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_eventi: "Vermeer. Il secolo d’oro dell’arte olandese" Roma, Scuderie del Quirinale

Sarà la mostra di punta del panorama culturale romano di fine anno, e già sono in vendita i biglietti per le date comprese tra il 20 ottobre 2012 e il 13 gennaio 2013, facendo già presagire le lunghe code che gli appassionati del genio olandese dovranno affrontare per vedere i capolavori presenti.
Non si conoscono ancora i dettagli e le opere esposte, ma si presume che vi sarà un nucleo cospicuo delle 40 opere del pittore ritenute autografe e altri capolavori di pittori a lui contemporanei vista la partecipazioni di numerosi musei internazionali.

Il comunicato stampa:

La mostra "Vermeer, il secolo d'oro dell'arte olandese" offre al pubblico la prima grande esposizione mai realizzata in Italia dedicata al massimo esponente della pittura olandese del XVII secolo, forse uno degli autori più amati dal grande pubblico.
Organizzata dall'Azienda Speciale Palaexpo e coprodotta con MondoMostre, la mostra è a cura di Arthur K. Wheelock, Curator of Northern Baroque Paintings - National Gallery of Art di Washington, Walter Liedtke, Curator of European Paintings Metropolitan Museum of Art di New York e Sandrina Bandera, Soprintendente per il Patrimonio Artistico Storico, Artistico ed Etnoantopologico di Milano.
In mostra, oltre a un'accurata selezione di capolavori di Vermeer, saranno esposte opere degli artisti suoi contemporanei, tra i massimi protagonisti dell'arte di genere del secolo d'oro olandese.

Nell'immagine: Johannes Vermeer "Ragazza con cappello rosso" c. 1665/1666 Andrew W. Mellon Collection 1937.1.53 - Washington, National Gallery of Art

"Vermeer, il secolo d'oro dell'arte olandese"
Roma, Scuderie del Quirinale
1 ottobre 2012 - 20 gennaio 2013

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_eventi: Caravaggio: "La Resurrezione di Lazzaro" restaurata - Roma, Museo di Palazzo Braschi

E' una notizia importante per gli appassionati di arte e di Caravaggio in particolare. La "Resurezione di Lazzaro" (1609), consiederata una delle opere più importanti dell'ultimo periodo di vita del grande pittore dopo la precipitosa fuga a Malta, è tornata a splendiere alla fine di un impegnativo restauro portato a termine dai tecnici dell'Istituto superiore per la conservazione e il restauro.
L'opera (imponente, 3,80 metri per 2,85, nella foto a lato) sarà esposta per la prima volta a Roma dal 16 giugno al Museo di Palazzo Braschi. Della tela tornano particolari scomparsi come l'autoritratto di Merisi e le originarie cromie.
Il dipinto è da circa sei mesi nelle mani dei restauratori. Prima gli esperti hanno provveduto ad un'opera di pulizia con solventi specifici e leggeri che hanno consentito di riportare in evidenza tratti scomparsi dell'ennesimo capolavoro di Caravaggio, uno degli artisti che ultimamente sono più apprezzati anche dal pubblico meno esperto (si può parlare davvero di una Caravaggio-mania come testimonia anche il boom della mostra alle scuderie del Quirinale due anni fa). Particolari come il profilo del Cristo, le braccia spalancate di Lazzaro frementi di vita dopo il rigore della morte, l'autoritratto di Caravaggio confuso tra la piccola folla che assiste al miracolo.
La "Resurezzione di Lazzaro" è stata realizzata tra il 1608 e il 1609 e conserva i tratti salienti dell'opera di Michelangelo Merisi, come il forte contrasto tra luce e ombra. Soprattutto è visibile la tecnica utilizzata dal genio per realizzare un'opera di queste dimensioni: vale a dire una vasta campitura scura, solo la preparazione bruna della tela, un espediente (come del resto la pennellata larga).
A lavori ultimati poi l'opera sarà trasportata a Messina dove al Museo Regionale dal 22 luglio si svolgerà un'altra esposizione. Al restauro ha contribuito la società MetaMorfosi.

CARAVAGGIO: La "Resurrezione di Lazzaro" restaurata
Roma - Museo di Palazzo Braschi
16 giugno - 15 luglio 2012

Testo tratto da http://qn.quotidiano.net

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_eventi: "Restitizioni 2001-2011 - Dieci anni di attivita' del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza" - Cosenza, Palazzo Arnone

Tredici opere per testimoniare e valorizzare il lavoro svolto dai Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza nel corso degli ultimi dieci anni di attività. “Restituzioni 2001-2011” raccoglie opere d’arte uniche restituite alla collettività, che mostrano il rilevante patrimonio culturale ed artistico della nostra terra. In occasione della XIV Settimana della cultura, a Palazzo Arnone il pubblico potrà ammirare opere ecclesiastiche, archeologiche e librarie di grande pregio e valore. La mostra sarà aperta fino al 6 maggio. L’esposizione è a cura del soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, Fabio De Chirico, mentre il progetto scientifico è di Francesca Cannataro e Valentina Cosco.

LE OPERE: la Madonna in trono con Bambino di Pietro Negroni (vedi foto a lato), ritrovata durante un sopralluogo nel comune di Fiumefreddo Bruzio; il Compianto sul Cristo morto e l'Ecce Homo. Le tre opere Natura morta con Pavone e tacchino, Minerva e Venere e la Fuga in Egitto, trafugate nell'abitazione del barone Sanseverino furono in seguito recuperate e restituite. La Madonna del Riposo del Pascaletti, testimonia la storia del recupero di un’opera incautamente assegnata a un restauratore che aveva prolungato, senza le dovute autorizzazioni, per oltre un decennio i lavori sul dipinto, tanto che alla fine se ne erano perse le tracce. La Pisside “del pellicano”, recuperate e riconsegnata alla città di Gioiosa Ionica, è l'esempio di come spesso un bene culturale di natura ecclesiale, venga considerato di proprietà della parrocchia e non della collettività; l'allora parroco si trovò a vendere l'opera dichiarando in seguito di averlo fatto a scopi benefici. La Stele di Horo sui coccodrilli, alla quale si è giunti partendo dall'analisi di un'inchiesta giornalistica. Ed ancora l'Askos bronzeo e l’Anfora calcidese con cavalcata di giovani, proveniente dalla nota collezionista Shelby Wight e restituita al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria nel 2009. In fine le due cinquecentine del Quattromani e del Muret: la Philosophia di Bernardino Telesio e l’Hymnorum Sacrorum Liber, due preziosi volumi a stampa sottratti alla Biblioteca Civica di Cosenza.

“Restituzioni 2001 – 2011 – Dieci anni di attività del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza.”

Cosenza, Palazzo Arnone
La mostra rimarrà aperta dal 17 aprile al 6 maggio e sarà visitabile tutti i giorni dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18, escluso domenica 29 aprile

Tratto da http://www.turismoincalabria-magazine.com

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_eventi: "Le maschere di giada dei Maya" - Parigi, Pinacothèque de Paris


La Galleria d'Arte di Parigi continua la sua esplorazione delle culture precolombiane meso-americane. Dopo il successo della mostra “L'oro degli Inca: origini e misteri”, la Pinacothèque de Paris presenta la più importante scoperta archeologica degli ultimi dieci anni in Messico: le maschere di giada.
Queste eccezionali maschere, completamente restaurato dagli specialisti più eminenti in archeologia maya, rappresentano i volti delle varie divinità. Create per governanti delle più prestigiose città Maya, la loro missione era quello di fornire la vita eterna a questi dignitari dopo la morte.

Al momento ne sono state ritrovate una quindicina e quasi tutte son esposte in mostra nella Pinacothèque de Paris. Riunite eccezionalmente al di fuori dei confini Messicani, vengono esposte con un centinaio di opere (che lasciano il paese per la prima volta) che ricostruiscono e danno un’idea della cultura avanzata, aperta e misteriosa di questo popolo.

Le maschere di giada esposte sono state tutte rinvenute in sepolture Maya di alto rango. E molto probabilmente le maschere funebri rinvenute rappresentano i volti dei leader Maya. Questo è il caso della maschera straordinaria del re Pakal (vedi foto sotto), che congela per tutta l'eternità le caratteristiche del sovrano.
Sette tombe ricostruite: questa è la prima volta dal loro ritrovamento, e la seguente divisione in diversi musei, che vengono riunite in un'unica sede.
Si ha così l’occasione, vedendo i vari suppellettili esposti, di capire il successo e il rango raggiunto dal defunto: le maschere sono infatti presentati con il resto del corredo funebre che comprende collane, orecchini, bracciali, ceramiche e altre offerte.
Un'altra parte della mostra, espone le maschere che raffigurano le divinità del “pantheon” Maya, paragonabile agli antenati mitologici degli Inca, dove tratti umani, animale e vegetale si uniscono e si fondono in un unico soggetto. Indossate dall'elite Maya durante le cerimonie rituali, le maschere gli permettono di vedere attraverso il viso della divinità e di adempiere al suo ruolo di intermediario tra la sfera terrena e celeste.

La mostra è stata realizzata in collaborazione con l’ Istituto nazionale di Antropologia e Storia, Conaculta, Istituto Francese, Metrobus, Fnac, bfmtv, France.

“LES MASQUES DE JADE MAYAS”
Parigi - Pinacothèque de Paris
26 gennaio 2012 - 10 giugno 2012


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_eventi: "120!" OBEY - SHEPARD FAIREY - Roma, Mondo Bizzarro Gallery

Una mostra evento per ripercorrere la carriera di uno dei più celebri street artist del mondo.

Si chiama Shepard Fairey, ma è diventato celebre in tutto il mondo con il nome-slogan di OBEY. Dopo aver contribuito in maniera determinante alla campagna elettorale del presidente statunitense Obama, il suo stile è diventato oggetto del desiderio per gli appassionati d'arte sparsi in tutti i continenti e intorno al suo lavoro serigrafico, incentrato sui temi della critica sociale o dedicato a personaggi di assoluta rilevanza della cultura popolare, si è creato un vero e proprio culto.

In Italia, il merito di aver organizzato la prima grande mostra di Shepard Fairey è di Mondo Bizzarro Gallery, che dopo la personale tributata allo street artist americano nel 2011, replica proponendo una retrospettiva che, tra opere in tiratura limitata e pezzi unici, conterà oltre 120 pezzi firmati da Obey, coprendo un arco temporale compreso tra l'ormai lontano 1997 e i nostri giorni. Una mostra-spettacolo di grande attrattiva, imperdibile per chiunque desideri accostarsi da vicino ai capolavori di un artista ultra-contemporaneo come Shepard Fairey sposandone genio creativo e sensibilità.


Fino all' 11 febbraio 2012


"120! OBEY - SHEPARD FAIREY"
Mondo Bizzarro Gallery
Monday/Saturday h12:00-20:00 - Sunday 16:00-20:00
Via Reggio Emilia 32 c/d - 00198 Roma, Italy
tel/fax 0039 06 44247451

In alto e a seguire immagini delle opere di Obey in mostra

Testo e immagini courtesy by Mondo Bizzarro Gallery


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_eventi: “ANTICHITA’ DA ERCOLANO” Hermitage - San Pietroburgo, Russia


Custoditi dalla terra per secoli, i tesori di Ercolano approdano a San Pietroburgo in un'esclusiva mostra che mette in luce uno dei più significativi monumenti dell'antica cittadina, la Basilica. Nell'ambito delle esposizioni dell'Anno incrociato Italia-Russia, non poteva mancare un appuntamento dedicato all'antica cultura mediterranea, fondamento inequivocabile dei valori, delle origini e dell'attuale società italiana.


Le intere città di Ercolano e Pompei furono travolte dalla lava vesuviana in una calda giornata di agosto nel 79 d.C.; l'eruzione seppellì le due prospere ed evolute comunità, mettendo fine alla vita di migliaia di persone e alla loro raffinata cultura. L'impero romano, prima di abbandonare quest'area campana, eseguì degli scavi limitatamente a Pompei, volti al recupero dei materiali pregiati degli edifici pubblici. Ercolano invece rimase inviolata, probabilmente per le condizioni più sfavorevoli del terreno. Carlo Borbone nuovo Re di Napoli, solo nel 1738, avviò una campagna di scavi che riportarono lentamente alla luce i fasti della cittadina, infatti se Pompei è giunta a noi praticamente spoglia dalle decorazioni, Ercolano invece si è mantenuta intatta in ogni arredo.
Cittadina periferica, ma frequentata nell'antichità da personaggi come Virgilio e il medico Vespasiano, anche subito dopo gli scavi Ercolano è stata meta dell'élite aristocratica: riconosciuta l'unicità del sito archeologico, esso divenne tappa fondamentale nei Grand Tour dei rampolli europei. Lo stesso Goethe definì la collezione di tesori ercolanesi come l'alfa e l'omega di tutte le collezioni dell'antichità, punti di partenza e modelli poi per tutta l'iconografia del neoclassicismo settecentesco: i volumi dell'Accademia Reale Ercolanese, Winckelmann, Cochin, Bellicard e molti altri, hanno divulgato attraverso i loro disegni i tratti eleganti e assoluti dell'arte antica, riproposti poi più volte in innumerevoli porcellane,biscuitse ventagli nell'età moderna.
La cosiddetta Basilica, altrimenti chiamataPorticuseAugusteum, è collocata sul tratto occidentale del decumano massimo della città antica, nella zona quindi centrale e più significativa in relazione con il Foro. Ad Ercolano, a differenza di Pompei e Cuma, la Basilica è stata rinvenuta completa di pitture murali e sculture sia bronzee che marmoree, rappresentanti la figura dell'imperatore comeinstrumentum regni, creatore di un clima di concordia tra tutte le classi sociali dopo il turbine delle guerre civili. La Basilica è composta da un sacello per il culto imperiale disposto sulla parete di fondo e un cortile centrale circondato da un porticato; in fondo ai due bracci lunghi vi erano due absidi con una ricchissima decorazione pittorica, grandi quadri a fresco con celebri temi mitologici, copie di altissima qualità derivate da pitture greche, Ercole e Telefo, Achille e Chirone, Teseo liberatore dei fanciulli ateniesi liberati dal Minotauro. Cessati gli scavi del XVIII secolo, chiusi i cunicoli, il monumento è rimasto sepolto sotto l'attuale cittadina di Resina (oggi Ercolano) e non più accessibile.


Grazie a questa mostra, che raccoglie una quarantina di pezzi provenienti dal museo archeologico di Napoli e dagli scavi archeologici dell'antica città, è possibile rivivere gli spazi e l'atmosfera dell'antica Basilica: attraverso le mappature settecentesche e ricostruzioni virtuali, le antiche inscrizioni, le decorazioni scultoree e musive affiancate ad altri reperti coevi e successivi, si ripercorre la storia di una cultura millenaria che ha influenzato e ispirato i secoli dell'Illuminismo europeo e, in realtà, di ogni tempo. Accanto alla ricostruzione archeologica, infatti, l'esposizione documenta anche l'impatto che ebbe nel mondo dell'antiquariato e della cultura settecentesca la riscoperta della città vesuviana, tanto da informare per lungo tempo il gusto delle aristocrazie europee.

L’esposizione "Antichità da Ercolano” ha inaugurato tra l'altro i nuovi spazi dell'Hermitage, il general staff building, recentemente restaurato come nuova sede espositiva del museo russo, che sarà anche la nuova sede delle più famose tele degli impressionisti e post-impressionisti dei collezionisti Serghei Shukin e Ivan Morozov al momento in mostra a Milano.

Sponsor della mostra, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, l'Ambasciata d'Italia a Mosca, il Consolato Generale d'Italia a San Pietroburgo e il Museo Hermitage, sono Enel, Finmeccanica, Poste e Terna.


“ANTICHITA’ DA ERCOLANO”

Museo dell’Hermitage, San Pietroburgo, Russia
dal 16 dicembre 2011 al 12 febbraio 2012

testo tratto da esteri.it e italiarussia2011.it – immagini tratte da repubblica.it e grr.rai.it
In alto a sinistra uno degli affreschi esposti in mostra, come le opere nelle immagini qui di seguito.



“Achille e Chirone (educazione musicale di Achille)” affresco
staccato, 127 x 127cm



Statua si “Augusto”, marmo, altezza 2,15cm



“Ercole e Telefo”, affresco staccato, 218 x 182cm

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_eventi: “MAURIZIO CATTELAN – ALL” - Guggenheim Museum, New York


Il museo di New York celebra l'artista con la sua prima retrospettiva completa. Che si annuncia anche come la sua ultima mostra. Tutti i suoi "scandali" appesi in un'inedita installazione. Per scoprirla, anche la prima Mobile App nella storia del museo

NEW YORK - Chissà cosa avrebbe pensato Frank Lloyd Wright, notoriamente molto geloso di una lettura scrupolosa dei suoi spazi, nel vedere una cascata di creature improbabili, controverse e un pizzico misteriose, sospese nella trama - solo apparentemente caotica - di cavi e corde, invadere per trenta metri d'altezza il cono verticale del suo Guggenheim Museum. Ci voleva l'irriverente e provocatorio, e decisamente spietato, Maurizio Casttelan, per stravolgere la suggestione di un'icona dell'architettura contemporanea come la spirale perfetta e armonica del leggendario museo newyorkese. Se solitamente le opere di una mostra temporanea vengono distribuite lungo gli ambulacri che salgono - o scendono - ritmicamente verso il grande occhio di vetro che inonda di luce naturale quasi palpabile lo spazio, con Cattelan il punto di vista espositivo cambia radicalmente. Complice la mostra, la prima retrospettiva completa dell'artista italiano contemporanea di terzo millennio più famoso al mondo, "Maurizio Cattelan: All" dal 4 novembre al 22 gennaio.

"Tutto" Cattelan pende dall'alto e allo spettatore spetta il compito di scalare - o discendere - questo suo mondo creativo fatto di centotrenta opere (la più vecchia è stata realizzata nell'89) che riesce a intrigare e stordire, divertire e inorridire. Con un'inedita installazione, studiata a tavolino dall'artista con la curatrice e vicedirettore del museo Nancy Spector, Cattelan offre una prospettiva a volo d'uccello di un universo creativo delirante e fantastico, assemblato in un visionario caos di boschiana memoria. Un albero di Natale bizzarro, un caravanserraglio di inquietanti presenze, un monumento-totem sospeso e aereo dove si intrecciano apparentemente senza alcun criterio logico o cronologico le sue opere capitali, che l'hanno reso un talento internazionale, di caustica e prorompente forze iperrealista.

"La retrospettiva è un esercizio all'irriverenza - recita la nota informativa del Guggenheim - l'artista ha appeso la sua arte come il bucato steso ad asciugare". Certo è che questa macchina scenica che raccoglie le opere emblematiche di un'arte all'insegna dello scandalo e della provocazione concettuale e teatrale di Cattelan, assume per la prima volta una dimensione epica, tale da suggerire l'idea di un'esecuzione di massa. La maggior parte delle opere sono le versioni originali date in prestito da tutto il mondo. Pendono tutti i suoi "classici", i suoi scherzi d'artista: il cavallo imbalsamato appeso, Hitler in ginocchio, lo scheletro gigante del gatto, papa Giovanni Paolo II caduto, i bambini impiccati, il cane impagliato, il bambolotto con la faccia di Picasso, fino alle sue famigerate autocitazioni con cui gioca da sempre con suo "ego", tra le maschere, il bambino seduto sulla libreria, l'autoritratto appeso a una stampella, il suo doppio cadavere ad occhi chiusi e aperti.

Solo alcune impossibili da trasportare, tipo il dito medio di "L. O. V. E." esposto davanti alla Borsa di Milano, sono riproduzioni. Se questa è la cifra stilistica di questo pirotecnico artista padovano sulla soglia dei cinquantadue anni, non ci si poteva aspettare una modalità più composta e didatticamente ordinata per una rassegna che ripercorre la sua carriera. Che si prospetta anche come l'ultima. Non a caso, Cattelan, in concomitanza di questa mostra, ha anche annunciato il suo ritiro.

Gioco, sberleffo, pantomima, anche questo annuncio rientra nella sua straordinaria capacità di fomentare su di sé l'aura di una fascinazione mediatica. D'altronde, quello di Cattelan è l'evento espositivo della stagione che ha catalizzato le aspettative della stampa e scatenato la corsa al presenzialismo da parte del bel mondo dell'arte, tra galleristi, direttori di musei, critici e collezionisti. Tutti alla corte di Cattelan. E per l'occasione, il Guggenheim sperimenta anche la sua prima Mobile App scaricabile dal sito del museo. L'applicazione offre inediti dietro le quinte e decine di video con artisti, curatori e galleristi.

Notizie utili - "Maurizio Cattelan: All", dal 4 novembre al 22 gennaio 2012, Solomon R. Guggenheim Museum, 1071 Fifth Avenue, New York.
Orari: domenica-mercoledì 10-17:45; venerdì 10-17:45, sabato 10-19:45, chiuso giovedì.
Ingresso: intero $18, ridotto $12, sotto i 12 anni gratis.
Informazioni: guggenheim.org  


Articolo di Laura Larcan tratto da repubblica.it


In alto l’artista durante l’inaugurazione della mostra, qui di seguito alcune immagini dell’installazione tratte da ilsole24ore.com, repubblica.it e vogue.it




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_eventi: "Filippino LIPPI e Sandro BOTTICELLI nella Firenze del '400" - Roma, Scuderie del Quirinale

ROMA - Questa mostra alle Scuderie del Quirinale fino al 15 gennaio, su Filippino Lippi e Botticelli, bellissima e importante per la qualità dei dipinti, ci sembra abbia un "peccato d'origine". Quello di voler mettere in competizione Filippino con Sandro Filipepi. Con lo scopo di farlo uscire dal "cono d'ombra" di Botticelli. Operazione che gli storici dell'arte hanno da tempo compiuto, ma che il pubblico non prenderà mai in considerazione al di là dell'ammirazione per le bellissime Madonne di Filippino. Basta che i visitatori delle Scuderie seguano quello che "hanno nella testa". Il Botticelli rimasto doverosamente agli Uffizi da cui non si muoverà mai, che possiede il cuore del pubblico con  la "Primavera" e soprattutto con la "Nascita di Venere" che l'industria diffonde per ogni dove. Così si godranno gioiosamente la mostra con i capolavori di Filippino, senza confronti. Certo, per Filippino la simpatia umana è massima. Per essere riuscito a diventare uno dei  quattro pittori più importanti di Firenze partendo da una nascita scabrosa. Era infatti nato a Prato, verso il 1475, dalla relazione fra Filippo Lippi, celebre artista carmelitano, e la monaca agostiniana Lucrezia. Dopo il "fattaccio" Lucrezia rientrò in convento.

In mostra l'"infamia della natività sua", come scrive il Vasari nella biografia del pittore (edizione 1550), è documentata da una denuncia (anonima) inviata, quando già Filippino era sui quattro anni,  agli "Ufficiali di notte e conservatori dell'onestà dei monasteri".

"Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del '400", prima mostra monografica dedicata a Filippino, non è una mostra di grandi dimensioni, che per noi è una caratteristica positiva di partenza. Le opere sono meno di ottanta fra tavole nella grande maggioranza, disegni e studi; una statua in legno scolpito e dipinto, due legni intarsiati (di cui una porta con le figure di Dante e Petrarca); una medaglia e nove documenti in originale.

E' promossa e organizzata dalle Scuderie dell'Azienda speciale Palaexpo in co-produzione con "24 Ore Cultura -gruppo 24 Ore" con il sostegno di Cariparma-Crédit Agricole. Costo un milione settecentomila euro di cui 200 mila per la "promotion". Il curatore è Alessandro Cecchi, direttore della Galleria Palatina di Palazzo Pitti. Il comitato scientifico (con Cristina Acidini, Keith Christiansen, Jonathan K. Nelson, Patrizia Zambrano), presieduto da Antonio Paolucci, è al massimo livello. Il catalogo è pubblicato da "24 Ore Cultura" (232 pagine col bordo dorato).

Filippino ha una netta prevalenza con 24 dipinti e 19 disegni (alcuni su carte colorate, opere d'arte a parte). Botticelli è rappresentato da sei dipinti (e uno studio), Filippo da una tavola e un paio di disegni. Ci sono anche gli artisti che hanno collaborato: Frà Diamante, Raffaellino del Garbo allievo di Filippino, lo scultore Benedetto da Maiano, e altri come Piero di Cosimo.

La prima lezione è quella del padre: la "raffinata tecnica luministica del disegno" che arriverà anche a Sandro "il più promettente allievo" di Filippo. Dal 1467 al 1469,  Filippino è a Spoleto col padre, ad aiutarlo ad affrescare il catino dell'abside del Duomo, opera portata quasi a termine per la morte di Filippo nell'ottobre 1469. Dal giugno 1472, a 15 anni, Filippino entra nella bottega del Botticelli, più anziano di lui di 12 anni.
Dalle opere giovanili in debito di Filippo (in mostra il "Ritratto di fanciullo con mazzocchio", un cappello alla moda di colore viola con lunga striscia sulle spalle), Sandro elaborò uno stile personale che lo impose sempre più a Firenze, apprezzato particolarmente dai Medici, la cui valutazione era essenziale per commissioni pubbliche e private e segnalazioni. In un mercato dalla concorrenza "spietata" fra le botteghe di Sandro, del Verrocchio e dei fratelli Pollaiuolo.

Del Filippino "a bottega" sono in mostra tre tavolette della "Storia di Ester" (due da Ottawa e una da Roma), di due cassoni nuziali. Secondo Nelson molto probabilmente fu Sandro a fornire i disegni dei gruppi di figure di tutti i dipinti dei due cassoni. Si riservò la tavoletta più celebre, quella che per decenni è stata indicata come "La Derelitta" e che per arrivare in mostra ha dovuto solo attraversare la strada davanti alle Scuderie, dalla collezione Pallavicini (un prestito eccezionale).

Si tratta di Mardocheo, zio di Ester, in una scena di rara solitudine e disperazione. Si è stracciato la veste rosa ed è rimasto in un camicione bianco, a piedi nudi. Solo, seduto davanti al portone sigillato, le mura incombenti del palazzo del re di Susa, Assuero. Mardocheo è disperato perché Assuero ha deciso di far uccidere gli ebrei del regno. Che sia Mardocheo  lo si è ricavato dal fatto che fra le mani c'è la barba nerissima che si ritrova nell'ultima tavoletta, quella del suo trionfo.

Ai collaboratori Sandro affidò il resto delle figure, e Filippino, il più dotato, eseguì "quelle scene con una grazia, con una gustosità cromatica che le rendono tra le più mirabili del genere".

Filippino non sta con le mani in mano: nel 1478 è un artista indipendente. Una "segnalazione" di Lorenzo il Magnifico al cardinale napoletano, protettore dei domenicani, Oliviero Carafa, gli procura quella che sarà la "commissione più importante" della sua carriera. Gli affreschi della cappella Carafa a Roma, in Santa Maria sopra Minerva, che lo impegneranno dal 1488 al 1493.

Nelson sottolinea "l'impostazione unitaria dello spazio della cappella" fra affreschi della volta e delle pareti laterali, "architettura illusionistica e quella reale". Nell'evoluzione di Filippino la cappella rappresenta uno "spartiacque".  "Lo studio delle statue e degli edifici antichi ispirò al pittore la nuova monumentalità delle figure e dello scenario architettonico". Nei dipinti dopo Roma, i volti, le pose delle figure  hanno "un senso  del movimento ed emozione, se non di pathos, molto più accentuato". Ecco che le figure "si voltano, corrono, gesticolano come non si era mai visto prima, e le vesti fluttuano al vento".  

La cappella Carafa è a poche centinaia di metri dalla mostra. Dalle Scuderie si prende a sinistra la discesa di via della Dataria, via dell'Umiltà e oltre via del Corso si va sinistra.  

La "fantasia estrosa e originale" di Filippino si alimenta della cultura archeologica e antiquaria, delle scenografie effimere, dell'erudizione, ma elaborata con "straordinaria inventiva". Come la "Musa Erato" arrivata da Berlino. La figura femminile, abbigliata all'antica, ha la veste rosa, il manto color prugna, i capelli biondi strapazzati dal vento. Sta cingendo con una cintura d'oro (castità e continenza), il collo di un cigno che non sembra molto contento, animale associato a Venere o ad Apollo e alle muse. La aiutano due amorini che si divertono molto.   

Verso il 1493 Filippino era riconosciuto "fra i quattro maggiori pittori di Firenze" della seconda metà del Quattrocento, con Botticelli, Perugino e Ghirlandaio. Prestigio confermato, per esempio,  dal completare opere di colleghi eccellenti. Nella famosissima cappella Brancacci al Carmine  Filippino completò due scene incompiute da Masaccio e terminò il ciclo con ben quattro episodi.

Nel novembre 1494 i Medici vengono cacciati e introdotta la Repubblica. Il Magnifico è morto nell'aprile 1492 a poche ore dall'infuocata predica di un domenicano del convento di San Marco di cui era il bersaglio. Comincia la missione di fra' Girolamo Savonarola. Una predicazione apocalittica contro la corruzione dei costumi e del clero, l'usura, la mondanità e il lusso. Un cambiamento radicale della sfera pubblica e privata che conquistò molte coscienze. Ma dopo il potere assoluto di una "Signoria ultra-piagnona" come erano detti i seguaci, la conclusione fu il rogo, il 23 maggio 1598, come eretico, scismatico, scomunicato. Per sua fortuna era stato prima impiccato.  

Secondo Vasari, Botticelli fu coinvolto da questi avvenimenti dalla fortissima carica emotiva e "ciò fu causa che egli abbandonando il dipingere e non avendo entrate da vivere, precipitò in disordine grandissimo" e si trovò "vecchio e povero".

In mostra c'è la grande tavola rettangolare, "Storia di Virginia", dipinta da Sandro nel 1500-1510, una delle ultime opere. Nella "sequenza cinematografica" del rapimento della fanciulla, del giudizio iniquo e dell'uccisione di Virginia per mano del padre per preservarne l'onore, Cecchi segnala la "concitazione nelle pose delle figure e la drammaticità della narrazione",  "così diverse e ormai lontane dalle olimpiche certezze" del periodo del Magnifico, "in una crisi irreversibile che gli fece mancare le importanti commissioni che ebbe fino all'ultimo il suo antico allievo e collaboratore".

Filippino si fece infatti scivolare addosso il periodo di Savonarola. Cecchi lo definisce  "pittore per tutte le stagioni" che non è proprio una classificazione tutta positiva. Volendo indicare il passaggio dalla committenza del Magnifico e degli altri Medici a quella "piagnona" suscitata dal Savonarola, dai soggetti sacri pubblici a quelli mitologici, devozionali privati.

La mostra ha una presentazione cronologica con i dipinti alternati a disegni o documenti. La prima opera è di Filippo, il grande tondo (diametro 135 cm) con in primo piano una dolce Maria che rivolge all'osservatore uno sguardo velato di melanconia. Sulle ginocchia ha il Bambino, attira la sua attenzione con i grani di una melagrana, destinata ad aumentare il suo patema di madre perché frutto simbolo di fertilità, ma legato alla Passione. Dietro, fra esterno e interno di una abitazione, la teoria delle visite ad una sofferente Sant'Anna che ha partorito Maria. Filippo si esprime con le "doti migliori: invenzione, sintesi narrativa, scioltezza del disegno e concretezza della forma".

Tre i capolavori di Filippino restaurati per la mostra. L'"Adorazione dei Magi" del 1478 circa, da Londra, National Gallery. In un vasto paesaggio roccioso, la capanna della Natività è in blocchi di pietra, ma tutta diroccata. Non ci sono il bue e l'asino e i Magi hanno un corteo ridotto al minimo nei personaggi e senza fasto.  

La capanna con gli identici blocchi di pietra, ma un rudere senza pareti, col tetto di legno, senza animali, era nella "Adorazione dei Magi" dipinta nel 1475-1476 da Sandro che si è raffigurato nel primo personaggio a destra, un uomo in un manto dai riflessi dorati. Il corteo è ridotto, ma i Magi sono in vesti fastose perché dovrebbero raffigurare tre della famiglia Medici. In un personaggio dai capelli neri è stato riconosciuto il ritratto di Lorenzo il Magnifico. Sulla sinistra un gruppetto di una decina di personaggi in abiti eleganti. In primo piano, un giovane con la spada, dallo "sguardo arrogante e spavaldo" che potrebbe essere Giuliano dè Medici, protagonista di un torneo nel 1475. Secondo Vasari questa tavola aprì a Sandro le porte della Sistina per affrescare le pareti lunghe della cappella, insieme ai magnifici Perugino, Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, Signorelli.

Il secondo dipinto restaurato, arrivato dal Metropolitan, è la "Madonna Strozzi", la famosa famiglia di banchieri. La tavoletta di Filippino, del 1483-1484, raffigura Maria in un manto blu notte sopra la veste questa volta rossa, stretta alla vita da una cintura di stoffa con un vistosissimo nodo, uno dei punti focali della scena. Seduta in un ambiente aperto, regge sulle ginocchia il Bambino che con le mani stropiccia con noncuranza le pagine di un libro di preghiere. Accanto una melagrana aperta. Lo sfondo è un paesaggio urbano con persone che secondo Keith Christiansen "deve molto alla pittura fiamminga". Memling e Hugo van der Goes erano arrivati a Firenze.

Il restauro ha rimosso la vernice colorata ed "ha trasformato l'aspetto del quadro" giudicato "bellissimo" da Christiansen. Si è rivelata "una finezza insospettata nel modellato del volto della Vergine, una giovane madre di toccante dolcezza, e una brillantezza cromatica che segnala una commissione prestigiosa, pienamente autografa". Il committente Filippo Strozzi  dava grande importanza allo splendore materiale. Il blu del manto di Maria è un "oltremarino di grande qualità. La riflettografia all'infrarosso ha fatto scoprire un disegno preparatorio a mano libera.   

Ritroviamo la straordinaria testa di Bernardo nella "Pala Nerli", la terza opera restaurata e  al secondo piano della mostra. ? Martino, vescovo di Tours, a fianco della  Madonna col Bambino in trono, Giovannino, Caterina d'Alessandria e due donatori. Una tavola di 170,6 per 182,5 con una lavoratissima cornice intagliata su fondo blu e oro che la fa diventare di 262,5 per 288.

Questa "Sacra conversazione" del 1493-1495 è l'unica opera di Filippino ancora nella collocazione originale, l'ascetica  cappella Nerli nella chiesa fiorentina di Santo Spirito. Alla base del trono di Maria è scolpita una Centauromachia che Filippino si portò dietro dal sarcofago dell'Assunta della Carafa. Fra gli archi fa da sfondo una veduta di città non identificabile con scene di vita quotidiana.

Il restauro, finanziato dai benemeriti "Friends of Florence", non è finito. Le prime prove  di pulitura rivelano una "qualità altissima di disegno e di colorito", e i primi interventi sulla cornice "un finissimo intaglio".  La doratura originale è "in una percentuale molto alta" rispetto ad altre opere.

Filippino è anche autore del "più grande tondo del Rinascimento che ci sia giunto". Un diametro di 173 cm, il "Tondo Corsini". La Madonna in piedi, con manto azzurro su veste rosa, dall'espressione sempre malinconica, sostiene il Bambino avvolto da un velo evanescente che scende fino al pavimento di marmo. Ai lati cinque angeli. Dallo sfondo lontano avanza il Battista in "versione deserto". Dipinto nel 1481-1482, appartiene alla collezione Ente Cassa  di risparmio di Firenze.  

Gli angeli offrono fiori al Bambino che fruga con la destra e con la sinistra ne offre  un mazzolino a Maria. I tre angeli inginocchiati sulla destra cantano seguendo una partitura musicale che, "fatto sommamente insolito", è così "dettagliata e precisa" che "la si può leggere e persino eseguire".    

Altri due tondi spettacolari per la scena unica dell'"Annunciazione" e  le profonde cornici originali intagliate e decorate in oro e argento (ghiande, pigne, bacche in un continuo di foglie e nastri), sono arrivati dalla pinacoteca di San Gimignano. Diametro 110 cm, sono stati dipinti da Filippino nel 1483-1484 e le cornici applicate nel 1490. A sinistra l'arcangelo Gabriele dalle ali delicatamente variopinte, è atterrato su di un pavimento di marmo  (che continua nell'altro tondo), e con la destra sollevata ha inviato a Maria il messaggio divino. Maria ha ugualmente risposto con il suo assenso.  

Alle spalle della Vergine, Filippino ha inserito un orologio meccanico, "un oggetto raro nelle case  e soprattutto nei dipinti". Sono state notate delle "incongruenze": il gradino in primo piano, i riquadri  del pavimento e i raggi dorati  "non sono perfettamente allineati". Ancora, la "forte luce dietro la Vergine non trova corrispondenza nell'altra tavola".

Non perdete la tavolettina da Dublino del 1483-1485 "Ritratto di musico" con lira da braccio ed archetto. A parte la consistenza fisica del volto impressa da Filippino, il dipinto è il "primo ritratto europeo" noto a Nelson, con uno strumento musicale. E, fatto "sommamente insolito per i ritratti di quel periodo", il  giovane non si limita a reggere lo strumento, ma sta girando uno dei piroli che regolano le corde. Secondo Nelson "uno dei ritratti più originali del Quattrocento".

Nel "San Girolamo" dagli Uffizi del 1493-1495, c'è il "pathos" del volto del traduttore  delle Sacre Scritture raffigurato nel periodo da eremita, una novità nelle opere di Filippino che precedono la Carafa. Non perdete la parte superiore del dipinto, una delicatissima "natura morta" fra le rocce, con felcette, fiorellini e fiori dallo stelo evanescente, piccole radici. Patrizia Zambrano osserva che questa "rappresentazione accurata e dettagliata degli elementi naturali si possa quasi considerate  la firma di Filippino e denoti una condivisione  di interessi con Leonardo" (con affascinanti ipotesi).

Il primo piano della mostra è chiuso dal capolavoro assoluto l'"Apparizione della Vergine a San Bernardo" che Filippino dipinse nel 1484-1485 per l'amico Piero di Francesco di Jacopo del Pugliese. Dal 1529 la grande tavola (210 per 195) è alla Badia Fiorentina dove si trova tuttora.

In un bosco, Bernardo sta scrivendo l'"Omelia alla Vergine". Di lato ha una pila disordinata di libri e libroni molto consultati, la Bibbia aperta e il cartiglio con "Substine et abstine" (resisti e astieniti). Il motto stoico collegato alla "più rigida applicazione della regola benedettina" perseguita da Bernardo. Il santo invoca la Vergine che gli appare davanti e tocca le pagine scritte, come un suggello. Potrebbe anche essere un colloquio fra Maria e Bernardo che ha la bocca aperta.

Il saio sovrabbondante del monaco cistercense è bianco investito di una luce leggermente dorata. Straordinaria, scultorea nella tridimensionalità, la testa di Bernardo e straordinaria l'aria sbarazzina dell'angelo che fra la veste rossa di Maria sbircia da sotto Bernardo.

Per Vasari la "pittura in alcune cose è tenuta mirabile, come sassi, erbe e simili" e il committente, di profilo è fatto "di naturale tanto bene che non pare che gli manchi se non la parola". Filippino fornisce un saggio dell'"abilità nella resa dei dettagli più minuti", il tronco nodoso, le pagine accartocciate dei libri, la quinta di rocce frastagliate (in cui bisogna scoprire un diavolo e un gufo).  

Quando il 20 aprile 1504, Filippino morì per problemi cardiaci (angina) ebbe a Firenze  un grande tributo, il massimo sacrificio che ci si possa attendere da mercanti e bottegai. Durante il trasporto a San Michelino Visdomini i bottegai della via dei Servi "serrarono" le botteghe. E il Vasari annota: come "alcuna volta" si suol fare nelle "essequie dè principi".   

Notizie utili - "Filippino Lippi e Sandro Botticelli nella Firenze del '400". Dal 5 ottobre al 15 gennaio. Roma. Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio 16. Promossa e organizzata dalle Scu0derie del Quirinale, Azienda speciale Palaexpo, in co-produzione con "24 Ore Cultura -gruppo 24 Ore" con il sostegno principale di Cariparma-Crédit Agricole. Curatore Alessandro Cecchi, direttore della Galleria Palatina di Palazzo Pitti. Comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, Catalogo pubblicato da "24 Ore Cultura".
Biglietto: intero dieci euro, ridotto 7,50.  
Orari: da domenica a giovedì 10-20; venerdì e sabato 10-22,30. Ingresso fino a un'ora prima della chiusura. Informazioni e prenotazioni: singoli, gruppi e laboratori d'arte 06.39967500; scuole 06.39967200.www.scuderiequirinale.it 

Nell'immagine in alto: Filippino Lippi  "Ritratto di giovane" 1485 circa. Qui di seguito alcune delle opere in mostra.

Filippino Lippi, Madonna in adorazione del Bambino, 1478, Firenze, Galleria degli Uffizi

Filippino Lippi, Apparizione della Vergine a san Bernardo (Pala della Badia), 1486, Firenze, chiesa della Badia

Filippo Lippi, Madonna col Bambino e Storie della vita di sant’Anna, 1452-1453, Firenze, Galleria Palatina di Palazzo Pitti 

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_eventi: "MATITE IN VIAGGIO | carnet - disegni - parole" - Centro Culturale CANDIANI, Mestre

MESTRE. Si visita fino al 22 ottobre al Candiani di Mestre, la mostra Matite in Viaggio,
organizzata in collaborazione con l'Associazione Matite in Viaggio.

Con la mostra Matite in Viaggio. esposizione di Carnet de Voyage, si presenta per la prima volta al pubblico la neocostituita Associazione che porta lo stesso nome e che si collega idealmente all'Associazione francese Il Faut Aller Voir, nata agli inizi del 1998 a Clermont Ferrand. E' un'associazione unica in Italia, e riunisce tutti gli appassionati di questo modo antico, ma sempre affascinante, di catturare le emozioni di un viaggio.

Il Faut Aller Voir nel 2000 ha dato luogo alla prima Biennale du Carnet de Voyage e si colloca in una prospettiva inedita e di notevole rilievo culturale, in quanto si propone di promuovere e favorire l'interesse per il viaggio e il viaggiare, con una finalità di ampliamento della conoscenza dell'altro e della consapevolezza di sé. Dunque un viaggiare che rifugge da un'abusata fruizione consumistica, e promuove una dimensione del viaggio come ben più articolata e profonda esperienza esistenziale. Las prossima edizione si terrà dal 18 novembre.

Sulla scorta di questa importante esperienza, è nata Matite in Viaggio, la cui presidente è Annamaria Spiazzi. La mostra è la prima esperienza pubblica; già nei primi giorni di apertura ha riscosso grandissimo successo.

Al Candiani vengono presentati i taccuini di viaggio di 45 autori provenienti da tutta Italia, testimonianze che attraversoil segno e il linguaggio diventano strumento di lettura di luoghi.

Per tutta la durata dell'esposizione gli autori presenti incontrano i docenti e gli studenti delle classi che visitano la mostra, illustrando le loro esperienze di viaggiatori e disegnatori; una sezione della mostra è dedicata in particolare proprio a tematiche vicine alla scuola.

Centro culturale Candiani, piazzale Candiani Mestre
Matite in viaggio
dal martedì al venerdì 15.30-19.00
sabato 10.30-12.30 e 15.30-19.30

Ingresso libero

Articolo tratto da http://nuovavenezia.gelocal.it

Per ulteriori informazioni http://www.matiteinviaggio.it/

In alto un disegno di Federico Gemma, qui di seguito alcuni dei disegni in mostra. 

 


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_eventi: ARTEMISIA GENTILESCHI | STORIA DI UNA PASSIONE – Milano, Palazzo Reale


Una grande artista Artemisia Gentileschi, surclassata dal suo stesso simbolo. E in un momento in cui sul corpo delle donne continuano a giocarsi partite d’ogni genere, la vicenda di quella donna, di quella artista che ebbe la vita segnata per sempre dalla violenza diventa ancora una volta motivo di riflessione. Ancora una volta, come fu nei decenni passati quando fu il movimento femminista a trovare in lei una musa, un modello di emancipazione. E non è un caso che a Milano, per mettere in scena l’intenso, drammatico lavoro di Artemisia si sia chiesta la collaborazione di una regista che il dolore delle donne lo ha raccontato rara intensità: Emma Dante. Suoi quegli interventi scenografici e teatrali che danno rilievo ulteriore ai cinquanta dipinti e i documenti inediti che raccontano di quella storia di 400 anni fa.

“Oltraggiata appena giovinetta, nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro. Che tenne scuola di pittura a Napoli. Che s’azzardò, verso il 1638, nella eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro congeniale e a una parità di spirito tra i due sessi” per sintetizzare il dramma di Artemisia e il suo immenso carattere niente di meglio delle parole di Anna Banti che così scriveva di lei nel 1947 ( Artemisia Milano, 1947).

Organizzata da 24ORE Cultura, con la collaborazione dell’assessorato alla Cultura del Comune di Milano, la mostra, posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, intreccia la storia della donna e la sua passione di artista.
Proprio quest’ultimo è punto focale dell’esposizione perché se è vero che i temi della sua pittura sono imprescindibili dai traumi subiti, è altrettanto vero che Artemisia, nata a Roma nel 1593 e figlia di quell` Orazio Gentileschi che era pittore celebrato in tutta Europa, fu anch’essa protagonista del Seicento europeo, capace di esprimersi con talento in una variegata gamma di temi e generi pittorici.

Il percorso artistico della pittrice parte dal primo periodo romano: a bottega dal padre Orazio la giovane Artemisia impara il mestiere della pittura, l’uso dei colori, gli impasti, ma soprattutto scopre e fa sue le istanze caravaggesche del genitore, che lei carica di pathos puntando su un’illuminazione violenta, una marcata tensione emotiva e una stesura pittorica più cruda. Nel 1613, in seguito alla violenza, è costretta alla fuga. Si rifugia a Firenze dove dipinge con successo per i Medici, è la fase delle eroine bibliche piene di forza e coraggio. Della scuola toscana fa sue l’attenzione ai tessuti e la ricerca dei materiali, mentre lei suggestionerà i fiorentini col suo luminismo. Seppur sposata, a Firenze troverà l’amore della vita, quel Francesco Maria Maringhi di cui resterà a lungo amante. Sette anni dopo è di nuovo in fuga da commesse lasciate a metà e creditori. Torna a Roma dove non fatica a trovare clienti, nobildonne, cardinali, principi. Le eroine lasciano il posto alle amanti (Cleopatre e Lucrezie), donne in cui Artemisia, lontana dal suo Francesco, si specchia. L’ultima tappa è Napoli dove vivrà dal 1627 fino alla morte, qui la produzione artistica si fa più classicizzante trovando ispirazione nella tradizione naturalistica napoletana. L’irruenza si smorza lasciando il posto a una passione più contenuta, quella di un’artista ormai matura.

Scrisse Roberto Longhi nel 1916: “l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità…”; tuttavia l’artista ha dovuto aspettare oltre tre secoli per vedere riconosciuto dai posteri il suo status di grande pittore.
Dai primi anni Sessanta le sue vicende, così come la forza espressiva e il linguaggio ricco e fantasioso della sua arte diventarono oggetto di studi ed interpretazioni da parte della critica femminista: Artemisia come simbolo di coraggio ed emancipazione, ma la sua eccelsa pittura, tanto ammirata nel Seicento, ancora una volta era messa in secondo piano.

Artemisia Gentileschi – storia di una passione

Milano, Palazzo Reale - Piazza Duomo 12.
Tel. 02.54.911.
Dal 22 settembre 2011 al 29 gennaio 2012
Orari: 9.30-19.30; lun. 14.30-19.30; gio. e sab. 9.30-22.30.
Costo del biglietto intero 9€.

Articolo tratto da milano.corriere.it e daringtodo.com

Per ulteriori informazioni mostrartemisia.it

A inizio articolo: «Autoritratto come suonatrice di liuto», 1617-18 circa Olio su tela ,cm 65,5 x 50,2 Minneapolis, Curtis Galleries



A sinistra: Artemisia Gentileschi, «Giuditta decapita Oloferne», 1620-21. Olio su tela, cm 199 x 162,5 Iscrizioni: firmato in basso a destra: “EGO ARTEMITIA LOMI FEC.” Firenze, Galleria degli Uffizi

A destra:Artemisia Gentileschi, «La Vergine che allatta il Bambino», 1616-18 Olio su tela, cm 118 x 86 Firenze, Galleria Palatina



a sinistra: Artemisia Gentileschi, «Maddalena», 1630 circa. Olio su tela, ,cm 65,7 x 50,8 Los Angeles, Rita R.R. and Marc A. Seidner Collection

A destra: Artemisia Gentileschi, «Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne», 1617-18 Olio su tela, cm 114 x 93,5 Firenze, Galleria Palatina



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_eventi: Chieti e Keith Haring: in mostra il MURALE DI MILWAUKEE


I suggestivi spazi del Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo - La Civitella di Chietiospitano dal 30 luglio 2011 al 19 febbraio 2012 una delle più significative tra le opere pubbliche di Keith Haring: il murale di Milwaukee.
L’iniziativa è promossa dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Abruzzo, dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Abruzzo, dalla Regione Abruzzo e dal Comune di Chieti, organizzata da Alef - cultural project management di Milano, in collaborazione con il Patrick and Beatrice Haggerty Museum of Art, Marquette University, Milwaukee, WI.

L’opera, che misura trenta metri di lunghezza per due metri e mezzo di altezza, fu realizzata dall’artista americano nel 1983, in occasione dell’apertura del Museo Haggerty di Milwaukee.

L’iconografia rappresentata nell’opera di Keith Haring è esemplificativa infatti del suo vocabolario d’immagini che celebrano la vita, divenendo un segno distintivo del suo approccio alla pittura. Haring riteneva che bambini e cani fossero tra le immagini più amate e riconoscibili; per questo, all’inizio della sua carriera, scelse queste figure proprio come firma (tag), per rendere la sua arte facilmente identificabile in mezzo a quella di altri che, come lui, avevano scelto la strada come luogo in cui liberare la creatività.

“All’inizio la mia firma fu un animale - Haring racconta - che diventò sempre più simile a un cane. Poi cominciai a disegnare un bambino che andava a quattro zampe e più lo disegnavo e più è diventato The Baby”. Il murale è costituito da 24 pannelli in legno realizzati nell’aprile del 1983 dall'artista, invitato dall’Università Marquette di Milwaukee a creare un gigantesco murale sul luogo in cui sarebbe sorto il nuovo museo Haggerty.

Entrambe le pareti sono dipinte. Sulla prima è raffigurata una sequenza ininterrotta di bambini a quattro zampe, in alto, e di cani che abbaiano (barking dogs), in basso. L’altra è più complessa e presenta una maggiore varietà di immagini. Il tema dominante sono le figure danzanti ispirate ai ballerini di breakdance. A queste si affiancano altre icone della sua arte: il televisore con le ali, il cane, l’uomo con la testa di serpente. Il centro del murale è occupato da un ballerino che al posto della testa ha un televisore con il numero 83 disegnato sul monitor. Questo lato termina a destra con un’altra delle immagini simbolo di Haring: la faccia con tre occhi che fa la linguaccia. Il percorso espositivo è arricchito dafotografie e da un video che documentano le fasi della realizzazione e dai disegni fatti da Haring per l’occasione.
Il Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo La Civitella, sede inedita e suggestiva, è parte di un più ampio complesso archeologico che, all'esterno, accoglie spettacolarmente un anfiteatro romano in parte ancora esistente e in parte ricostruito grazie a un moderno progetto architettonico realizzato nel 2000: la sede museale diviene così, tra passato e presente, un eccezionale luogo di incontro per la città di Chieti.

Accompagna la mostra un catalogo Skira.

Articolo e foto tratte da http://www.arslife.com

In alto a inizio articolo una foto di K. Haring mentre esegue il murale



Murale della Marquette University, Milwaukee, Wisconsin, 1983, Retro, particolare della serie di dodici pannelli raffiguranti Baby and Dog



Keith Haring a Milwaukee, 1983, fotografia di Curtis L. Carter


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_eventi: "MADE IN ITALY" - Gogosian Gallery, Roma


Fino al 29 luglio alla Gagosian Gallery di Roma si potrà visitare la mostra intitolata “Made in Italy”, una collettiva per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia attraverso lo sguardo di chi si è ispirato al nostro Paese, per la propria produzione artistica. Da Jean Michel Basquiat a Marcel Duchamp, da Andy Warhol a Damien Hirst, da Alberto Giacometti a Keith Haring, Jeff Koons, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Cy Twombly e tutti i maggiori artisti degli ultimi 60 anni.

La Gagosian Gallery si trova nel cuore di Roma, in uno splendido palazzo del 1921 e può considerarsi come una delle migliori gallerie d’arte della capitale: non è un caso se Larry Gagosian, il mercante-gallerista californiano, soprannominato lo “squalo”, è stato definito dalla rivista britannica Art review “il più grande mercante d’arte del mondo”.

Tra le capitali d’ Italia, che maggiormente hanno ispirato questi artisti, non puo’ mancare l’ amata Napoli. Sul tema del Vesuvio si misurano Gerhard Richter e Andy Warhol.Il primo, con un lavoro concettuale. Da sempre infatti Richter, è noto per i sui foto-dipinti, in particolare per i sui paesaggi e le sue complesse opere astratte. Il soggetto della sua pittura è il campo delle relazioni tra l’illusione e la realtà. Il secondo, con un quadro che rimanda ai moduli espressivi dei “Disaster”, le serie ispirate a grandi sciagure mediatiche, con le immagini serializzate e montate in frenetica sequenza, alterando colori prevalentemente vivaci e forti.L’ultimo richiamo a Napoli é di Damien Hirst, conosciuto sopratutto per i suoi “soggetti artistici”: uno o piu’ animali morti. A Roma é in mostra con due vaschette ricolme di piccoli pesci imbalsamati, acquistati da lui stesso, al mercato di Napoli. L’opera ha un titolo: “Can’t live with you, Can’t live without you”. Una mostra insomma che viaggia lungo tutta la nostra Nazione, rendendo lo “spettatore italiano”, orgoglioso di vivere in un Paese che ha ispirato le opere piu’ famose al mondo!

Articolo di R. Madonna tratto da ilfattodelgiorno.it

Nelle immagini alcune delle sale dell'esposizione




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_eventi: "MODIGLIANI SCULTORE" Rovereto, MART

Per la prima volta insieme un nucleo importante delle sculture dell'artista che cercano di colmare una lacuna della storiografia e ridefinisco un aspetto centrale della vicenda di Modigliani. L'esposizione prende avvio da un pionieristico studio ancora oggi imprescindibile per la conoscenza delle sue sculture, molte delle quali disperse o conservate presso inaccessibili collezioni private. La mostra chiarisce inoltre questioni ancora irrisolte come la sequenza temporale di esecuzione delle opere, o quella del rapporto esistente tra queste ultime e i disegni preparatori, di cui e' esposta un'accurata selezione mirata a cogliere il rapporto tra progetto e realizzazione.


Un progetto ideato e curato da Gabriella Belli, Flavio Fergonzi, Alessandro Del Puppo

Il Mart presenta la mostra “Modigliani scultore”, che dal 18 dicembre 2010 al 27 marzo 2011 offre al grande pubblico internazionale la possibilità di ammirare per la prima volta insieme un nucleo importante delle sculture del grande artista livornese.
Il progetto è stato ideato e curato da Gabriella Belli, Flavio Fergonzi, Alessandro Del Puppo, con il supporto di un comitato scientifico composto da Anna Ceroni, Eike Schmidt, Kenneth Wayne.

Testi in catalogo di Anna Ceroni, Ilaria Cicali, Alessandro Del Puppo, Flavio Fergonzi Brigitte Léal, Eike Schmidt, Kenneth Wayne.
Tra il 1911 e il 1913 Amedeo Modigliani abbandona la pittura e si dedica alla scultura. Sono gli anni in cui l’artista mette a punto un’inedita sintesi fra elementi della tradizione e originali accenti figurativi. Come pochi altri protagonisti delle avanguardie artistiche del ’900, Modigliani coglie le suggestioni della storia e le intreccia con un linguaggio personale. La scultura arcaica, medioevale e rinascimentale, e poi la scoperta dell’arte orientale e tribale, attraverso le ricerche di Picasso e Brancusi, sono per Modigliani uno straordinario campo di riferimenti per l’avvio di un rivoluzionario percorso creativo.

Oggi questi capolavori, relativamente poco conosciuti, sono avvolti da un alone di mistero, fondato sul mito di un’aristocratica separazione tra l’avventura dell’artista e le mode culturali della Parigi del suo tempo. Sorprendentemente, le sculture di Modigliani sono state spesso considerate opere funzionali alla sua ricerca pittorica.
La mostra del Mart colma questa lacuna della storiografia artistica, con l’obiettivo di ridefinire un aspetto centrale della vicenda di Modigliani, che arrivava a definirsi “più scultore che pittore”. Sono opere di una purezza avvolgente, magistrali rappresentazioni di forme enigmatiche, come ha dimostrato Ambrogio Ceroni, lo studioso che per la prima volta, nel 1965, ha ordinato il lavoro di Modigliani scultore.

L’esposizione del Mart prende avvio da questo pionieristico studio, ancora oggi imprescindibile per la conoscenza delle sculture di Modigliani. Ceroni, basandosi su documentazioni inedite, ha identificato un totale di 25 sculture; di queste, oggi solo 15 appartengono a collezioni pubbliche, mentre le restanti sono disperse o conservate presso inaccessibili collezioni private.
La mostra “Modigliani scultore” conferma questa catalogazione, rivista e aggiornata alla luce di nuove testimonianze d’epoca, ma ricostruisce anche la storia della fortuna critica e collezionistica delle opere, specie nel decennio successivo alla morte dell'artista.
Il lavoro del Mart, inoltre, chiarisce questioni ancora irrisolte, come la sequenza temporale di esecuzione delle sculture, e quella del rapporto esistente tra queste ultime e i disegni preparatori ancora esistenti, presenti in mostra con un’accurata selezione mirata a cogliere il rapporto tra progetto e realizzazione.

Modigliani Scultore. La mostra

Affrontare una ricostruzione del lavoro scultoreo di Modigliani appare come una vera e propria sfida. Le sue sculture infatti sono molto poche. Alcune di esse sono rimaste abbozzate o incompiute, o giunte a noi in stato frammentario. Sono disperse in musei e collezioni private di tutto il mondo. I documenti che si hanno a disposizione sono pochissimi; innumerevoli invece i problemi relativi alla datazione, alle fonti e ai modelli, alle vicende espositive e collezionistiche.

Modigliani presentò in vita le sue sculture una volta soltanto, selezionando un gruppo di sette teste per il Salon d'Automne del 1912. Per decenni, dopo la sua morte nel 1920, la sua opera scolpita rimase al margine, rispetto a quella del pittore.
Questa mostra ambisce ad una ricostruzione fedele e attendibile dell'intero percorso di Modigliani scultore, nel tentativo di chiarire e dimostrare, attraverso gli strumenti della moderna filologia visiva, i rapporti che ebbe con gli artisti del suo tempo (da Picasso a Brancusi) e con le passioni e le mode culturali dell'epoca (dal recupero di una rinnovata classicità alle suggestioni per l'arte africana ed orientale), oltre ad approfondire il ruolo dei critici e dei collezionisti, e la ragioni infine del definitivo spettacolare ritorno alla pittura, con i capolavori che, dal 1915 in poi, riprenderanno modelli e stili messi a punto proprio durante gli anni dedicati alla scultura.

Nella prima sezione della mostra, le opere del francese Joseph Antoine Bernard, di Elie Nadelman e del tedesco Wilhelm Lehmbruck documentano l'irradiazione europea di una nuova ricerca scultorea, orientata ad oltrepassare la lezione del modellato di Rodin. I volumi pieni e simmetrici, le superfici lisce e le masse equilibrate di queste teste scultoree appaiono come convincenti precursori del lavoro di Modigliani.

Sul piano tecnico e stilistico, le prime sculture di Modigliani (come la Testa in pietra proveniente dal Centre Pompidou) sono fortemente debitrici della procedura d’intaglio diretto della pietra, che ebbe nell'opera di Costantin Brancusi (qui presente con una delle prime versioni de Il Bacio) un sicuro punto di riferimento, che si prolungò fin negli anni venti, nelle opere di autori vicini al linguaggio cubista come Henri Laurens e Ossip Zdkine. Anziché un'articolazione fluttuante a asimmetrica nello spazio, il blocco in pietra offriva una saldezza architettonica e una uniformità plastica.

Uno snodo cruciale per l'esatta comprensione delle sculture di Modigliani, in particolar modo per le sette teste presentate nel 1912, è il confronto con i disegni. Un'intera sezione della mostra è dedicata alla ricognizione e allo studio su carta delle teste scultoree: sono disegni di volti rigidamente frontali e simmetrici, oppure di profilo, talora associati a motivi architettonici. Questi fogli sono caratterizzati da un segno netto e incisivo, e da alcune suggestioni formali (come l'allungamento del volto, gli occhi a mandorla, la bocca a cilindro) che l'artista aveva tratto da esempi dell'arte tribale e orientale.

Al centro del percorso espositivo è stata pensata una sala dove il confronto tra fonti del passato e suggestioni contemporanee viene giocato con un accostamento di forte impatto: due capolavori di Modigliani, come le teste di Minneapolis e di Washington (mai viste insieme, in Italia) sono presentati a fianco della Battista Sforza di Francesco Laurana: uno dei busti in marmo più celebri del Rinascimento italiano, un modello ineludibile per l'aristocratico distacco e lo sguardo assente del volto.

Al loro fianco, in un deliberato rimescolamento di fonti classiche e moderne, il Busto di donna 1907 di Pablo Picasso, dove si parimenti ritrovano caratteristiche presenti nelle sculture di Modigliani: la sommaria plastica dell'ovale del volto e la sua inespressiva stereometria; i tratti determinati da rigidi, spessi profili; gli occhi vuoti, senza palpebre o pupille.
Una sezione della mostra è quindi dedicata al rapporto intenso e problematico che Modigliani ebbe con i modelli scultorei provenienti da sculture extraeuropee, ed assimilati attraverso lunghe ed appassionate visite ai musei. Una serie di teste in bronzo e in grés provenienti dalle collezioni del Museo Guimet di Parigi, permettono così di documentare la presenza di certe scelte stilistiche di indubbio sapore esotico.

Mentre, grazie alla presenza di due teste modiglianesche di altissima qualità provenienti da Philadelphia e Londra, è possibile ripercorrere un'altra importante vicenda di suggestioni e confronti: quella che vide Modigliani trarre ispirazione da certi modelli delle maschere africane provenienti dal Gabon e dalla Costa d'Avorio (qui documentate da esemplari provenienti dai principali musei europei), per il tipico allungamento dei volti scolpiti e per certi dettagli fisiognomici, condividendo così la passione per l'artgre comune ad altri artefici del tempo, da Picasso a Brancusi (del quale si presenta il mirabile Adamo ed Eva dal Guggenheim di New York).

Le ultime due sezioni della mostra sono dedicate al progressivo travaso dei motivi messi a punto tra 1910 e 1914 dalla scultura alla pittura. Una ricca sequenza di disegni dedicati al tema della figura femminile stante e a quello della cariatide dimostrano come il lavoro di Modigliani scultore non fu episodico od effimero, bensì lucidamente orientato alla risoluzione di problemi formali e di stile che troveranno compimento con il ritorno alla pittura a partire dal 1915: un momento raccontato nel finale della mostra, con una ricca sequenza di importanti teste ritratto dipinte.

Comunicazione
Responsabile Flavia Fossa Margutti

Ufficio stampa:
Luca Melchionna 0464.454127 cel 320 4303487 press@mart.trento.it
Clementina Rizzi 0464.454124 cel. 338 6512683 press@mart.trento.it

Il Mart ringrazia:
Provincia autonoma di Trento - Assessorato alla Cultura
Comune di Trento
Comune di Rovereto

In partnership con:
UniCredit
Casa del Vino della Vallagarina

Con il sostegno di:
Takeda Italia Farmaceutici

Partner tecnici:
Cartiere del Garda
Trentino S.p.A.

Per le attività didattiche:
Casse Rurali Trentine

MartRovereto
Corso Bettini, 43, 38068 Rovereto (TN)

Per informazioni e prenotazioni visitare il sito: http://www.mart.tn.it/modiglianiscultore

Informazioni e prenotazioni
numero verde 800 397 760
tel. +39 0464 438 887

Inaugurazione venerdi 17 Dicembre 2010, ore 17-21
Presentazione ufficiale alle 18

Museo di arte moderna e contemporanea - MART
corso Bettini, 43, Rovereto (TN)
Orari: da lunedì a domenica 10.00 - 18.00, ven. 10.00 - 21.00
Aperture festive e straordinarie:
25 dicembre e 1 gennaio 15 – 20
6 dicembre e 6 gennaio 10 – 18
Biglietti
intero: euro 10 - ridotto: euro 7
gratuito fino a 18 anni e sopra i 65
scolaresche: euro 1 per studente
gratuito per gli Amici del Museo

Comunicato stampa della mostra tratto da undo.net

Nell'Immagine, una delle opere esposte alla mostra: "TESTA" pietra di arenaria

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_eventi: "FRIDA KAHLO RETROSPECTIVE" Vienna, Bank Austria Kunstforum

Fino a dicembre si potrà visitare a Vienna una grande retrospettiva sulla pittrice messicana Frida Khalo: 60 dipinti e 90 lavori su carta percorrendo la carriera della straordinaria pittrice morta nel 1954. Dai primi autoritratti che ricordano le figure idealizzate del Rinascimento ai quadri d'impronta surrealista, fino agli autoritratti espressionisti. A completare la mostra vi è anche materiale documentario fotografico fornito dalla pronipote dell’artista.

In Messico i quadri di Frida Kahlo sono stati riconosciuti ufficialmente come patrimonio culturale nazionale ed il suo ricordo è ormai una manifestazione di arte pop. Quel volto tutto occhi, attraversato dalla paura e dal coraggio, dall’orgoglio e dalla sensualità, lo ritrovi sugli altarini di legno così come sulle magliette, sui tappi di bottiglia e sulle tazze da caffè. Amore e marketing, anche questo serve a non dimenticare una delle storie più intense che l’arte abbia mai tramandato al mondo, rendendo Frida un fenomeno universale, al quale nel 2002 Hollywood ha dedicato un film di grande successo con Salma Hayek nel ruolo di protagonista, che gli valse una nomination per l'Oscar.

I suoi numerosi autoritratti ci restituiscono una donna stravagante ed orgogliosa, dalle folte sopracciglia, dalle labbra carnose e sensuali, dagli occhi spiritati e con i capelli agghindati arditamente con nastri, fiocchi e fiori a formare una sorta di giardino barocco, dai colori e le forme precolombiane, su una testa azteca

Il destino della pittrice commuove e affascina da sempre: per tutta la sua vita dovette soffrire per le conseguenze di un terribile incidente d'autobus, quando aveva 17 anni. Un trauma che tutti possono rivisitare, immortalato nel suo più celebre dipinto che la rappresenta nuda con il corpo tempestato di chiodi, dal collo alle gambe con la carne aperta e la colonna vertebrale, simile ad un’antica colonna greca, spezzata in più parti, mentre intorno a lei giocano scimmie, pappagalli e farfalle. Una orrenda prigione ed un giardino delle delizie nello stesso tempo.

L'opera della pittrice, che comprende solo 143 quadri, di cui 55 autoritratti, non smette mai di emozionare. Frida l’artista, Frida la donna lacerata dal dolore che al dolore dà il suo volto e il suo corpo martoriato rendendolo coi colori accesi dell’arte primitiva messicana. Ci sono trent’anni di vita e opere nella mostra fra dipinti e disegni, e poi – in una sezione a parte - le foto di questa straordinaria artista: Frida da ragazza, Frida con il marito Diego Rivera, Frida coricata a letto che dipinge il suo corsetto – e ancora una serie di immagini che la ritraggono come donna affascinante che si adorna di gioielli sontuosi, indossa abiti folcloristici e mantiene uno sguardo sicuro di sé. Perché se l’intenzione dei curatori, era di staccare il più possibile la descrizione biografica dal contesto delle opere; quando si affronta un’icona non è mai possibile sorvolare sulla sua vicenda umana.

Frida Kahlo patì per tutta la vita i dolori e le conseguenze di numerosi interventi chirurgici, che segnarono il suo universo e permearono completamente la sua opera. Non di meno ad incidere sul suo cammino fu l’amicizia e l’amore con personaggi celebri dell’epoca come Leo Trotzki, André Breton, Pablo Picasso, e ancora di più il matrimonio, nel 1929, col famoso pittore della Rivoluzione, Diego Rivera. Una relazione difficile, vissuta tra profondità infernali e la manifestazione di un amore tenace. Diego aiutò Frida nella carriera artistica, la sostenne, l’amò sempre, ma seppe anche abbandonarla salvo poi ritrovarla. “Espero alegre la salida – espero y no Jamas Volver” – Spero che l’uscita sia gioiosa – spero di non ritornare mai“, scriveva Frida nel suo diario poco prima di morire, nel 1954.

Dipinti famosi, e lavori che si credeva fossero andati perduti, 90 disegni, gli ultimi autoritratti realizzati nel 1954 e opere di piccolo formato nella forma caratteristica della pittura messicana degli ex voto. Questa la sintesi della mostra che unisce le due più grandi collezioni delle opere di Frida Kahlo, aggiungendovi opere prestate da ben quindici collezioni private del Nord America. Il percorso illustra dunque in maniera esauriente lo sviluppo artistico di Frida. I punti salienti quei novanta disegni in parte mai pubblicati e i suoi ultimi lavori che risalgono al 1954. Come l’autoritratto stile girasole dipinto a olio, che finora si pensava fosse stato distrutto, oltre all’autoritratto disegnato; entrambi presentati per la prima volta al pubblico in Europa. I disegni con composizioni surreali, svelano invece un lato sconosciuto di Frida Kahlo: il suo umorismo, espresso in giochi di parole e immagini allegre e raffinate che celano pensieri che al contempo esprimono emozioni.

Un’altra parte della mostra è infine dedicata ai quadri di piccolo formato, che l’artista abbozzò all’inizio degli anni trenta nello stile degli ex voto tipico del Messico. Quadri pregni di nostalgia e del desiderio di giovinezza, di salute, di indipendenza.

Tra le opere esposte, due colpiscono per la loro intensità. Il primo raffigura una grande dea precolombiana di pietra grigia, dal cui seno gocciola latte, che tiene tra le braccia una Frida vestita di rosso, che a sua volta regge un Rivera bambino rattrappito e nudo, con un terzo occhio sulla fronte, ma cieco. Nel secondo vi è una cerva dal volto di donna che corre in un bosco col corpo trafitto di frecce, ferita ma non doma, mentre all’orizzonte vi è un mare in tempesta.
Sono opere che ci mostrano un corpo femminile che soffre, ma con gioia, che sa trasformare la sconfitta in vittoria, un dolore che non chiede pietà o compassione bensì pretende amore e fiducia. Una grande lezione di vita su cui meditare.

Articolo di Achille Della Ragione, tratto da napoli.com

Frida Kahlo - Retrospective

Sept. 1 - Dec. 5, 2010
Mon.-Sun. from 10.00 am to 7.00 pm, Fr 10.00 am to 9.00 pm

Bank Austria Kunstforum
1., Freyung 8

Biglietto intero 10€ ridotto 8.5€

nell'immagine "Autoritratto con scimmia e gatto" 1940

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_eventi: "VINCENT VAN GOGH : CAMPAGNA SENZA TEMPO - CITTA' MODERNA" Roma, Complesso del Vittoriano

Dall’8 ottobre 2010 al 6 febbraio 2011 il Complesso del Vittoriano di Roma riporta a Roma dopo ventidue anni il genio assoluto di Vincent van Gogh, che ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’arte e nell’immaginario collettivo dell’uomo moderno.
Il percorso scientifico dell’esposizione analizza per la prima volta le due inclinazioni contraddittorie che spesso guidarono il pittore nella scelta dei soggetti dei suoi dipinti: il suo amore per la campagna, come ambiente fisso e immutabile, e il suo legame con la città, centro della vita moderna e del suo rapido movimento.
Saranno esposti oltre settanta capolavori tra dipinti, acquarelli e opere su carta del maestro olandese e circa quaranta opere dei grandi artisti che gli furono di ispirazione – tra i quali Millet, Pissarro, Cézanne, Gauguin e Seurat.
La mostra, che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione e con la partecipazione del Comune di Roma - Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione –, della Provincia di Roma – Presidenza e Assessorato alle Politiche culturali -, della Regione Lazio – Presidenza e Assessorato alla Cultura, Arte e Sport -, con il patrocinio del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero degli Affari Esteri, dell’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi a Roma e dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. La rassegna è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia.
L’esposizione vanta la collaborazione ed il supporto delle più grandi istituzioni museali del mondo, insieme ad importantissime collezioni private. Tra esse spiccano: Van Gogh Museum, Kröller-Müller Museum, Rijksmuseum, The Art Institute of Chicago, The Solomon R. Guggenheim Museum, The Museum of Modern Art, Hammer Museum, The Detroit Institute of Arts, National Gallery of Canada, Tate, Musée du Louvre.
La mostra “Vincent van Gogh. Campagna senza tempo – Città moderna” è a cura di Cornelia Homburg, studiosa nota a livello internazionale per le sue ricerche su Vincent van Gogh, e si avvale di un prestigioso comitato scientifico composto da Sjraar van Heugten e Chris Stolwijk, Van Gogh Museum, Jenny Reynaerts, Rijksmuseum, Judy Sund, City University New York, Tsukasa Kodera, Osaka University, Joan Greer, University of Alberta, Cornelia Peres, conservatrice, Liesbeth Heenk, storica dell’arte.

La mostra

Pittore di paesaggi traboccanti di luce, ma anche di vibranti ritratti, Vincent van Gogh era un artista impetuoso e appassionato che, all’occorrenza, dimostrava un altezzoso disprezzo per le convenzioni.
Nonostante i più vedano Van Gogh come un artista maledetto e guardino alle sue opere come al prodotto stupendo della sua follia, egli era, invece, un uomo di grande cultura, un pensatore raffinato che parlava perfettamente varie lingue, come il francese e l’inglese, e che aveva studiato per diventare mercante d’arte. La sua sorprendente memoria visiva gli permetteva di ricordare fin nei minimi dettagli dipinti o stampe già visti e dalle sue lettere apprendiamo quanto importante sia stata questa conoscenza storico artistica per lo sviluppo del suo personale stile. Sin dall’inizio della sua esperienza di pittore, egli si avvicinò ai maestri del recente passato, come Eugene Delacroix, Charles Daubigny, Jean-François Millet - che egli chiamava addirittura Père, padre -; Vincent ne copiò le incisioni più e più volte nei suoi disegni e ne riprodusse le composizioni anche nei propri dipinti. Se Rembrandt era il suo modello, Van Gogh riteneva, però, vitale anche l’incontro con i colleghi artisti e il dibattito sui temi legati alla contemporaneità, all’epocale rivoluzione artistica portata dagli Impressionisti, come Camille Pissarro e Paul Cézanne, e dai pittori post-Impressionisti della sua generazione, come Paul Gauguin e Georges Seurat. Proprio a testimonianza di questa fitta rete di rapporti e dell’importanza cruciale di queste fonti di studio ed ispirazione per Van Gogh, viene presentata in mostra una selezione accurata e puntuale di opere di questi ed altri artisti, cui il maestro olandese fece riferimento. Tra essi spiccano il capolavoro di Gauguin, Lavandaie al Canal Roubine du Roi, dal MoMA di New York ed il bellissimo I raccoglitori di fieno di Millet dal Louvre.
Pur spesso tormentato da profondi dubbi, in parte originati dalla malattia, Van Gogh era anche un uomo molto ambizioso ed aveva, in fin dei conti, una percezione estremamente chiara della propria opera nel suo insieme e del ruolo che avrebbe ricoperto nella storia dell’arte.
Queste posizioni apparentemente contraddittorie caratterizzano gran parte della vita e della produzione artistica di Vincent. Ad esse si ispira questa importante esposizione, che analizza l’opera del grande pittore olandese approfondendo due aspetti fondamentali della sua identità artistica: l’amore per la campagna, vista come un ambiente fisso e immutabile, e l’attaccamento alla città, centro del movimento frenetico e della vita moderna.
Van Gogh costruisce, da un lato, un’immagine idealizzata della vita rurale, dimostrando così di credere che la natura e la vita dei contadini, dura ma onesta, fossero valori senza tempo; questo concetto trova chiara espressione nei suoi ritratti di coltivatori, nelle immagini del lavoro nei campi, che segue il ritmo regolare e rassicurante delle stagioni, nelle descrizioni della campagna olandese e francese, come, ad esempio, nell’imponente La semina delle patate dal Von der Heydt-Museum di Wuppertal e nei bellissimi disegni di contadine chine al lavoro, in prestito dal Kröller-Müller Stifting.
D’altro canto, anche la città era importante per il pittore dal punto di vista visivo, perché era il luogo dell’esperienza contemporanea, in cui era possibile venire a contatto con i più recenti sviluppi in campo artistico e progredire nella propria carriera. Non solo, in città il progresso dell’industria stava cambiando per sempre il destino dell’uomo e fu proprio lì che l’artista imparò a esprimere il sentimento della modernità, come in Strada con sottopassaggio (Il viadotto), dal Guggenheim Museum.
Questa dicotomia ispirò a Van Gogh un importante numero di dipinti, disegni ed acquerelli. L’artista esplorò in modi molto affascinanti il suo universo di immagini; egli, infatti, non ritraeva pedissequamente ciò che aveva davanti agli occhi, ma ne offriva spesso un’interpretazione originale e dipingeva esattamente ciò che voleva che l’osservatore vedesse. I suoi ritratti e paesaggi non sono tanto una traduzione spontanea della sua esperienza visiva quanto piuttosto un repertorio di avvincenti composizioni consapevolmente costruito.
Van Gogh era fermamente convinto di dover realizzare un’opera radicalmente moderna, che però resistesse ai mutamenti del tempo per poter essere per sempre attuale. Se, da un lato, egli ammirava la pittura di paesaggio tradizionale della Scuola di Barbizon di metà Ottocento, dall’altro, negli anni ottanta del secolo, intendeva occupare una posizione di avanguardia in campo artistico.
In Olanda si unì ai giovani membri della Scuola de L’Aia, come Mauve e Van Rappard, rappresentati in mostra, dipingendo il paesaggio olandese, ma esplorò anche gli ambienti proletari della città in continua espansione. Nel 1886 si trasferì a Parigi e qui scoprì le opere degli Impressionisti e dei colleghi più giovani, che avevano trovato un modo sorprendentemente moderno di ritrarre la campagna, utilizzando colori intensi e una nuova pennellata. Tra i loro soggetti vi erano anche i nuovi prodotti della tecnica e scene di vita moderna e di svago nella capitale francese e nei dintorni. Le loro opere proponevano temi, stili e tecniche che Vincent van Gogh studiò a fondo insieme ad altri pittori conosciuti a Parigi. Poi, nel periodo trascorso nel sud della Francia, egli seppe fondere l’esperienza olandese e quella parigina per articolare ulteriormente la propria visione in modo autonomo ed originale.
Van Gogh scelse uno specifico repertorio di temi e immagini con l’intento di presentare al tempo stesso valori eterni e situazioni contemporanee. Il suo ritratto della campagna come luogo immutabile non si basava sulla semplice osservazione e sul resoconto di quanto aveva visto, era piuttosto il risultato della sua vasta cultura artistica e delle precise idee che intendeva trasmettere. Per celebrare l’intima felicità della vita rurale, ad esempio, egli dipinse casette col tetto di paglia, ignorando consapevolmente che quelle dimore erano in realtà baracche miserabili, cadute in disuso già ai suoi tempi. L’artista non era interessato tanto a ritrarre la verità oggettiva, quanto, piuttosto, a divulgare quelli che, a suo parere, erano i valori della vera vita di campagna.
Anche la città moderna fu descritta da un punto di vista ben specifico. Van Gogh si dedicò di rado alla rappresentazione delle vie affollate o delle pittoresche piazze di Parigi; preferiva ritrarre le stradine dei sobborghi, all’epoca in rapido sviluppo, come negli Orti a Montmartre dal Van Gogh Museum e dallo Stedelijk Museum di Amsterdam, inondati di luce purissima, o la gente a passeggio nei parchi pubblici, raffigurata, ad esempio, nella tela dalla Collection Noro Foundation.
Sia che esplorasse le periferie di Parigi, meta dei cittadini in cerca di quiete e divertimenti nel fine settimana, sia che dipingesse moderne strutture industriali, Van Gogh interpretava i propri soggetti alla luce di considerazioni politico-sociali, all’epoca ritenute decisamente moderne, e vi aggiungeva la propria personale interpretazione. Anche dopo aver lasciato Parigi, nel 1888, l’artista continuò a cercare immagini peculiari della città moderna, ma anche della vita rurale, anzi, cominciò persino a combinarle nella stessa composizione con risultati straordinari, come nel Seminatore dall’Hammer Museum di Los Angeles, in cui un seminatore si staglia in giallo su un campo di un blu ricco e profondo, mentre sullo sfondo spiccano le sagome nette delle ciminiere di moderne fabbriche, o nelle vorticose pennellate, tanto tipiche del maestro olandese, dei Cipressi con due figure femminili, capolavoro assoluto dal Kröller-Müller Stifting.
Questa cornice concettuale offrì a Van Gogh l’opportunità di esplorare anche il ritratto e lo studio di figura. All'inizio della sua carriera il pittore si dedicò a raffigurare l'immagine del contadino "ideale": ispirato ai modelli di Millet e alle teorie contemporanee sulla frenologia, il suo contadino della regione del Brabante aveva un aspetto brutto e rozzo, la fronte bassa e le labbra grosse, come a evocare vita difficile e duro lavoro. Quasi intraprendendo uno studio antropologico di questo ceto sociale, Van Gogh intendeva diventare lo specialista indiscusso nel campo, come ben testimoniano in mostra le teste di contadino dell’Art Gallery of New South Wales di Sydney e del Saint Louis Museum of Art.
Tuttavia presto si rese conto che a Parigi, dove sperava di far carriera, queste teste brutali dai colori scuri non erano molto apprezzate e passò, quindi, ad interessarsi del ritratto “moderno”. Il pittore sperimentò l’uso del colore e della pennellata in numerosi autoritratti, in cui si raffigura alternativamente in vesti di gentiluomo o di contadino, a seconda del ruolo che voleva assumere in quel momento, come mostrano in mostra i due Autoritratti dal Van Gogh Museum; raffigurò, invece, il mercante d’arte Alexander Reid, nella splendida tela dalla Glasgow Art Gallery and Museum, nei panni del cittadino per eccellenza, moderno e sofisticato, e, nelle speranze dell'artista, intenzionato a promuovere la sua opera in tutto il Regno Unito.
Più tardi, nel Midi francese, Van Gogh giunse all’idea che questi ritratti dovessero essere moderni, ma anche eterni. Consolidare la posizione di artista moderno e al tempo stesso realizzare opere intramontabili erano due aspetti che egli riteneva essenziali per il suo successo. Nello straordinario Ritratto di Madame Roulin con la figlioletta dal Philadelphia Museum of Art è evidente il rimando ad una classica Madonna con Bambino, ma lo stile è decisamente attuale. Van Gogh reinterpretò persino Le quattro età dell'uomo di Daumier nell’eccezionale tela dall’Art Institute of Chicago: alla composizione originale egli aggiunse su un lato uno sfondo di alberi in fiore e sull'altro una fabbrica dalle ciminiere fumanti, evocando così ancora una volta la città e la campagna, l'antico e il nuovo.
Pur lavorando in modo veloce e spontaneo, l’artista aveva una chiara idea dell'immagine e del messaggio che intendeva trasmettere; sia la scelta del tema che la forma della composizione, ispirate alla sua conoscenza della realtà, erano deliberate e mai casuali. Van Gogh rifiutava l'idea della pittura d’invenzione, eppure non rifuggiva dalla costruzione delle immagini. Specialmente nell’ultimo periodo, a St. Rémy e a Auvers-sur-Oise, diede sempre maggiore spazio all’invenzione in composizioni ispirate a diverse fonti visive e artistiche. La fusione di aspetti moderni e tradizionali fu stimolata dal suo straordinario uso del colore e da una tecnica pittorica assolutamente sorprendente per l’epoca e ricca ancora oggi di grandissimo fascino.

“Vincent van Gogh. Campagna senza tempo – Città moderna”

Complesso del Vittoriano, Roma

Dall’8 ottobre 2010 al 6 febbraio 2011

Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 – 19.30; venerdì e sabato 9.30 – 23.30; domenica 9.30 – 20.30. La biglietteria chiude un’ora prima

Catalogo: Skira; € 35,00

Costo del biglietto: € 12,00 intero; € 8,50 ridotto

Per informazioni: tel. 06/6780664

Testo tratto da vangoghgallery.it

Nell’immagine: “Autoritratto con cappello di feltro grigio”, 1886, Olio su cartone, 41cm x 32cm

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_eventi: MURAKAMI a VERSAILLES

Dopo Jeff Koons a Versailles è arrivato Takashi Murakami, non mi stupirei adesso di vedere Marie Antoinette piroettare su pattini old-school nei fastosi saloni del palazzo, sarebbe molto ben intonata all’allure pop che ha penetrato questi luoghi negli ultimi tempi. La mostra è aperta dal 14 settembre al 12 dicembre 2010, nel Salone degli Specchi del celebre chateau barocco.
Murakami è difficile non amarlo; all’inizio studia l’arte tradizionale giapponese, ma presto viene travolto dalla fascinazione per l’estetica manga, e dalla sottocultura consumistica otaku in particolare, una caratteristica sociale ormai tipica e molto diffusa in Giappone.
Colori pimpanti e atmosfere da cartone animato sono il suo marchio di fabbrica, a cui ha sapientemente accostato una speciale analisi dei meccanismi commerciali; peculiarità per la quale più volte è stato paragonato a Warhol (qualcuno lo ha definito l’Andy Warhol giapponese), anche grazie a questo è diventato uno degli artisti più noti al mondo
Lui però non amerebbe questo paragone con Warhol e la Factory, che sarebbero il simbolo di un’attitudine verso il lavoro totalmente differente rispetto a quella presente in Giappone.
Un articolo di Angela Vettese sul sito del Sole 24 Ore descrive questa mostra come il punto di incontro tra gli eccessi barocchi e le contraddizioni dell’arte contemporanea:

"Assolutismo nascente e capitalismo avanzato mettono insieme i loro giochi di luce, entrambi tesi ad abbagliare. Versailles era nata per rinchiudervi una corte che non doveva disturbare il potere assoluto, dove le donne erano costrette a esibire scollature abissali di fronte a brocche in cui gelava l’acqua; le opere che vi arrivano oggi sono riletture sintetiche del mondo della vetrina, in cui il desiderio di essere notati per soldi, gambe o politica è tale che si è disposti a pagarlo con un ictus precoce."

Murakami a Versailles, come Koons prima di lui, ha suscitato sconcerto: siamo di fronte a una nuova tendenza nelle relazioni tra arte e spazio espositivo? Questa provocazione in fondo, è una delle tante sfaccettature nel prisma della sua creatività ammiccante, fatta di lustri oggetti giocattolo oversize e creaturine dagli enormi sorrisi: sarà per questo che ci piace tanto? Dice ancora la Vettese:

"Il primo livello di comunicazione è un’attrattiva infantile, adatta al contesto urbano, fatta per l’usa e getta e ricopiata da successi planetari nell’ambito dell’inutile come il brand Hello Kitty. Lui stesso ha deciso di fondare nel 2001 un logo a cui corrisponde una fabbrica, la Kaikai Kiki & Co., dal nome dei due personaggi stile manga che si ripetono su dipinti, portachiavi, pelouche, sculture e prodotti singoli o multipli per portafogli a fisarmonica"

Giù, tra le fontane nel cuore dei giardini, il Buddha Ovale porge i suoi omaggi al Re Sole, chissà cosa si diranno…

“Murakami Versailles” 14 settembre – 12 dicembre 2010, Appartamenti e giardini.

Articolo tratto da artsblog.it

Altre informazioni www.chateauversailles.fr

Nella foto: “Tongari-Kun” installazione del 2004, sala di Ercole, Castello di Versailles.

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_eventi: GIAMBATTISTA TIEPOLO TRA SCHERZO E CAPRICCIO Udine, Castello di Udine

La mostra offre una ricognizione sulla ristretta, ma apprezzatissima produzione incisoria del pittore veneziano.

Nel corso della sua intensa carriera professionale, l’artista si dedicò a più riprese all’incisione all’acquaforte creando alcune immagini che, per qualità estetica ed esecutiva, furono destinate a segnare in maniera indelebile la storia della grafica moderna. Le stampe, originate da occasioni temporanee, vennero poi riunite nella serie dei Capricci - dieci dei quali pubblicati per iniziativa di Anton Maria Zanetti di Girolamo nel secondo volume della sua Raccolta di Chiaroscuri del 1743 - e in quella degli Scherzi di Fantasia, realizzati in tempi diversi e pubblicati in volume unico solo dopo la morte dell'artista.

Gli studi riguardanti il corpus incisorio di Giambattista Tiepolo hanno fissato a trentacinque il numero di pezzi che lo compongono, individuando al suo interno una scansione cronologica che consente di anticipare con certezza l’esecuzione dei Capricci rispetto agli Scherzi di fantasia. Realizzati i primi tra il 1741 e il 1742, portati a termine i secondi in due distinte fasi tra il 1743-1744 e il 1754, sono stati oggetto di importanti studi che hanno individuato anche una possibile progressione esecutiva al loro interno. Il significato e il soggetto di tali saggi grafici rimane invece ancora misterioso e di difficile interpretazione dovendo essere probabilmente ricollegato al lato oscuro di quell’età dei lumi da cui appare caratterizzato il Settecento razionalista a livello internazionale.

Sortiti probabilmente dal riferimento alla cultura del mondo pagano e alla tradizione orfica intrecciate con l’esegesi veterotestamentaria di origine medievale, questi fogli continuano ad interessare studiosi e grande pubblico per il loro fascino ermetico, intessuto di rimandi allegorici e simbolici che Tiepolo non si preoccupò mai di chiarire.

Se il senso di queste immagini sfugge ancora a qualsiasi tentativo di rendere esplicito il loro messaggio, è comunque possibile proporre dei confronti con la cospicua produzione disegnativa dell’artista, all’interno della quale si rintracciano alcuni fogli che possono essere ricollegati di volta in volta, all’ideazione dei Capricci o degli Scherzi di fantasia. Si tratta di opere che talvolta evidenziano legami palesi con le acqueforti tanto da poterne essere considerate la fase ideativa, più spesso denunciano riferimenti vaghi e superficiali che inducono a ritenerle ulteriori variazioni sul tema. Nell’insieme essi rivelano, comunque, la ricchezza dell’universo creativo tiepolesco e contribuiscono a chiarire i meccanismi complessi che hanno presieduto alla loro origine inventiva.

Il percorso espositivo vede le acqueforti affiancate da diversi disegni e alcune delle lastre originali da cui furono tratte le incisioni stesse, per chiarire al grande pubblico l’intero processo che portò alla loro produzione.

Il servizio gratuito di bus navetta, che collega piazza Libertà al Castello, resta attivo fino al 9 settembre

Orari:
dal 1° giugno al 30 settembre
orario continuato dalle 10.30 alle 19.00
chiuso lunedì

dal 1° ottobre al 31 ottobre
orario continuato 10.30 alle 17.00
chiuso lunedì

Biglietti:
Intero: € 8,00
Ridotto: € 5,00
Scuole: € 2,00 per studente
Visite guidate: € 2,50 oltre al biglietto d'ingresso


Presso il PuntoInforma e la biglietteria del Castello sono in vendita i biglietti "open" (biglietti con data libera).
L'acquisto anticipato permette al visitatore di accedere alla mostra in un giorno a scelta fino al 31 ottobre, senza alcuna maggiorazione.

Orari visite guidate:

Dal 1° giugno al 30 settembre:
sabato e domenica alle ore 11.30, 15.30 e 17.30

Dal 1° al 31 ottobre:
sabato e domenica alle ore 11.30 e 15.30

tel. +39 199.151.123

Nell'immagine la locandina della mostra.

tratto da udinecultura.it

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_eventi: BURRI E FONTANA A BRERA Milano, Pinacoteca di Brera

La Pinacoteca di Brera propone per la prima volta un confronto fra i capolavori delle sue collezioni storiche e i dipinti di due grandi del Novecento, Alberto Burri e Lucio Fontana. Una mostra nuova - curata da Sandrina Bandera e Bruno Corà – in collaborazione con il Corriere della Sera, che permette alle opere dei due straordinari artisti di entrare oggi prepotentemente in Pinacoteca, non per completarne le collezioni, ma per proporre una nuova fruizione dei suoi dipinti più noti,
dagli esiti inaspettati.

All’allestimento permanente del museo è affiancato, quasi imposto, l’inserimento di alcune opere dei due maestri del XX secolo – tutte di proprietà della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello e della Fondazione Lucio Fontana di Milano - in un vivace e ricco dialogo di confronti, avvicinamenti, opposizioni e contrasti che, seppure non modificando fisicamente l’itinerario, trasforma e arricchisce sostanzialmente di contenuti visivi e spunti di riflessione uno dei principali musei pubblici italiani. Una mostra che dialoga col museo, non lo sostituisce.

Tutte le sale della Pinacoteca – tranne quelle dedicate al Novecento – propongono al pubblico il vis à vis, a volte violento e brutale, a volte immediato e istintivo, a volte solo associativo, fra le opere dei due maestri e le opere braidensi di Lotto, Caravaggio, Raffaello, Bellini, Veronese, Luini, Tintoretto, Foppa, Crivelli, Rubens, Tiepolo, Canaletto... Tante le possibili interpretazioni offerte da un solo primo confronto visivo, che lasciano aperte innumerevoli associazioni, assonanze, opposizioni e connessioni. Tante le letture effettuabili dal solo sguardo, a chiunque esso appartenga, con qualunque prospettiva

Particolarmente felici appaiono gli accostamenti presentati nella sala di Raffaello e Piero della Francesca, in cui i due capolavori del Rinascimento dialogano puntualmente con la matericità, la struttura formale, la composizione e soprattutto il colore dei maestri del Novecento (Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1950; Alberto Burri, Cretto, 1974 e Sacco e Rosso SP2, 1958). A volte il raffronto assimila l’opera moderna a un dettaglio figurativo dell’antica, come avviene nella forma centinata del Bianco Nero Cellotex di Burri, che emerge quasi ritagliato dal fondo nero della fuga prospettica del Ritrovamento del corpo di san Marco di Tintoretto; altre è il solo ritmo, la pausa, la regolarità, il cadenzato ripetersi di statici accoppiamenti, in equilibrata e simmetrica distribuzione spaziale, ad avvicinare Paolo Veronese (Cena in casa di Simone) e i ripetuti tagli del Concetto spaziale. Attese del 1964 di Fontana.

Tutto si combina figurativamente, con una coincidenza inaspettata, nel vis à vis fra l’Annunciazione di Francesco Francia e il Concetto spaziale. Attese del 1959 di Fontana: il blu del cielo, il giallo del sole, il bianco delle nubi, persino lo “s-tagliarsi” delle ali della colomba; tutto si raffronta matericamente, con una rarità inimitabile, nell’avvicinamento fra la Cena in Emmaus di Caravaggio e il Nero SC 3 di Burri: l’assoluta totalità cromatica, il fondo-ombra nerissimo, la materia fibrosa, sfilacciata e ricucita, l’umiltà e la miseria brutalmente esibita.

Suggestivo appare anche l’allestimento, o riallestimento, nella sala dedicata alla pittura del XVII secolo, della grandiosa e pionieristica installazione del neon, ideato da Fontana nel 1951 per la IX Triennale di Milano, che proietta suggestive fluorescenze sulle opere dell’allestimento permanente.

Riferimenti multicromatici e polimorfi – stoffa, olio, segatura, pietra pomice e tela – del Gobbo bianco di Burri si compendiano nella passeggiata di Fiumana di Giuseppe Pellizza da Volpedo, che conclude questo inedito percorso attraverso la Pinacoteca, fatto di opposizioni apparenti/reali sorprendenti assonanze, fra tradizione e sua rottura, fra
rappresentazioni classiche e pure forme assolute, fra tecniche pittoriche accreditate e loro componenti costitutive.

Si ringraziano in particolare gli enti prestatori, la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello e la Fondazione Lucio Fontana di Milano.
Si ringraziano inoltre la Fondazione Puglisi Cosentino di Catania che ha favorito la realizzazione della mostra e il Comitato Nazionale per le elebrazioni del Bicentenario della Pinacoteca di Brera per il generoso intervento.

Testo tratto dal comunicato stampa della mostra.

“BURRI E FONTANA A BRERA” Milano, Pinacoteca di Brera

Dal 17 giugno al 3 ottobre 2010

Biglietti:
Intero euro 11,00
Ridotto euro 8,50

www.pinacotecadibrera.net

Nell’immagine la locandina della mostra.

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_eventi: PAUL JENKINS - LA COSCIENZA DEL TEMPO Prato, Galleria Open Art

A distanza di dieci anni dalla prima grande rassegna monografica pubblica italiana, ospitata a Vicenza nel 2000 alla Basilica Palladiana, l’americano Paul Jenkins, uno dei maggiori pittori contemporanei viventi, torna in Italia con una importante mostra personale curata da Mauro Stefanini con il patrocinio del Comune di Prato.
Per la mostra, aperta dal 8 maggio 2010, è prevista una doppia sede: - Palazzo Pacchiani , palazzo del XVIII secolo nel centro di Prato, cortesemente messo a disposizione, e la Galleria Open Art.

Dopo il fondamentale viaggio compiuto in Italia nel 1953, quando l’artista rimase illuminato dalla conoscenza di Pompei, e di Taormina in Sicilia, Jenkins ritorna nel nostro paese per questa mostra personale, con una selezione di dipinti dagli anni ’50 fino alle opere più recenti.

Nato a Kansas City, Missouri, nel 1923, Jenkins si è formato presso l’Art Student League di New York, in par- ticolare con il pittore Yasuo Kuniyoshi. Accostatosi al fervore dell’espressionismo astratto americano, assiduo amico di Jackson Pollock e attento all’opera di Mark Rothko, Jenkins maturò il suo stile, unico e riconoscibile, in più di mezzo secolo di attività, dopo l’esperienza europea. La prima mostra a Parigi fu nel 1954, allo studio Facchetti e quella a New York, nel 1956, alla Galleria Martha Jackson.
Ispirato dalla forza primordiale del colore e al suo stendersi sulla tela bianca, l’artista accosta la naturalezza del gesto espressionista alla misura europea della storia e della tradizione, cercando una risoluzione all’interno di una feconda e iniziale contraddizione di opposti. Mediata dalla conoscenza e dalla continua frequentazione della cultura orientale, la pittura di Jenkins si pone come unica e assoluta meditazione in equilibrio tra natura e storia, presente e passato, istinto e ragione.

Catalogo: Gli Ori-Galleria Open Art a cura di Mauro Stefanini, con la collaborazione dell’artista e Suzanne Donnelly Jenkins. Testo critico di Beatrice Buscaroli.
Periodo: Galleria Open Art 8 maggio - 24 luglio 2010, Palazzo Pacchiani 8 maggio - 30 giugno 2010
Inaugurazione: Palazzo Pacchiani - Sabato 8 maggio 2010 alle ore 18,00 è prevista la presenza dell’artista
Orario: Galleria Open Art: 16,00 - 20,00 dal lunedì al venerdì 10,30 - 13,00 / 16,00 - 20,00 sabato. Palazzo Pacchiani: 15,00 – 20,00 dal lunedì al sabato. Chiuso domenica e festivi.

Nell'immagine: "Phenomena Heaven Shield" 1996 acrilico su tela, 97x162 cm.


Galleria Open Art srl
Viale della Repubblica, 24 Prato
+39 0574 538003
galleria@openart.it
http://www.openart.it

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_eventi: "EGON SHIELE E IL SUO TEMPO" Milano, Palazzo Reale

Realizzata in collaborazione con il Leopold Museum di Vienna – sede della maggiore raccolta al mondo di opere del grande artista austriaco Egon Schiele (1890-1918) –, promossa dal Comune di Milano, Assessorato alla Cultura, coprodotta e organizzata da Palazzo Reale e Skira editore, la mostra che apre il 24 febbraio a Palazzo Reale a Milano, curata da Rudolf Leopold, direttore artistico del Leopold Museum, e Franz Smola, conservatore del Museo austriaco, presenta circa 40 dipinti e opere su carta di Schiele, accompagnati da altrettanti capolavori di Klimt, Kokoschka, Gerstl, Moser e vari altri protagonisti della cultura viennese di primo Novecento.

CENNI STORICO ARTISTICI:
La Secessione nasce nel 1897, ed è presieduta da Gustav Klimt. Questa riconosce all’arte il ruolo di forza propulsiva senza dimenticare la denuncia della realtà come unica via di salvezza dall'ipocrisia e dal falso moralismo che impermea la società. L'arte secessionista pone in primo piano la figura umana, relegandola in uno spazio piatto, abbandonando la prospettiva; tutti elementi ripresi e portati all'estremo dall'Espressionismo.
Gli espressionisti si concentrano più sull'auto-rappresentazione, sui soggetti e le vicende autobiografiche; un'arte che è frutto di un forte individualismo al punto da rendere impossibile l'appartenenza a un movimento artistico.
Il rifiuto della tradizione traspare nell'impiego antinaturalistico del colore, così come nella tendenza alla deformazione e alla riduzione delle forme a pure sagome.
Schiele pone in primo piano la fisicità dei corpi in quanto specchio dell'anima: tramite i gesti e le espressioni sveliamo il nostro io più profondo. Vuole penetrare nell'animo umano ritraendo le pulsioni più intime delle proprie modelle, servendosi di un disegno più nervoso e immediato con posture disarticolate e sgraziate. La prospettiva è assente non solo nelle figure umane ma anche nei paesaggi che appaiono quasi come una giustapposizione di forme geometriche. Più avanti, durante la guerra, il suo stile diventa più realistico senza perdere, però, la forte interiorità del soggetto.
L’esposizione ricostruisce attorno alla figura di Egon Schiele il clima culturale di Vienna nei primi anni del XX secolo, partendo dalla fondazione della Secessione, attraversando le tendenze espressioniste della generazione successiva, fino al 1918, anno segnato dalla fine della prima guerra mondiale e dalla morte di Klimt e Schiele. Un breve ma intenso periodo, in cui Vienna, da centro della cultura mitteleuropea, diventa teatro di rovina della vecchia Europa.

A rendere questa mostra un evento davvero eccezionale, oltre alla bellezza delle opere esposte, contribuisce anche la collaborazione con il Leopold Museum di Vienna, la cui raccolta di capolavori (in parte messa a disposizione del pubblico italiano, proprio grazie alla mostra di Palazzo Reale) è testimone di un momento cruciale della storia che ha profondamente segnato l’intera cultura europea del secolo scorso.

In mostra, grazie alle ricche restituzioni fotografiche e alla presenza di brani musicali in alcune sale (da Johann Strauss II a Gustav Mahler, ad Alban Berg), i visitatori avranno così la possibilità non solo di comprendere questo snodo fondamentale dell’arte moderna, ma di affacciarsi su quel palcoscenico vitalissimo che fu la Vienna di inizio Novecento.

La mostra è realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, e con il patrocinio del Consolato Generale d’Austria a Milano; in collaborazione con il ForumAustriaco di Cultura di Milano, e con il sostegno del Corriere della Sera; la sponsorizzazione tecnica di IGP Decaux e Trimtec sistemi.

Informazioni tratte da Arslife.com

“EGON SCHIELE E IL SUO TEMPO” Milano, Palazzo Reale

Dal 24 febbraio a 6 giugno 2010

Orari della mostra:
• Lunedì 14.30-19.30
• Martedi,Mercoledì, Venerdì e Domenica
9.30-19.30
• Giovedì e Sabato 9.30-22.30

La biglietteria chiude un’ora prima
Prezzi:
• Intero € 9,00
• Ridotto € 7,50
• Ridotto scuole € 4,50

www.mostraschiele.it

Nell'immagine un'opera di Egon Schiele in mostra: "Autoritratto con alchechengi" 1912, olio e vernici opache su tavola 32,4x40,2 cm

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_eventi: CARAVAGGIO - BACON. Roma, Galleria Borghese


Caravaggio Bacon costituisce una proposta inedita, che affianca per la prima volta i due artisti.

Il loro accostamento non muove da un’ipotesi storico-critica di filiazione, non presuppone un esercizio filologico che derivi l’ispirazione di Bacon da Caravaggio o suggerisca la ricezione formale, nelle tormentate figure del primo, del realismo drammatico del secondo.
Questa non è una mostra sulla storia dell’arte, ma l’invito a compiere un’esperienza estetica.
Bacon conosceva e amava i maestri del passato. Fu ossessionato dal Ritratto di papa Innocenzo X di Velàzquez, eccitato dai disegni di Michelangelo, nei suoi dipinti lacerti di Degas o Ingres sono tracce di un processo metabolico subconscio, irrazionale. Osservatore geniale, l’arte del passato non influisce necessariamente e direttamente sulla sua pittura, si insinua piuttosto nella sua coscienza critica, nella sua personalità. Si è ipotizzato che il Narciso conservato presso la Galleria di Palazzo Barberini di Roma, da molti ritenuto autografo caravaggesco, abbia fornito la traccia mnemonica per il trittico Studies of the Human Body (1970) di Bacon. Tuttavia il Narciso non è qui, perché l’asse concettuale della mostra non corre lungo il rettilineo delle influenze dimostrabili o dei riscontri figurativi.

Lionello Venturi, in un saggio del 1925 su Caravaggio, affermava che “il solo modo per comprendere l’arte antica è quello di farla partecipare alla vita artistica nostra”.
Accogliere Bacon e Caravaggio fianco a fianco significa costruire un tessuto di potenziali rimandi estetici, di relative suggestioni, significa allestire uno spettacolo espositivo profondamente vitale, che può sfuggire al controllo della scienza storico-artistica e avviarsi lungo percorsi imprevedibili e sorprendenti, attivarsi diversamente davanti a ciascuno spettatore. Dall’intrecciarsi delle due poetiche emergono straordinarie vicinanze. Il realismo di Caravaggio, il suo sforzo di afferrare il vero dell’uomo e della natura traducendolo in pura visibilità, equivale allo sforzo che Bacon compie di carpire il reale, la sua crudezza metafisica. Le strutture spaziali dei dipinti caravaggeschi, quel sistema di concentrazione del dramma, ancora, lascia intuire quanto Bacon riversi, nei suoi quadri, lo spazio della historia classica, che è campo dell’azione tragica. E’ forse questo il più intimo aggancio fra i due altissimi pittori, la tragedia dell’esistere come tragedia universale, come destino dell’umanità. A distanza di quattro secoli si sono immersi nello stesso dolore dell’essere uomini, raccogliendo la sfida estrema di tradurlo in pittura e indirizzandovi sguardi intensi, infinitamente pietosi come quello del David caravaggesco sulla testa di Golia, raccapricciati e storditi come quello di Bacon che osserva la vita colare fuori dal suo George Dyer nel Triptych – August 1972.


CARAVAGGIO - BACON

Galleria Borghese
dal 2 ottobre 2009 al 24 gennaio 2010
lunedi 13:00 - 19:00
dal martedi al sabato 9:00 - 21:00
domenica 9.00 - 19:00
Per l'ingresso alla mostra ed alla Galleria Borghese:
Interi € 13,50 - Ridotti € 10,25 - Tariffa speciale € 7,00
Galleria Borghese Tel. 06 8413979 - MondoMostre Tel. 06 6893806

Articolo e informazioni tratte da www.caravaggio-bacon.it

Nell'immagine la locandina della mostra

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_eventi: PICASSO 1917-1937 - L'ARLECCHINO DELL'ARTE. Roma, Complesso del Vittoriamo

“Datemi un museo e ve lo riempirò”
Pablo Picasso


Lo scorso 11 ottobre ha aperto a Roma la nuova mostra su Pablo Picasso “Picasso 1917 - 1937 L’Arlecchino dell’arte“. Saranno in esposizione ben 180 opere provenienti da tutto il mondo e concentrate nel ventennio tra le due guerre, periodo particolarmente intenso e fecondo per Picasso, il più creativo in assoluto secondo Yve-Lain Bois, storico dell’arte all’università di Princeton e ideatore della mostra.
“Secondo la tradizione, Arlecchino può essere qualsiasi cosa desideri, elude e aggira le regole, sfoderando ogni volta un’identità completamente inaspettata. Anche Picasso era così” spiega Bois “Come Arlecchino, Picasso poteva diventare un artista diverso in un istante, giorno, oppure mese; trasformarsi in pittore cubista, neo classico, astrattista oppure espressionista in una sorta di “dongiovannismo stilistico.”
Il 1917, poi, è considerata dagli storici dell’arte una data storica per il pittore spagnolo. E’ a partire da quest’anno infatti che nell’arte di Picasso iniziò, forse anche in seguito ad un viaggio in Italia, una fase di sperimentazione che lo condusse a inventare stili sempre nuovi senza più limitarsi a un unico linguaggio per ogni periodo della sua carriera. “La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto” diceva Picasso, il quale, fermo credente nella funzione attiva dell’artista nella società e nella magia insita nell’arte, sosteneva che “l’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità“.
Nei vent’anni a cavallo delle due guerre l’artista si affiderà a contrapposizioni stilistiche, contraddizioni e citazioni che non rinnegano nulla, viceversa rendono omaggio alle scelte precedenti. Vent’anni che partono da un ritorno all’ordine neoclassico e terminano con Guernica: compito della mostra è analizzare la complessa attività di questi anni centrali nell’opera di uno degli artisti più amati e quotati di tutti i tempi.
L’arlecchino, soggetto tanto caro a Pablo Picasso, viene presentato in mostra in ben quattro versioni: quella del ‘17 (ritratto di Léonice Massine), l’Arlecchino suonatore del ‘24, e due opere del 27, l’Arlecchino astratto e la Testa di arlecchino. Quattro arlecchini e quattro omaggi a correnti artistiche che tanto avevano ispirato il maestro: il cubismo, l’astrattismo e il surrealismo.
Tra le altre opere presenti in mostra, citiamo il ritratto della fotografa Dora Marr, amica e amante di Picasso; il Bacio coi fiori; la Siesta; Due donne davanti alla finestra. Per la prima volta ritorna poi a Roma L’Italienne, composizione cubista dipinta da Picasso a Roma che raffigura una fanciulla italiana con il profilo del cupolone di San Pietro sullo sfondo. Presenti in mostra anche diversi documenti e le incisioni della Suite Vollard, serie composta da 100 pezzi ed eccezionalmente presentata in questa sede.

di Laura Losi

Articolo tratto da bibliomeeting.it

Picasso 1917 - 1937 L’Arlecchino dell’arte

Fino all’8 febbraio 2009
Complesso del Vittoriano
via San Pietro in Carcere - Roma
Orario: lun-gio 9.30-19.30, ven-sab 9.30-23.30, dom 9.30-20.30
Biglietti: euro 10, ridotto euro 7.50

Nell'immagine: "Arlecchino musicista" 1924

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_eventi: BOLDINI - MON AMOUR. Montecatini Terme (PT), Polo Espositivo


Dal 18 settembre al 30 dicembre 2008, Montecatini Terme ospiterà un imperdibile appuntamento d’arte. Nelle storiche sale del Polo Espositivo ex Terme Tamerici, si terrà la mostra BOLDINI. Mon Amour, dedicata a uno degli indiscussi protagonisti dell’arte italiana ed europea di fine Ottocento e primi Novecento.
Nelle sale del Polo Espositivo ex Terme Tamerici, 110 dipinti e 60 disegni ricostruiscono il rapporto con l’universo femminile del pittore ferrarese, in una mostra unica per bellezza e valore scientifico che comprende anche 60 fotografie originali e inedite, oltre a lettere sinora mai pubblicate e materiale documentario originale.
Il percorso presenterà inoltre 20 capolavori di De Nittis, Zandomeneghi, Picabia, Corcos, Helleu, Signorini, Banti, oltre a 60 fotografie originali e inedite, lettere sinora mai pubblicate e materiale documentario originale del pittore ferrarese.

La bellezza, soprattutto quella femminile, è stato l’effettivo terreno di azione su cui Boldini effettuò una vasta ricognizione estetica e una profonda indagine psicologica. Su queste basi, seppe coniare un modello di grazia idealizzato del tutto rispondente all’avvenenza aristocratica ed emancipata e ai tratti fisionomici di Berthè, la sua prima modella e amante francese. Ne sono un esempio, le tele che raffigurano Madame Ferguson, Madame Lanthème, la Contessa de Rasty, e altre ancora.
Foto edite e inedite, molte della moglie, Emilia Cardona, sono qui raccolte insieme ai biglietti da visita lasciati in vita presumibilmente ma indistintamente sia a Giovanni Boldini, sia al terzo marito di Emilia, lo scultore Francesco La Monaca - all’epoca anch’esso domiciliato a Parigi - e rinvenuti in ordine sparso nell’abitazione di Pistoia dal nipote della vedova Boldini.
Inoltre, il ritrovamento di una importante testimonianza epistolare e fotografica inedita ha consentito di ricostruire alcuni passi fondamentali delle vicende umane e affettive che segnarono la controversa convivenza fra l’insigne ma ormai anziano maestro italo francese e la giovane letterata piemontese che coltivava una relazione sentimentale parallela.
I numerosi disegni a matita dedicati a Milly, come lui la chiamava affettuosamente, così come le immagini inedite delle suppellettili e degli esemplari originali - sculture, mobili, carrozze, tutti in miniatura - utilizzati come modelli per i quadri, rinvenuti presso lo studio del maestro, completano il quadro di una lunga esistenza contrassegnata dalla convulsiva attrazione per le donne e dal persistente affinamento di un gusto estetico superiore su cui poggiò la sua originale cifra espressiva.

BOLDINI. Mon Amour
18 settembre – 30 dicembre 2008
Montecatini Terme, Polo Espositivo ex Terme Tamerici

orari: settembre-ottobre: tutti i giorni, dalle 10.00 alle 20.00, novembre-dicembre: dal martedì alla domenica, dalle 10.00 alle 20.00. Chiuso lunedì.

Presentazione tratta da Beniculturali.it

Nell'immagine: "Ritratto di Mademoiselle de Gillespie" 1912

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_eventi: VAN GOGH - DISEGNI e DIPINTI. Capolavori dal Kröller-Müller Museum. Brescia, Museo di Santa Giulia

Per la prima volta in Italia l’occasione irripetibile di vedere indagata l’opera disegnata di Van Gogh nella più stretta relazione con le sue opere pittoriche. Al Museo di Santa Giulia, dal 18 ottobre 2008 e fino al 25 gennaio 2009, sarà possibile ammirare 100 opere di Van Gogh, 85 disegni e 15 quadri.

Questa l'eccezionale opportunità che la città di Brescia offre agli appassionati d'arte. Com'è noto infatti, i disegni non sono mai esposti in permanenza nei musei, a causa della loro fragilità e dell'impossibilità di restare esposti per lungo tempo alla luce. Occorre dunque riferirsi alle rarissime occasioni espositive. Da qui il privilegio che Brescia offre al pubblico.
Oltre ai disegni dunque, anche quindici importanti dipinti dello stesso Van Gogh, che saranno posti a diretto e puntuale confronto, nell'identità del tema e del soggetto, proprio con i disegni. Ben si conosce lo stretto rapporto che in lui esisteva tra disegno e pittura, come il suo straziante epistolario ci conferma giorno per giorno. E la mostra intende dunque ricostruire questo laboratorio del pensiero e della bellezza tragica. Facendolo con l'aiuto, davvero miracoloso, del Kröller-Müller Museum di Otterlo in Olanda, l'istituzione che assieme al Van Gogh Museum di Amsterdam conserva ben oltre i due terzi dell'intera produzione del grande artista. E non va dimenticato che del genio olandese proprio il Kröller-Müller custodisce le opere riconosciute di maggiore qualità, secondo il giudizio di molti critici.
Da Otterlo giungono infatti, con un prestito generoso che ha dell'incredibile, tutte le oltre cento opere esposte. Che saranno divise in cinque grandi sezioni che corrispondono ai diversi periodi creativi della vita di Van Gogh: tra la regione mineraria del Borinage, Bruxelles e Etten nel 1880 e nel 1881, all'Aia tra 1882 e 1883, nel Drenthe a fine 1883, a Nuenen tra 1884 e 1885 e infine in Francia tra il 1886 a l'anno della morte, il 1890. Così, disegni e quadri famosi consentiranno di tracciare questo percorso dell'anima.
Ma dallo stesso museo, come meravigliosa introduzione alla mostra, altri venti quadri permetteranno di raccontare l'avventura di collezionista di Helene Kröller-Müller, che dal 1938 ha il museo a lei, e al marito Anton, intitolato nella grande foresta di Hoge Veluwe in Olanda. Luogo mitico da visitare per tutti i viaggiatori d'arte del mondo. Per qualche mese spostato a Brescia.
Sulle pareti di Santa Giulia saranno dunque raccontate anche le altre passioni pittoriche di Helene e Anton: l'’impressionismo da Corot a Fantin-Latour, a Pissarro; il post impressionismo da Seurat a Signac; il simbolismo da Rops a Redon; le avanguardie da Gris a Mondrian e infine la prediletta pittura olandese da Prikker a Toorop.


Museo di Santa Giulia
Via dei Musei, 81
25121 Brescia

Da lunedì a giovedì e domenica ore 9-19
Venerdì e sabato ore 9-20
Chiuso 24, 25, 31 dicembre 2008
1 gennaio 2009 ore 11-19

Presentazione tratta da www.terramica.eu

Nell'immagine: "Cipressi con due figure" disegno - 1890

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_eventi: LOUISE BOURGEOIS per CAPODIMONTE. Napoli, Museo di Capodimonte

Per la prima volta in Italia, verra' inaugurata a Napoli, nel Museo di Capodimonte, un'esposizione che include le opere eseguite lungo l'arco di tutta l'attivita' di Louise Bourgeois. L'artista - divenuta negli ultimi decenni una icona della modernita' - presenta un insieme di lavori che segnano il percorso della sua produzione artistica dal secolo scorso fino ai nostri giorni, in una consapevole riflessione che coniuga la poetica e gli assunti individuali con il dettato linguistico delle avanguardie artistiche contemporanee. Nata a Parigi nel 1911, si trasferisce col marito Robert Goldwater nel 1938 a New York, dove vive e dove ha avuto modo di iniziare la sua carriera artistica vera e propria, spaziando, con la sua vastissima produzione, nell'uso di tecniche diverse, ma sempre specialmente rivolta alla creazione di forme scultoree. La scultura coinvolge il corpo e quindi ha il potere di esorcizzare i demoni; e' come definita la traccia della sua ricerca sempre tesa a scandagliare i traumi, le paure, le sofferenze. Le prime emozioni della sua infanzia in Francia sono trasferite nell'oggettivita' di grandi e piccole sculture attraverso un'ampia varieta' di materiali dalla compattezza del marmo, al soffice dei tessuti e materiali sintetici. L'esposizione a Capodimonte comprende circa sessanta opere, incluse due nuove installazioni della celebre serie delle Cells, mai esposte prima.

Nell'immagine: MAMAN, 1999 (particolare dell’installazione al Museo di Capodimonte) Collezione Privata.

Napoli, Museo di Capodimonte

18 ottobre 2008 – 11 gennaio 2008

articolo da notizie.interfree.it

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_eventi: IMPRESSIONISTI E POST IMPRESSIONISTI - capolavori dall'Israel Museum di Gerusalemme al MART di Rovereto

The Israel Museum di Gerusalemme è conosciuto in tutto il mondo per le sue raccolte d’arte ebraica e archeologica del vicino Oriente e per i famosi rotoli del mar Morto.

Tra le sue collezioni di particolare importanza è la sezione dedicata all’arte impressionista e post-impressionista.

Arricchita negli ultimi quarant’anni dalla generosità dei collezionisti di tutto il mondo, la raccolta comprende capolavori di Camille Pissarro, Edgar Degas, Pierre-Auguste Renoir, Claude Monet e l’americano Childe Hassam, e post-impressionisti come Paul Cézanne, Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Henri-Edmond Cross, e ancora Edouard Vuillard, insieme a splendidi esempi di scultura di Auguste Rodin, Edgar Degas e Aristide Maillol. I capolavori dei maestri impressionisti e post-impressionisti escono, oggi, per la prima volta da Israele e sono presentati eccezionalmente in Italia al Mart di Rovereto, per l’inaugurazione della sua vivace stagione autunnale.


nell'immagine: Claude Monet - La scogliera di Aval, Etretat, 1885. Olio su tela, 65 x 92 cm. Lascito di Marie Debek, Parigi, allo Stato di Israele, in memoria di Jack e Mimi Debek, in prestito permanente dalla Direzione Generale dello Stato di Israele. Photo © The Israel Museum by Max Richardson

Mart, Rovereto
13 settembre 2008 - 6 gennaio 2009

presentazione e commento dell'opera da www.mart.trento.it

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