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F. A. K. Colella

Artista - iscritto il 15 set 2006

Luogo: F.A.KTOTUM - IT

Email - freeky@libero.it

Bio


Gli uomini, se non giungono a ciò che è necessario, si affaticano per ciò che è inutile .

Goethe

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"MATERIA SU MATERIA COLORE SU COLORE"

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LA DIREZIONE è INDICATA
NEL CAOS LA FRECCIA NON ESISTE
INTERIORMENTE SALGONO SENSAZIONI
NUOVI MODI RECEPITI COME SPERANZE
IL POST DIVIENE SUBITO OLD.
f.a.k

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Le città si nutrono delle anime degli abitanti, catturano e stampano sulle mura le apparenze disegnate dal tempo".

F.A.K

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CRITICA:
Le bord des deux mondes: il mondo pittorico di Fausto Colella.

Scrivere della pittura di Fausto Colella vuol dire per me relazionare con la galleria di personaggi, spazi metropolitani e frammenti di vita solitaria e collettiva, che si lasciano intravedere tra gli impasti materici di un colore che avvince, penetrante e penetrabile. Ciò che preme con immediatezza è definire, però, che cosa significa per il giovane artista dipingere, esprime, creare. Lui non può dirlo, non lo ha detto e se lo ha accennato, sussurrato, lo ha fatto per deviare, per allontanare da se e avvicinare alle sue creature, ai suoi impasti, poiché, è in quel nessun dove che affida la sua anima, la sua coscienza, che è a un tempo individuale e sociale, briosa e malinconica, vigorosa e debole, fatta di luce e ombra, caos e ordine, rumore e silenzio. È alla sua opera che egli vuole ci si rivolga, e allora diverto e mi avvicino a Gadda, il quale, in Meditazione milanese scrive: «Il flusso fondamentale si identifica in una deformazione conoscitiva, in un ‘processo’ conoscitivo. Procedere, conoscere è inserire alcunché nel reale, è, quindi, deformare il reale». Infatti, i volti che scorgiamo sulle tele del Nostro rimandano a un universo autre, l’osservatore attinge ai luoghi, ambienti e abitanti del pianeta terra, ripensadoli in una transazione sia formale che tonale, tale da riferire del senso di cui ciascuno elemento è latore: diciamo pure, un messaggio. Al di là, perciò, del primo livello, quello pur fondamentale del piacere nell’osservazione, il godimento estetico necessario alla preventiva fruizione dell’opera, ciascuna tela concorre a una ulteriore, e non sempre invalsa, funzione che potremmo chiamare, prendendo in prestito il termine dalla linguistica, conativa: un messaggio, cioè, che tende a far agire il ricevente, ottenendo da quest’ultimo un certo comportamento, inatteso e non preventivabile. Ogni qualvolta, infatti, ci si pone di fronte a un’opera di Colella, nel silenzio di sagome trasfigurate, di mura cittadine deteriorate, interni soffocanti e luminarie intransigenti che afferrano alla gola gettandoti nella sfera dell’immaginifico, inaspettatamente si agisce. Se non si tratta dell’onnipotenza semantica, appannaggio della lingua scritta, si tratta di quella precipua illimitatezza del campo d’azione che il ‘visibile parlare’ mette in campo, riuscendo a comunicare e a far comunicare senza limiti. E’ l’artista che di primo acchito comunica con la superficie vergine; è la tela offesa che gradualmente comincia a comunicare l’inatteso al pittore prima, allo spettatore poi, e la maglia che si tesse è illimitata appunto, maestosa e misterica. Ne consegue una sorta di elefantiasi segnica e semantica, poiché ogni effetto, allo stato latente, è pronto a esplodere in everlasting. Si tratta, ovviamente, di una pittura estremamente moderna, che non si limita a descrivere o rappresentare la realtà, ma a guardarla per deformarla, trasfigurarla, assumerla come correlativo oggettivo. Parafrasando Franco Fortini, «questo mondo residuo d’incendi / vuole esistere». E di cosa è fatta la sua esistenza? A un primo sguardo la liquideremmo dicendola neo-espressionistica, con tutto ciò che l’etichettatura comporta. E se diciamo Espressionismo pensiamo al padre putativo Munch, e, per certi versi, a ragione, se ci soffermiamo sul disegno, la sinuosità, la scelta del colore e la verve con la quale viene giustapposto, in maniera certosina e assassina. Ma quale Munch è più presente nel potere immaginativo, tecnico e speculativo del Nostro giovane? Al di là dell’icona per eccellenza della modernità, L’urlo, senza dubbio quello di Sera sulla via Karl Johann (1892), probabilmente il suo più bello ed efficace. In quest’opera l’incomunicabile solitudine dell’uomo diviene non solo il leitmotiv della condizione dell’uomo moderno, ma anche, e soprattutto, un feroce attacco alla borghesia contemporanea: i personaggi sono ridotti a maschere e Munch ce li fa vedere nel loro essere automi, pressati in una fiumana che si muove in direzione dello spettatore, il quale, dotato dell’intelligenza del negativo, oltre che del gusto estetico, si ritrae perché riconosciutosi meta del loro imbelle divenire, del loro tenebroso vagare, che ricorda, a-posteriori, lo straordinario videoclip Thriller di Michel Jackson. Ma attenzione, c’è una figura che si sottrae, di spalle, moventesi nel di dentro del quadro, al seguito del quale l’occhio dell’osservatore, dotato dell’intelligenza del positivo oltre che del gusto per il bello, va, penetrando sempre più nella superficie pittorica, quasi a determinare che lo spazio semiotico e artificale sia sempre e comunque migliore di quello reale. L’uomo sottratto alla fiumana è una chiara metafora della figura dell’artista, deciso a staccarsi dal controllo sociale, che non chiede consensi alla massa e in special modo al pensiero dominante. Tutto questo per dire che se di Munch dobbiamo o vogliamo parlare, non è solo per il prestito iconografico ceduto ai posteri, ma anche e soprattutto per quella coscienza che il nostro giovane artista possiede, della sua incapacità di sublimare la sua persona o di accettare le condizioni della realtà sociale ultimamente presente, misura della sua sfera privata, della sua solitudine d’artista, del suo ritiro in spirituale comunanza con un mondo più eloquente di quello della storia in divenire: quello dell’arte. E di cosa ci parla la sua solitudine? Dell’incomunicabilità dell’uomo moderno. E come lo fa? Sulle sue tele si alternano tensioni di forza e di passione, da intendersi come viatico di violenza e amore a un tempo, grazie ai suoi imparagonabili rossi; un senso di forte eccitazione e dinamismo tutto espressionistico, ottenuto in special modo con l’ausilio di gialli puri; molto raramente, e per questo stesso motivo, raggiungendo risultati efficaci, utilizza tonalità di azzurro che aprono spiragli di indefinitezza, nonché di laica spiritualità. Quel che però avvince nella superficie pittorica colelliana è l’alternanza nervosa e mai stanca, morbida e sempre vibrante di toni caldi e freddi, che lasciano ottenere, per la legge del contrasto, il duplice risultato dell’avanzamento e della retrocessione, dunque dell’attrazione e della respinta. Vale a dire che ci sono tutti gli elementi per comunicare, nonostante quello che si comunica, e il modo in cui lo si fa, può, in modo alternato, anche respingere, in quanto si ha la cosa da dire e cambia il modo di dirla e non sempre (diremmo mai), può piacere sentirla, prenderne consapevolezza, parteciparvi. Ma il risultato ormai è ottenuto. E se anche un osservatore soltanto capirà, l’artista non albergherà più nel deserto del suo Io, abitante quel mondo dagli echi funambolici alla Sandro Penna: «[...] Come è forte il rumore dell’alba! Fatto di cose più che di persone. Lo procede talvolta un fischio breve, una voce che lieta sfida il giorno. Ma poi nella città tutto è sommerso» (Come è forte il rumore dell’alba).
Senz’altro ci troviamo di fronte a una pittura post-naturalistica: il Nostro dipinge con grande naturalezza, ha acquisito una notevole essenzialità geometrizzante dei campi di colore, intonata a un’idea di concrezione materica che rimanda ai Foutrier, De Stael o ai Santomaso, in specie di Vita segreta (1958). Le figure, gli interni, gli esterni evidenziano una riduzione elementare del referente alla superficie piana, sulla quale far convergere un apporto di novità. Un ambito di figurazione che si muove nella polarità dell’intimismo e della vena critica, mettendo in scena una riflessione sulla vita contemporanea. A lui sarebbe piaciuto restare l’unknow soldier di un tempo non sentito come il proprio, ma noi non glielo abbiamo permesso, ci siamo spostati lasciando cadere la fiumana munchiana oltre i margini della tela, per seguire quel lucky man che va per la propria strada: l’artista. I suoi personaggi (i muni) sono pur sempre come gli angeli alle vetrate delle solenni cattedrali gotiche: rappresentano sì l’al di là e la volontà di astrarsi da un mondo corrotto, corruttible e corruttore, ma la loro bellezza è divina e ci dice anche che in questo mondo All is full of love... a sottovento dell’angelico canto di Bjork.


Giuseppe Varone (2007)


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commenti

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Claudia Vianello - 06/03/2010 - 20:44:45
Tanti auguri da São Paulo, Fausto!
F. A. K. Colella - 04/03/2010 - 02:10:21
Roberto Rizzo - 22/05/2008 - 15:47:02
Amico, quella lumaca ha SOLO potenzialità di velocità.
Non è veloce.
E questo - dietro l'aura ironica che a qualcuno può strappare un sorriso - è un dramma.
Spesso il nostro.
Roven Zokos - 21/05/2008 - 14:13:25
Hello!!
Thank you very much for the preference!!
GRAZIE!!
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