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equilibriarte.net : Emiliano Stefenetti : blog : category: ARTISTI INTERNAZIONALI

_internazionali: ANTONY GORMLEY

Antony Gormley è uno dei più noti scultori inglesi contemporanei nato a Londra nel 1950.
Il più giovane di sette figli, nato da una madre tedesca e un padre irlandese, ha conseguito la laurea in archeologia, antropologia e storia dell’arte al Trinity College di Cambridge e dal 1971 al 1974 e successivamente viaggiato in India e Sri Lanka per approfondire gli studi di architettura e scultura etnica e il buddismo.
Tornato a Londra ha seguito corsi di approfondimento alla Central School of Art, al Goldsmiths College e alla Slade School of Art.
Durante la sua carriera artistica, ormai quasi ventennale, Antony Gormley ha costruito sculture che indagano il rapporto fra il corpo umano e lo spazio in generale, esplicitamente in grandi installazioni come Another Place, Domanin Field e Inside Australia, e implicitamente in opere come Clearing, Breathing Room and Blind Light, dove l’opera diventa una cornice attraverso la quale l’osservatore viene osservato. Usando la propria esistenza come banco di prova, il lavoro di Gormley trasforma l’esperienza soggettiva in proiezione collettiva. Infatti, l’artista ha portato sempre più spesso la sua ricerca all’esterno delle gallerie, permettendo al pubblico di partecipare attivamente, come nell’opera Clay and the Collective Body (Helsinki) e l’acclamata One & Other, commissionata per Trafalgar Square a Londra.
Antony Gormley usa il corpo come misura e matrice, come punto di partenza per realizzare figure che, attraverso la loro particolare disposizione nello spazio, assumono connotati domestici ed al tempo stesso estranianti.
Sebbene la forma originaria delle sue opere sia quindi sempre quella della sagoma dell'artista stesso, la sua non è un'opera strettamente autobiografica, ma piuttosto un "veicolo" per interrogarsi sui grandi quesiti esistenziali.
Le opere di Gormley sono state esposte in diverse località della Gran Bretagna, con mostre personali, a Londra, alla Whitechapel Gallery, alla Serpentine Gallery, alla Tate, alla Hayward Gallery, al British Museum e alla White Cube. Inoltre, le sue opere sono state esposte in altri paesi, con mostre personali in vari musei, tra i quali: Louisiana Museum of Modern Art (Danimarca), Malmö Konsthall (Svezia), Kunsthalle zu Kiel (Germania), National Museum of Modern Chinese History (Pechino), Antiguo Colegio de San Ildefonso (Città del Messico) and Kunsthaus Bregenz (Austria). Gormley ha anche partecipato a mostre collettive al Museum of Modern Art (New York), al Los Angeles County Museum of Art, alla Biennale di Venezia e a Documenta 8 a Kassel (Germania).

Tra le opere/installazioni più celebri:


Angel of the North - Questa scultura, che misura 20 metri di altezza e 54 metri di larghezza ha catapultato a livello mondiale la popolarità di Gormley.
Commissionata nel 1994 ed eretta su una collina a Newcastel nel 1998, è considerato uno fra i più rilevanti esempi di scultura contemporanea britannica, è una scultura contemporanea che si trova dentro Gateshead, Tyne and Wear, Inghilterra, e simbolo della rinascita culturale ed economica della regione del Nord-Est dell’Inghilterra.
Le ali di questo Angelo sono piegate in avanti di 3,5 gradi: l’artista ha detto che questa piegatura serve a creare un “senso di abbraccio”.


Event Horizon - il progetto, realizzato nel 2007, consisteva in 31 sculture tutte uguali raffiguranti corpi maschili, modellate da un calco del corpo e del volto dell’artista stesso.
27 furono realizzate con fibra di vetro e collocate sulla cima di palazzi di rilievo del South Bank di Londra, mentre 4 furono fuse in bronzo e disposte in città .
L’installazione migrò poi a New York nel 2010, mentre dal 19 maggio al 15 luglio di quest'anno saranno presenti nello sky-line di San Paolo in Brasile.
L’artista: “È stato bello vedere gruppi di persone o soggetti individuali che puntano all'orizzonte. Questo trasferimento di quiete della scultura nella quiete dell’osservatore che ammira il silenzio è per me emozionante: diventa una quiete riflessiva condivisa”


Another Place - Questa installazione, eretta sulla spiaggia di Crosby, a Liverpool in Inghilterra nel 2007, è formata da cento figure di ghisa rivolte verso il mare, sparse su una striscia di spiaggia lunga due miglia. Ogni statua è alta 189 centimetri e pesa circa 650 kilogrammi.
Come la maggior parte delle opere di Gormley, le figure sono repliche del corpo dell'artista. Con l'alzarsi e l'abbassarsi della marea, le statue sorgono o vengono sommerse dal mare.
Another Place fu esibito per la prima volta sulla spiaggia di Cuxhaven, in Germania, nel 1997

A Gormley sono stati conferiti il Turner Prize nel 1994, il South Bank Prize for Visual Art nel 1999 e il Bernhard Heiliger Award for Sculpture in 2007.
È stato insignito dell’onorificenza di Officer of the British Empire (OBE) nel 1997 ed è membro onorario del Royal Institute of British Architects, del Trinity College e del Jesus College, ambedue di Cambridge.
Gormley è membro della Royal Academician dal 2003 e del consiglio d’amministrazione del British Museum dal 2007.
Il 13 marzo 2011, Gormley ha ricevuto il Premio Laurence Olivier per Outstanding Achievement in Dance per le scenografie per Babel (Words) presso il Sadler Wells in collaborazione con Sidi Larbi Cherkaoui e Damien Jalet

Nell’immagine in alto l'opera “Feeling Material XIV” e in basso "Ataxia", installazione alla Anna Schwartz Gallery.

Biografia web: http://artfirst.percorsi-emotivi.com - http://www.windoweb.it – http://en.wikipedia.org ¬- http://it.wikipedia.org

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_internazionali: JOHN CHAMBERLAIN


C’è chi ha cercato di incasellare questo prolifico artista definendolo un espressionista astratto, ma c’è anche chi lo vuole tra i grandi della Pop Art. Chamberlain, attivo ormai dagli anni ’50 e con opere presenti in più di 60 musei al mondo, è diventato un esponente dell’arte mondiale utilizzando per le sue sculture avanzi di lamiera di portiere e paraurti incidentati che lui colora, arrotola e compone in sculture gigantesche che pesano quintali e hanno l’aspetto leggero di un origami.

Già solo la scelta del materiale potrebbe generare riflessioni filosofiche: utilizzare i resti di una macchina distrutta, abbandonata, alla quale restituire vita, colore, funzione e, soprattutto, valore potrebbe essere un manifesto contro il consumismo ma anche contro la politica, che emargina e abbandona chi non è più “in forma”. Ridonare apparenza e significato potrebbe essere ciò che muove Chamberlain, ed egli stesso ammette: “It’s all in the fit”.

Se si ha l’opportunità di passeggiando fra le sue sculture monumentali(qui consiglio una visita alla Pinakothek der Moderne di Monaco ) si è colpiti dalla leggerezza delle opere: la lamiera si attorciglia in forme imprevedibili e un estremo punta sempre verso l’alto, con una levità che solo un grande artista può conferire alla materia trattata. Come gli scultori rinascimentali rendevano vivo e pulsante il marmo, così Chamberlain riesce ad animare le sue sculture, e l’aria che attraversa i vuoti tra l’una e l’altra risuona della sua risata ironica mentre commenta: “Art is one of the great gifts. It ranks up there with gardening and sex”




Un'immagine dell'esposizione tenuta al MOCA nel 1986

BIOGRAFIA

John Chamberlain nasce a Rochester nel 1927, Indiana, ed è cresciuto a Chicago. Dopo aver prestato servizio nella Marina degli Stati Uniti 1943-1946, frequenta l'Istituto d'Arte di Chicago (1951-1952) e Black Mountain College (1955-1956).
Si trasferisce a New York nel 1956, e la sua prima grande mostra personale si tenne presso la MarthaJackson Gallery di New York, nel 1960.
Nel 1961, un suo lavoro è stato incluso nel Museo d'Arte Moderna nella mostra collettiva "Art of Assemblage" un importante sondaggio internazionale di artisti che lavoravano con collage in due e tre dimensioni.
Nello stesso anno ha partecipato alla Biennale di San Paolo; mentre nel 1964 partecipa alla Biennale di Venezia.

Dalla metà degli anni 1950, Chamberlain diventa noto per il suo uso di parti di automobili e per le sculture di grandi dimensioni.
Ha lavorato con altri mezzi e materiali, tra cui i dipinti bidimensionale realizzati con vernice per auto, legato sculture in schiuma di uretano (entrambi nel 1960), e metallo fuso schiacciato e sculture in plexiglass (nel 1970).
Dalla metà degli anni 1990, l'artista ha sperimentato molto con la fotografia di grande formato.

Chamberlain ottiene la sua prima retrospettiva nel 1971, al Solomon R. Guggenheim Museum di New York. Una seconda retrospettiva è stata organizzata invece nel 1986 dal Museum of Contemporary Art di Los Angeles.

Le sue opere son presenti nei più importanti musei di Arte moderna e contemporanea, tra cui il MOMA e il Geggenheim Museum di New York, l’ Hirshhorn Museum and Sculpture Garden di Washington, al Boca Raton Museum of Art in Florida, la Pinakothek der Moderne di Monaco in Germania e la TATE di Londra


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 "Essex" del 1960, MOMA - New York


RICONOSCIMENTI:


Numerosi i suoi riconoscimenti come la Medaglia Skowhegan per la Scultura (1993), il Lifetime Achievement Award in Scultura Contemporanea dal Centro Internazionale di Scultura, Washington, DC (1993),The National Arts Club Award, New York (1997), la distinzione in onore Scultura dal Sculpture Center, New York (1999), e un la nomina di Dottore di Belle Arti a honoris causa, del College for creative Studies di Detroit (2010).



Testo tratto e rielaborato da:
archiviostorico.corriere.it
gogosian.com
verybigapple.wordpress.com (articolo di Emanuela Bernascone)


CURIOSITA’:

Nel 1969 si pensò di far salire sull'Apollo 12 un museo in miniatura, della grandezza di un chip, fatto in ceramica, che raffigurasse qualche esempio significativo degli artisti più quotati dell'epoca (Jasper Jones escluso, del resto la bandiera era già stata spedita con l'Apollo 11). John Chamberlain venne chiamato a far parte della cinquina di artisti con Robert Rauschenberg ( che disegnò una linea) Claes Oldenburg ( che raffigurò Mickey Mouse che fa la linguaccia) a David Novros, che come Chamberlain, disegnò delle figure geometriche. Mentre Andy Warhol disegnò un razzo, apparentemente, visto che la forma ricordava più uno piccolo pene stilizzato.

Tratto da teddisbanded.blogspot.com



Io davanti all'opera "Shoemaker's knife" del 1978 alla Pinakothek der Moderne di Monaco


In alto, a inizio articolo, la scultura dai toni gialli è  "Hanging Herm", 1974 ora al Kemper Art Museum

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_internazionali: CHUCK CLOSE

Definito ormai all’unisono uno dei massimi esponenti dell'arte figurativa americana, la vita e il percorso artistico di Close si dividono in due periodi, interrotti e separati da un tragico evento.
Nel 1988 Close aveva 49 anni, viene colpito da una malattia che lo lascia parzialmente paralizzato. Dopo una durissima fisioterapia, con grande caparbietà lo stesso artista si inventa un arnese che gli permette, legandosi il pennello all'avanbraccio, di dipingere.

Le sue teste, rappresentazioni iper-realiste, sono sempre il risultato di un procedimento tecnico molto meticoloso. Close scatta molte fotografie dello stesso soggetto. Scompone ogni foto riportandola sulla tela per mezzo di reticoli. Ingrandisce le dimensioni per ottenere una nitidezza del particolare, quasi maniacale. E' un procedimento lungo e faticoso, che porta l'artista ad impiegare vari mesi, talvolta un anno per completare un dipinto.

Dagli anni Sessanta al 1988 la griglia sulla tela e' stretta, invisibile, e il risultato e' di una precisione infinitesimale e i dipinti sono rigorosamente in bianco e nero. Dopo la malattia la griglia si allarga, la tela si trasforma in un mosaico, in cui ogni singola tessera e' un quadro astratto, che insieme danno un risultato figurativo. La tavolozza si amplia e si arricchisce, e i dipinti ricreano le sensazioni di un'immagine digitale.

Chuck Close nasce nel 1940 a Monroe, nello stato di Washington. Fin dall'infanzia Close inizia a dipingere, da quando suo padre gli regala tavolozza e pennelli e la madre lo accompagna all'Art Museum di Seattle. Studia pittura al College, frequenta a Seattle l'University of Washington e dopo la laurea consegue un master in Arti figurative presso la Yale University. Con una borsa di studio trascorre un anno (1964) a Vienna e viaggia per l'Europa visitando i piu' importanti musei dove studia i grandi della storia dell'arte.
La carriera artistica prosegue parallela a quella professionale, che lo vede insegnare in varie università. Fin dagli esordi nel campo della pittura, alla fine degli anni Sessanta, egli dipinge ritratti. Rifiutando qualsiasi committenza egli dipinge grandi facce di se stesso, della moglie, dei figli e dei suoi amici, quasi tutti artisti: da Richard Serra a Roy Lichtenstein, da Alex Katz a John Chamberlain, da Francesco Clemente e Kiki Smith, da Robert Rauschenberg a Philip Glass.

Esponente di quell'elite intellettuale newyorkese tanto ammirata e invidiata in tutto il mondo, Close e' considerato una vera superstar della pittura. Nel 1995 partecipa alla Biennale di Venezia e nel 1998 viene celebrato con una retrospettiva al Museum of Modern Art di New York.
Solo per citare poche, ma significative mostre personali: nel 1967 all'University of Massachusetts Art Gallery di Amherst, nel 1971 al Los Angeles County Museum of Art, nel 1975 la prima retrospettiva in vari musei tra cui il San Francisco Museum of Modern Art, nel 1977 la prima mostra alla Pace Gallery, nel 1980 al Walker Art Center di Minneapolis, nel 1994 allo Staatliche Kunsthalle di Baden Baden e poi Monaco in Germania e nello stesso anno alla Fondation Cartier di Parigi.

Le sue opere fanno parte delle collezioni dei piu' prestigiosi musei e la rivista ARTNEWS lo ha definito una delle 50 persone piu' influenti al mondo.

Biografia tratta da undo.net

FILM: completata nel 2007, l’opera di Marion Cajori dal titolo di “Chuck Close: a portrait in progress” ed è un documentario sulla tragica ma affascinante vita di uno dei più grandi artisti del secolo e figura chiave dell’era moderna.

RECORD: I quadri di Chuck Close ormai hanno quotazioni stallari che spesso superano il milione di euro, per le foto il record mondiale è stato battuto nella recente asta della collezione Polaroid con l’opera “Nine part self portrait” del 1987 per la cifra di 234mila euro

Nell’immagine: “Self-Portrait” 1997, olio su tela, 102 x 84 pollici, MOMA Museum of Modern Art, New York

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_internazionali: CLAES OLDENBURG & COOSIE VAN BRUGGEN

«Una sola immaginazione» per due artisti legati nella vita e nel lavoro.
Hanno cercato di rifondare il concetto di scultura affrontando lo spazio di interni e di esterni, con «large scale projects», maquettes, disegni, tutti utili ad ipotizzare l' intenso risultato finale. Intenso è lo scambio fra i due artisti, un viaggio che per matrici culturali svolge un periplo intercontinentale tra America, Europa ed Africa, con riferimenti all' architettura, pittura, scultura, storia, geografia, mondo esterno e quello profondo della psiche. Basterebbe pensare a “Il corso del coltello”, presentato nella Biennale di Venezia dell' 85, dove si avverte grande intesa creativa tra i due, cortocircuito culturale e psicologico ed una polarità erotica legata inevitabilmente alla loro storia personale.
«Sono per un' arte che prende le sue forme dalla vita, che si contorce e si estende impossibilmente e accumula e sputa e sgocciola, è dolce e stupida come la vita stessa. Sono per l' artista che sparisce e rispunta con un berretto da muratore a dipingere insegne e cartelloni... Sono per l' arte delle pompe di benzina bianche o rosse e per le ammiccanti pubblicità dei biscotti. Sono per l' arte del vecchio gesso e del nuovo smalto. «Sono per l' arte delle scorie e antracite e uccelli morti. Sono per l' arte dei graffi sull' asfalto. Sono per l' arte che piega le cose, le prende a calci e le rompe e le tira e le fa cadere. Sono per l' arte delle banane spiaccicate sedendoci sopra». Tali affermazioni di Claes Oldenburg, contenute nel catalogo della mostra alla Martha Jackson Gallery nel maggio del 1961 a New York, rivelano la posizione di un artista che assume il paesaggio che lo circonda adottando un atteggiamento di partecipazione e manipolazione. Ma tale comportamento mette in evidenza non tanto l' introduzione della soggettività nell' operazione artistica, quanto la fisicità e la posizione di continua sperimentazione del mondo, seppure quotidiano, che accompagna il pragmatismo americano. Tali caratteri naturalmente trovano una adeguata pratica nel contesto. I1 contesto è quello di una civiltà dei consumi che incentiva ogni esperienza, seppure sul piano della semplice proposta, ponendola spesso sotto il segno della tentazione di un nuovo consumo. Perché ciò si verifichi, è necessario portare l' oggetto a una dimensione forte e connotante il livello dell' ipotetico desiderio di consumo. Esso passa da una dimensione reale a un' altra più astratta e abnorme, da cui lanciare i propri segnali e fondare un livello di incubo cordiale. Un' enfasi accompagna questo tipo di immagine, che passa attraverso una dilatazione e un passaggio da una realtà a un' altra, quanto a presenza e capacità di coinvolgere tutti i sensi. L' american dream in Oldenburg si trasforma in incubo americano che opera naturalmente sempre sulla scala della quantità. Di pop gli oggetti di Oldenburg hanno sia il senso ludico che li trasforma da uno stato duro a uno soffice, che ne modifica la consistenza materiale, e sia l' esplicita esibizione del loro processo di formazione. Evidentemente il sogno americano opera attraverso livelli espliciti che risentono direttamente della condizione e della qualità quantitativa della civiltà dei consumi. Per cui anche il sogno prende i toni dichiarati ed espliciti di immagini dirette e schematiche, destinate forse al consumo dello psicanalista. Oldenburg crea sculture e ambienti che riproducono la Convenzione dell' incubo, senza riservarsi alcuna zona intima o privata. I sogni riprodotti in oggetti hanno l' onestà di presentarsi senza alcuna sofisticheria, in quanto partecipano a una realtà che non consente dimensioni implicite o zone d' ombra, governate dalla soggettività. Anche la soggettività viene dichiarata e esibita, mediante monumenti di oggetti che invertono il materiale dell' immagine iniziale e dilatano fino a gonfiarsi la propria consistenza, mostrando anche come la realtà sia volatile, o quantomeno legata al flusso del desiderio, che è sempre quello del consumo. L' uso casual dell' oggetto, ma in fondo anche dell' uomo sbattuto nel grande spazio della città moderna, permette a Oldenburg di assumere un atteggiamento allargato a livello sensoriale, a permettergli di costruire immagini che danno il senso di un uso multiplo e anche fragile, che può continuamente essere modificato. In realtà le sue sculture danno sempre il senso di una manipolazione ineluttabile che non segna tanto la psiche quanto direttamente il corpo. Perché di un corpo a corpo si tratta, di un confronto materiale tra l' uomo e le cose, che avviene non in un luogo esemplare e eccezionale ma nella continuità della vita quotidiana. Ora la coppia di artisti ha sostituito il solitario protagonista della Pop art. Una coppia di artisti al lavoro che rifonda il linguaggio della scultura moderna con un approccio interdisciplinare senza esclusione di colpi, in una profonda comunione di intenti creativi in cui si intrecciano anche gli opposti estremismi del maschile e del femminile. Come nella scultura Houseball (1985) ed altre installazioni che prendono spunto dalla performance veneziana. Come anche opere adatte a colpire in particolare il nostro udito: clarinetti ingigantiti, viole molli, corni da caccia prolassati, note musicali afflosciate, violini affettuosamente affettati, trombe annodate. La tensione interdisciplinare di questa coppia ormai felicemente al lavoro scarica la fertilità del proprio peso nell' ambito della poesia. Così come viene affrontato il tema della musica, con Resonances, after J.V. (2000), opera tridimensionale e murale realizzata ecletticamente con materiali diversi. Le grandi installazioni concludono l' intero viaggio dentro l' opera di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen, capaci di creare un' arte al plurale.

Articolo di ACHILLE BONITO OLIVA tratto da ricerca.repubblica.it , critica alla mostra “Sculpture By The Way”, Castello di Rivoli, Torino, 25.10.2006 – 25.02.2007

Claes Thure Oldenburg è nato a Stoccolma il 28 gennaio 1929 mentre Coosje van Bruggen è nata a Groniengen in Olanda nel 1942, entrambi ormai da anni vivono e lavorano negli Stati Uniti.

RECORD: “Typewriter Eraser” del 1976 è stato battuto da Christie’s NY nel 2009 a 1.623.000€

Nell’immagine: “Free Stamp”, 1991, Steel and aluminum painted with polyurethane enamel, 28 ft. 10 in. x 26 ft. x 49 ft. (8.8 x 7.9 x 14.9 m) Willard Park, Cleveland, Ohio

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_artisti internazionali: CY TWOMBLY

Cy Twombly nasce il 25 aprile 1928 a Lexington in Virginia. Dal 1947 frequenta la scuola del Museum of Fine Arts a Boston e dal 1949 al 1950 la Washington and Lee University a Lexington.
Nel 1950 l’artista va a New York, dove continua gli studi universitari presso l’Art Students League. Qui conosce altri artisti fra cui Robert Rauschenberg. Un anno dopo Twombly cambia università e si iscrive al Black Mountain College nel North Carolina. Qui prende lezioni da Robert Motherwell e Franz Kline. Nel 1952 parte insieme a Rauschenberg per un viaggio in Sudamerica, Nordafrica, Spagna e Italia. Agli inizi degli anni '50, sotto l’influenza di Kline, ma soprattutto di Paul Klee, nelle sue opere Cy Twombly utilizza prevalentemente pennellate gestuali-espressioniste, creando un delicato intreccio di tratti, parole, numeri e frammenti di oggetti.
Dal 1955 al 1956 insegna al Southern Seminary and Junior College di Buena Vista in Virginia. Nel 1957 parte nuovamente per Roma, dove si stabilisce definitivamente nel 1960. Lo stesso anno allestisce la sua prima mostra presso la Galleria di Leo Castelli. Negli anni '60 Cy Twombly dipinge i "Quadri della lavagna", in cui la scrittura viene messa a nudo e trasformata in un gesto fisico. Nella metà degli anni '70 Twombly realizza opere "multistrato". Infatti, crea delle strutture espressive facendo un collage di fogli e diversi strumenti pittorici. Gli elementi grafici si dissolvono sempre più intensamente da un’immagine all’altra in vortici di colori per fondersi negli anni '90 in eleganti dipinti di fiori che richiamano il fauvismo. Oltre a dipingere, dal 1955 l’artista crea opere plastiche, dipinte di bianco, con oggetti trovati e con i materiali molto semplici.
La prima retrospettiva delle sue opere si tiene a Berna nel 1973. Seguono mostre importanti allestite, fra l’altro, al Whitney Museum di New York nel 1979, alla Kunsthalle di Zurigo nel 1987 e presso il Museum of Modern Art di New York nel 1994. Inoltre, a Twombly viene riconosciuto il suo merito artistico con l’assegnazione di numerosi premi.
La Galleria Cy Twombly a Houston, progettata e realizzata dall’artista con l’architetto Renzo Piano, viene inaugurata nel 1995. Twombly viene rappresentato alla Biennale di Venezia del 2001 con il ciclo di dipinti "Lepanto".

STILE PITTORICO

Twombly è conosciuto per il suo modo di sfuocare la linea tra disegno e pittura. Molte delle sue opere di pittura più note dei tardi anni Cinquanta e primi anni Sessanta ricordano i graffiti accumulati in anni sui bagni dei gabinetti, mentre quelle dei tardi Anni Sessanta ricordano un blocco da disegno delle e tracciate in corsivo. Twombly a questo punto abbandona la pittura come rappresentazione, citando la linea o macchiando ogni segno con la sua propria storia, come soggetto a sé. Più tardi, molte delle sue pitture e lavori su carta andranno verso il "simbolismo romantico", e i loro titoli potranno essere interpretati visivamente attraverso forme e parole. Twombly spesso cita il poeta Stéphane Mallarmé nei suoi lavori, così come innumerevoli miti e allegorie. Esempi di ciò sono la sua famosa opera Apollo And The Artist, o una serie di otto disegni consistenti nella sola parola "VIRGIL".

Curiosità:
-Il soprannome "Cy", dal nome del grande giocatore di baseball Cy Young, è lo stesso di suo padre, che fu lanciatore dei Chicago White Sox.
-Nel 2004 un recente lavoro di Twombly, Three Studies from the Temeraire (1998-1999), un trittico, è stato acquistato dalla Art Gallery of New South Wales per $4.5 milioni AUD, mentre il record in asta è di "UNTITLED" del 1968 battuto da Sotheby's a NY nel 2005 a 7.407.000€.


Biografia tratta da registro-dell-arte.com e da wikipedia.it


Nell’immagine “Quattro Stagioni: Inverno” 1993-4. Acrilico, olio e matita su tela 313 x 221 cm

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_artisti internazionali: CHRISTO e JEANNE CLAUDE

Questa coppia di artisti contemporanei si è resa celebre per i suoi oggetti impacchettati. Americani naturalizzati, vivono a New York nel quartiere di SoHo.
Christo Javacheff è nato a Gabrovo, in Bulgaria, il 13 giugno 1935. Dopo gli studi di Belle Arti a Sofia (1953-1956), si trasferisce a Parigi nel 1958 forma il gruppo dei nuovi realisti. Le sue prime opere sono dei dipinti astratti e degli impacchettamenti di oggetti (bottiglie, bidoni, cartoni, tavoli ecc.) o di modelli viventi nella tela o nella plastica. Jeanne-Claude Denat de Guillebon, è francese. Nata a Casablanca in Marocco il 13 giugno 1935, lei e Christo sarebbero nati lo stesso giorno alla stessa ora. Si è laureata in filosofia nel 1952 a Tunisi.
I due si incontrano nel 1958, anno che segna l'inizio della loro collaborazione artistica. Christo è principalmente l'artista, e Jeanne-Claude l'organizzatrice : « Le opere destinate al pubblico sono firmate da Christo e Jeanne-Claude, i disegni da Christo ». Dopo essere immigrati negli Stati Uniti nel 1964, cominciano a realizzare dei progetti di ampio respiro, intervenendo in maniera diretta ed effimera su degli edifici, dei monumenti o dei paesaggi interi.
I due artisti utilizzano il tessuto per creare delle opere effimere « imballando » dei paesaggi, dei monumenti, dei luoghi. Sono insieme artefici della land art (intendono intervenire su dei luoghi naturali, nel paesaggio e lo modificano in maniera provvisoria o duratura).
Le avventure artistiche di Christo, benché gigantesche e quindi costose, sono in genere interamente finanziate dalla vendita dei disegni preparatori. Una mostra sui disegni preparatori per « The Gates », organizzata tra aprile e giugno del 2004 al Metropolitan Museum of Art di New York ha attirato i collezionisti e il pubblico. E’ importante comprendere quanto possa cambiare la valenza e il significato di un oggetto quando lo si copre e lo si “impacchetta” così come fanno Christo e Jean Claude.
Jean Claude è morta il 18 novembre 2009.

Biografia tratta da chiaratassinari.com


Anche se poco conosciuti, gli interventi pubblici in Italia son tre:
-“Fontana e Torre Medioevale impacchettate” Spoleto 1968
-“Monumento di Vittorio Emanuele Impacchettato” P.za Duomo e “Monumento di Leonardo da Vinci” P.za della Scala, Milano 1970
-“Mura Romane impacchettate” Via Veneto e Villa Borghese, Roma 1974

Tra le loro opere più famose:
-“Tenda nella valle” Rifle, Colorado 1970-72
-“Isole circondate” Biscayne, Greater Miami, Florida 1980-83
-“Pont Neuf Impacchettato” Parigi, 1975-85
-“Gli Ombrelli” Giappone – USA, 1984-91
-“Reichstag Impacchettato” Berlino 1971-95
-“Le porte” Central Park, New York 1979-2005
In progetto: “The River” Colorado, “Mastaba” Deserto degli Emirati Arabi

INTERVISTA AGL ARTISTI

• Come nascono l'idea e il desiderio di misurarvi con un luogo, di fare un intervento in un determinato territorio o contesto urbano?
Accade in modi diversi. Eravamo a New York quando ci è venuto in mente di stendere una tela arancione tra le montagne. In quel caso, abbiamo dovuto metterci in viaggio per trovare le montagne e percorrere migliaia di chilometri prima di individuare il luogo adatto (così è nato nel 1972, da un'idea del 1970 Valley Curtain). Per il progetto Over the river per il quale aspettiamo i permessi, l'ispirazione è venuta quando stavamo lavorando al Pont neuf (1985). Un'immagine di luci e ombre che si riflettevano nell'acqua della Senna attraverso il tessuto con il quale stavamo impacchettando un pilone del ponte. Il primo disegno di Christo è di sette anni dopo, nel '92 - quando stavamo lavorando al progetto dell'impacchettamento del Reichstag - Il disegno rappresenta un fiume sul quale sono tesi, da una riva all'altra, dei pannelli di tessuto; una fantasia, una visione che abbiamo chiamato The river. Nelle estati del 1992-93-94 - quando in Germania i politici erano in vacanza - siamo andati alla ricerca di quel fiume. Abbiamo viaggiato per 25.000 chilometri nelle Montagne rocciose, dove nascono tutti i maggiori fiumi d'America; abbiamo percorso 89 corsi d'acqua, di questi ne abbiamo considerati 6 tra i quali infine abbiamo scelto - insieme alla nostra équipe di tecnici - quello che si prestava meglio: il fiume Arkansas nel Colorado. Nel 1994 abbiamo ottenuto il permesso per impacchettare il Reichstag e quindi nel 1994-95 abbiamo passato molto tempo in Germania. Solo nel 1996-97 abbiamo iniziato i primi test per Over the river. Sono state effettuate prove tecniche, di simulazione e tutto quanto è necessario per accertare che il luogo sia giusto. In altri casi non è necessario viaggiare. Per Pont neuf e il Reichstag l'idea è nata a New York nella nostra casa-studio- ufficio-laboratorio, come è stato per Valley curtain e per altri progetti.

• In caso di interventi urbani l'idea nasce dalla conoscenza del luogo?
Non è detto. Nel caso del Reichstag, l'idea è venuta prima dell'esperienza fisica del luogo. Risale al 1971, all'epoca Christo non aveva ancora visto il Reichstag ma ne conosceva molto bene la storia. Ci siamo recati a Berlino per la prima volta nel 1976; poi ci sono voluti quasi vent'anni per mettere a punto il progetto. Del Pont neuf invece avevamo anche una conoscenza fisica; eravamo vissuti sei anni a Parigi prima di venire a New York e abitavamo lì vicino. Ma anche in questo caso sono passati parecchi anni prima di ottenere il permesso (10 anni dal 1975 quando nacque l'idea al 1985 quando fu concretizzata). I Christo lavorano investendo soldi propri. Non hanno sponsor, né accettano forniture gratuite dalle ditte produttrici dei materiali utilizzati, pagano le parcelle degli studi che eseguono i test e stendono le relazioni per gli organi governativi e pagano, alle tariffe sindacali, le maestranze impegnate nella costruzione.
Intervista tratta da Artpromotion.net

• Christo e Jeanne-Claude, come è possibile trovare i miliardi necessari per coprire il costo della realizzazione delle vostre opere?
Ogni progetto ha una gestazione molto lenta e complessa, a volte passano decine di anni. Non basta conoscere il luogo in sé, per noi è fondamentale incontrare la gente, conoscerla, sapere cosa pensa. La nostra opera non deve essere vissuta ome una violenza, ma essere accettata man mano che nasce.

• É un'esperienza molto complessa quindi...
Ogni progetto è una fetta della nostra vita. Ci ricordiamo dove eravamo quando lo abbiamo immaginato, cosa abbiamo detto e pensato. Per questo distinguiamo ogni lavoro in due fasi.

• Di quali fasi si tratta?
Una prima fase è quella "software". É quella tra la carta degli schizzi e l'idea nella mente, mentre sappiamo che migliaia di persone cercheranno di aiutarci per realizzare questo sogno e altrettante ce lo impediranno.La fase "hardware" invece, prevede la concreta realizzazione del progetto, ed è caratterizzata da un lavoro materiale anziché d'immaginazione.

• Quanti progetti avete realizzato?
In quaranta anni di lavoro abbiamo realizzato diciotto progetti, ventidue invece non sono stati portati a termine.

• Gli "impacchettamenti" hanno una durata breve rispetto alle energie e la fatica impiegata. Come mai?
I nostri progetti sono installati per 14 giorni, e poi vengono smontati. Pur essendo così mastodontici vivono dell'effimero, così come il vento che muove la tela che ricopre le strutture, e fa parte dell'opera, ma che può anche minacciarla pericolosamente.

• Una necessità dettata da quale motivazione?
Io sono di origine bulgara -spiega Christo- anche se adesso sono cittadino americano, mentre Jeanne-Claude è nata in Marocco. Ho sempre vissuto il nomadismo come una condizione essenziale dell'esistenza, perché vedo la staticità come la più grande nemica della libertà, così come lo è il possesso. Nessuno può comprare i nostri progetti, venderli o decidere cosa farne.

• Quali sono le prossime realizzazioni?
"The gates", in Central Park a New York vedrà il posizionamento di 11 mila portali, con stoffe gialle dello steso colore degli alberi d'autunno. Legato all'estate e ai suoi colori è il progetto in Colorado, avviato nel '92. Quindici km di tela sospesa sul fiume Arkansas permetteranno un gioco legato alla visione-non visione del paesaggio.
Intervista tratta da Exibart.com


Nell’immagine “Reichstag Impacchettato” Berlino, Germania, 1971
100.000mq di polipropilene, 15.600metri di corda, 200 tonnellate di acciaio

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_artisti internazionali: LUCIEN FREUD

"La bravura di Freud non è tanto nello stile pittorico, ma nel modo in cui egli si relaziona con la sua modella, nel modo in cui reagisce a lei, in quello che sceglie di raccontare al mondo di lei (ed anche di sé stesso). Le figure ritratte da Freud sono quasi come delle nature morte, come delle pitture di animali, anziché ritratti di esseri umani. I suoi quadri non ci raccontano la personalità delle sue modelle, ma il loro corpo, le loro pose. Inoltre, Freud sembra creare nell'osservatore la sensazione di assistere ad una seduta psicologica, dove c'è un vecchio psicoanalista e la sua paziente".

Richard Dorment, Daily Telegraph

Nipote di Sigmund Freud, Lucien Freud, nato a Berlino l’8 dicembre 1922, è figlio dell'architetto Ernst Freud e padre della scultrice Jane MacAdam Freud. Nel 1933, poco dopo l’ascesa al potere in Germania di Adolf Hitler, si trasferisce nel Regno Unito con genitori e fratelli, ottenendo qualche anno più tardi la naturalizzazione britannica.
Risale al 1937 la sua unica scultura, che gli vale l'ammissione alla Central School of Arts and Crafts di Londra prima, per iscriversi poi alla East Anglian School of Drawings and Paintings di Dedham nell'Essex diretta dal pittore Cedric Morris, che fu il suo primo mentore. I suoi studi vengono interrotti per un servizio su un convoglio di navi da guerra nell'Atlantico settentrionale.
Le prime prove pittoriche di Freud tendono all'espressività intensa, deformano volti e oggetti in direzione della "Nuova Oggettività ma forse anche tengono in vista Chagall surnaturel. Dai primi passi del suo cammino d'artista, Freud palesa uno straordinario spirito di osservazione del reale e una forte adesione concettuale ad esso, che si fara con gli anni sempre più incisiva.
Tiene la sua prima personale nel 1944, ma già dieci anni dopo rappresenta la Gran Bretagna alla XXVII Biennale di Arti Visive di Venezia a fianco di Francis Bacon e Ben Nicholson.
A partire dalla fine degli anni Cinquanta, Freud abbandona il disegno come attività principale e indipendente e il disegno anche intenso come struttura che governa il dipinto. Il suo nuovo stile muove da una nuova diversa maniera di vedere, il suo sguardo si volge anche all'interno dell'essere umano.
Nel 1951 al Festival of Britain è premiato con Arts Council Prize. 1953-1954 è visitor professor alla Slade School of Fine Art di Londra.
Dal 1979 le mostre si moltiplicano e Freud espone in Giappone e negli Stati Uniti.
Nel 1983 gli viene conferita l'onorificenza di "Companion of Honour".
Le sue opere provocano un consistente senso di angoscia. Sembra che suscitare un simile stato d'animo sia negli intendimenti dell'autore, attraverso opere fredde, accademiche, senza apparentemente coinvolgimento da parte di chi le ha dipinte. Freud ha sempre prediletto della figura umana, il ritratto in particolare, con il tempo si infittiscono le immagini di nudi femminili e maschili. Seduti o sdraiati, supini, soprattutto, si atteggiano in una straordinaria libertà di pose. Quasi giacessero riverse o sul fianco, solo come riflesso di un moto visibile connesso con il loro esistere, riflesso della assolutamente dolorosa condizione umana. Le robuste pennellate di Freud si scontrano, come duellando; questo duello interiore al'immagine si trasferisce in un duello tra artista appunto e modello. E da questo confronto è nato uno dei più grandi pittori del nostro tempo.

Biografia tratta da wikipedia.it

RECORD: il recod d’asta per questo artista è doppio, la sua opera 'Benefits supervisor sleeping' ('L'ispettrice dei sussidi addormentata') del 1995 pagata la bellezza di 34 milioni di dollari (per la precisione 33,6, circa 22 milioni di euro), è sia personale ma è anche la più alta cifra mai pagata fino ad ora per un opera di un artista ancora vivente.
L’immagine dell’opera in questione la si può vedere nel mio “spazio libero”.

Nell’immagine: Painter and model, 1986/87, Oil on canvas, 159.6 x 120.7 cm, Private collection

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