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opening sab 12 giu

Luigi Biagini - Strade Bianche del ferrarese

12/06/2010 - 29/08/2010
Le ‘STRADE BIANCHE’ paesaggio, storia, antropologia Sappiamo tutti come la strada nel suo senso profondo, quella che si percorre a piedi, che attraversa boschi e pianure, che costeggia ruscelli e torrenti sia una metafora della vita nel suo andare verso l’infinito. Ho in mente la strada dei pellegrini che conduce a Santiago di Compostela che attraversa valli e forre e risuona solo del silenzio ritmato dei passi di chi la percorre alla ricerca, forse, del significato e del senso della propria vita e per conquistare una meta, il Portico della Gloria che Maestro Matteo ha dedicato al santo Giacomo. Le ‘strade bianche’ colte con straordinaria intelligenza visiva da Luigi Biagini determinano con il colore del loro fondo la trama geometrica della sterminata pianura ferrarese, rappresentano nel modo più palese questa pluralità di significati: l’andare, la vita, il mito, la poesia, il silenzio ma anche la funzionalità logistica di un’area vasta con un ulteriore valore significativo, quello di imprinting della storia dei luoghi. Esse rappresentano i tracciati che strutturano le grandi opere di bonificazione, esse delimitano, circondano, collegano le ampie aree lavorate dai certosini, dalle preveggenze estensi, dalle lungimiranze legatizie, fino all’epopea degli scarriolanti all’inizio del ‘900. Esse sono quindi, oltre che paesaggio, storia e antropologia, trama di sollecitazioni fondamentali per capire cosa è stata, come è avvenuta, quali prezzi è costata, quali dimensioni ha avuto la epocale trasformazione del territorio che ha segnato e continua a segnare l’area ferrarese della Valle padana. Biagini ha saputo cogliere con le sue immagini questa straordinaria condensazione di significati e gliene siamo infinitamente grati. Carlo Bassi ------------------------------------------------ Fermare il tempo e le cose nel tempo per poterci tornare Le strade bianche di Luigi Biagini Luigi Biagini: un’energia instancabile nel lavoro e nella vita, con la “fissa di fissare le cose”. Con la parlata toscana, che sembra una valanga, Luigi rivela un coinvolgimento più profondo, che va oltre le ragioni formali dell’immagine. Partiamo dalle ‘strade bianche’ della mostra per un discorso sul metodo, ovvero sul fotografo, sull’occhio, sulla visione e non solo. “Il concetto? Fermare! Si! Fermare le cose belle che possono cambiare. Fermarle per poterci ritornare”. La storia delle strade bianche di Luigi è cominciata vicino a casa sua, a Carrara, fotografando le strade delle cave, poi a Siena sulle colline. Lì i percorsi assomigliano a quelli che le dita compiono sulle morbide curve di corpi adagiati. È facile innamorarsi di un paesaggio come quello toscano, viaggiare senza meta precisa e trovarsi, in fondo a una salita, un microcosmo come il Borgo del Vento, rimasto come potevano trovarlo i viandanti sull’antica Via fFrancigena. Ma non è sempre così. Si fotografa anche per mostrare come si trasforma il paesaggio nel tempo. Da qui l’interesse per un analogo lavoro di ricerca nel territorio ferrarese. La volontà di “progresso” ha trasformato nel tempo gli antichi percorsi di terra battuta, dai nomi poetici, in nere strade d’asfalto. La geografia della nostra provincia è altra da quella senese, ma anche qui esistono luoghi nei quali desiderare di tornare. All’occhio del fotografo toscano (o al suo obiettivo) non è stato subito facile “capire” il “senso” di questo paesaggio. L’ossimoro costituito dall’azione volontaria del “capire” e, al tempo stesso, dalla passività dell’essere pervasi dal “senso” intimo delle cose è il nodo del metodo e non riguarda solo l’arte della fotografia. Bisogna studiare un tragitto con la piantina, la mappa dei punti, i luoghi, i nomi interessanti, poi bisogna lasciare l’auto e andare piano, a piedi. È un’avventura! Poi bisogna pensare alla luce, all’aria, al mare. Una serie di primi fotogrammi è già un’organica indagine sulle strade bianche del ferrarese e una possibile mostra alla Galleria “del Carbone” e poi a Stellata. “Io vado subito a vedere i posti, racconta Biagini. Il mare è nella direzione opposta rispetto al Tirreno. Si deve rovesciare il pensiero consueto! La luna: devo capire quando si alza, dove la vedo nel cielo rispetto alle cose, quanta luce dà. Santa Bianca, Trava, Aranova, la Bosca, via dell’Ansa, via Prospera. A Torre dell’Abate la sera il tramonto è alle spalle, se guardo il mare. Ci vado di notte, per esser già lì molto presto al mattino. Faccio dei disegni e poi ci torno. Fotografo in una direzione precisa, il cielo, verso nord. La campagna qui non mi diceva molto. Niente che mi avesse colpito, niente che potesse distrarmi o attrarre la mia attenzione. Ma mi volevo aiutare, per capire, per accettare. Che non ci siano rilievi in questa pianura, si sa. Nel paesaggio di Siena ti senti coccolato. Qui si è smarriti, non protetti. Poi c’è stato un momento magico. Aprire gli occhi e dire: ecco l’orizzonte! È lì il punto!’’. Non so se Luigi stesse pensando al Ronald Barthes di “La camera chiara”. Certo ha descritto lo stesso affastellarsi di sensazioni forti. Un’agitazione interiore, una festa, un lavorio, la pressione dell’indicibile che vuole esprimersi. “Mi pareva – si legge in Barthes – che la parola giusta per designare (provvisoriamente) l’attrattiva, che certe foto esercitavano su di me, fosse l’avventura nel senso di avvenire. La tale foto, la tale situazione ‘mi avviene’ mi anima e io la animo”. Ci si lascia prendere da un benessere che si può chiamare ‘affetto’. Se l’affetto è ‘medio’ non è che un interesse razionale, definito da Barthes studium e siamo noi che ne andiamo alla ricerca. A volte l’affetto è talmente potente che lo subiamo. Ci lasciamo colpire, trafiggere, ferire, pungere. Questo è il punctum.” E quando accade è un turbamento e bisogna averne coscienza. “Io – dice Biagini – mi atteggio a recepire, provo a mettermi in sintonia con le cose. Ci torno, mi voglio svegliare ed essere già lì. La campagna ferrarese dovevo ancora capirla. Per lasciarmi toccare, dovevo lasciarmi andare. Capire la luce, che cambia la qualità della materia. Ecco l’orizzonte. Puoi guardare molto lontano, non finisce più. Ci si deve esercitare nella disciplina di guardare il vuoto”. Si può fotografare il vuoto, l’assenza, il non essere. Fotografare il vuoto fa risaltare tanti piccoli particolari dei quali non ti saresti accorto, saresti stato distratto da tante cose. Nel vuoto si guarda meglio. Nella pianura di Ferrara sembra non ci sia niente, poi ti accorgi: c’è dell’acqua, c’è un piccolo rilievo, c’è un volo, davanti a questo orizzonte che non finisce più. “Dove passo, se ho sentito delle emozioni forti, allora fotografo. È stato così a Santa Bianca, passata l’idrovora, con la luna piena, che c’ha messo un po’ a tramontare: sono stato colpito, una meraviglia, gli occhi andavano lontano, alberi e alberi e alberi, lontani e piccoli, e il colore. È lì che la pelle si ‘accappona’, ti senti come una luce bianca tutto intorno alla testa”. La nostra pianura, i nostri orizzonti ampi, le nostre strade bianche, le nostre idrovore, i nostri pioppi, non sono questi i soggetti di Biagini. La nostra fissità, il tempo fermo e sospeso è il punctum. La fotografia è un atto di convalida. È come dire ‘ciò è avvenuto’, e ‘avviene’ al presente ogni volta che si riguarda la foto. Pur immobile, l’immagine rifluisce ogni volta in realtà e si fa ‘sirena’ che attrae dentro al suo tempo. Lucia Boni
Spazio espositivo: Galleria del Carbone Città: Ferrara Indirizzo: Via del Carbone, 18/a Telefono: 3939546489 Sito web: http://www.youtube.com/my_videos?feature=mhw4 Email: acca.blu@libero.it

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