la Magnum Photos, per documentare lo stato attuale dei territori giapponesi dopo il terremoto e lo scoppio della centrale di Fukushima. Nahr ha scattato le sue foto nei territori a 20 chilometri dalla centrale. Non è la prima volta che il fotogiornalista svizzero di origini e giapponese di adozione, torna a distanza di tempo sui luoghi dei disastri naturali. In passato infatti ha realizzato un altro reportage sul dopo terremoto di Haiti. Dominic, nel 2009 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award
ArtReview: Digital, un interessante Art Magazine sfogliabile online e di ottima qualità. Ogni mese esce online la versione digitale gratuitamente, bisogna solo iscriversi.
Il sito di , ArtReview, è un social art networking i membri sono artisti, designers, collezionisti, galleristi , critici curatori . In quanto membri di ArtReview, potete postare le vostre opere ,blogs, video e ottenere feedback sul vostro lavoro anche da competenti addetti ai lavori. nonché altri artisti.
Decisamente di grande stimolo, il numero dedicato ad Alex Katz.
Il grande ritrattista
Lucien Freud, ci ha lasciati!
La sua pittura
innovativa ha influenzato le nuove generazioni, che molto facilmente hanno
fatto proprio l'aspetto tecnico, ma difficilmente si è riuscito ad
imparare la lezione della sua intimità.Lucien Freud mette le anime a
nudo, lasciando emergere la grandezza della piccolezza umana. Il il film di Tim
Meara costituisce una ancora più una preziosa testimonianza del luogo in
cui il suo processo creativo aveva luogo.
Grazie Lucien
Freud, in questo mondo di superficialità e vacue apparenze hai portato
luce bellezza e verità : Che la terra ti sia lieve!
“The god of small things”, il film diTim Meara, ci fa dono di una inusuale visita
nell’atelier di Lucien Freud in Holland Park a Londra. Una visita preziosa dove possiamo toccare con mano la densità dei suoi
colori, la povertà dello spazio e la sensazione che gli sia servito molto poco
per dipingere i suoi intensi ritratti.
Ciò che colpisceè la grande vulnerabilità ed umanità dei suoi
modelli privati da quel superfluo che potrebbe celare la verità del carattere,
l’intimità del cuore.
Lucien Freud è un grande artista che sa
rappresentare come pochi, esseri umani nella loro quotidiana piccolezza elevandoli ad eterna grande
statura senza mai scadere nel banale e nel triviale di tante rappresentazioni iperealiste.
Georgia
O’Keeffe rappresenta una voce originalissima del panorama artistico
americano, fortemente al di fuori delle mode; la sua arte somiglia ad un flusso
di coscienza che vuole distillare lo spirito della natura attraverso la
rappresentazione della sua carnalità e dei suoi nessi più segreti.
Aderente
alla lezione di Kandiskiana, ebbe ben presente che l’arte ha solide matrici
spirituali e nel suo caso specifico furono mirabilmente testimoniate
dalla originale relazione con l’infinito, dalla purezza delle linee,
dall’essenzialità di forme non umane eppure traboccanti di sensualità e
di bellezza.
L’essenziale
e astratta forma della natura tipica del lavoro di Georgia O’Keeffe, non
poteva trovare luogo migliore d’ispirazione che il deserto del Nuovo Mexico a
Taos. In lingua Navaho, Taos significa “ salice rosso”; ai margini
di questo deserto pieno di spirito, anno dopo anno, lei seppe dar
forma ed espressione alla propria odissea spirituale fatta di
ferite difficili da guarire, di cicatrici profonde e scheletri
incontaminati, ad un mondo interiore pieno di vibranti passioni e di
struggimento verso un arcaico maternale da dove ripartire con una nuova
integrità.
Il lavoro della O’Keeffe è volto alla ricerca di
una spiritualità intesa come unità e collegamento con il sacro
femminile arcaico e all’esplorazione dei legami naturali
infranti dal dolore e dalla paura, nella speranza di recuperare il sacro
legame con il passato e la terra.
Di
certo non fu casuale che anni prima David Herbert Lawrence si fosse recato a
Taos per lo stesso motivo; nel suo caso il pretesto fu la turbecolosi che lo
affliggeva, in realtà anche il suo spirito era alla ricerca di un
lenimento. Lawrence, nella sua produzione letteraria, ci aveva ben descritto il
modo in cui esseri umani danneggiati finiscono a loro volta con il creare
l’inferno in sé stessi e nelle loro disgraziate relazioni, come la tragica
condizione dell’uomo moderno diviso tra la sua testa e le sue emozioni,
alienato dalla propria verità viscerale, che lo conduce inevitabilmente
verso una realtà delirante dove, sempre più incapace di abbandonarsi
all’estasi della pienezza del proprio sentire, si autocondanna a vivere una
vita fustigata dal bisogno di purezza e di superiorità ad una perenne
frammentazione psicotica dei sensi e della propria identità.
Una
umanità che fatica a respirare fatta di individui sempre più agitati ed
irreali, che si muovono sull’orlo dell’abisso interiore, dove l’angoscia è
perennemente in agguato; perché la prima conseguenza di un essere umano,
che non ha senso della realtà, è vivere in un perenne stato di angoscia.
Sia
Georgia O’Keeffe, che D.H Lawrence, incontrarono la
disapprovazione dei benpensanti; la causa apparente fu la sensualità di
cui la loro opera era intrisa; entrambi erano anticonformisti ed in
grado di leggere oltre la superficiale apparenza di perbenismo e
purezza dei loro contemporanei.
Il trait d’union tra la O’Keeffe, Lawrence e il New Mexico, fu
Mabel Dodge Luhan, una ricca ereditiera estremamente aperta nei confronti
della cultura e delle avanguardie. Nel suo ranch a Taos, un semplice
luogo desertico ma ricco dello spirito dei Navahos, sotto un cielo intensissimo
blu cobalto vi trassero grande ispirazione le migliori menti del XX secolo.In questa terra magicamente vuota, il deserto
silenzioso diviene complice di un processo di introversione che può nei
migliori dei casi catalizzare una potente esplosione di visioni ed espressioni.Una condizione ideale per facilitare la logica
binaria, la quale riesce a beneficiare contemporaneamente della dimensione
irrazionale emotiva, quanto di quella razionale analitica. Una condizione del
tutto differente da quanto nel corso dei secoli è accaduto all’uomo post
rinascimentale.Il vuoto del deserto, che vuoto poi non è, ma piuttosto: Qualcosa
di intatto che non si potrà mai spezzare; un luogo sacro al
quale ci si può solo arrendere e che costituì una nuova partenza, sia per
Georgia O’Keefe, che per D.H. Lawrence, un modo di annullarsi dalla
confusione e dell’ambivalenza emotiva, una rinascita, una nuova apertura dei
sensi dove lo sguardo, riguadagnando il suo naturale percorso, inizia a vedere
nuovamente l’essenziale ed il significativo.
Borgo di Dio (1955),è il primo reportage di Enzo Sellerio per Cinema Nuovo,ed è riconosciuto come una delle pietre miliari della fotografia neorealistica italiana. Gli scatti sono come pervasi da una dolce disinvoltura, spennellata da un morbido bianco e nero
.
Con questo suo primo lavoro, Enzo Sellerio entra con successo tra i maestri della fotografia neorealista, ma alla fine degli anni cinquanta il suo stile cambia radicalmente.
Nel 1960 realizza il reportage Palermo. Ritratto di una città e due anni dopo con il grande lavoro I Paesi dell'Etna si afferma definitivamente nel panorama della fotografia internazionale. Intellettuale a tutto campo,
Sellerio sa fondere nelle sue fotografie un'altissima qualità tecnico-formale con una sensibilità interpretativa straordinaria.
A lui va il merito di avere introdotto nella cultura italiana una fotografia colta e di aver tracciato nelle sue indimenticabili immagini un ritratto affascinante e inedito della gente e della terra di Sicilia.
Nacque a Canton visse in Vietnam durante la guerrà e poi emigrò a San Francisco dove a Chinatow ebbe una piccola camera oscura inn cui realizzò foto bellissime.
Le sue immagini rappresentano la squisita sintesi tra arte asiatica e tecnica occidentale.
Le sue foto, uniche nel loro genere, sono spesso il risultato della sovrapposizione di più negativi, sono allo stesso tempo una sovrapposizione di allegorie e di sensibilità.
Il realismo di certo, non fu uno dei suoi obiettivi, fu uno degli ultimi fotografi a a lavorare in questo modo e sicuramente il migliore.
Osannato da Kodak Ilford Fotokina, fu membro della International Federation of Photographic Art in Svizzera e della Photographic Society Chinatown.
Il
modo di percepire il mondo è una illusione anzi,molto più spesso una delusione
L’arte
dunque è un artificio che bilancia, nega e svela la realtà;
soprattutto
l’intima realtà del suo autore.
"Nous
connaitrions-nous seulement un peu nous-memes, sans les arts?" afferma
Gabrielle Roy
La
verità sembra essere qualcosa dalla qualegli esseri umanihanno una grande
necessità di difendersi.
E
allora Picasso ci dice che “ L’arte è una bugia che dice la verità”
Il
paradosso è di certo consistente , utilizzare degli artifici o forse è meglio
dire dei simbolismi che possono aiutarci ad avvicinarci il più possibile alla
verità.
Ma
questo apre un’altra questione suquanto
è Arte e quanto è puro intrattenimento o semplice decorazione.
Lavorare nel mondo della cultura e dello spettacolo non rende. Lo dimostra un recente ricerca. Che evidenzia poi come una su due sia nubile o divorziata.
Dalle direttrici artistiche alle rettrici di università, dalle stiliste di moda alle assessori alla cultura, dalle presidenti di istituzioni culturali alle show-girl. Che fatica per le donne lavorare nel mondo artistico! La conferma che la cultura, almeno per l'universo femminile, non rende arriva da una recente inchiesta del Censis sulle "donne-artiste" italiane, commissionata dalla Commissione pari opportunità. E, perdipiù, non lascia spazio alla propria vita personale, visto che ben il 55 per cento delle donne che lavorano nel mondo dell'arte sono single, separate o divorziate.
Nonostante questo, resta forte la presenza femminile nell'universo della cultura e dello spettacolo, branchia del mondo del lavoro che copre 296 tipologie professionali. In quest'ambito è, infatti, occupato da donne un posto su tre (33,8 per cento). In totale le posizioni dirigenziali nominali ricoperte da donne sono 690. Soprattutto nel settore privato, dove le donne manager sono 222 e rappresentano il 32,3 per cento del totale. Nel settore pubblico, invece, sono solo 164 con un 23,7 per cento.
Nell'ambito dei Beni Culturali, sono in aumento le donne soprintendenti (24 pari al 3,5 per cento), così come le presidenti di istituzioni culturali, pubbliche e private (92 pari al 13,2 per cento). Va meno bene nelle università, nelle accademie artistiche e nei conservatori, dove i ruoli dirigenziali (rettrici, presidi, direttori di dipartimento, di accademie artistiche e di conservatori) in mano alle donne sono ancora molto pochi (20 pari al 2,9 per cento).
E se vi sempre che il mondo dello spettacolo sia tutto feste e lustrini, sappiate che la vita sotto ai riflettori non è così rosea come la si dipinge. Delle attrici, cantanti e danzatrici, il 17 per cento vive con meno di 10 milioni netti l'anno ed il 23,3 per cento non supera i 20 milioni. Come dire, meglio un posto da segretaria. E voi, credete che il lavoro nel mondo artistico sia una buona opportunità per le donne? Rispondete al nostro sondaggio o dateci un parere in message board.
"LA storia della LIngua Inglese in 10 minuti", è un delizioso progetto di animazione della Open University e descrive 1600 anni di evoluzione di questa lingua che oramai ha preso il sopravvento in tutte le relazioni commerciali e non solo.
Tutto parti con i Vikinghi ma Shakespeare contribuì notevolmentea creare un corpo linguisticooramai ampiamente condiviso a livello mondiale.
Tutti gli episodi sono fruibili attraverso Meta FILTER
I più importanti esperti leonardeschi del mondo sono d'accordo nell'asserire che Il Cristo Salvator Mundi è proprio di Leonardo da Vinci. A vederlo almeno nelle immagini che girano pare davvero strano, a parte la raffinatezza delle mani e della sfera. si rimane alquanto perplessi specie di fronte alla vacuità dello sguardo, per Leonardo la vista era il senso in cima alla piramide sensoriale e lo sguardo dei personagi delle sue opere abtitualmente ci turba per poi ci trafiggerci, mentre questo pare sia stato cancellato con una gomma, a meno che non sia la conseguenza di disgraziati restauri.
L'opera è proprietà di un consorzio che si occupa di antiche opere d'arte disposto a cederla per 100.00 dollari, parrebbe un affare inizialmente ne chiedevano 200, sicché se qualcuno volesse farci un pensierino..... è in saldo.
Il primo prorietario di questa opera sembra essere stato Carlo I d'Inghilterra, dopo la sua esecuzione passo nelle mani di Carlo II dopo di che se ne sono perse le tracce per due secoli. Nel 18oo un collezionista inglese lo acquistò, nel 1958 alla Sotheby di londra per 45 pounds
La mostra leonardesca prevista a Londra presso la National Gallery per il 2012, ripercorrerà gli anni in cui il grande Maestro fu ospite a Milano di Ludovico Sforza e coprenderà ben 14 quadri, il che ha costituito una vero trionfo diplomatico.
SPOLETO – Un fuoriprogramma al Festival di Spoleto decisamente poco gradito a Vittorio Sgarbi, impegnato a presentare il Padiglione Italia della Biennale di Venezia con gli artisti umbri, Durante un’intervista si è visto rovesciare da Marina Ripa di Meana un liquido contenuto in un barattolo di vetro. Sopra il barattolo in questione un’etichetta che lasciava poco spazio all’immaginazione: “Piscio d’artista”.
«Spero fosse acqua», ha dichiarato il critico, mentre secondo Ripa di Meana «E’ stata una performance molto riuscita». L’autrice del gesto ha poi spiegato: «Sgarbi ha fatto un vero sgarbo. Ha scelto fra i vari intellettuali che dovevano scegliere gli artisti del Padiglione Italia della Biennale Carlo Ripa di Meana, mio marito, che a sua volta ha scelto un noto fotografo, Lorenzo Cappellini, il quale ha messo come opera 4 passaggi della sua vita. Tra questi c’era una foto con me, Carlo e Moravia. Lui l’ha tolta dicendo ‘non frega più niente a nessuno, sono dei vecchi rincoglioniti’ e che la doveva togliere. Cosa che ovviamente l’artista ha fatto».
«Per settimane – continua Ripa di Meana – ci siamo appellati a Sgarbi perché ci ripensasse. Non è da lui fare il censore. Lo spazio è rimasto vuoto. Abbiamo pregato, telefonato, scritto lettere. Lui ha detto che doveva tornare con un’altra opera. Ma ha usato il termine ‘vecchi rincoglioniti’. Così ho versato della pipì in un vasetto prezioso con scritto sopra ‘Piscio d’artista’, firmato da me. Purtroppo il vasetto è andato in frantumi, Sgarbi l’ha buttato per terra. Lui urlava come un pazzo, mentre io gli dicevo ‘è piscio d’artista, d’artista… ecco cosa fanno i vecchi rincoglioniti».
«Mi sono dovuto cambiare camicia e pantaloni», ha spiegato Sgarbi, «Marina Ripa di Meana era arrivata alla mostra di Spoleto che stavo inaugurando e, per far vedere che esisteva, mi ha portato un barattolo che invece di ‘merda di artista’ (celeberrima opera di Piero Manzoni,ndr.) conteneva, secondo lei, ‘piscio d’artista’. Me l’ha versato addosso, spero fosse acqua. L’ho mandata al diavolo. Evidentemente non riesce più a fare nulla di originale, è stato un gesto per fare la spiritosa».
Sgarbi ha poi proseguito sostenendo che la Ripa di Meana «voleva essere anche lei una presentatrice alla biennale. Sono stato gentilissimo con lei e con il marito, questa è la ricompensa». Ha poi concluso: «Il mio compatimento nei suoi confronti è stato immediato. E’ stata una forma di infantilismo senile».
In questo sito meraviglioso. è possibile leggere tutte le 902 lettere con oltre 4000 illustrazioni. In gran parte indirizzate al fratello Theo, ma anche ad altrimembri della famiglia ed artisti quali Emile Bernard e Paul Gauguin
Ad Ariccia un gruppo di giovani
ubriachi ha fatto scempio di una delle fontane gemelle di Piazza di
Corte realizzate su progetto di Gian Lorenzo Bernini: la fontana del Popolo.
L'atto
vandalico ha completamente mandato in frantumi una parte della tazza superiore
in marmo, spezzando in tre parti la struttura, formata da tazza, stelo e
basamento.
La distruzione della fontana è un danno notevole al patrimonio artistico della
città ariccina che recentemente è stata candidata, su indicazione del
presidente dell’ICOMOS, a Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La popolazione di
Ariccia è rimasta sgomenta e fortemente indignata dal tragico evento, essendo
la piazza punto di incontro e di identità dell’intera comunità ariccina.
Atti del
generesono non solo l’espressionedisperata di menti malate ma anche l’espressione di una cultura che non rispetta
l’Arte, la quale diviene sempre più spesso territorio di speculazione ignoranza e insensibilità.share
Quando le persone non sono impregnate da sterile campanilismo non si lasciano intrappolare il lotte di quartiere, a tal proposito illuminante è la risposta del direttore degli Uffizi Antonio Natali:
“La Gioconda non la voglio” “La Gioconda agli Uffizi? Personalmente non la voglio, neppure per un’esposizione di pochi giorni. È un’opera-simbolo dell’arte, che non va mossa dal Louvre, non può correre alcun rischio. “Personalmente non sono stato informato dell’iniziativa ma posso dire, ammesso anche che la portassero qui, e non credo che accadrà mai, che io la Gioconda non la vorrei agli Uffizi” perché, le opere che rappresentano le vette dell’arte occidentale non possono rischiare. La Gioconda non è dei francesi ma di tutto il mondo e chi è chiamato alla tutela deve tutelare per tutti. Esprimo quindi il mio parere negativo a un eventuale trasferimento della Gioconda, a Firenze come altrove”.
“E non lo dico per snobismo – aggiunge Natali – La Gioconda è una delle poche opere del catalogo di Leonardo: dobbiamo fare di tutto per non esporla ai rischi. Del resto, ricordo come io abbia espresso un parere decisamente negativo al trasferimento dell’Annunciazione di Leonardo che si conserva agli Uffizi quando nel 2007 fu esposta a Tokyo. Sono le persone che si devono muovere, non le opere d’arte”
Intanto i fiorentini indignati dal rifiuto del Louvre a trasferire la gioconda a Firenze, stanno raccogliendo firme.
Lucrèce ANDREAE, Alice DIEUDONNE, Tracy NOWOCIEN, Florian PARROT,
Ornélie PRIOUL, Rémy SCHAEPMAN, studenti del terzo anno della GOBELINSl'école de
l'image.
Un messaggio cosruttivo realizzato con pochi mezzi e grande passione, che dire di più????
La più importante rassegna annuale di ritratto nel mondo è rappresentata da BP Portrait Award che negli ultimi trentadue anni ha costituito un trampolino di lancio per molti artisti
Quest'anno la rassegna prevede 55 opere selezionate tra 2.372 artisti internazionali la prossimaselezione avrà inizio a dicembre
L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione è bene collocata imperò che, sí come l’omo è composto di terra, acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante.
Se l’omo à in sé ossa, sostenitore e armadura della carne, il mondo à i sassi sostenitori della terra; se l’omo à in sé il lago del sangue, dove cresce e discresce il polmone nello alitare, il corpo della terra à il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue dirivan vene, che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano empie il corpo de la terra d’infinite vene d’acqua.
Manca al corpo della terra i nervi, i quali non vi sono, perché i nervi sono fatti al proposito del movimento, e il mondo, sendo di perpetua stabilità, non v’accade movimento e, non v’accadendo movimento, i nervi non vi sono necessari. Ma in tutte l’altre cose sono molto simili.
"Ogni arte degna di questo nome è religiosa. Ecco una creazione fatta di linee, di colori: se questa creazione non è religiosa, non esiste. Se questa creazione non è religiosa, si tratta soltanto di arte documentaria, arte aneddotica... che non è più arte. Che non ha niente a che fare con l'arte.
Arriva in un certo periodo della civiltà, per spiegare e mostrare alla gente senza educazione artistica cose che potrebbero notare senza che ci fosse il bisogno di dirgliele.Gli spettatori sono pigri di spirito. Bisogna metter loro sotto gli occhi un'immagine che lasci dei ricordi e li trascini anche un po' di più in là... Ma quella è un'arte di cui adesso non abbiamo più bisogno. Quel tipo d'arte è sorpassato.
Voglio che i visitatori della cappella di Vence provino un sollievo spirituale. Che, anche senza essere credenti, si trovino in un ambiente dove lo spirito s'innalza, il pensiero s'illumina, il sentimento stesso si fa più leggero. Un quadro che non generasse quel sentimento, non esisterebbe. Un quadro di Rembrandt, del Beato Angelico, un quadro di un buon artista, suscita sempre questa specie di sentimento d'evasione e di elevazione spirituale.
Non è perché il quadro è un quadro da cavalletto che può sfuggire a questa necessità. Un quadro da cavalletto, cos'è poi un "quadro da cavalletto"? È una pittura che si tiene in mano, se volete. Ma questa pittura deve trascinare lo spirito dello spettatore molto più in là del quadro."
"Le cose andarono così: a Parigi avevo comprato un album per pulire i miei pennelli.
La prima volta che l'ho usato, sono stato sorpreso dal risultato. Poi ogni volta che iniziavo una Costellazione, pulivo i miei pennelli su un nuovo foglio di carta che diventava così lo sfondo dell'opera seguente."
".... Ho orrore della linea chiusa, della linea che può soltanto ricondurre a sé stessa."
40 artisti si sono lasciati immortalare dal fotografo Andrea Massari per Greenpeace per dire No al nucleare in Italia. Rivolgono un appello ai 27 milioni di italiani: andate a votare il 12 e 13 giugno. Gli artisti danno il loro sostengono anche alla campagna I Pazzi siete voi, promossa da un gruppo di ragazzi che vivono ormai da 20 giorni chiusi in un rifugio anti-radiazioni, due dei quali avvinghiati al bidone delle scorie radioattive a Roma, sulla Terrazza del Pincio.
I nomi dei Vip che hanno deciso di prestare il lovo volto per fermare il nucleare sono tanti: Claudio Santamaria, Donatella Finocchiaro, Ascanio Celestini, Claudia Gerini, Paolo Briguglia, Melissa P., Marco Foschi, Barbara Tabita, Giampiero Ingrassia, Rocco Papaleo, Bianca Balti, Francecso Venditti, Marina Rocco, Maya Sansa.
"Il nostro
desiderio non è di fare di due creature una sola, bensì di evadere dalla nostra
prigione, dalla nostra unità, di diventare due in una congiunzione, ma meglio
ancora dodici, un numero infinito, di sfuggire a noi stessi come in sogno, di
bere la vita a cento gradi di fermentazione, di essere rapiti a noi stessi o
comunque si debba dire, perché non lo so esprimere; allora il mondo contiene
altrettanta voluttà quanto estraneità (...).
Il solo sbaglio
che potremmo commettere sarebbe d'aver disimparato la voluttà dell'estraneità e
immaginarci di fare chi sa quali meraviglie dividendo l'uragano dell'amore in
magri ruscelletti che scorrono su e giù fra un essere e l'altro".
«Don Juan mi spiegò che, per poter percepire quegli altri
regni, non basta il desiderio ma è necessaria un'energia sufficiente ad
afferrarli. La loro esistenza è costante e indipendente dalla nostra
consapevolezza disse, ma la loro inaccessibilità dipende interamente dal nostro
condizionamento energetico. In altre parole, solo ed esclusivamente per quel
condizionamento, noi siamo costretti ad assumere che il mondo della vita
quotidiana sia in assoluto l'unico mondo possibile. Don Juan mi rivelò che gli
antichi stregoni, convinti che la nostra condizione energetica fosse
modificabile, avevano messo a punto una serie di pratiche atte a ricondizionare
le potenzialità percettive della nostra energia. Le avevano chiamate l'Arte del Sognare.» «Nella
prospettiva offertami dal tempo, m'accorgo che la miglior definizione del
Sognare resta quella di don Juan: varco
verso l'Infinito. Ma quando la pronunciò gli confessai che quella
metafora per me non aveva alcun significato. «Allora lasciamo perdere le
metafore» concesse. «Diciamo che il Sognare per gli Sciamani rappresenta un
modo pratico per utilizzare i sogni comuni.»«Ma come si
possono utilizzare i sogni comuni?» domandai. «Noi siamo sempre ingannati dalle
parole» rispose. «Nel mio caso, il mio Maestro tentò di descrivermi il Sognare dicendomi che era il modo in cui gli Sciamani auguravano la buonanotte
al mondo.»«Naturalmente, cercava di adattare la descrizione alla
mia mentalità. E io faccio ora lo stesso con te.»«In un'altra
occasione don Juan mi disse: «II Sognare
si può solo sperimentare direttamente. Il Sognare
non è solo fare sogni, e neppure fantasticare o desiderare o immaginare. Con il
Sognare possiamo percepire
nuovi mondi che siamo certo in grado di descrivere, mentre non riusciamo a
descrivere quello che ce li fa percepire. E pure sentiamo come il Sognare ci spalanchi quegli altri regni.
Il Sognare sembra una
sensazione eclatante una trasformazione dei nostri corpi, una consapevolezza
nelle nostre menti».
«Nel corso
delle sue lezioni, don Juan mi spiegò in modo esauriente i princìpi, i fondamenti
logici e le consuetudini dell'Arte del
Sognare. I suoi insegnamenti erano divisi in due parti: una
riguardava le procedure del Sognare,
l'altra le spiegazioni puramente astratte di queste procedure. Il suo metodo
d'insegnamento consisteva nell'alternanza fra allettare la mia curiosità
intellettuale con i princìpi astratti del Sognare
e guidarmi a cercare una via d'uscita nelle sue pratiche. Ho già descritto
tutto questo, quanto più dettagliatamente mi è stato possibile, e ho anche
descritto l'ambiente sciamanico in cui il Maestro mi introdusse per insegnarmi
le sue arti. La mia interazione in questo ambito rivestì un interesse
particolare per me in quanto ebbe luogo solo nella Seconda Attenzione.»
“Succedono cose davvero terribili. L’esistenza e la vita spezzano
continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili “
David Foster Wallace
Il gran numero di artisti morti
suicidandosi costituisce una dolorosa selva di anime tormentate costantemente
in aumento. Solo per citarne alcune: Vincent
Vang Gogh, HemingwayVirginia Woolf,
Yukio Mishima, David Foster Wallace, Rainer Maria Rilke, Oscar Dominquez, Mark Rothko, Dian Arbus, Dora
Carrington, KeithVaughan,e persino
Frida Kahlo , sono stati in molti a crederlo.
Questa esasperata dissociazione affettiva da
se stessi, di certo è molto diffusa ma, ci si sorptrende che proprio degli
artisti e non sempre perché falliti nell’essere riconosciuti, abbiano
considerato questo gesto disperato l’unicasoluzione possibile.
Come
è possibile che persone in grado di colmare il mondo di tanta bellezza,
giungano ad autoannientarsi, sia in modo indiretto abusando di se stessi, o
diretto togliendosi definitivamente di mezzo? Come è possibile essere colpiti daquesta esasperata forma dissociativa?
“La persona che ha una così
detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgo-
lette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e
avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché
improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui
l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà
proprio come una per- sona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme.” (Wallace)
Nell’antichità si credeva
che la creatività non fosse qualcosa cheun individuo ha in se stesso, ma un dono divino, una ispirazione , la
stessa parola Ispirazione denota una trasmissione di spirito, la divinità che
si manifesta attraverso di te . Gli antichi romani definivano genio colui che
ospitava il genio, ovvero lo spirito divino, dunque nulla di personale ma
l’artista come umile mediumper il bene
dell’umanità. Con il rinascimento il genio è divenuto più circoscritto e
personale e si cominciò a dire “è un
genio”, piuttosto che:
“ ha genio”.
Essere il mezzo tanta grandezza è già di per
se un enorme peso e spesso un enorme tormento, figuriamoci quando poi l’artista è personalmente e socialmente convinto di essere non solo un mezzo ,ma addirittura il creatore , l’artefice
, la fonte primaria di questa misteriosa sconosciutaeterna forzache a volte da vita ad autentici capolavori! Troppa responsabilità,
troppa energia sulle spalle della psiche di comuni mortali. troppapressione,
troppa luce, troppe aspettative altrui e personali a derubare e distorcere l’ego a ridurre
la grandezza in nulla.
"Ci si uccide perché un amore, qualunque
amore,
ci rivela nella nostra nudità; miseria,infermità, nulla."
In
questa mia dimensione di tenebra nella quale il futuro à già qui, ho sentito
raccontare che le vostre mani sono insuperabili a dipingere carneficine e
capricci. Aragona è la vostra terra, ed essa mi è cara per la sua solitudine,
per la geometria delle sue strade e per il silenzioso verde dei suoi cortili
nascosti dietro inferriate rotonde. vi sono cappelle scure con immagini
dolenti, reliquie, trecce di capelli in teche di vetro, flaconi di vere lacrime
e di vero sangue – e piccole arene dove la fuga dalla bestia e’ impossibile e
dove uomini snelli giocano con agili passi di ballerini. della nostra penisola
la vostra terra ha una virtù quintessenziale, nelle linee, nella fede e nella
furia: di esse sceglierò alcune figure del simbolo, che come segno araldico di
un paese unico voi siglerete in margine al quadro che vi ordino. dunque sulla
destra farete il sacro cuore di nostro signore; ed esso sarà stillante e
avvolto di spine come nelle iconografie che i ciechi e gli ambulanti vendono
sui sagrati delle nostre chiese. solo che sarà fedelmente riprodotto secondo
l’anatomia dell’uomo, perché per patire in croce nostro signore si fece uomo e
il suo cuore scoppiò umanamente e fu trafitto in quanto muscolo di carne. voi
lo farete così, muscolare e pulsante, turgido di sangue e di dolore: con il
disegno delle vene, le arterie recise e il reticolo minuzioso della membrana
che lo avvolge e che sarà aperta come un tendaggio e ripiegata su se stessa
come la buccia di un frutto. nel cuore sarà bene conficcare la lancia che lo
trafisse: essa deve avere la lama a forma di uncino, onde produrre uno squarcio
dal quale il sangue scorra copioso. sull’altro margine del quadro, a media
altezza, così che risulterà necessariamente sul limitare dell’orizzonte,
dipingerete un piccolo toro. lo farete accucciato sulle zampe posteriori e con
le zampe anteriori gentilmente atteggiate in avanti, come un cane domestico; e
le sue corna saranno diaboliche e il suo aspetto malvagio. nella fisionomia del
mostro profonderete l’arte di quei capricci nei quali eccellete, e dunque sul
suo muso passerà un ghigno: ma gli occhi saranno ingenui e quasi fanciulleschi.
il tempo sarà brumoso e l’ora quella del crepuscolo. un’ombra serale, pietosa e
molle, stara’ gia’ calando e velerà la scena. sul terreno ci saranno cadaveri,
moltissimi cadaveri, fitti come le mosche. voi li farete così, come siete bravo
a fare, incongrui e innocenti come sono i morti. e accanto a loro, e fra le
loro braccia, dipingerete le viole e le chitarre che essi portarono per
compagnia verso la morte. in mezzo al quadro e bene in alto, fra nuvole e
cielo, farete un vascello. esso non sarà un vascello ritratto secondo il vero,
ma qualcosa come un sogno, un’apparizione o una chimera. perché sarà insieme
tutti i vascelli che portarono la mia gente per mari ignoti verso lontane coste
e negli abissi infiniti degli oceani; e insieme sara’ tutti i sogni che la mia
gente sognò affacciata alle scogliere del mio paese proteso sull’acqua; e i
mostri che essa creò nell’immaginazione, e le favole, i pesci, gli uccelli
abbaglianti, i lutti e i miraggi. e insieme sarà anche i miei sogni che
ereditai dai miei avi, e la mia silenziosa follia. alla polena di questo
vascello, che avrà figura umana, darete sembianze che paiano vive e che ricordino
lontanamente il mio volto. su di esse potrà aleggiare un sorriso, ma che sia
incerto e vagamente ineffabile, come la nostalgia irrimediabile e sottile di
chi sa che tutto è vano e che i venti che gonfiano le vele dei sogni non sono
altro che aria, aria, aria.
“The god of small things”, il film diTim Meara, ci fa dono di una inusuale visita
nell’atelier di Lucien Freud in Holland Park a Londra. Una visita preziosa dove possiamo toccare con mano la densità dei suoi
colori, la povertà dello spazio e la sensazione che gli sia servito molto poco
per dipingere i suoi intensi ritratti.
Ciò che colpisceè la grande vulnerabilità ed umanità dei suoi
modelli privati da quel superfluo che potrebbe celare la verità del carattere,
l’intimità del cuore.
Lucien Freud è un grande artista che sa
rappresentare come pochi, esseri umani nella loro quotidiana piccolezza elevandoli ad eterna grande
statura senza mai scadere nel banale e nel triviale di tante rappresentazioni iperealiste.
Le possibili impossibili
realtà di Escher sono protagoniste presso il museo di Akron nell’Ohio in una
serie di 130 opere chetestimoniano il
lavoro di questo singolarissimo artista , le opere provengono dalla ricca
collezione dei suoi lavori custodita nel museo diHerakledionad Atene.
Da bambino non andava volentieri
a scuola, le uniche lezioni che apprezzava erano quelle di educazione artistica anche se
poi non riusciva a raggiungere risultati ragguardevoli come è
chiaramente espresso in questaintervista.
Tuttavia M. CEscher è riuscito a diventare un grande
artista in grado di coniugare superlativamente matematica, psicologia ed arte manon fu facilmente accolto ed apprezzato dalla
critica probabilmente a causa della sua poliedricità.
Poliedricità e imprevedibilità sono gli elementi checaratterizzano il suo immenso lavoro stimolandoci
aguardare sempre con occhi nuovi realtà
alle quali ci si assuefà, prospettandoci dimensioni dove la solidità di stutture
precise delineate e fermesi affiancano
a leggere e vaporose dimensioni che ci innalzano verso l’assoluto senza però
farci perdere il contatto con
la terra.
Se l’arte ha il grande merito di restituire vita
emozione e freschezza ad elementi del nostro quotidano a cui ci siamo
assuefatti ealla finenon vediamo più, Escher è riuscito d aprirci
gli occhi rivestendo oggetti comunidi
nuova vita ed emozione, aprendo le porte della nostra fantasia e allo steso
tempo dandoci la possibilità di collegarci con i meandri più intimi della psiche
Si incontrarono nel
1900, a Worpswede in Germania e immediatamente l’attrazione tra il poeta Rainer Maria Rilke e la pittrice Paula Modersohn-Becker fu inevitabile. Di lei lui
apprezzava la forza primitiva della sua espressioneartistica, e lei di lui, la dolcissima poesia. Ma Paula era stata
promessa al pittore Otto Moderson e quando Rilke venne a saperloripiegò bruscamente verso l’amica di Paula,
Clara Westhoff. Si formarono dunque due
coppie artistiche che loro stessi chiamaromo “La famiglia”. I Rilke però diedero presto alla luce una bimba che fu presto affidata ai nonni, il ruolo di genitori a figlia si rivelò presto inconciliabile con quello di artisti.La separazione dagli
affetti famigliari riguardò anche Paula la quale per un certo periodo visse distante da suo
marito a Parigi onde dedicarsi completamente alla sua arte. Rilke e Paula rimaserospesso in corrispondenza. Sebbene fossero
discordi sudiversi punti di vista la loro unione spirituale e il rispetto reciproco si
evincono dal loro carteggio. Secondo Rilke una donna artista nonavrebbe dovuto mettere al mondo figli ma
essere a disposizione del processo gestativo e creativo della sua arte e su questo ebbero molto da discutere, paradossalmente Paula mori pochi anni dopo , all’età di 31 anni per
complicazioni post parto e Rilke venne a saperlo solo dopo un anno, si erano
persi di vista. Il grande dolore per la perdita della sua amatissima amica
diedevita a “Requiem per un’amica”
“Ché la capivi tu, la pienezza dei frutti. Li posavi su piatti innanzi a te e controbilanciavi con colori il loro peso. E come frutti vedevi anche le donne così vedevi i bimbi, dall’interno spinti nelle forme del loro esistere.
E vedevi te stessa infine come un frutto, ti cavavi fuori dai
tuoi vestiti, ti portavi allo specchio, ti lasciavi andar dentro fino al
tuo sguardo escluso; e questo rimaneva grande innanzi e non diceva no: «son
io», ma: «questo è»….
Le donne soffrono: amare significa esser soli, e gli artisti intuiscono
talvolta nel lavoro che devono trasformare quando amano.
Noi quando amiamo abbiamo solo questo da offrire: lasciarci; perché trattenerci è facile e non è arte da imparare.
"Mi ci vollero quattro anni per dipingere come Raffaello, mi ci volle una vita per dipingere come un bambino."
Pablo Picasso
Se un
bambino non riesce o non vuole disegnare nessuno se ne preoccupa, a che
serve disegnare dipingere o modellare? Spesso questa è la risposta degli adulti
e quel che peggio di gran parte degli educatori.
Se invece,
un bambino non riesce a leggere o a scrivere tutti cominciano a
preoccuparsi moltissimo a tal punto da tirare in ballo persino
gli psicologi e le analisi famigliari di eventuali disfunzioni.
In realtà
esistono validissimi motivi per cui è auspicabile che un bambino disegni e si
esprima artisticamente. I bambini sono essenzialmente visivi, il loro
apprendimento procede per immagini e per giunta sono sempre pieni di emozioni
difficili da contenere e da comprendere.
L’arte
stimola l’equilibrio dei due emisferi cerebrali.
L’arte
promuove autostima, incoraggia a prestare maggiore attenzione a quanto ci sta
attorno, richiede costantemente una buona coordinazione visuale e gestuale.
L’arte promuove la percezione, insegna ai bambini l’apertura mentale, che i
problemi possono avere diverse soluzioni e che i conflitti possono essere
risolti in modo creativo.
L’arte
nutre l’anima e fornisce un terreno comune che oltrepassa gli stereotipi
razziali, sociali, di età e sesso .
L’arte è
uno di quei pochi spazi in cui un essere umano può essere libero.
La vecchiaia che sopporta il peso degli anni e delle responsabilità accanto ad una innocente bimba che rincorre farfalle e raccoglie fiori, sono una storia comune ed universale mirabilmente rappresentati in questo bellissimo dipinto di Jules Bastien-Lepage .
L'opera fa parte della mostra "Illusione della realtà" presso il museo Atheneum di Helsinki fino al 15 Maggio 2011.
Il lavoro simbolista di Odilon Redon è un magnifico esempio di un artista devoto alla vita e all'esplorazione della propria interiorità:
"Facevo vivere umanamente esseri inverosimili, in accordo con le leggi del verosimile e collocando - nei limiti del possibile - la logica del visibile al servizio dell'invisibile".
Le Ama con i loro corpi agili e flessuosi si tuffavano nelle profondità del mare, per riportare a galla perle preziose-
Questa magnifica sequenza del grande fotografo Iwase Yoshiyuki ci presenta volti e corpi vibranti intenti in una attività molto antica e oramai estinta le nuove tecnologie di coltivazione delle perle utilizzano metodi più funzionali.
Immagini belle che tuttavia immalinconiscono alla luce della grande trageda che ha colpito questo infaticabile popolo.
Nicholas ed Elena
Roerich, oltre ad essere dei sensibilissimi e dotati artisti, sono stati
anche validimaestri spirituali artefici insieme ad altri di quel processo che gli americani chiamano “Risveglio globale”
Scevri da ogni forma di
fanatismo, come convienea chi desidera
conoscere in profondità e coglierequello cheunisce tutti gli
aspetti di quella realtà frantumata in cui siamo avvolti senza rendercene
conto, guardarono alle varie religioni e filosofie come espressioni differenti
di un unico e comune desiderio.
Nicholas creò dei meravigliosi dipinti attualmente custoditi a New York presso
la fondazione Roeriche in Russia presso l’attuale museo Roerich, mentre Elena
fu autrice discrittiteosofici, una corrente mistico
religiosanata dall’unione di induismo e
buddismo,che coinvolse anche altri
artisti come Mondrian, Kandinsky.
Attraverso il loro lavoro artistico ed educativo, riuscirono
coniugare filosofia, religione arte. La peculiare qualità della loro espressione è
stata una tangibile prova della raffinatezza della loro percezione, e e grazie ad essa furono accolti a braccia aperte dalla rara forma di spiritualità
russa già ai tempiammirata dal poeta
Rainer Maria Rilke.
Nicholas ed Elena Roerich fondarono in Russia
il primo tempio buddista e diffusero l’insegnamento dell’Agni Yoga basato su tre pilastri fondamentali: Amore, Bellezza e Azione.
L’amore è considerato la forza motrice dell’universo e
questa idea di amore include la realizzazione di una bellezza altruistica.Il concetto di bellezza viene applicato quotidianamente
cercando ispirazione nella bellezza dell’Universo. Mentre l’azione deriva
dall’essere in armonia conla nostra
percezione della bellezza. La bellezza è
sempre presente, ma spesso non la percepiamo, siamo ottusi i nostri sensi sono
intontiti.
Furono inoltre autori delPatto Roerich, un accordo
internazionale di pace per la protezione dei tesori culturali basato sul
rispetto della creatività e firmatopresso la casa Bianca nel 1935.
Roerich in persona ne creò il simbolo e la bandiera:tre sfere all’interno
di una circonferenza di color magenta su sfondo bianco, a simbolizzare il
passato il presente ed il futuro dell’umanità
L’intento di Nicholas Roerich fu quello di diffondere un senso di pace e di protezione delle qualità umane più preziose specie durante i mometi maggiormente distruttivi.
Roerich colse proprio nell’arte quell’elemento di
unione che avrebbe potuto collegare artisti diversi per religione, ideologia politica e quant'altro, ma capaci grazie allo scambio della propria
percezione della bellezza di stabilire scambi e legami creativi, dal momento che bellezza e conoscenzahannoil potere di creare un linguaggio
sincero e coesivo.
"Il maggior profeta della terra non può offrire
agli uomini altro che una parola d’ordinee più vaga è codesta parola, più grande è il profeta."
Nikos Kazantzakis
La spiritualità di Maurice Denis è carica di elementi di infinita tenerezza
e profondo simbolismo. La liturgia di certe sue opere si veste di
intimità e semplicità e sembra sgorgare da un recondito sentire piuttosto che
da una imposizione esterna come spesso si percepisce in molte
rappresentazioni liturgiche, volte ad esaltare e a propagandare
Denis ci ha donato gli elementi di una religione sentimento distante
mille anni luce da quei supermarket religiosi oramai mete di tanti pseudo santi
pellegrinaggi. Una religione che non è consumo di massa e neanche politica
ma una forma di intima consolazione nei confronti dell’imponderabile, dello
sconosciuto, una valorizzazione dell’innocenza che come quella dei bimbi teme
tutto eppure non teme nulla.
La ricerca di Denis è puramente simbolista, fece parte assieme a Serusier,
Bonnard, Voillard del gruppo dei Nabis, un gruppo artistico totalmente
contrario al naturalismo e al positivismo e con i sensi costantemente
focalizzati nei confronti del significato che giacente dietro la superficie
delle apparenze.
Nabis in ebraico significa profeta ma i veri profeti non dettano leggi,
aiutano a guardare oltre i veli delle illusioni che ottundono le menti.
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Pittrice della luce e del mito, ma anche femminista e suffraggetta, cofondatrice della società delle donne pittrici a Manchester nel 1876.
Dunque una donna ed una artista che dovette farsi strada in pieno clima vittoriano e che grazie al suo lavoro riuscì a contribuire al sostentamento dellla sua famiglia di origine.
Sposò lo scultore Joseph Swynnerton con il quale visse a Roma per molti anni
Rare le informazioni su questo magnifico artista, Guido Cadorin. Ho trovato molto più materiale sui siti americani. Il suo spessore artistico ed umano è indiscutibile, proveniva da una famiglia di artisti, suo padre fu scultore e i suoi fratelli ebbero modo di contribuire a creare una famiglia per l'Arte.
Nel 1909 espose presso la Ca 'Pesaro, nel 1911 per il cinquntenario dell'Unità d'Italia, e poi a Milano presso la Galleria Pesaro nel 1923, ad Amsterdam e Rotterdam nel 1924, a New York nel 1925, e Bruxells 1930.
Gabriele d'Annunzio fu suo grande estimatore e gli commissionò le decorazioni della sua camera da letto a Gardone.
Insegnò presso l'Accademia delle Belle Arti di Venezia dal 1928 al 1962 e nel 1934 espose alla Biennale ottenendo una parete poi nel1934 ottenne una intera stanza.
Il suo contribuito è stato consistente sia neo confronti del panorama artistico liberty italiano, del secessionismo dell'europa centrale, nonché del clima innovativo della Ca' Pesaro e del Realismo magico del ventesimo secolo
Il famoso artista Alphonse Mucha è ricordato per i suoi affiche liberty ma è molto meno onoto per questa sua opera monumentale composta da venti tele di notevoli dimensioni, chiamata Slav Epic..
La monumentale opera narra la storia del popolo slavo ed è tuttora ospitata in un piccolo castello della città di Moravský
esiste una lunga controversia circa la possibilità di essere traslocata a Praga, dove certamente acquisterebbe tutta la notorietà che merita
Il ruolo dell'artista è quello di rivelare attraverso la superficie del mondo le forme implicite dell'anima e da sempre il grande catalizzatore di questo processo è stato il Mito.
Andando nella profondità degli abissi ritroviamo i tesori della vita.
I Miti sono i sogni del mondo, sono sogni archetipici che hanno a che fare
con i grandi problemi dell'umanità.
Sono sogni che provengono dallo stesso luogo.
Un vero artista è colui che ha imparato a riconoscere e a rendere la" radiosità" di tutte le cose .
Il neo premio Nobel per la letteratura, Il peruviano Mario Vargas Llosa, ha scritto un interessante romanzo pubblicato da Einaudi nel 2003: Il Paradiso è altrove.
Il Paradiso è altrove, ci parla di Flora Tristan e suo nipote Paul Gauguin, delle loro speranze mai estinte di ricongiungimento con la matrice originaria: La natura, la madre, l’unica, la più grande.
Ci parla della perdita della primitiva essenza attraverso un percorso che va dal paradiso dell’Eden alle strade affollate, alle parole di incomprensione, alla totale assenza di empatia, alla ricerca della bellezza priva di sostanza.
Il suo romanzo ci trasmette in modo tangibile la loro ribellione nei confronti di tutto quanto uccide la bellezza quella vera, quella che sgorga dalla piena vitale pulsazione dell’essere quando non è costretto in abiti troppo stretti e non è ottenebrato da un pensiero antivitale dettato dalla depressione e dalla paura e dalla necessità di un allineamento formale che gli grantisca una illusione di sicurezza al riparo di quanto non ha mai un vero riparo:
La Vita.
Flora, figlia illegittima di un notabile peruviano con alle spalle un matrimonio disastrato, tre figli, refrattaria ai rapporti amorosi, Flora incarna l'emblema della proto-femminista con il sacro fuoco della giustizia e degli ideali di uguaglianza sociale...
” Aprì gli occhi alle quattro del mattino e pensò: «Oggi inizi a cambiare il mondo, Florita. Non era intimorita dalla prospettiva di mettere in moto la macchina che in qualche anno avrebbe trasformato l'umanità, facendo scomparire l'ingiustizia. Si sentiva tranquilla, con le forze necessarie ad affrontare gli ostacoli che avrebbe trovato sulla propria strada...”
Per raggiungere il suo Paradiso Flora sfida le convenzioni e il maschilismo dell'epoca, scrive opuscoli di propaganda viaggiando su e giù per la Francia, visita ospedali, fabbriche, si mette contro il clero e contro la società che la considera solo un'agitatrice,una moglie e madre snaturata, una “donna perduta e rea” ma non si ferma e non si arrende. I suoi ideali sono più forti dell' illusorietà di quel paradiso per il quale sacrifica anche il suo privato...
E Paul con un’altra utopia: «quella di una società in cui la bellezza fosse patrimonio di tutti e non solo un lusso riservato a pochi».
Nato da Aline (figlio di Flora) e da un giornalista liberale, Paul sperimenta più di un mestiere, si sposa , diventa padre di cinque figli prima di essere completamente “rapito” dall'arte.
In nome di questa passione totalizzante abbandona il lavoro, la famiglia , la Francia e raggiunge Tahiti. Da borghese a uomo libero alla ricerca nei Mari del Sud del primitivo nella natura e nell'estetica.
«È qui il Paradiso?» «No, non è qui, è all'altro angolo»... Non in Polinesia dove dipinge tele di una bellezza che toglie il respiro, capolavori assoluti dai colori intensi e dai soggetti irripetibili.
La tanto agognata libertà primitiva è altrove... Paul morirà praticamente cieco assistito dalle sue giovani compagne con cui ha condiviso amori e relazioni assolutamente libere.
Due paradisi, due utopie... quella di una società più giusta da una parte e quella più privata ed egoistica dall'altra.
Ci sono parole usate ed abusate che servono a nominare territori indecifrabili o spazi di insignificanza, esalazioni di follia contenuta o vuoti abissi di mancata genialità. una di queste parole è “creatività”. una parola seria il cui uso va sottratto all’abuso.
la creatività è un carattere saliente del comportamento umano, particolarmente evidente in alcuni individui capaci di riconoscere, tra pensieri e oggetti, nuove connessioni che portano a innovazioni e a cambiamenti. il criterio dell’originalità, presente in ogni attività creativa, non è un criterio sufficiente, se è disgiunto da una legalità generale che consente all’attività creativa di essere riconosciuta da altri individui. l’accadere della creatività secondo le regole è ciò che la distingue dall’arbitrarietà.
il carattere creativo è contrassegnato da una forma di pensiero detta divergente che, a differenza di quella convergente che tende all’unicità della risposta a cui tutte le problematiche vengono ricondotte, presenta originalità di idee, fluidità concettuale, sensibilità per i problemi, capacità di riorganizzazione degli elementi, produzione di molte risposte diverse fra loro. il pensiero divergente, in cui si esprime la creatività, entra in gioco quando i processi convergenti si sono sviluppati al punto da permettere un’adeguata padronanza del settore di applicazione, per cui, fino a una determinata soglia intelletiva, tra i due tipi di pensiero esiste una stretta interdipendenza che tende a diminuire livelli molto alti di intelligenza. per essere creativi bisogna avere organizzato bene le basi da cui spiccare il volo, altrimenti il destino è quello di icaro.
la massa di ricerche sperimentali dà un profilo della personalità creativa: il creativo è motivato da curiosità, bisogno d’ordine e dal successo, è autoritario, aggressivo, autosufficiente, è scarsamente inibito, non formale, non convenzionale, indipendente e autonomo, ha grosse capacità di lavoro, autodisciplina, versatilità, è costruttivamente critico, non facilmente soddisfatto, ha una larga gamma di interessi in cui non rientrano quelli economici, ha interessi di tipo femminile, scarsa aggressività maschile, non desidera molti rapporti sociali, è introverso, emozionalmente instabile, ma capace di usare efficientemente la sua instabilità, non adattato in senso psicologico, ma socialmente adattato, è intuitivo, empatico, si considera creativo e si descrive come tale, è poco critico nei propri confronti, esercita un notevole impatto sugli altri.
la creatività ha inoltre parentela con gli orli e talvolta con gli abissi della follia. a mettere in luce questa relazione fu per la prima volta c. lombroso che nel 1864 dimostrò come cellini, goethe, vico, tasso, newton e rousseau erano stati soggetti ad attacchi di “pazzia”, concludendo che la genialità era l’espressione di una “psicosi degenerativa”. k. jaspers, che ha esaminato la stessa relazione in nietzsche, strndberg, van gogh, holderlin e swedenborg, scrive: “lo spirito creativo dell’artista, pur condizionato dall’evolversi di una malattia, è al di là dell’opposizione tra normale e anormale e può essere metaforicmente rappresentato come la perla che nasce dal difetto della conchiglia: come non si pensa alla malattia della conchiglia ammirandone la perla, così, di fronte alla forza vitale di un’opera, non pensiamo alla schizofrenia che forse era la condizione della sua nascita”…
… un ultimo requisito è l’ingenuità, una parola latina che viene da in-genuus, nato libero, dove in gioco non è la libertà di, ma la libertà da tutti i condizionamenti, soprattutto mentali, che fanno apparire il mondo entro uno schema interpretativo che annulla sul nascere la sorpresa del mondo. la creatività infatti non è produzione di cose nuove, ma fedele ancella del “sorprendente”, lo stesso che un giorno generò la filosofia, che come vuole aristotele “è nata dal dolore e dalla meraviglia”
da parole nomadi di Umberto Galimberti
Foto Iurilli Duhamel
Perché dunque, è sempre più diffusa la tendenza a produrre immagini superficiali e scontate? Perché le immagini che ci circondano sono sempre più spesso prive di quell’elemento fondamentale che Roland Barthes avrebbe definito : “punctum?
Perché abbiamo smesso di volere un’arte al servizio della totalità dell’uomo? Giammai deprivata della sua sacralità e che non sia un mero prodotto commerciale sbiancato disinfettato e deprivato di ogni accenno di vita reale, e di ambizione verso l’assoluto?
La vita è un alternarsi di morte e rinascita, ma soprattutto è un grande mistero, l’arte ha in passato tentato di riportaci a questa realtà che costituisce da sempre una notevole fonte di angoscia per l’umanità, Tuttavia, nel momento in cui l’arte ha smesso di creare una comunicazione, cioè di rimandare ad altro e soprattutto di toccare le nostre parti più profonde, essa è divenuta impotente ed incapace di promuovere intimità e conosenza.
Si è trasformata in un atto fine a se stesso, con la priorità assoluta di stupire, di gettare polvere negli occhi, o di produrre un superficiale appagamento estetico, senza preoccuparsi minimamente di indurre alcuna riflessione, senza rischiare di produrre alcun cambiamento esistenziale.
La capacità di accesso al mondo dei simboli necessita un movimento di introspezione che consenta la visione interiore, l’insight, solo allora è possibile contattare le nostre parti piu oscure, le sensazioni sommerse, che compongono il nostro tesoro interiore: la nostra anima.
Rilke sosteneva che una opera d’arte nasce da una necessità ma questa necessità è spesso oscura, e si fa sentire attraverso lo spasimo della sofferenza che, attraverso uno stretto cunicolo tenta di arrivare alla superficie grazie alla rappresentazione.
L’arte nel passato aveva la funzione di medium, un ponte tra interno ed esterno, e l’arte ricca di simbolismo dei nostri antenati lo ha sempre avuto presente come priorità prefiggendosi una ricerca continua di immagini eterne, in grado di legare modelli di realtà interiore ed esteriore, ma soprattutto di comunicare a livello psichico profondo, l’essenza del nostro esistere, in bilico tra la paura e l’angoscia che derivano dai limiti del corpo e della natura e l’ambizione di trascendenza ed assoluto delle nostre anime.
La vita umana è ben poca cosa quando la capacità visionaria si impoverisce, e allorquando i simboli hanno esaurito la loro forza di rimescolare l’inconscio, siamo costretti ad abbandonarli come succede ai giorni nostri oppure raccoglier la sfida e l’onere di trasformarli ed adeguarli alle nuove realtà.
Nelle società primitive nel momento in cui i loro valori spirituali sono esposti all’impatto della civilizzazione moderna, la vita dei loro membri viene deprivata dei suoi simboli, che vengono sostituiti dalla seduzione di una vita facile comoda e senza sofferenza. Non c’è poi da stupirsi se queste società sprofondano in un grande senso di smarrimento, se le persone finiscono con il il perdere il senso delle loro vite e se la loro organizzazione sociale si disintegra a favore di una triste decadenza morale.
La medesima deprimente tendenza è sotto gli occhi di tutti anche in campo artistico, l’inaridimento del sentire è sempre più tangibile e sempre più di frequente si assiste ad una progressiva promozione di superficialità, volgarità, ipocrisia ed una qualificata assenza di talento a parte quello dell’inganno e della manipolazione.
La ripetizione fino alla noia di formule sicure, ha deprivato ogni forma di espressione della sua vitalità, rendendola vuota e ripetitiva.
Forse però non è troppo tardi; forse è ancora possibile fare nostri i consigli che Rilke dava al giovane poeta quando lo spronava guardare dentro di se, forse possiamo ancora chiederci: Qual è l’intima ragione che ci spinge a rappresentare, il motivo che intima il nostro gesto espressivo? Forse è ancora possibile spegnere la luce, uscire dalla noia, immergerci in noi, reinventare e reinterpretare la forza dei simboli portandoli alla luce della nostra attuale realtà, forse è ancora possibile dar vita a visioni che più di centomila parole, teorie e dogmi siano in grado di muoverci e trasformarci.
E’ una sfida che mette alla prova le nostre capacità di scavo interiore, ma ne vale la pena dal momento che mediante la rievocazione e la reinvocazione della nostra intima realtà spirituale è possibile attivare intuizioni profonde e nuove visioni relative a quei temi che da sempre sono di vitale importanza per l’individuo e la società.
Rilke sosteneva che gran parte delle esperienze sono indicibili, impalpabili accadono in un luogo in cui la parola non entra; sarebbe una grande ricchezza per tutti se le cosiddette opere d’arte potessero tuttora collocarsi in questo spazio per poterci misteriosamente accompagnare nel corso del tempo oltre l’esiguo limite delle nostre esistenze.
A.Iurilli Duhamel
Immagine Odilon Redon,The golden cell
Una delle maggiori perdite, del panorama artistico attuale, è una sempre più abbondante produzione di immagini prive di simbolismo oltre che di contenuti.
Questa mancanza di consistenza e di mistero, si discosta enormemente da quelle forme di rappresentazione artistica che in quanto a forza ed intensità avevano la qualità di un lampo di luce che taglia il buio dell’incoscienza.
Non a caso, gli antichi greci utilizzavano parola “symballein” che significa unire alla radice; al simbolo dunque, era attribuita una valenza unificatrice tra verità nascoste ad altre piu ovvie.
Per i latini, invece, l’utilizzo della parola“tesserae”, mette in luce che l’evoluzione della coscienza si muove secondo una specifica traiettoria che, parte dal buio dell’ignoranza per dirigersi verso la luce della conoscenza grazie a piccoli tasselli di sapere.
In entrambe le interpretazioni possiamo notare che il processo evolutivo delle nostre coscienze, è simile ad un paziente mosaico di tessere dove, grazie ad una paziente composizione, si giunge a conferire senso alle nostre misteriose esistenze.
Nel corso della storia la religione e la psicologia, hanno assolto il compito di custodire, preservare ed illustrare il reame del simbolico; ci hanno fatto comprendere che il linguaggio primordiale spirituale dell’umanità è di natura simbolica, e che il mito è alla sua origine: la parola che accompagna il gesto rituale.
Gli esseri umani pensano con le parole ma comprendono ed integrano attraverso i simboli. Se mettiamo a confronto simboli e credenze è più che evidente che i simboli possiedono una immensa possibilità di esplorazione mentale, grazie all’illimitata associazione di idee e di emozioni che essi possono suggerirci.
I simboli hanno la forza di liberarci dal conformismo delle idee e delle immagini preconfezionate, sempre più spesso elaborate a tavolino, grazie al sussidio di tecniche sempre più sofisticate ma incapaci di produrre immagini significative in cui possa albergare anche la minima traccia di spirito.
Siamo costantemente bombardati da immagini che sembrano stanchi cloni di se stesse. Forme e segni sterili, improbabili nel suscitare concatenamenti visionari e men che meno idonee a dar vita ad emozioni profonde, a parte, nel migliore dei casi, quel sentimentalismo a buon mercato che oramai sempre più è alla portata di tutti.
Queste sterili immagini hanno sempre più la tendenza ad uniformarsi a quelle che abbondano nelle riviste di moda e che animano il mondo della pubblicità. Volti e corpi seriali tutti della stessa forma e consistenza molto più simili ad oggetti piuttosto che a creature dotate di anima e corpo; tanto che a volte si fa persino fatica a distinguere tra una donna e la carrozzeria di un’auto, tra una persona ed una altra, tra un bimbo ed un adulto, e persino tra un oggetto commestibile ed uno che non lo è.
Il filosofo Merleau Ponty sostiene che la scienza manipola le cose e rinuncia ad abitarle; la stessa sorte sembra essere toccata al mondo dell’arte dove la tecnologia ha notevolmente influenzato il modo di percepire e rappresentare, a totale svantaggio della pienezza di vitalità, emozioni e significato.
Contrariamente alle opere dei nostri predecessori, dove le rappresentazioni avevano una forza irrompente, erano fortemente caratterizzate da un senso di unicità, si ammantavano di simbolismo e reconditi significati e ci invitavano ad inoltrarci oltre l’ovvio.
L amassima convinzione di Ferlinghetti, noto poeta della "Beat Generation" è che l'arte è forza dell'idea, religione dell'anima e che l'artista è anche il suo banditore, che è suo impegno divulgarla, sensibilizzare, educare ad essa.
Pertanto sia in "Cos'è la poesia" ( "Poesia è / notizie dalla frontiera / della coscienza", "Poesia è religione / religione poesia", "Sia poesia emozione / ritrovata in emozione", "Ogni poesia una temporanea follia / e l'irreale è il più realistico", "Dice l'indicibile / Pronuncia l'impronunciabile / sospiro del cuore", "Una poesia sta in una pagina sola / ma può riempire un mondo e / sta bene nella tasca di un cuore", "Poesia è lotta continua / contro silenzio, esilio inganno", "Lasciate che un nuovo lirismo / salvi il mondo da sé ") sia in "Sfide per giovani poeti" ( "Siate poeti, non affaristi ", "Mettete in discussione tutto e tutti ","Date alla vostra poesia ali / per volare sulle cime degli alberi", "Evitate la provincia, mirate all'universo", "Cercate di raggiungere l'irraggiungibile", "Resistete molto, obbedite meno") sia nella narrativa sia nel teatro è sempre possibile rintracciare la fiducia dell'autore nell'altezza e validità dell'arte, la sua convinzione di farne un messaggio da diffondere al fine di risolvere i problemi del mondo
opera a.Iurilli Duhamel, Venus, bozzetto , matite tempera su carta
2010
Quand'ero giovane, come per tutti i giovani, l'arte, la grande arte, era la mia religione; ma con gli anni ho visto che l'arte come era considerata fino all'800 era finita, condannata e che la cosiddetta attività artistica con tutta la sua abbondanza, altro non è che la multiforme manifestazione della sua agonia.
L'uomo è sempre più disinteressato e distante da pittura, scultura e poesia; al contrario, gl'uomini oggi sono presi da tutt'altre passioni: tecnologia, scoperte scientifiche, ricchezza, sfruttamento della natura.
Non sentiamo più l'arte come un bisogno vitale, una necessità spirituale come nei secoli passati.
Molti di noi continuano ad essere artisti e a accuparsi d'arte per motivi che hanno poco a che fare con la vera arte, motivi che riguardano piuttosto lo spirito d'imitazione, la nostalgia per la tradizione, l'inerzia tout court, l'amore di ostentazione, prodigalità e curiosità intellettuale, la moda o il calcolo.
Vivono ancora, per abitudine e snobismo, in un passato prossimo, ma la grande maggioranza dappertutto non ha più la minima sincera passione per l'arte, la considera al massimo un diversivo, un passatempo, un ornamento.
Un po' alla volta, nuove generazioni, con una predilezione per la meccanica e lo sport, più sincere, ciniche e brutali, relegheranno l'arte nei musei e nelle biblioteche come fosse un'incomprensibile ed inutile reliquia del passato.
Dal momento che l'arte non è più il sostegno che nutre il meglio, l'artista può esternare il suo talento in ogni sorta di esperimenti con nuove formule, in infiniti capricci e fantasie, in tutti gli espedienti della ciarlataneria intellettuale.
Nelle arti la gente non cerca più consolazione né esaltazione.Ma i raffinati, i ricchi, gl'indolenti, distillatori di quintessenza, cercano il nuovo, l'insolito, l'originale, lo stravagante, lo scioccante.
Ed io, a partire dal cubismo e dopo, io ho soddisfatto questi gentlemen e questi critici con tutte le bizzarrie che mi passavano per la testa, e quanto meno le capivano, tanto più ammiravano.
Divertendomi con questi giochi, acrobazie, rompicapo, indovinelli ed arabeschi, sono diventato famoso in fretta.
E la celebrità per un pittore significa incremento nelle vendite, soldi, ricchezza.
Oggi, come è risaputo, sono famoso e molto ricco.
Ma quando sono solo con me stesso, non ho il coraggio di considerarmi un artista nel senso grandioso e antico del termine.Ci sono stati grandi pittori come Giotto, Tiziano, Rembrandt e Goya.
Io sono soltanto un entertainer pubblico che ha capito il suo tempo.Questa mia è un'amara confessione, assai più penosa di quanto appaia, ma ha il pregio di essere sincera.
PABLO PICASSO
Da: ORIGIN 12, January 1964 Cid Corman, Editor Kyoto, Japan
Disse una volta Ingmar Bergman in una intervista rilasciata a un giornalista, nella hall di un albergo:
” Se mi chiede il fine generale dei miei film, rispondo che vorrei essere stato uno degli artisti che hanno creato la cattedrale di Chartres. Ma alludo, con questa idea, soprattutto a una cattedrale che rappresenta per me la vita culturale, l’attività artistica.corsivo
Ebbene io penso che ogni artista, soprattutto europeo, debba portare la sua piccola pietra per la costruzione della cattedrale. Si tratta solo di una piccola pietra, ma è molto importante. E’ il nostro dovere, il nostro unico modo di vivere, di esistere, perfino di respirare. Costruire la cattedrale significa combattere contro le ipocrisie, contro le ingiustizie, contro le guerre, contro l’oppressione, contro la menzogna. E’ una lotta difficile perché se è vero che c’è chi vuole costruire, c’è anche chi vuole distruggere. E questa gente che vuole distruggere è tanta, ed è tenace. E’ così facile distruggere, ed è così difficile creare…. Ma anche se la cattedrale una volta costruita, può essere demolita e non esistere più, noi dobbiamo edificarla. Solo così saremo migliori.”
corsivo
Edificare, costruire, credere in quello che si sente come vero. Si direbbe che l’uomo saggio oggi come ieri, sia quello che non si lascia irretire dalla corrente, che cerca di ricavare un senso compiuto della vita, aderendo a quello che abbiamo già inscritto dentro, e che è il valore dell’umano.
Solo ciò che hai amato per davvero non ti sarà strappato ciò che hai amato per intero è la tua vera eredità
Esdra Pound
Una delle maggiori virtù dell’arte è la capacità di narrare la vita. Sentiamo spesso dire “ l’Arte è ciò che siamo”, ma se l’arte riflette e documenta la vita, dobbiamo ammettere che anche la morte è parte del suo contenuto.
Fino al quindicesimo secolo l’arte aveva familiarità con la morte ma progressivamente e di pari passo con l'attitudine culturale generale, è stata ignorata, isolata e relegata a spazi ghettizzati.
Spesso nella storia dell’arte questa è stata è stata simbolizzata da una giovane vergine corteggiata da figure orripilanti, riecheggiando l'antico mito della giovane Proserpina/Persefone, rapita e condotta da Plutone/Ades nel suo regno sotterrano.
Il rimando al rapporto tra Eros e Tanatos è lampante, basti pensare a certi quadri di: Schiele, Eduard Munch, Hans Baldung in questi casi la morte è puntualmente rappresentata da una giovane fanciulla circuita da raccapricianti figure, e nel caso di “ La morte che abbraccia una donna” di Kate Kollwitz’” abbiamo una potente espressione di questa dicotomia .
Fra i tanti il mio preferito è quello di Klimt dove la polarità Vita/morte è rappresentata da un intreccio di figure teneramente e calorosamente abbracciate, mentre uno scheletro in agguato veglia il loro sonno sereno.
Le seduzioni della vita appaiono ancor più potenti nei pressi della morte. Avviluppate nella sensualità dell'oro e nella sinuosità delle forme e del movimento, queste figure richiamano certi lavori bizantini dove lo sfondo oro nega lo spazio e colloca la figura umana in uno spazio atemporale regalandoci attimi di eternità.
Antonella Iurilli Duhamel opera A.Iurilli Duhamel. Ophelia
Curata da Sergio Troisi e aperta fino al 18 Ottobre, "Monocromo. L'utopia del colore", si prefige di esplorare tutte le declinazioni che hanno legato e contemporaneamente distinto, i numerosi artisti che in Italia adottarono il linguaggio del monocolore.
A partire dal dopoguerra spinti dal desiderio di un rinnovamento e di ricerca di una nuova matrice spirituale, il monocolore si pose con la sua valenza di arcaicità e modernismo.
Un colore per spiegare il mondo! Coralmente sussurrare le oltre sessanta opere raccolte nell'austero Convento del Carmine di Marsala, un coro quanto mai attuale in questa guerra di colori. Oggi come allora, abbiamo bisogno di ridefinire la nostra geografia umana e la riflessione sul monocromatismo va ben oltre la sua estetica ponendosi chiaramente in tutta la sua possibie valenza etica.
Da Lucio Fontana il cui monocromo alludeva all'infinità dello spazio infinito, agli Achromes di Piero Manzoni che suggeriscono la sospensione e la rarefazione del silenzio, continuando con le introflessioni ed estroflessioni di Enrico Castellani e di Agostino Bonalumi, o le sovrapposizioni monocromatiche di Paolo Scheggi o l'inesauribile ricerca di materiali di Alberto Burri solo per citarne alcuni.
Antonella Iurilli Duhamel
opera "Giardino carminio", Pietro Consagra (1965). Ferro, lastra tagliata e dipinta (Milano, Collezione privata)
Monocromo. L'utopia del colore
Fino al 18 ottobre
Convento del Carmine di Marsala
Info: www.pinacotecamarsala.it
Catalogo Silvana Editoriale
C’è un filo rosso che lega la rappresentazione delle donne nel continente africano, passando attraverso i secoli: sono le protagoniste privilegiate degli artisti tribali, che accomunandone a divinità o più semplicemente a modelli da imitare, ne riscattano spesso il loro ruolo subalterno nella scala sociale, elevandole però ai significati più profondi di donatrici della vita, dispensatrici del piacere e simboli propiziatori per il raggiungimento dell’estasi mistica.
Le donne, in effetti, sono le protagoniste assolute nell’arte africana, soggetto preferito degli artisti, che da secoli raffigurano le tappe della loro vita, dall’infanzia all’adolescenza, alla maturità e alla vecchiaia,trasmettendoci anche fondamentali informazioni per comprendere molti aspetti dell’ambiguità delle relazioni che esistono fra l’universo femminile e quello maschile.
Le donne nelle società tribali africane svolgono un ruolo che è il riflesso della loro ambivalenza all’interno dello spazio privato, per lo più in famiglia, rispetto a quello pubblico, molto limitato, terreno incontrastato degli uomini del clan, che da sempre gestiscono il comando, il magistero religioso, le decisioni economiche e militari del villaggio e dello stato.
Ma cercare di comprendere i “segreti” e il fascino dell’arte africana, frutto di civiltà antiche, di secoli, a volte millenni (vedi l’Egitto dall’epoca dei faraoni), di tradizioni che hanno prodotto opere di grande valore artistico e raffinatezza tecnica e formale, significa appropriarsi della chiave che permette di aprire la porta per accedere alla comprensione dell’anima africana. Entrare a pieno titolo, senza pregiudizi, nella mente e nell’intimo di un continente, che i nostri canoni estetici occidentali troppo spesso in nome di una presunta e impropria “superiorità culturale” ci hanno impedito di scoprire in tutta la sua umanità, spiritualità e universalità.
Diversamente dall’arte della società occidentale, l’arte che fiorisce fin dai tempi più antichi nel continente africano era funzionale e componente imprescindibile della vita quotidiana. Tutto era strettamente collegato: il lavoro, la religione, l’educazione, il rispetto delle tradizioni, le gerarchie politiche, il divertimento, i momenti salienti della vita fino alla morte, i riti di iniziazione, scandivano i tempi e i modi di vivere della comunità, ne sancivano i momenti di coesione sociale e comunitaria di partecipazione ai rituali, e ne fissavano i codici estetici e artistici.
E’ quindi impossibile comprendere la cultura africana, le sue tradizioni e la sua storia, senza tentare di conoscere e comprendere la sua arte, essenzialmente scultorea.
Il Museo Dapper di Parigi, situato in rue Paul Valèry n.35 bis, Fondazione senza scopo di lucro, che si propone di divulgare e far conoscere tutti gli aspetti dell’arte e della cultura africana, caraibica e della sua diaspora, ha allestito un’importante mostra per far appunto comprendere attraverso la rappresentazione del corpo femminile e delle varie fasi della vita delle donne, l’importanza del ruolo che le arti figurative, la scultura in primo luogo, svolge nella vita sociale delle comunità. Più di 150 statue, piccole e grandi, sculture, maschere, oggetti di uso rituale, provenienti dai principali musei internazionali, hanno permesso così di realizzare un affascinante percorso, emotivo ed estetico, attraverso bellissime opere di eleganza e valore simbolico straordinario, compiute da artisti “senza nome”, che incantano ed obbligano i visitatori ad osservare i dettagli infiniti e le forme per noi inconsuete.
Sembra di percorrere un viaggio nella coscienza antica che alberga nel più profondo del nostro animo, riportandoci alla memoria metafore ormai sopite; disabituati, come siamo, a saltare oltre gli steccati che la vita frenetica del mondo occidentale industrializzato ci impone. Ci lasciamo, così, trasportare dolcemente dai nostri sensi sull’onda dell’emozioni, condotti per mano da figurine dall’apparente aspetto arcaico, che proiettano verso significati di inaspettato valore universale.
Percorrendo le sale dell’elegante Museo Dapper, in un’atmosfera ovattata, si resta incantati davanti alla statuina in legno con rifinitura in metallo raffigurante una giovane donna dalle proporzioni perfette: i piccoli seni appuntiti, le mani raccolte sul ventre, il busto sottile sorretto dalle lunghe gambe che si aprono per mostrare l’organo sessuale. La bocca è aperta per accentuare la sensualità del volto e dall’ombelico spunta una piccola ernia, che in questo tipo di sculture riveste un significato particolare: quasi un allusione all’ambiguità della definizione rigida della sessualità, come se l’identità maschile e femminile rimandino comunque ad un archetipo comune di appartenenza al genere umano, indifferenziato.
Nella primissima infanzia le differenze sessuali, in effetti, sono ininfluenti per la cultura tribale africana. E’ solo attraverso i riti di passaggio e di iniziazione che i bambini “conquistano” le loro differenze maschili e femminili. In Africa non si nasce uomini e donne, ma ci si diventa!
Le bambine spesso a 5-6 anni iniziano il loro apprendistato verso quello che sarà il loro compito principale nella società: diventare mogli e madri. Non una semplice iniziazione al mondo degli adulti, come avviene per i maschietti attraverso la circoncisione, quanto un vero e proprio percorso di conoscenza dei compiti che attenderanno le future donne.
Si insegna loro a sopportare le fatiche e gli obblighi dei lavori manuali, come le incombenze domestiche, la ricerca e la preparazione del cibo, la raccolta dell’acqua nei pozzi lontani, la cura dei più piccoli e la gestione del menage familiare. E si iniziano le vere e proprie pratiche manipolatrici per modificare l’aspetto fisico delle giovinette.
La pratica più crudele e più conosciuta è senz’altro quella della escissione del clitoride, soprattutto diffusa nel Senegal, nel Mali, in Etiopia, in Somalia e in Egitto, alla quale spesso si accompagna quella della infibulazione, cioè la chiusura dell’orifizio vaginale, per garantire la verginità fino al momento del matrimonio.
Alcuni popoli africani, come i Marka e i Dogo, usano anche raccogliere il sangue che cade in terra dalle ferite. Le donne più adulte lo mettono in appositi raccoglitori e lo usano in vari modi: per rinfrescare i tatuaggi ( che in molte etnie vengono eseguiti scarnificando la pelle con disegni simbolici, a volte anche dal significato erotico), oppure lo spalmano sul ventre delle più giovani, anche mischiato alla terra, per favorire la fertilità e come segno propiziatorio per rimanere in cinta o per agevolare il parto.
A volte, questo sangue viene spalmato sulla vagina delle ragazze, perché si crede che questo gesto possa mitigare il dolore per la futura amputazione. Spesso, l’organo mutilato viene conservato dentro appositi contenitori che accompagneranno per tutta la vita le donne, che lo conserveranno come una reliquia, destinata ad essere distrutta dopo la loro morte.
Altre pratiche in alcune etnie consistono, invece, nell’accentuare il volume degli organi sessuali, grazie a particolari ventose che allungano le grandi labbra della vagina o con altri strumenti che ne dilatano l’ampiezza, per sottolineare l’importanza dell’atto sessuale con il futuro marito: non un normale coito amoroso, quindi, ma un vero e proprio abbraccio voluttuoso fra il glande del maschio e le labbra carnose e allungate che lo avviluppano, attribuendo così alla donna un grande potere di seduzione.
La statuetta di legno della Tanzania, con le sue armoniose proporzioni, la particolare pigmentazione del corpo, la perfetta simmetria dell’organo sessuale con l’apertura delle gambe e, nello stesso tempo, la compostezza e maestosità del volto ci sembra un esempio illuminante.
Ma a volte anche la bocca subisce particolari trasformazioni con smisurate allargamenti delle labbra e modifiche al corpo e al viso della donna, tramite piercing o vere e proprie scarnificazioni, attraverso tagli che disegnano trame dai molteplici significati, che vengono tramandati di generazione in generazione, come segno di appartenenza al clan.
Tutti questi rituali sono controllati e gestiti dalle stesse donne, le più anziane soprattutto, depositarie di leggi arcaiche che conferiscono loro un potere molto significativo all’interno delle comunità.
La maturità e la menopausa, infatti, invece di rilegare la donna ad un ruolo subordinato, in quanto non più fertile o “ appetibile” agli occhi maschili, conferisce loro un potere che le inserisce a pieno titolo nella sfera del comando alla pari degli uomini.
Una volta private delle mestruazioni, infatti, le donne terminano la loro “vita impura” e, quindi, come gli uomini possono prendere la parola nelle assise pubbliche ed esprimere pareri vincolanti su questioni che riguardano la vita della comunità. Acquisiscono lo stato di “sagge anziane” e i loro consigli sono considerati preziosi per contribuire a mantenere l’ordine pubblico della società tribale. In molte culture africane alla donna è attribuito un grande valore protettivo verso la sua comunità di appartenenza.
Per esempio nell’Africa orientale australe, al confine fra Mozambico e Tanzania, il popolo dei Makonde, fondato su una società patriarcale, crede che la donna sia nata prima dell’uomo e che questi ebbe origine per sua volontà.
E’ stupefacente la visione della maschera “ da ventre” dei Makonde, alta più di mezzo metro, fatta in legno perfettamente levigato e ornata di perline, e dotata di un grande seno che ricade sul ventre gonfio. Questa viene indossata dagli uomini per sottolineare come i riti iniziatici alla sessualità siano una vera e propria educazione sentimentale, atti fondamentali per garantire alla coppia una vita sessuale felice come garanzia di serenità.
Le figure femminili che si osservano al Museo Dapper sono sempre ispirate a un’idea di armonia e di fertilità. La maternità è infatti per la società africana, e per la donna che ne è l’energia creatrice, valore universale, che accomuna tutte le società e le culture, una ricchezza assoluta. Il ruolo di madre, di nutrice, di custode dei valori della comunità che si perpetua sono fortemente esaltati in Africa.
Le bambine già da piccole si preparano a fare le mamme, giocando con bambole riccamente ornate di vestitini coloratissimi e di monili fatti con perline variopinte, che posiamo ammirare in molteplici esemplari. Nell’adolescenza le bambole saranno sostituite da figurine propiziatorie, per ingraziarsi un futuro prospero e fertile, e verranno conservate preziosamente come oggetti dal significato protettivo. Molte sono le sculture che celebrano il valore della maternità: la mamma e il suo bambino è una figura ideale celebrata in tutti i modi nell’universo artistico africano. D'altronde, nulla poi di troppo diverso di come fin dall’antichità i pittori occidentali hanno sempre raffigurato la Madonna col bambino, come uno dei temi ricorrenti di tutta la nostra storia dell’arte.
La magnifica donna che allatta il bimbo, statuetta dell’antico Egitto, conservata al Museo del Louvre, risalente al regno di Thoutmosis 3° (1479-1425 a.C.), incanta per la sinuosità e rotondità delle forme, la dolcezza e l’espressione rassicurante del volto, il capo che termina con il collo di un otre perfettamente in sintonia col resto della figura, a simboleggiare la pienezza del ruolo femminile il suo significato “di contenitore” di energie positive, da distribuire sempre con generosità.
Le maternità provenienti dal Congo danno un senso di pace e serenità.
In una piccolissima scultura lignea ( appena 17 centimetri), il ventre gonfio è aperto e mostra al suo interno delle uova di pasta di vetro bianco, quasi ad alludere alla potenza rinnovatrice della vita. Le eleganti proporzioni delle sculture artistiche africane che diffondono sempre energia vitale, quasi a sottolineare che l’arte e la vita si i intrecciano indissolubilmente non come un elemento teorico, ma come un dato di fatto che oltrepassa la consuetudine quotidiana per assurgere ad un preciso significato sociale e spirituale, ci fanno comprendere perché l’arte africana ebbe un ruolo decisivo sull’evoluzione dell’arte occidentale del Ventesimo secolo.
Da Derain a Matisse, fino a Picasso, la sua influenza fu elemento decisivo per la nascita del cubismo e per infondere una nuova linfa vitale all’arte occidentale, che stava attraversando una profonda crisi di valori, spirituali ed estetici.
Ma soprattutto ci preme ricordare l’ultimo degli artisti bohemiens del secolo scorso: Amedeo Modigliani, l’artista fuori dagli schemi amante dell’arte africana che scoprì nei primi anni del Novecento e che in qualche modo trasferì nella sua arte.
Egli nei suoi disegni e nelle sue sculture evidenzia molte assonanze e affinità con le figure di svariate etnie africane. I suoi inconfondibili colli e volti allungati, dai grandi occhi languidi e dai piccoli menti arrotondati, l’eleganza leggiadra delle forme rievocano molte raffigurazioni dell’arte africana. Non è difficile tracciare delle similitudini fra le donne intimamente rinchiuse in se stesse, che Modigliani dipingeva, con le figure eleganti e discrete perfettamente levigate degli artisti africani che nei secoli hanno tramandato un’immagine di femminilità, certamente terrena e concreta, ma nello stesso tempo ieratica e ricca di valori spirituali. Un esempio di contaminazione e di scambio fra culture diverse che ci danno la conferma di come soltanto da un confronto paritario possa nascere quel valore aggiunto che dà senso e arricchimento alla nostra vita.
E forse anche per questo, per questa sua capacità di essere aperta alle tante forme di cultura e arte provenienti dai paesi di quel “Terzo mondo”, un tempo colonizzato e depauperato, la Francia si dimostra il paese più ricco di documentazioni e reperti artistici dell’Africa, ma no solo.
Assieme al Museo Dapper, oggi si possono visitare le immense sale del nuovissimo Museo del Quai Branly, a due passi dalla Torre Eiffel, dedicato a tutte le forme d’arte “prime” (e non solo “primitive”) provenienti dall’Africa, Asia, Oceania e Americhe, opera unica al mondo voluta e finanziata dalla presidenza di Jacques Chirac, agli inizi degli anni Duemila.
Quando si parla di Giuseppe Migneco il pensiero va immediatamente al pittore realista, all’anti-fascista che per la sua coerenza di militante conobbe anche il carcere, a un uomo passionale, persino geloso della sua sicilianità. A sfuggirci, molto probabilmente, è il carattere internazionale della sua arte, quel filo rosso che riconduce l’intera sua produzione a mostri sacri della pittura di Ottocento e Novecento come Vincent Van Gogh, Pablo Picasso e Francis Bacon.
Questo il percorso che segue la retrospettiva «Migneco Europeo» che Taormina dedica all’artista messinese dal 26 luglio all’1 novembre nella Chiesa del Carmine, riprendendo un discorso interrottosi esattamente 26 anni fa, quando fu celebrato dalla prima antologica.
A emergere è l’immagine di un artista «nuovo» che, senza nulla perdere della sua sicilianità, aveva volto lo sguardo su quanto accadeva nel resto del Vecchio continente, a cominciare da Van Gogh, la cui suggestione chiara si avverte nelle sue prime opere di accento fortemente espressionista, affidate ad una pennellata contorta e sofferta, con colori bruciati di giallo e di un verde marcio che tendeva al nero.
Su quell’impianto poi l’artista seppe sviluppare, attraverso una originale rilettura della lezione cubista di Picasso, il suo inconfondibile linguaggio realista che comunque lo riportava all’immaginario della sua isola. Un orizzonte dal quale Migneco (Messina 1908, Milano 1997), che come Quasimodo e Vittoriani era figlio di un capostazione, era sempre pronto a ripartire con la sua pittura impegnata, fino a giungere, intorno agli anni Sessanta e Settanta, a quella spietata e acre critica contro la società del falso benessere.
Qui il suo linguaggio si fa scarno, con linee secche e nervature nere che definiscono le forme entro schemi di rigida tessitura, con toni cromatici lividi e freddi, quasi slavati, che fanno pensare alle immagini raggelate di Bernard Buffet. In ultimo, una stagione cupa in cui l’artista, quasi abbandonando tutte le speranze di riscatto che avevano animato la sua giovinezza, riflette sulla sconfitta personale e collettiva di un mondo divenuto indifferente e violento.
È proprio alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta che Migneco sembra infatti riflettere sul «destino trafitto» e sul presagio di morte, facendo ricorso ad una figurazione claustrofobica, dai colori violenti che fanno pensare alla tragica solitudine di Francis Bacon. Dalla mostra di Taormina emerge, insomma, un Migneco «isolano» ma per nulla «isolato». Appunto, un «Migneco europeo».
Francesco Prisco
«Migneco europeo»
Taormina, Chiesa del Carmine, dal 26 luglio all’1 novembre 2009
A cura di Lucio Barbera e Anna Maria Ruta
La Campagna "Mai più violenza sulle donne" di Amnesty International, ha iniziato a lavorare sulla relazione tra donne, povertà e violenza. Questa campagna iniziata nel 2004 ha reso evidente che la violenza colpisce donne di ogni etnia, età e classe sociale a prescindere dal grado di cultura e ricchezza,tuttavia è innegabile che le donne e soprattutto le più povere e le meno colte sono esposte ad un maggiore rischio di violenza.
A sua volta l'emarginazione delle donne dalla vita politica produce una inevitabile aumento della loro povertà,per questo motivo Thoraya Ahmed Obaid direttrice dell'UNFBA, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, asserisce;
" Non possiamo sconfiggere la povertà se non sconfiggiamo prima la violenza sulle donne".
In ocasione della Giornata Internazionale della Donna, Il gruppo Amnesty International di VERONA, in collaborazione con il Circolo dell Rosa ha organizzato una mostra di artiste, volta a sensibilizzare la popolazione veronese sul tema dei diritti violati delle donne.
La mostra si terrà presso la sede del
Circolo della Rosa in via Santa Felicita,13
1-8 MARZO
L'inaugurazione che avrà inizio alle 18 e ospiterà la performance dell'attrice Isabella Dilavello dal titolo
*"La donna seduta al mio posto"*
Carissimi ,
abbiamo smontato la mostra " Artisti per Amnesty " questa settimana...L'evento ha riscosso un enorme successo di vendite e di pubblico...
Il progetto è di continuare a fare girare le opere in altre sedi pubbliche ..
Il prossimo evento prevede una mostra che include solo le artiste Amnesty... " Artiste per i Diritti umani" sarà allestita presso il Circolo della Rosa di Verona....dal 1 al 9 Marzo..
Ho già comunicato a suo tempo che il crash del mio computer oltre ad avermi fatto perdere un mare di lavoro in articoli e fotografia mi ha fatto perdere anche il catalogo Amnesty che avevo quasi fiito di impaginare...dovrò rimettermi presto all'opera dal momento che i recupero dati è stato impossibe... purtroppo il mio tempo è limitato dovrete avere pazienza, questa mostra mi ha richiesto un mare di lavoro e ancora non ho finito..
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Man mano che le cose procedono vi terrò informati tramite forum blog e mail nel frattempo vi inoltro dei links che hanno segnalato l'evento
Grazie per la vostra partecipazione anche a nome di Amnesty
vi segnalo i video di Peter Gabriel e I REM che testimoniano il progetto SMALL TOUR PLACES di cui anche noi modestamente facciamo parte....
Si è spento Harold Pinter, riporto il discorso tenuto in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura il 7 dcembre 2005.
Nel 1958 scrivevo che “Non ci sono grosse differenze tra quello che è reale e quello che è irreale e tra quello che è vero e quello che è falso. Una cosa non è necessariamente o vera o falsa, può essere entrambe: vera e falsa.”
Credo che queste affermazioni abbiano ancora un senso e che possano ancora essere applicabili se si osserva la realtà attraverso l’arte. Come scrittore dunque, concordo con queste parole, ma come cittadino non posso. Come cittadino devo chiedere:*Cos’è vero? Cos’è falso?.
Quello che ci circonda è dunque una rete di menzogne dal quale veniamo nutriti. Come ogni singola persona sa, la giustificazione dell’invasione dell’Iraq è stato il possesso da parte di Saddam Hussein di armi di distruzione di massa molto pericolose, alcune delle quali in grado di colpire in 45 minuti, causando così una paurosa devastazione. Ci era stato assicurato che era vero. Non era vero. Ci è stato detto che l’Iraq aveva legami con Al Quaeda e che era complice delle atrocità del 11 settembre 2001 a New York. Ci è stato assicurato che era vero. Non era vero. Ci è stato detto che l’Iraq era una minaccia per la sicurezza mondiale. Ci era stato assicurato che era vero. Non era vero. La verità è qualcosa di completamente diverso. La verità ha a che fare sul come gli Stati Uniti percepiscono in loro ruolo nel mondo e su come scelgono di incarnarlo.
Ma prima di ritornare al presente vorrei osservare il passato recente, intendo quello della politica estera degli Stati Uniti a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Credo che sia obbligatorio tra di noi sottoporre questo periodo almeno a qualche tipo di scrutinio, se pur limitato, che è tutto quello che al giorno d’oggi è qui permesso . Tutti sanno quello che è successo nell’Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est nel dopo-guerra: le violenze sistematiche, le atrocità diffuse, le dure repressioni del libero pensiero. Tutto questo è stato documentato ampliamente e verificato. Ma qui il mio dibattito è che i crimini degli USA commessi nello stesso periodo sono stati registrati solo superficialmente, tanto meno documentati, né tanto meno riconosciuti come crimini; credo che ciò debba essere avviato e che la verità abbia un’influenza considerevole su dove sta il mondo ora. Anche se costretti, fino ad un certo punto, dall’esistenza dell’Unione Sovietica, le azioni degli Stati Uniti in giro per il mondo hanno reso chiaro come loro abbiamo dedotto di avere carta bianca per fare ciò che volevano. In effetti, l’invasione diretta di uno stato sovrano non è mai stato il metodo preferito dall’America; per lo più optava per quello che definiva come un “conflitto di bassa intensità”.
Conflitto a bassa intensità significa che migliaia di persone muoiono, ma più lentamente rispetto ad un bombardamento. Significa avvelenare il cuore di una nazione, della quale si stabilisce una crescita maligna e si guarda nascere la cancrena. Quando la popolazione è stata sottomessa- o colpita a morte- la stessa cosa- e i tuoi amici, i militari e le grandi corporazioni, siedono comodamente al potere, vai prima davanti alla telecamera e dici che la democrazia ha prevalso.
Negli anni a cui ho fatto riferimento, questo era un luogo comune nella politica estera statunitense. La tragedia del Nicaragua fu un caso assai significativo. Ho scelto di parlarne qui ritenendolo un valido esempio di come l’America veda il suo ruolo nel mondo, sia allora che adesso. Ero presente al meeting presso l’ambasciata USA a Londra nel lontano 1980. Il Congresso degli Stati Uniti doveva decidere se finanziare ulteriormente i Contras nella loro campagna contro lo stato del Nicaragua. Ero un membro della delegazione che parlava a nome del Nicaragua, ma il membro più importante di questa delegazione era Padre John Metcalf. Il leader della corpo USA era Raymond Seitz (il numero due dell’ambasciatore, poi anch’esso ambasciatore). Padre Metcalf disse: “Signore, sono in missione per conto di una parrocchia del nord del Nicaragua. I miei parrocchiani hanno costruito una scuola, una struttura sanitaria e un centro culturale.
Abbiamo vissuto in pace. Pochi mesi fa i Contras hanno attaccato la parrocchia. Hanno distrutto tutto: la scuola, la struttura sanitaria e il centro culturale. Hanno violentato infermiere e insegnanti, trucidato i medici nel più brutale dei modi. Si sono comportati come dei selvaggi. Per favore chiedete che il governo USA ritiri il suo sostegno a queste scioccanti attività terroristiche”. Raymond Seitz aveva la reputazione di essere un uomo razionale, responsabile e molto sofisticato. Era molto rispettato in ambito diplomatico. Egli ascoltò, fece una pausa e poi parlò seriamente. “Padre” disse, “si lasci dire alcune cose. Nelle guerre le persone innocenti soffrono sempre”. Ci fu un silenzio di tomba. Lo fissavamo. Non si tirò indietro. In effetti, nelle guerre le persone innocenti soffrono sempre. Ad un certo punto qualcuno disse: “Ma in questo caso le “persone innocenti” erano le vittime di un terribile atrocità spalleggiata dal Suo governo, una delle tante. Se il Congresso acconsentirà a stanziare più denaro per i Contras ci saranno altre atrocità del genere. Non è questo il caso? Il Suo governo non è dunque colpevole di appoggiare omicidi e distruzioni nei riguardi di cittadini di uno stato sovrano? Seitz rimase imperturbabile. Egli rispose: “Non credo che i fatti elencati sostengano le Sue affermazioni”. Mentre lasciavamo l’Ambasciata un assistente americano mi disse che gli piacevano le mie commedie. Io non risposi. Dovrei ricordarvi che, ai tempi del presidente Reagan,questi fece la seguente affermazione: “I contras sono l’equivalente morale dei nostri Padri Fondatori”. Gli Stati Uniti sostennero la violenta dittatura di Somoza in Nicaragua per oltre 40 anni. Il popolo nicaraguese, guidato dai sandinisti, rovesciò il regime nel 1979; fu una rivoluzione popolare mozzafiato. I sandinisti non erano perfetti. Avevano la loro buona dose di arroganza e la loro filosofia politica conteneva una serie di contraddizioni. Ma erano intelligenti, razionali e civilizzati. Diedero inizio ad una società stabile, dignitosa e pluralistica. La pena di morte fu abolita. Centinaia di migliaia di contadini indigenti scamparono alla morte. A più di 100,000 famiglie fu concessa la terra. Vennero costruite duemila scuole. Una ragguardevole campagna di alfabetizzazione ridusse l’analfabetismo nella nazioni di un settimo. Fu istituita l’istruzione e il servizio sanitario gratuiti.
La mortalità infantile scese di un terzo. La poliomielite fu debellata. Gli Stati Uniti dichiararono questi traguardi come sovversione marxista/leninista. Secondo il governo americano, questo rappresentava un esempio pericoloso. Se al Nicaragua era permesso di istituire le norme di base sulla giustizia economica e sociale, se gli era permesso di alzare gli standard del servizio sanitario e dell’istruzione raggiungendo quindi un’unità sociale e dignità nazionale, le nazioni confinanti avrebbero preteso le stesse richieste e le stesse cose. Di certo allora ci fu una fiera resistenza allo status quo in El Salvador. Prima ho parlato di una “rete di menzogne” che ci circonda. Il presidente Reagan solitamente descriveva il Nicaragua come una “prigione totalitaria”. Questo veniva in genere riportato dai media, e di sicuro dal governo britannico, come un commento attento e imparziale. Ma nei fatti non furono segnalate squadre della morte sotto il governo sandinista. Non vennero registrati casi di torture. Non vennero registrate casi di violenza sistematica o di ufficiali militari. Nessun prete venne ucciso in Nicaragua. C’erano infatti tre preti in questo governo: due gesuiti e un missionario di Maryknoll. Le prigioni totalitarie in verità erano alla porta accanto: in El Salvador e in Guatemala. Gli Stati Uniti avevano rovesciato il governo, eletto democraticamente, del Guatemala nel 1954 e si è stimato che più di 200.000 persone sono state vittime di dittature militari successive. Sei dei più noti gesuiti del mondo furono brutalmente uccisi nella Central American University a San Salvador nel 1989 da un battaglione del reggimento Alcatl addestrato a Fort Beginning, Georgia, USA.
L’arcivescovo Romero, un uomo estremamente coraggioso, fu assassinato mentre celebrava la messa. Si è stimato che morirono 75.000 persone. Perché vennero uccise? Furono uccise perché credevano che una vita migliore era possibile e che bisognasse ottenerla. Questo loro credo gli valse loro immediatamente la qualifica di comunisti. Morirono perché osarono mettere in ballo lo status quo, altopiano infinito della povertà, malattia, degradazione e oppressione, che era stato il loro diritto di nascita. Alla fine gli Stati Uniti rovesciarono il governo sandinista. Ci vollero anni e una resistenza considerevole ma una incessante persecuzione economica e 30.000 morti alla fine minarono lo spirito della popolazione del Nicaragua. Si ritrovarono ancora una volta esausti e indigenti. I casinò ritornarono nella nazione. Fu la fine per la salute e l’istruzione gratuita. Il grande business ritornò ad oltranza. La “democrazia” ha prevalso. Ma questa “politica” non era limitata in alcun modo all’America centrale. Fu condotta in tutto il mondo. Era infinita. Ed è come se non fosse mai accaduta. Gli Stati Uniti appoggiarono, e in molti casi determinarono, tutte le dittature militari, dell’ala destra, del mondo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Mi riferisco all’Indonesia, Grecia, Uruguay, Brasile, Paraguay, Haiti, Turchia, Filippine, Gautemala, El Salvador e, naturalmente, il Cile.
L’orrore che gli Stati Uniti inflissero al Cile nel 1973 non potrà mai essere epurato e mai potrà essere perdonato. Centinaia di migliaia di morti sono verificatesi in tutte queste nazioni. Sono avvenute? E sono in tutti i casi attribuibile alla politica estera americana? La risposta è si, sono avvenute e sono attribuibili alla politica estera americana. Ma non lo avreste saputo. Non era mai successo. Non è mai successo nulla. Anche quando stava accadendo non stava accadendo. Non importava nulla. Non era interessante. I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, costanti, cruenti, spietati, ma pochissime persone ne hanno realmente parlato. Lascialo fare all’America. Si è esercitata nella manipolazione clinica di potere in tutto il mondo mascherandola come una forza di bene universale.
E’ una brillante, persino arguta, azione di suggestione di grande successo. Vi dico che gli Stati Uniti è senza dubbio il più grande show sulla piazza. Può essere violento, indifferente, sprezzante e crudele ma è anche molto furbo. Come un commesso, è oltre il capitale proprietario, e il suo bene più vendibile è l’autostima. E’ un vincente. Sentite tutti i presidenti americani dire per televisione le parole: “il popolo americano”, come nella frase: “Dico al popolo americano che è tempo di pregare e di difendere i diritti de popolo americano e chiedo al popolo americano di fidarsi del loro presidente per le cose che farà a nome del popolo americano”. E’ un brillante stratagemma . Il linguaggio è usato per tenere sotto controllo il pensiero.
Le parole “il popolo americano” è come un cuscino rassicurante. Non c’è bisogno di pensare. Basta guardare cosa c’è dietro questo cuscino. Il cuscino può soffocare l’intelligenza e le facoltà di analisi ma è molto comodo. Ciò non vale di certo per quei 40 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà e per i 2 milioni di uomini e donne imprigionati in enormi gulag sparsi per tutti l’America. Gli Stati Uniti non infastidiscono più con i conflitti a bassa intensità. Non è più visto nessun punto di reticenza o anche devianza. Mette le carte sul tavolo senza paura o cortesia. E’ abbastanza semplice fregarsene delle Nazioni Unite, del diritto internazionale o del dissenso che considera debole e irrilevante. Ha anche il suo agnellino belante che lo segue: la patetica e servile Gran Bretagna. Cosa è successo alla nostra moralità? Ce n’è mai stata una? Cosa significano queste parole? Si riferiscono ad un termine oggigiorno poco usato- coscienza? Una coscienza che ha a che fare non solo con le proprie azioni ma anche con la corresponsabilità delle azioni degli altri? Tutto ciò è morto? Guardate Guantanamo. Centinaia di persone detenute senza nessuna accusa per oltre tre anni, senza rappresentazione legale o processo, detenuti, in pratica, per sempre. Questa struttura completamente illegittima viola la Convenzione di Ginevra. Non solo viene tollerata ma è stata ideata da quella che è chiamata “comunità internazionale”. Questa oltraggio criminale è commesso da una nazione che si dichiara “leader del mondo libero”. Pensiamo agli abitanti di Guantanamo?....
L’invasione dell’Iraq è un’azione criminale, un atto di terrorismo di stato sfrontato, che dimostra disprezzo assoluto per il concetto di diritto internazionale. L’invasione è stata un azione militare arbitraria ispirata da una serie di bugie su bugie e ad una enorme manipolazione dei massmedia e, di conseguenza, dell’opinione pubblica; un atto volto a consolidare il controllo militare ed economico americano in Medio Oriente, mascherandola -come ultima risorsa- non essendo andate a buon fine tutte le altre giustificazioni – come liberazione. Una tremenda testimonianza della forza americana responsabile di morti e mutilazioni di migliaia e migliaia di persone innocenti.
Abbiamo portato al popolo iracheno la tortura, le bombe a frammentazione, l’uranio impoverito, innumerevoli omicidi occasionali, miseria, degradazione e morte e lo chiamiamo “portare la libertà e la democrazia in Medio Oriente”. Quante persone dovrete uccidere prima di essere ritenuti omicidi di masse e criminali di guerra? Centomila? Più del necessario, avrei pensato. E’ giusto quindi che Bush e Blair siano condotti davanti alla Corte Penale Internazionale di Giustizia. Ma Bush è stato furbo. Non ha ratificato la Corte Penale Internazionale di Giustizia. Quindi se un soldato americano o un politico si troverà nella darsena, Bush ha avvisato che sarà spedito tra i marines.
Ma Tony Blair ha ratificato la Corte ed è dunque perseguibile. Possiamo fornire alla Corte il suo indirizzo, se la cosa può interessare. E’ al numero 10 di Downing Street, Londra. La morte in tal contesto è irrilevante. Sia Bush che Blair mettono la morte all’ultimo posto. Almeno 100.000 iracheni sono stati uccisi dalle bombe e missili americani prima dell’inizio della resistenza. Queste persone non sono presenti. Le loro morti non esistono. Sono spazi vuoti. Non sono nemmeno stati registrati come morti. “Non facciamo i conti dei corpi” ha detto il generale americano Tommy Franks. Prima dell’invasione c’era la foto pubblicata in prima pagina da un giornale britannico che ritraeva Tony Blair che dava un bacio sulla guancia ad un ragazzino iracheno. “Un bambino grato”, così riportava la didascalia. Qualche giorno più tardi ci fu la storia e la foto, nelle pagine interne, di un altro bambino di quattro anni senza braccia. La sua famiglia è stata colpita da un missile. Era l’unico sopravvissuto. “Quando riavrò le mie braccia?, chiese il bambino. La storia fu poi abbandonata. Bene, Tony Blair non stava abbracciando né lui, né il corpo di qualche altro bambino mutilato, né il qualsiasi cadavere insanguinato. Il sangue è sporco. Ti sporca la camicia e la cravatta quando fai un discorso sincero per televisione. I 2.000 americani morti sono fonte di imbarazzo. Sono stati trasportati nelle loro tombe al buio. I funerali sono incospicui. I mutilati si decompongono nei loro letti, alcuni per il resto della loro vita. Quindi i morti e i mutilati si decompongono entrambi in diversi tipi di bare.
…….Stanno sviluppando nuovi sistemi di forze nucleari noti come bunker busters. I britannici, che collaborano sempre, hanno intenzione di rimpiazzare il loro missile nucleare Trident. A chi, mi chiedo, stanno puntando? Osama bin Laden? Voi? Me? Joe Dokes? Cina? Parigi? Chi lo sa? Quello che sappiamo è che questa malattia infantile- il possesso e l’uso minaccioso di armi nucleari- è il cuore della filosofia politica dell’America di oggi. Ci dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti sono una posizione militare permanente e non sembrano voler allentare. Molte migliaia, se non milioni, di persone negli Stati Uniti provano palesemente disgusto, vergogna e rabbia per le azioni del loro governo, ma in base a come stanno le cose, non costituiscono una forza politica coerente, per ora.
Ma l’ansia, l’incertezza e la paura che si vede crescere ogni giorno negli Stati Uniti probabilmente non diminuirà. So che il presidente Bush ha molte persone competenti che gli scrivono i discorsi ma vorrei offrirmi comunque volontario per tale lavoro. Propongo un piccolo discorso che potrebbe fare alla nazione per televisione. Ho visto la sua faccia seria, i capelli ben pettinati, serio, vincente, sincero, spesso ingannevole, a volte con un sorriso sardonico, curiosamente attraente, un uomo. “Dio è buono. Dio è grande. “Dio è buono. “Il mio Dio è buono. Il Dio di bin Laden è cattivo. E’ un Dio cattivo. Il Dio di Saddam era cattivo, sempre che ne avesse uno. Era un barbaro. Noi non siamo barbari. Noi non tagliamo le teste. Crediamo nella libertà. Come fa Dio. Non sono un barbaro. Sono un leader eletto democraticamente da una democrazia che ama la libertà. Noi siamo una società compassionevole. Noi diamo compassionevoli scariche elettriche e compassionevoli iniezioni letali. Siamo una grande nazione. Non sono un dittatore. Lui lo è. Non sono un barbaro. Lui lo è. E lui lo è. Lo sono tutti.
Detengo l’autorità morale. Vedete questo pugno? E’ la mai autorità morale. Non lo dimenticate”. La vita di uno scrittore è parecchio vulnerabile, quasi una nuda attività. Ma non dobbiamo piangere per questo. Lo scrittore fa la sua scelta e ci ha indovinato . Ma è vero affermare che siete aperti a tutte le correnti, alcune delle quali addirittura ghiacciati. Non sei più in te, sei esposto. Non trovi riparo, protezione- a meno che non menti- in quel caso hai sicuramente costruito la tua protezione e, si può dire, sei diventato un politico. Ho citato la morte questa sera……
…….. Quando ci guardiamo allo specchio pensiamo che l’immagine riflessa sia esatta. Ma se ci muoviamo di un millimetro l’immagine cambia. In realtà noi stiamo guadando ad una serie infinita di riflessi. Ma talvolta uno scrittore deve rompere lo specchio- è dall’altro lato dello specchio che la verità ci fissa. Credo che a dispetto dell’enorme disparità esistente, come cittadini, la perseverante, affidabile e agguerrita determinazione intellettuale, per definire la reale verità delle nostre vite e delle nostre società, sia un obbligo cruciale che è affidato a tutti noi. Infatti è imprescindibile. Se questa determinazione non è incarnata nelle nostra visione politica non avremmo più speranza di riavere ciò che abbiamo quasi perso: la dignità dell’uomo.
"Vorrei trovare un'espressione per la dualità, vorrei scrivere capitoli e frasi dove fossero sempre visibili contemporaneamente canto e controcanto, dove accanto ad ogni varietà vi fosse l'unità,accanto ad ogni scherzo la serietà. Perché solo in questo consiste per me la vita, nel fluttuare tra due poli, nell'oscillazione tra i due pilastri portanti del mondo. Vorrei con gioia far vedere sempre la beata varietà del mondo ed anche sempre ricordare che al fondo di questa verità vi è un'unità".
Questi bellissimi versi sono nella nota di un prezioso libricino di Herman Hesse: Favola d’amore, li sento così miei che avrei voluto avere la capacità di esprimerli. Sono un inno all’Amore inteso come amore per la vita nella sua totalità nel costante conseguimento di luce e pienezza.
L’editore aveva appositamente lasciato in bianco delle pagine a sinistra perché Hesse potesse illustrare la favola che poi regalò a Ruth Wenger, sua futura moglie.
Pictor rappresenta l'eroe che nel suo percorso deve calarsi nella staticità del reale, per apprezzare il valore del divenire. Ma chi cresce e si fa consapevole impara - scrive Hesse - "a non desiderare essere altro di ciò che egli è, questa è patria e felicità". Abbiamo bisogno di peccare, di uscire dall'Eden e riconoscere che la stasi è la nostra morte e ci rende vecchi e tristi, perché ci spegne.Ma i nostri goffi tentativi di bloccare il flusso vitale, non portano frutto e ci spingono a trovare tutto dentro di noi, a farci interi, in una unione di opposti umana ed universale insieme, per recuperare il fremito della vita che vuole solo essere percepita, da ognuno, come una favola d'amore.
....Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinnanzi ad un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l'albero con riverenza e chiese: "Sei tu l'albero della vita?". Ma quando, invece dell'albero, volle rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt'occhi, ogni cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla fonte della vita.
E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor chiese: "Sei tu l'albero della vita?".
Il sole annuì e sorrise. Fiori meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e di luminosi sorrisi, con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri annuivano e non sorridevano: ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel loro profumo si fondevano. Un fiore cantò la canzone del lillà, un fiore cantò la profonda ninna nanna azzurra. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro gli ricordava il primo amore. Uno aveva il profumo del giardino dell'infanzia, il suo dolce profumo risuonava come la voce della mamma. Un altro, ridendo, allungò verso di lui la sua rossa lingua curva. Egli vi leccò, aveva un sapore forte e selvaggio, come di resina e di miele, ma anche come di un bacio di donna.
Tra tutti questi fiori stava Pictor, pieno di struggimento e di gioia inquieta. Il suo cuore, quasi fosse una campana, batteva forte, batteva tanto; il suo desiderio ardeva verso l'ignoto, verso il magicamente prefigurato.
La Pinacoteca di Parigi, ha inaugurato una mostra che finalmente prende in seria considerazione la relazione tra il lavoro di Jakson Pollock e lo shamanesimo degli indiani d’America.
Le opere di Pollock pre-dripping colpiscono per la plasticità delle forme,la potenza del colore, la pregnanza di contenuti religiosi primitivi legati al culto della Natura, e si inoltrano lungo un percorso che esplora tematiche tipicamente shamaniche come: La nascita, il Sacrificio, la Morte, la fusione Uomo-Animale, la fusione Uomo-Donna, la Danza, la Maschera ed infine le Astrazioni.
Dopo la II Guerra mondiale, l’opera di Pollock si pone in netto contrasto con i principi di una America rampante e materialista, essa rivolge la sua attenzione al passato arcaico, ravvisando nello shamanesimo degli amerindi la chiave per un autentico rinnovamento.
Pollock ebbe modo di intraprendere l’esperienza di una analisi personale junghiana della durata di quattro anni, e sebbene questa esperienza non sia sempre opportunatamente valutata dai critici d’arte è più che evidente la connessione esistente tra la sua ricerca artistica e molteplici assunti junghiani; in particolare quella teoria di Carl G. Jung secondo la quale un popolo dominatore finisce con l’assorbire l’anima del popolo sottomesso anche se poi questa finisce con l’essere stipata in una zona d’ombra che poi fa irruzione in maniera indiretta e distruttiva.
Pollock considerava estremamente fondamentale per il suo lavoro riattivare questa zona d’ombra al fine di una propria e collettiva rinascita spirituale ed artistica. In particolare era attratto dal lavoro artistico religioso degli indiani Navajos, i quali disegnavano sulla sabbia delle complesse figure secondo finalità ritualistiche di guarigione.. a lavoro ultimato come accade per i mandala tibetani l’immenso e paziente lavoro era eliminato da un soffio di vento.
Il bisogno di guarigione spinse Pollock a valorizzare la figura simbolica dello shamano. Shamano è una parola di origine manchi-tangu che significa conoscere; lo shamano è colui che sa , che è saggio, che è in grado di comunicare con gli spiriti, di indicare il modo per ricollegarsi con la natura e guadagnare la pace e la salute, che è in grado di fornire interpretazioni e attribuire senso.
In questa mostra si possono ammirare molti quadri in cui Pollock prende a prestito la dimensione arcaica degli shamani amerindi per i quali l’opera d’arte ha una sua propria vita e identità, il pittore in questo caso ha solo la funzione di medium, quindi, di partecipante ad un processo creativo più ampio della sua persona e della sua volontà.
Quando alla fine del percorso della mostra si giunge alle astrazioni del dripping, queste si rivelano nella loro piena autentica natura: un rito sacro di guarigione, dove Jacson Pollock impersona lo shamano di una danza rituale ed estatica.
Antonella Iurilli Duhamel
opera Jackson Pollock " composizione con serpente e maschera"1938-1941
Circa un anno fa la foto di Nan Goldin :“Klara e Edda danzatrici del ventre” proprietà di sir Elton John fu rimossa da parte della polizia a seguito di denunce sulle sue sconvenienti implicazioni sessuali . La Crow Prosecution decise la non indecenza della foto basandosi su un altro giudizio messo nel 2001 dal CPS.
Indecente significa violarele norme generalmente accettate di correttezza e buon gusto, e a prescindere dal fatto che certe immagini possano essere prodotte con finalità artistiche , secondo le norme vigenti le foto di bambini sono ritenute illegali. Per il semplice fatto che la foto si proponga come una forma d’arte non significa che non verrà utilizzata per scopi sinistri.
Sappiamo che Nan Goldin ha avuto un infanzia alquanto traumatica tuttavia questo fatto non la autorizza ad esporre altri bambini a rischio di situazioni incresciose. A suo tempo la Goldin si difese assicurando la piena disponibilità da parte dei bambini , ma è assai difficile che un bimbo possa avere la consapevolezza delle conseguenze sociali di foto del genere.
Certamente è auspicabile che la libertà di espressione venga tutelata in campo artistico ma non è possibile continuare a pensare che il senso comune e la morale debbano restare fuori dalla porta.
Ovviamente la Goldin ne ha ricavato un grande tornaconto economico ma a prezzo di chi e che cosa?
In una società che a passo veloce sta globalizzando ogni forma di vita, la lezione di Henry Cartier Bresson giunge più che mai utile quanto indispensabile:“L’Istante decisivo” .
Nel suo libro :"Il momento decisivo”, non si stanca di sottolineare quel momento unico e irripetibile che ci da la visione della totalità; quel momento in cui testa occhio e cuore si allineano magicamente per dar vita ad una istantanea che non si riprodurrà mai più eppure, rimarrà presente e profondamente incisa nell’animo di chi la osserva grazie alla potenza del suo contenuto politico ed emotivo.
Cartier Bresson amava paragonarsi ad un pescatore che, avendo un pesce già all’amo, debba avvicinarsi con cautela per prenderlo al momento giusto, infatti le sue dichiarazioni sul fotografare, richiamano all’immaginazione la pratica Zen del tiro con l’arco:
“Fotografare è trattenere il respiro…” ed il fotografo, al pari di un arciere, deve dimenticare tutto, anche se stesso, per concentrarsi sull’obiettivo. Senza preoccuparsi dell’accuratezza, lascia che questa sorga come risultato dell’imporsi intuitivo di una forma perfetta; lo scatto, così come il tiro con l’arco, scioglie una tensione spirituale e “cogliere un’immagine diventa una gioia fisica e intellettuale”.
Parigi commemora il centenario della sua nascita, 22 agosto 1908 con una ricca serie di eventi .
La nostra poesia, vi dico, manca di un centro, qual era la mitologia per la poesia degli antichi. E tutto l'essenziale per cui la poesia moderna resta addietro rispetto a quella antica, può essere espresso col dire che noi non abbiamo una mitologia.
Ma, aggiungo, siamo prossimi ad averne una o, piuttosto, s'avvicina il momento nel quale dovremo seriamente collaborare a crearne una. Poiché essa verrà a noi per una via del tutto opposta a quella dell'antica, che fu soprattutto la prima fioritura della giovanile fantasia, riattaccandosi e informandosi immediatamente a ciò che di più vicino e più vivo era nel mondo sensibile.
La nuova mitologia deve, all'opposto, venir tratta dalla più remota profondità dello spirito. Essa deve esistere come la più artistica di tutte le opere d'arte, perché deve comprendere tutte le arti, un nuovo letto e un nuovo vaso per l'antica eterna primigenia sorgente della poesia, la poesia infinita stessa, che cela i germi di tutte le altre poesie.»
F. Schlegel, Frammenti critici e scritti d'estetica, Firenze, Sansoni, 1967, p. 192
“L’arte non si impara e non può essere insegnata, ma... la sua vena, se è condotta e indirizzata per uno stretto sentiero, indomita sprizza fuori dall’anima".
Nelle “Herzensergiessungen eines kunstliebenden Klosterbrudersgrassetto”, una raccolta di nove saggi, e precisamente nel primo: “Raphaels Erscheinung” (“La visione di Raffaello”), Wilhelm Heinrich Wackenroder polemizza contro coloro che vorrebbero spiegare l’arte secondo regole e canoni prestabiliti, negando così il "mistero"
dell’ispirazione artistica, nella quale non volgono vedere “i chiari segni... dell’impronta del dito di Dio”...
Raffaello è un esempio di come l’artista stesso non sappia spiegarsi l’”innato stimolo” che lo tiene “in continua ed attiva tensione”
Wilhelm Heinrich WackenroderHerzensergiessungen eines kunstliebenden Klosterbruders, Berlino 1796 (“Gli sfoghi del cuore di un monaco amante dell’arte” – da “Scritti di poesia e di estetica”, Firenze 1923).
E’ la storia di un uomo non inventato e possibile, non ideale...ma di un uomo vero, unico, vivente. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo si incrociano una volta sola, senza ripetizione.
Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo, fintanto che vive e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di ogni attenzione…
In ognuno lo spirito ha preso forma, in ognuno soffre il creato, in ognuno si crocifigge il Redentore..
La mia storia non è dolce e armoniosa come le storie inventate, sa di stoltezza e confusione, di sogno e di follia, come la vita di tutti gli uomini che non intendono più mentire a se stessi.
La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. Ogni uomo non è mai interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, secondo le possibilità. Certuni non diventano mai uomini, rimangono rane, lucertole, formiche.
Taluno è uomo sopra e pesce sotto..tutti noi abbiamo in comune le origini, la madre, tutti veniamo dallo stesso abisso; ma ognuno, tentativo e rincorsa dalle profondità, tende alle proprie mete.
Possiamo comprenderci l’un l’altro ma ognuno può interpretare soltanto se stesso.
La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile. Insomma, perché ogni modernità acquisti il diritto di diventare antichità, occorre che ne sia tratta fuori la bellezza misteriosa che vi immette, inconsapevole, la vita umana".
Baudelaire
Exempla, è una mostra singolare che in molti sentiremo il bisogno di visitare. Exempla significa: modelli, la mostra fa riferimento ai modelli classici dei quali la storia dell’Arte si è ampiamente servita a partire dal 200.
L’evento ha luogo a Rimini, presso il Castel Sismondo a partire dal 20 aprile sino al settembre di quest’anno.Una esposizione unica a partire dalla qualità e rarità delle testimonianze che senza ombra di dubbio mettono in risalto l’eredità classica dell’arte medievale
L’itinerario si conclude con un’opera d’eccezione: la formella di Andrea Pisano con Fidia che scolpisce una scultura, un tempo sul campanile di Giotto. Come si diceva essa è una specie di emblema della mostra stessa, perché ritrae il più grande scultore dell’antichità intento nella sua opera..
La rinascita dell’antico nel Duecento non può venire illuminata, senza un confronto ravvicinato con i modelli antichi. Questa è la prima mostra che visualizza tale rapporto presentando sculture e cammei classici, che sono serviti, appunto, da “esempio” agli artisti del Duecento.
...se tacessimo tutti
alfine
tacessero madri e maestri
tacessero profeti e savonarola
tacessero i bambini e i loro cani
e anche gli uccelli facessero silenzio
e non ruggissero gli animali altrove
se l’acqua si fermasse
e il mare si acquietasse
per un solo momento
non si muovesse foglia intorno
non volassero api e calabroni
non si intonassero né inni né canzoni
potremmo ascoltare
insieme
finalmente
l’universo che ride...
Carla Collesei Billi
Belvedere Marittimo è un paese molto antico arroccato sulla costa tirrenica dell’alto cosentino: la Costiera dei Cedri.La sua posizione strategica lo rende unico sia dal punto di vista difensivo quanto da quello panoramico. Alle sue spalle la protezione di una grande montagna , l’ultima del Parco del Pollino, davanti ai suoi occhi l’apertura del mare aperto, dove la vista può liberamente spaziare nei giorni più limpidi, dal Golfo di Policastro fino all’isola di Vulcano. Non a caso il suo nome è: Belvedere.
Il paese visto dall’alto somiglia ad un cuore da cui si si snoda, come arterie, un saliscendi di stradine che grazie alla loro tortuosità hanno miracolosamente impedito l’invasione dei mezzi di locomozione.
In un passato non tanto remoto a Belvedere, come testimoniano gli alti gradini, si poteva circolare con i muli, oggi ci si muove esclusivamente a piedi, e persino i più anziani riescono ad arrampicarsi con grazia lungo quelle scalette che a volte tolgono il respiro ai meno allenati. La natura che lo circonda è integra e selvaggia.
L’assenza di colture intensive oltre alla mancanza dei rumori e degli odori del traffico contribuiscono a creare la dimensione atemporale del sogno e la dolcezza di un antico presepe.
Da circa due anni questo paese, che così gelosamente è riuscito a mantenere intatta la propria bellezza, fa da culla ad un progetto artistico, promosso dall’Associazione Culturale Agorà diretta da Enzo Molino, e curato da Antonella Iurilli Duhamel e Georges Duhamel.
Una realizzazione insolita resa possibile dal felicissimo connubio dell’amicizia, e della voglia di fare qualcosa di bello, al di là delle limitazioni di tempo e denaro.
Gli artisti coinvolti nel progetto hanno realizzato e generosamente donato al paese dei bassorilievi in terracotta, facendo così rivivere sui suoi muri, l’antica tradizione dei ceramisti belvedere.ati in modo permanente, costituiscono le stazioni di un una “Via Pulchritudinis”, un percorso estetico ed emotivo, impreziosito ulteriormente dal commento poetico di Carla Collesei Billi, inciso su rosoni di terracotta.
Partendo dalla Piazza Parmint, dal cuore del paese, e incamminandoci verso il Duomo avremo modo di incontrare la Nostalgia simbolizzata da una duplice figura femminile che da un lato si accomiata e dall’altro sfoglia il libro della memoria.
La Paura rappresentata da un Cerbero impietoso a tre teste. La Tenerezza di una fanciulla che gioca con il suo cucciolo. L’Amore di un cuore che batte fino al cervello. La Serenità di un villaggio che vive di semplicità. Il Perdono di due fratelli che hanno smesso di odiarsi. La “Malinconia” della fine del giorno, solo per citarne alcuni.
I Bassorilievi di Belvedere installati in modo permanente,desiderano condurci ad un un momento di raccoglimento ulteriormente facilitato dal silenzio di queste stradine assolate alla possibilità di un viaggio interiore verso una meta ambiziosa : l’indispensabile ricerca la nostra più autentica ricchezza, i nostri sentimenti, i nostri Stati D’Anima.
Di seguito, i nomi degli Artisti che hanno realizzato i Bassorilievi esposti nella Mostra di Belvedere:
Alice, Claudio Anzidei, Franco Batacchi, Sergio Billi, Anna Borrelli, Garcia Bonomi, Sergio Capellini, Carla Collesei Billi, Georges Duhamel, Faber, Carlo Fayer, Antonio Gaglianone, Antonella Iurilli Duhamel, Edwin Kayton, Pino La Fauci, Paolo Lualdi, Massimina Pesce, Damiano Minisci, Giancarlo Montuschi, Gianfranco Renzini, Riva Andrea Tedeschi.
Lo psicoanalista Carl Gustav Jung iniziò la sua carriera come allievo di Freud ma ad un certo punto intraprese una propria ricerca che lo portò ad esplorare in profondità la natura della creatività.
Per Jung, ogni persona creativa è una dualità o una sintesi di attitudini contraddittorie. Da un lato è un essere umano con una vita personale, dall’altro è un impersonale processo creativo strumento del suo lavoro e ad esso subordinato.
In quanto essere umano può apparirci dotato di una specifica personalità, tuttavia possiamo comprenderlo nel suo lato artistico solo vagliando i frutti del suo lavoro.
Non possiamo aspettarci che sia lui ad interpretarli, ha già fatto del suo meglio dando loro forma; ogni possibile esegesi va lasciata agli altri e al futuro.
Per cogliene il significato dobbiamo consentire alla sua opera di plasmarci così come è accaduto a lui, vale a dire dobbiamo consentire alle forze creative di entrare in noi.In questo modo riusciremo a comprendere la natura della sua esperienza.
Constateremo che il suo operato ha influito sulle capacità di guarigione e di redenzione della psiche collettiva, che è riuscito a penetrare la Matrix della vita: questa grande membrana che tiene assieme tutti gli uomini e impartisce alla loro essistenza un ritmo comune consentendo all’individuo di comunicare i propri sentimenti per tutelare l’integrità umana.
Antonella Iurilli Duhamel
Caspar David Friedrich, Der Wanderer über dem Nebelmeer (Il viandante sul mare di nebbia)1817
Ci sono persone in grado di donare se stesse anche nell’imminente fine annunciata della loro esistenza e nelle condizioni più barbariche di vita; mi riferisco all’arista Charlotte Salomon, eroica e poetica quanto Anna Frank ma molto meno nota.
Nell’ultimo anno della sua vita, quando tutti suoi parenti ed amici erano già stati catturati dai nazisti e spediti nei campi di massacro; lei in un impeto spasmodico compie la sua opera d’arte più ricca ed estrema, ci lascia un capolavoro che forse è la prima opera multimediale: “ Vita o Teatro?” una raccolta di 800 piccole gouaches accompagnate da descrizioni, scritti e musica.
Prima di essere catturata riesce ad affidare l’immenso lavoro al prorio medico dicendo: dottore ne abbia cura le affido tutta la mia vita.
Lo stesso giorno in cui viene deportata ad Auswitz viene immediatamente uccisa, era incinta di quattro mesi ed aveva solo 26 anni.
Le opere della Salomon sono custodite nel Museo Ebraico di Amsterdam ma credo che questo sia un limite che probabilmente ha contribuito non poco alla scarsa conoscenza della sua opera.
Charlotte Salomon non è una prerogativa del mondo ebraico, appartiene a tutto il mondo; rappresenta l’artista nel modo più autentico quello motivato da un debito di gratitudine verso la vita per quanto crudele ed ingiusta essa possa essere e dall’intima necessita di esprimere questo sentimento attraverso la sua arte.
Un generoso messaggio di amore che non può e non deve passare inosservato
"Il colore è l’espressione di una virtù nascosta" , i colori hanno il loro linguaggio la loro magia la forza di guarire.
È quanto scopre un bimbo di nove anni di fronte alla perdita traumatica del suo amico pittore che un bel giorno decide di suicidarsi.
Il bimbo scopre che il giallo, il colore presente nelle figure femminili dipinte dal suo amico, è il colore della gioia.
Il rosso appare sempre nelle situazioni complicate e controverse, come l’amore e la morte.
Il bianco fa più male del nero e più di qualunque altro colore perché portatore di silenzio.
L’indefinitezza del beige invece tra il marrone chiaro, il rosa è il colore della nostalgia.
Impara che la vita come l’arte si basa su fragili equilibri .
La riflessione sui colori è il suo modo di ricomporre in se lo squarcio lasciato dalla perdita dell’amico,le infinite domande senza risposta portatrici di ineffabili smarrimenti e straziante dolore.
Questo romanzo di rara bellezza, è stato scritto da Lygia Bojunga un’autrice brasiliana di letteratura per ragazzi, grazie alla sua poesia è possibile entrare nel delicato e misterioso mondo dell’infanzia dove ogni giorno si è posti di fronte ai grandi temi della vita: L’arte, l’amore, la politica, l’introspezione, la morte, il suicidio dove ogni giorno la sincerità delle emozioni e dei colori è di contrappeso al baratro e al caos di un momdo troppo grande e incomprensibile.
Per chiarire l’idea di Kandinskij, per cui i due elementi artistici, l’astratto e il concreto, si sono "separati", ricorderemo che, nel 1913, il pittore russo Casimir Malevic disegnò un quadro, che consisteva esclusivamente in un rettangolo nero su fondo bianco. Si tratta, con ogni probabilità, del primo quadro "astratto" che sia mai stato dipinto. Malevic scrisse: «Nella mia lotta disperata per liberare l’arte dalla zavorra del mondo oggettivo, ho trovato rifugio nella forma del quadrato».
Un anno più tardi, il pittore francese Marcel Duchamp pose su un piedistallo un oggetto scelto a caso (uno scolabottiglie) e lo presentò a una mostra. Scrisse, al riguardo, Jean Bazaine: «Quell’oggetto, distolto dal suo contesto utilitaristico, e come spogliato ed esaurito, è investito della desolata dignità delle cose abbandonate. Buono a niente, o pronto per essere usato, aperto a ogni possibilità, esso è vivo. Vive, sul limite dell’esistenza, la sua vita assurda e imbarazzante.
Quell’oggetto imbarazzante - è il primo passo verso l’arte». Colto nella fatale dignità del suo abbandono, e incommensurabilmente esaltato, a quell’oggetto veniva attribuito un significato che può definirsi soltanto magico. Onde la sua «vita assurda e imbarazzante». Diveniva un feticcio e, al contempo, un oggetto da burla. La sua concreta e reale natura veniva completamente superata. Così il quadrato di Malevic, come lo scolabottiglie di Duchamp, costituivano gesti simbolici, che non hanno niente a che fare con l’arte in senso stretto. E tuttavia essi valgono a indicare i due poli ("astrazione rigorosa" e "rigoroso realismo"), nello spazio fra i quali può ritenersi compresa l’arte immaginativa dei decenni successivi.
Dal punto di vista psicologico, i due gesti, nei confronti dell’oggetto nudo (la materia) e del nudo non-oggetto (lo spirito), sono indicativi di una lacerazione psichica collettiva che trovò la sua espressione simbolica negli anni che precedettero la catastrofe della prima guerra mondiale. Tale lacerazione aveva incominciato a rivelarsi fino dall’epoca del Rinascimento, manifestandosi nei termini del conflitto fra fede e ragione. Nel contempo, il progresso distoglieva sempre di più l’uomo dai fondamenti istintivi della sua natura, talché si apriva un abisso fra mente e natura, fra conscio e inconscio. Questa opposizione caratterizza la situazione psichica che cerca espressione nell’arte moderna.
Del resto, i prezzi fantastici pagati per certe opere d’arte moderna danno la misura precisa della valutazione sociale di esse. Il fascino sorge quando l’inconscio resta colpito. L’effetto che produce l’arte moderna non può spiegarsi soltanto nei termini dei valori formali coinvolti. Per l’occhio educato alla scuola tradizionale dell’arte "classica", o "sensitiva", quei valori si rivelano come nuovi ed estranei. Non c’è assolutamente niente, nella pittura non-figurativa, che valga a richiamare allo spettatore il suo mondo abituale - non oggetti immessi nel loro ambiente normale, né figure umane, o animali, che parlino un linguaggio familiare. Il cosmo creato dall’artista non rivela nessuna condiscendenza, nessuna visibile corrispondenza.
E tuttavia, senza ombra di dubbio, scocca un contatto umano, che può essere anche più intenso che non nel caso dell’arte sensitiva, la quale fa appello diretto alla corrispondenza sentimentale. Scopo dell’artista moderno è di esprimere le proprie visioni interiori, di individuare il fondo spirituale della vita. La moderna opera d’arte ha abbandonato non soltanto il piano delle cose concrete, "naturali", sensitive, ma anche il piano dell’individuale. Ha assunto carattere collettivo, e pertanto (anche nella compendiosità del geroglifico pittorico) tocca e interessa non pochi prescelti, ma la massa. Ciò che resta di individuale è il metodo della rappresentazione, lo stile e la qualità dell’opera d’arte.
È spesso difficile, per il profano, appurare se le intenzioni dell’artista siano sincere, e i suoi criteri espressivi spontanei, o siano invece frutto di imitazione, o tendano all’effetto più facile. In molti casi l’uomo della strada deve "far l’occhio" a nuovi tipi di linee e di colori. Egli deve imparare il nuovo linguaggio espressivo, proprio come imparerebbe una lingua straniera, prima di poter emettere giudizi sui valori espressivi dell’opera d’arte.
I pionieri dell’arte moderna si rendono evidentemente conto di ciò che chiedono al loro pubblico. Mai gli artisti hanno pubblicato tanti "manifesti", tante dichiarazioni esplicative delle loro intenzioni, come nel corso del ventesimo secolo. E tuttavia, non è soltanto agli altri che essi cercano di spiegare e di giustificare il loro operato; quei tentativi valgono anche nei confronti di loro stessi.
Per la maggior parte, quei manifesti sono artistici attestati di fede - tentativi poetici, e spesso confusi e incoerenti, di chiarire gli strani risultati dell’attività artistica moderna. Ciò che realmente ha importanza, come è ovvio, è (ed è sempre stato) l’incontro e il contatto diretto con l’opera d’arte. Tuttavia, per lo psicologo che si interessa del contenuto simbolico dell’arte moderna, lo studio di quei manifesti e di quelle apologie è quanto mai istruttivo.
Ed è per questa ragione che, nel corso del presente studio, ogniqualvolta sarà possibile, lascerò che siano gli artisti stessi a parlare di sé. Gli inizi dell’arte moderna si fanno datare ai primi anni del 1900. Una delle più importanti personalità di questa fase iniziale fu Kandinskij, la cui influenza è chiaramente rintracciabile anche in dipinti della seconda metà del nostro secolo. Molte sue idee si sono rivelate profetiche. Nel suo saggio Sulla forma, egli scrive: «L’arte di oggi esprime il mondo spirituale saturato fino al limite della rivelazione. Le forme di questa espressione si polarizzano intorno a due estremi:
1)) rigorosa astrazione;
2)) rigoroso realismo.
Da tali estremi si partono due strade che spesso conducono, in definitiva, a un solo esito. Quei due elementi sono stati sempre presenti nel mondo dell’arte; il primo trovava espressione nel secondo. Oggi sembra che essi si sviluppino secondo direttive distinte. Sembra che l’arte abbia posto un punto finale alla piacevole complementarietà di astratto e concreto, e viceversa».
I termini arte moderna e pittura moderna vengono impiegati, in questo capitolo, nello stesso senso in cui li usa il profano. Oggetto del nostro esame sarà, per usare la terminologia di Kühn, la moderna pittura immaginativa. I quadri che rientrano nell’ambito di questa possono essere astratti o, piuttosto, "
non-figurativi, ma non lo sono necessariamente.
Non faremo alcuna distinzione fra le varie correnti, quali il cubismo, il fauvismo, l’espressionismo, il futurismo, il suprematismo, il costruttivismo, l’orfismo, e così via. Qualsiasi specifica allusione all’una o all’altra di tali correnti avrà carattere assolutamente eccezionale. Né azzarderò una differenziazione estetica delle moderne scuole pittoriche; e, soprattutto, non mi permetterò valutazioni di ordine artistico.
La moderna pittura immaginativa verrà considerata esclusivamente come un fenomeno tipico del nostro tempo. Questo è il solo metodo per impostare e risolvere il problema del suo contenuto simbolico. In questo breve capitolo sarà possibile fare menzione soltanto di pochissimi artisti, e di un numero esiguo delle loro opere, scelte, per lo più, a caso. Ci dovremo dunque accontentare di esaminare l’arte moderna, prendendo in considerazione solo qualche artista, o qualche singola opera d’arte.
Possiamo incominciare sottolineando il fatto, di ordine psicologico, che l’artista è stato, in ogni tempo, lo strumento rivelatore dello spirito della propria epoca. Solo in parte è possibile interpretare e comprendere la sua opera nei termini della sua psicologia individuale. Consciamente o inconsciamente, l’artista dà forma ai caratteri e ai valori tipici del suo tempo, e resta, a sua volta, condizionato e formato da questi. Lo stesso artista moderno, del resto, si rende spesso conto dell’interrelazione fra la propria opera e il proprio tempo. Così, il critico e pittore francese Jean Bazaine scrive nel suo libro Note sulla pittura contemporanea: «Nessuno può dipingere come vuole. Tutto ciò che un pittore può fare, è di voler perseguire, con tutte le sue forze, quel tipo di pittura di cui la sua epoca è capace».
L’artista tedesco Franz Marc, morto nella prima guerra mondiale, disse: «I grandi artisti non vanno a ricercare le loro forme nella nebbia del passato, ma accolgono le risonanze più profonde del vivo e reale centro di gravità della loro epoca».
E, solo nel 1911, Kandinskij scriveva nel suo famoso saggio Sullo spirituale nell’arte: «In ogni epoca esiste una certa misura di libertà artistica, e anche il genio più creativo non può superare i limiti di quella libertà». Nel corso degli ultimi cinquant’anni l’arte moderna ha dato occasione a una contesa generale, e la discussione continua ancora con tutto il suo calore. I "sì" sono altrettanto convinti e appassionati che i "no"; e, tuttavia, la profezia, più volte ripetuta, che l’arte "moderna" è finita, non si è mai avverata.
I nuovi metodi espressivi hanno trionfato decisivamente. L’unico pericolo che li minaccia è costituito soltanto dalla possibilità della loro degenerazione in manierismo. (Nell’Unione Sovietica, dove l’arte non-figurativa è stata spesso ufficialmente proibita, e viene seguita solo privatamente, l’arte figurativa è minacciata da una simile degenerazione). La generalità del pubblico, quanto meno in Europa, si trova ancora in piena battaglia. La violenza della controversia dimostra che gli animi sono eccitati da una parte e dall’altra. Anche chi si mostra ostile all’arte moderna, non può fare a meno di restare impressionato dalle opere che condanna; resterà irritato, proverà della repulsione, ma (come prova la violenza dei suoi sentimenti) verrà, in ogni caso, anche scosso. Di regola, il fascino di ordine negativo non è meno forte di quello positivo. La folla dei visitatori che si accalcano alle mostre di arte moderna, dovunque queste siano tenute, testimonia di un atteggiamento che non si limita alla semplice curiosità. La curiosità si esaurirebbe presto.
Non ho filosofie: ho sensi...
Se parlo della Natura non è perché sappia cosa essa è,
ma perché la amo, e la amo per questo,
perché chi ama non sa mai quello che ama
nè sa perché ama, né cosa sia amare...
Amare è l'eterna innocenza,
e l'unica innocenza, è non pensare...
Fernando Pessoa
Per ricordare Frida Khalo, ho pensato ad un retablo.Il retablo è un’opera commemorativa religiosa. Dal latino "Rerum Tabula" (dietro all’altare), questo compendio di immagini religiose, unite da strutture o cornici, abitualmente viene collocato posteriormente al grande altare oppure nelle piccole cappelle laterali.
Il retablo è anche una sorta di icona da viaggio e fu introdotta in Messico dai primi colonizzatori spagnoli altresì come sussidio didattico per la comprensione dei testi sacri.
In Messico, il retablo, o retablo santo si riferisce a piccoli quadri ad olio che rappresentano i Santi , Cristo e la Madonna. Nel XVI secolo in Messico ci fu una grande diffusione di queste tavolette dipinte ad olio ma a differenza di quelle realizzate in Europa, erano realizzate da devoti sprovvisti di formazione artistica accademica, degli autodidatti motivati da un forte sentimento religioso che si rivela attraverso una qualità naive della composizione, dell’anatomia, della prospettiva, e dell’uso vibrante del colore.
Molti artisti messicani post rivoluzionari identificarono nei temi e nelle forme artistiche popolari quegli elementi rivoluzionari capaci di unificare e rendere indipendente il loro paese, il rifiuto dell’accademismo dominante conteneva dei forti elementi di ribellione culturale e per questo motivo la spiritualità oltre che la forma di questo genere di dipinto divenne emblema di libertà autodeterminazione.
Anche Frida Khalo fu molto attratta dalla cultura e dall’arte popolare, non solo fu un’appassionata collezionista di statuette precolombiane ma attinse al grande bacino folcloristico elementi mitologici e terapeutici che divennero costante fonte di ispirazione e insegnamento per la propria arte.
Frida coglieva nel rapporto con la tradizione quegli elementi di forza e guarigione utili a risanare la propria integrità oltre quella del suo paese. Il retablo e l’ex voto divennero il suo modo specifico di raccontare i fatti salienti della sua vita, le sue intime ferite, le sue speranze e i sentimenti per le persone più care. Ma soprattutto rappresentò l’espressione tangibile della propria gratitudine nei confronti del miracolo della vita.
L’umanità e soprattutto gli artisti sono in debito con lei per quello che ci ha mostrato con sincerità e naturalezza, pochi prima di lei sono riusciti a trasmetterci tanta onestà nei confronti delle contraddizioni della nostra cultura riuscendo a parlarci della vita, della morte, della malattia e della sessualità con estrema e disarmante franchezza. Non ha mai smesso di chiedersi: “Chi sono, a cosa servo in questo mondo, qual è la mia missione come posso rimettere assieme i miei pezzi e dunque sorgere e risorgere dalle ceneri della mia devastazione fisica e morale?” E così facendo ci ha anche indicato una via spirituale di non poco conto.
Il mio retablo esprime la mia gratitudine verso questa grande artista e verso il suo messaggio di amore nei confronti della vita anche nei momenti di maggiore disperazione ed infine anche se non ultimo, il mio proprio rispetto e amore per il passato e le mie radici.
Grazie Frida!
Desidero ringraziare Maria Rosaria D'Alessandro, senza la sua segnalazione ed il suo invito avrei perso l'opportunità di lavorare su questa artista che apprezzo tanto
L’universo è essenzialmente Coscienza e in tutte le sue apparenze rivela niente di più che l’evoluzione della Coscienza dalle sue origini alla sua fine; il ritorno alla sua prima causa. L’obiettivo di ogni religione “iniziatica” dovrebbe essere quello di insegnare il modo di giungere a questa unione.
R. S. Schwaller de Lubicz
Lo spirituale nell’Arte " Uber das Geistige in der Kunst" rappresenta il manifesto dell’Astrattismo. Kandinsky lo scrisse nel 1910 e a differenza di molti trattati di estetica è un compendio della relazione tra arte e spiritualità
Il trattato denota quanto Kandinsky fosse stato influenzato dall’insegnamento teosofico di H. P. Blavatsky, Annie Besant e C.W. Leadbeter.
La Teosofia fu un movimento spirituale iniziato da Mme Elena Blavatsky al ritorno da un lungo soggiorno di studi in India, trovò una certa importante diffusione in Europa e negli Stati Uniti e contribuì a creare un 'espansione di coscienza che affascinò molti intellettuali ed artisti dell'epoca. Alle radici del suo insegnamento c’è la convinzione che alla base di tutte le religioni e mitologie, esistono saggezza e dottrina segreta, la sua massima è :“ Non esiste nessuna religione più elevata della verità”. La Teosofia afferma che solo esplorando gli abbissi e le cime della nostra più autentica natura, possiamo giungere all’esperienza di questa Verità, che tutta la vita è Una, che ci sono leggi naturali a pervadere l’universo intero e che il processo evolutivo è universale.
La parola spirituale assume un significato diverso a seconda delle persone, per Kandisky significa: “Conscio, consapevole, propositivo, alla ricerca di significato, in contrasto con “l’incubo materialista", associato a: Disperazione,mancanza di senso e scopo, ateismo, positivismo nelle scienze, naturalismo e realismo nell’arte. Per Kandinsky, la rappresentazione naturalistica in arte può rappresentare solo la superficie delle cose e spesso diviene causa di una una perdita di significato e di contenuto interiore.
Il percorso artistico di Kandinsky, può essere suddiviso in quattro fasi fondamentali:
1.Fisico, con una pittura impressionista e simbolista, prima del 1910
2.Emozionale, con quadri astratti di due tipi, a) improvvisazione inconscia con una natura immateriale contenente oggetti non riconoscibili ma forme colorate espressione di emozioni, b) composizioni, che sono l' espressione più articolata di stati d’animo interiori, contenenti oggetti riconoscibili ma spesso velati e mimetizzati.
3.Mentale. Il periodo geometrico di Bauhaus 81920)
4.Intuitivo, pittura biomorfica a partire da 1930
La sua teoria del rapporto tra spiritualità e arte contiene questi aspetti fondamentali:
Significato e senso. Tutto nell’universo ha senso e scopo. Come per Cezanne, quando afferma: “In natura il vuoto non esiste”, anche per Kandisky tutto è animato e persino un oggetto ha il suo spirito.
Evoluzione e Insegnamento. Kandisky ha una visione ciclica della storia, e pertanto essa è considerata una successione di culture, ognuna con le sue specifiche qualità. In questo percorso di successione ciclica la natura evolve verso stati coscienza più ampi. Nel corso della storia ci sono stati individui i cui livelli di coscienza, in continuo progresso, sono stati utili per tutta l’umanità. Dotati di capacità profetiche e di chiarezza di visione hanno rappresentano una guida nel processo di evoluzione dei meno evoluti. Kandinsky ci propone una visione dell’umanità che somiglia ad un triangolo, alla cui base ci sono le persone con bassi livelli di coscienza e gradualmente verso l'alto troviamo i più illuminati, fino ad arrivare alla cima dove incontreremo il Bodhisattva; colui che vive solo per aiutare il resto dell’umanità a raggiungere livelli sempre più alti di spiritualità.
Secondo Kandinsky il miglioramento delle condizioni spirituali dell’umanità è il vero scopo dell’arte, perché grazie ad essa è possibile incrementare i nostri livelli di consapevolezza e spiritualità. “Compito dell’arte è l’onestà, la ricerca della verità. Dunque l’arte è “gnosi”, ricerca, una sorta di moderna scienza di analisi della società. Affascina questo compito straordinario destinato all’arte che deve farsi “ancilla” dell’universalità e rendere manifeste le ansie e le angosce , le gioie e le attese”.
Necessità interiore.Per Kandinsky ogni persona ha una necessità interiore che inevitabilmente influenza forme ed azioni. L’universo si muove dall’interno verso l’esterno e nel processo evolutivo ci muoviamo verso un obiettivo che è stabilito dal nostro interno e che esprime la nostra più autentica natura, ci trasformiamo per divenire ciò che veramente siamo.
Arte come yoga. Per Kandinsky l’arte e il pensiero sviluppano costantemente le proprie qualità di autocoscienza, pertanto sono di valido aiuto per stimolare e aumentare la consapevolezza dell'umanità a tal punto da affermare che gli esseri umani raggiungeranno grazie a questa evoluzione i più alti livelli di spiritualità.
Per Kandisky “La pittura è un’arte, e l’arte non è inutile creazione di cose che svaniscono nel vuoto, ma è una forza che ha un fine, e deve servire allo sviluppo e all’affinamento dell’anima.E’ un linguaggio che parla all’anima con parole proprie, di cose che per l’anima sono il pane quotidiano, e che solo così può ricevere.
Se l’arte si sottrae a questo compito rimane un vuoto.”
BIBLIOGRAFIA
Algeo, John, 'Kandinsky and Theosophy', in H.P. Blavatsky and The Secret Doctrine, ed. Virginia Hanson, 217-35, Theosophical Publishing House, Quest Books, Wheaton, IL, 1988.
W. Kandinsky, “Dello spirituale nell’arte”, SE edizioni 2005
Considerato che ogni creativo ha i propri diritti;
considerato che il primato dell'arte e della cultura sull'economia rende la tutela del diritto all'arte e al sapere dell'uomo prioritaria di fronte ad ogni altro interesse materiale ed economico;
considerato che il riconoscimento da parte della specie umana del diritto alla creatività e al sapere, fondato su Liberté, Egalité, Fraternité, costituisce il fondamento della coesistenza della vita nel Mondo;
considerato che l’arte e la cultura vanno gestite dagli artisti e non dai mercanti e dai tecnocrati;
considerato che un concreto diritto di accesso all'arte e alla cultura - inteso in rafforzativo quale diritto a non essere esclusi - è fondamentale per l'elevazione dell'Uomo, il che si realizza sostituendo l'attuale modello gerarchico a Piramide della società con la nuova struttura Sferica di platonica memoria;
considerato che all'autore dell'opera, portavoce del sapere e dell'arte espresse in nome dell'Uomo in Grande, va riconosciuto il diritto morale d'autore e solo un limitato diritto di sfruttamento commerciale, ciò al fine di conciliare la creatività individuale col diritto economico e morale di ciascuno di usufruire della sua opera;
considerato che la primarietà dell'arte sull'economia comporta l'affermazione di un diritto incondizionato all'espressione e all'informazione senza che alcuna censura possa essere praticata;
considerato in particolare che l'educazione alla creatività e al sapere è il fondamento della disciplina della nuova infanzia affinché impari a osservare, a comprendere, a rispettare e amare il Mondo in uno spirito di libera eguaglianza, gratuità e solidarietà delle opere;
considerato, infine, che l'Utopia del Nuovo Mondo è realizzabile soprattutto attraverso Internet e va coltivata sostituendo al modello dell'Uomo Burocrate la figura dell'Uomo Artista.
SI PROCLAMA
Articolo 1
Il Mondo è una Repubblica Democratica fondata sull'Arte.
La sovranità appartiene agli Artisti e al Popolo, che la esercitano nelle modalità indicate nella Carta.
Articolo 2
Il Mondo riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'Uomo Artista, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.
Articolo 3
Gli Artisti nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all'esistenza estetica, senza nessuna distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali anche in relazione alla qualità delle opere tutte di pari dignità.
E' compito del Mondo rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà, l'eguaglianza, la fratellanza degli Artisti, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti gli Artisti all'organizzazione politica, economica e sociale del pianeta.
Articolo 4
Ogni Artista ha diritto al rispetto.
L'Artista ha il diritto di svolgere, secondo le proprie capacità e la propria scelta, un'arte che concorra al progresso spirituale della società.
Il Mondo garantisce a tutti gli Artisti il diritto al riconoscimento della loro opera e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Articolo 5
L'arte e il sapere sono liberi e gratuiti, essendo consentite solo limitate eccezioni alla gratuità con prezzi comunque accessibili al popolo e particolarmente all'infanzia.
Articolo 6
All'autore dell'opera è riconosciuto il diritto morale d'autore e il mero possesso a nome altrui(detentio) delle forme artistiche, con un ridotto diritto di sfruttamento commerciale, senza che chicchessia possa vantare alcuna proprietà assoluta sul prodotto artistico.
Ogni limitazione posta all'arte e alla cultura dall'homo oeconomicus a fini puramente mercantili costituisce un attentato all'arte e al sapere dell'umanità.
Articolo 7
Tutti hanno pari diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione senza alcuna repressione penalistica di tale facoltà.
La pubblicazione di opere, la stampa, la televisione, internet e ogni altro media diffusivo dell'arte e del sapere non possono essere soggette ad autorizzazioni o censure.
Articolo 8
Gli Artisti hanno il diritto privilegiato e solidale di gestire i mezzi di produzione, diffusione e distribuzione dell’arte e del sapere.
Articolo 9
Gli Artisti hanno uguale, concreto e incondizionato diritto di accesso ai media pubblici e privati, tutti compresi e nessuno escluso, in compartecipazione da garantire in ogni caso col sistema della rotazione.
Articolo 10
Gli Artisti hanno diritto all'equanime ripartizione degli spazi, delle strutture e delle sovvenzioni pubbliche da garantire in ogni caso col sistema della rotazione.
Il Mondo riserva trattamenti privilegiati ai Mecenati che privatamente e in maniera equanime sovvenzionano l'attività artistica.
Articolo 11
Gli Artisti hanno il diritto alla Fratellanza e alla Cooperazione, attuata attraverso associazioni di mutuo soccorso col compito di garantire la loro vita materiale e spirituale.
Le associazioni di protezione e di salvaguardia degli Artisti devono essere rappresentate a livello governativo.
Articolo 12 L'Artista ha un unico dovere fondamentale: l'UOMO.
progetto elaborato da Gennaro Francione giudice drammaturgo
opera Antonela Iurilli Duhamel
L'arte moderna specialmente quella astratta ha forti radici spirituali. Molto spesso tale aspetto viene negletto a favore di una maggiore attenzione nei confronti degli aspetti formali.
Ciò che viene omesso è che pionieri come KandiskyMondrian, Arp, Duchamps, Malevich, Newman, Pollack, Rothko e molti altri grandi giganti del periodo hanno condiviso radici spirituali comuni.
Per molti di questi artisti l'arte è stata considerata il veicolo più appropiato per quelle tematiche legate alla spiritualità.
Lo menziona chiaramente Kandisky nel suo libro del 1912 " Lo spirituale nell'arte":
"Quando religione, scienza e moralità sono scosse ed ogni altro sostegno viene meno. l'uomo ritira la sua attenzione dall'esterno e la dirige verso l'interno.
Letteratura, musica e arte, sono le sfere più sensibili in cui questo tipo di rivoluzione inizia a prendere corpo mostrando l'importanza di quanto inzialmente era stato percepito solo da pochi. Ci si allontana quindi dagli aspetti privi di anima di questi giorni e ci rivolge verso quegli aspetti che costiuiscono cibo per l'anima"
Molti artisti del XX secolo hanno soprattutto considerato l'obiettivo spirituale della loro arte, molti di loro furono ispirati da dottrine orientali come il buddismo o il taoismo, e altri ancora furono influenzati dall'esoterismo di Mme Blavatsky, Rudolph Steiner e della Società Teosofica.
Mondrian per esempio fu membro attivo di questa società.
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L'obiettivo di questi artisti è stato quello di esprimere un'arte che andasse oltre i limiti materiali, che ponesse l'artista in uno stato non ordinario di coscienza nello struggente anelito verso la trascendenza.
Questo modo di fare arte richiama le modalità della meditazione e di altre antiche discipline spirituali volte a creare una centratura della persona e allo stesso tempo una espansione della sua coscienza.
Basti pensare al dripping di Pollack fortemente influenzato dalla spiritualità degli Indiani d'America: I Navaho per esempio, utilizzavano il dripping come modalità terapeutica .
In tempi più remoti le arti erano sette; Grammatica, Logica,Retorica,Geometria,Aritmetica, Astronomia e Musica. La Filosofia era considerata la madre di tutte le arti, ad un gradino più basso c’erano, le arti tecniche come Architettura, Agricoltura, Pittura, Scultura e altri tipi di manufatto. L'Arte così come la concepiamo ai nostri giorni era solo un mero manufatto.
L’arte nell’antichità prendeva a modello la natura ma ai nostri giorni è sempre più difficile dare una definizione di arte. Da quando nei musei è entrata la merda in scatola di Manzoni dando via libera ad ogni altra forma di dissacrazione e provocazione possibile ed immaginaria, una cosa certa, la cosiddetta Arte del nostro secolo è diventata sempre più indefinibile e incomprensibile. La continua ricerca di originalità, novità hanno distrutto la comunicazione tra artista e pubblico: poesie senza capo e né coda, ferri arrugginiti che creano maestose e pretenziose installazioni,residui organici di ogni tipo, radiografie e quantaltro...esposte nelle gallerie e persino nei musei più prestigiosi del mondo.
Sembra che tutto sia diventato arte e non si capisce più cos’è Arte e cosa non lo è.
Quando questa domanda fu posta a Peggy Guggenheim rispose:“E’ evidente che viviamo in un mondo oramai arresosi al conformismo delle idee, Un mondo non più destinato ad avere una grande filosofia,una grande arte, una grande religione”.
Steven Mithen nel suo libro “ La preistoria della mente”, afferma : "L’arte nell’uomo moderno (homo sapiens sapiens) è il prodotto della fluidità cognitiva e nel fare arte sono presenti tre processi cognitivi fondamentali, presenti anche se in forma separata nella mente dell’uomo primitivo ( Neanderthal):
1. La capacità di interpretare i simboli naturali (intelligenza storica naturale).
2. La comunicazione intenzionale (intelligenza sociale)
3. L’abilità di produrre manufatti ( intelligenza tecnica)
Secondo tale definizione l’arte è sostanzialmente comunicazione di immagini simboliche che si esprimono attraverso dei manufatti.
John Fowles l’autore di “ La donna del tenente francese” sempre allo stesso riguardo afferma: l’Arte è il miglior mezzo di comunicazione tra esseri umani in quanto complessa ricca di significati e facilmente comprensibile."
C’è da chiedersi allora perché in campo artistico comunicazione ed espressione sono andati gradualmente annullandosi? Perché la Filosofia rinuncia a percorrere l’arduo cammino del “Bello” e del “Bene”? Perché le arti si allontanano sempre più dalla realtà della vita, non riuscendo più ad immaginare e a indicarci mondi possibili in cui vivere diventando complici della nostra decadenza e del nostro inaridimento come esseri umani?
L’uomo occidentale ha ridotto la sua esistenza entro gli angusti limiti della propria testa e delle proprie idee, corpo, sentimenti e anima sono diventati il vero tabù dei nostri giorni.
L’artista al contrario avrebbe ha la capacità di vestire di anima gli oggetti, di farli vibrare e di comunicarci queste emozioni, di farci percepire attraverso l'opera il suo corpo, i suoi sentimenti la sua anima.
Spetterebbe all’arte e agli artisti combattere per quei valori che ci rendono unici ma credo che questo sia possibile solo grazie alla capacità di ristabilire la differenza tra ciò che è dignitoso e ciò che è miserabile, ciò che è bene e ciò che è male sfidando l’indifferenza e l'abulia della nostra quotidianità, vere malattie spirituali dei nostri tempi.
Dal momento in cui l’arte ha cominciato a separarsi dalla vita è iniziato il processo della sua desimbolizzazione; l’arte sin dai suoi albori ha sempre rappresentato la vita. Nella semplicità della loro filosofia, i nostri antenati sapevano che la vita era più importante dell’arte, l’arte era necessaria per dare un senso a quei fatti della vita che tuttora ci angosciano come: nascita, morte, vita , morte amore ecc tentando di esprimere grazie ad immagini simboliche il rapporto umano con l’assoluto, cercando di dare voce e forma e senso allo smarrimento e alla paura che possono condurre l’essere umano verso il più totale nichilismo.
L’arte non è la semplice riproduzione di immagini o la ricerca di stili e tecniche per quanto sofisticate ed originaliesse possano esssere. L'arte non è una graduatoria.L’arte è un fatto fondamentale dell’essere metafisico.
Nietzsche soleva affermare: "L’arte è l’unica attività metafisica alla quale la vita ci obbliga”.
Dobbiamo riuscire in quanto artisti a contrapporre al nichilismo dilagante una nuova trascendenza, quella dell’espressione dei sentimenti più profondi ed intensi.
BIBLIOGRAFIA
S.Mithen, The Prehistory of The Mind: A Search for the Origins of Art, Religion and Science, London,Thames & Hudson, 1996.
F. Fowles, The Aristos, Pan Book. London 1968
D. Bohm, On the Relationships of Science and Art, in: Anthony Hill , Directions in Art, Theory and Aesthetics] .London,Faber & Faber, 1968.
"...Per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Ooohhh!"(1)
Il poeta franco canadese Jack Keruac andava pazzo per il Jazz e Charlie Parker era il suo idolo. Amava la sua libertà espressiva, il suo fraseggio ma soprattutto la rivoluzionarietà della proposta anticonvenzionale, spontanea e fluida. Insieme ad Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti e molti altri ha rappresentato dagli anni ’50 in poi la controcultura, il desiderio di rompere con gli schemi abituali.
Beat termine coniato da Keruac nel 1948 assume il significato di rotto, stufo e nello stesso tempo battente, pulsante e risulta significativo per quel nuovo movimento politico, culturale ed artistico nato alla fine degli anni ’50 in America in aperto contrasto con l’Establishment, e con la falsa immagine di una America post bellica, dove solo in apparenza tutti potevano avere il diritto ad avere un lavoro, una casa, un’automobile oltre ad un gran numero di moderni elettrodomestici.
Gli artisti, i visionari dell’epoca- grazie alla loro sensibilità- percepirono la falsità e la temporaneità di questa idilliaca prosperità. Volevano vivere subito e non in età da pensione, rifiutando qualsivoglia manipolazione da parte delle istituzioni. Amavano piuttosto, lanciarsi per le strade in cerca di jazz bar dove perdere il proprio tempo ubriacarndosi di musica, di alcol e di poesia, per poi esausti ululare alla luna.
Ciò che accomunava Keruac e Ginsberg al Jazz era la comune voglia di guardarsi intorno e dentro, di porre domande e di trovare il coraggio di parlare con propria voce cercando prepotentemente la propria unicità. La ricerca di questa unicità costituiva per il beat la più autentica consolazione contro il marcio della terra, e nello stesso tempo rappresentava un potente mezzo di accusa contro l’oligarchia industriale e la sua burocazia. Jazz e Poesia come rivoluzione, come stato altro di coscienza in aperto contrasto con un modo di vivere ottuso e manipolato dagli interessi di quel potere senza faccia che cominciava a prendere sempre più piede in quegli anni.
Rappresentava quindi una via d’uscita, l’inizio di un viaggio senza fine lontano dalla stasi dell’ordinario e la sfiducia totale nelle apparenze di un mondo in cui solo poche cose sono come appaiono.
Molti di loro si sono impegnati e sacrificati scegliendo strade meno battute in campo politico, nell’arte e della psicoanalisi ecc., altri si sono rovinati e sono morti, ma i sopravvissuti sanno di certo, di essere stati parte di un tentativo nobile e glorioso.
Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto celeste con la din-amo stellata nel macchinario della notte, che in miseria e stracci e occhi ínfossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz, che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra, che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro, che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York...(2)
Forse questo spirito, questo sogno che sembrava perduto sta ritornando, ed insieme ad esso il bisogno di mettere insieme vecchie e nuove conoscenze per approdare ad una qualche certezza. Nel frattempo se vogliamo, possiamo rinverdire il rincordo di quegli anni e consolarci con la lettura di L’ultima Parola, un viaggio nel Jazz di Jack Keruac ed il sempre mitico l’Urlo di Allen Ginsberg, il tutto condito dal sottofondo dell’intramontabile Parker with strings.
Antonella Iurilli Duhamel
(1) J. Keruac “On the Road”
(2) A.Ginsberg “ The Howl”