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Claudio Alessandri

Pubblicato da
Claudio Alessandri
il 09 gennaio 2011

CARLO SORESI e L'INTERVISTA ALLA MADRE DI GIULIANO NEL GIORNO DELLA SUA MORTE - Parte 2

Per un attimo ebbe un cedimento, ma solo per un attimo, brevissimo, poi riacquistò tutta la sua sicurezza che si basava su anni ed anni di esperienza nella “cronaca nera”, in lunghi periodi spaventosi, quando i morti ammazzati si contavano a decine al giorno nonostante l’impegno diuturno delle forze dell’ordine che, per convincere i riottosi a parlare non lesinavano le “maniere forti” e le carcerazioni in massa, anche se le speranze che quei “malcapitati” parlassero erano nulle, un po’ per rispettare la “maledetta” regola d’onore, un po’ per evitare una morte ancor più disonorevole esibendo al cielo, che non potevano più vedere, un “sasso in bocca”.


Adesso era pronto, ogni organo sensorio era “acceso”, una “balestra” pronta a saettare ad ogni impulso, anche il più insignificante. La donna si accostò al portone e bussò per tre volte, poi un breve intervallo ed ancora una volta. L’attesa fu brevissima, il battente fu aperto quel tanto da permettere d’entrare ai tre e subito fu rinchiuso alle loro spalle, con un leggero tonfo. Il giornalista ed il suo amico fotografo compresero di trovarsi in un ambiente molto vasto, ma rimasero disorientati dal buio pesto appena rischiarato da una tenue luce che gli sembrò provenire da un lume a petrolio che dava l’impressione di essere sospeso nel vuoto.


Fatto qualche passo si arrestò prudentemente attendendo che si facesse luce o che qualcuno giungesse ad indicargli dove andare … l’urlo lo sorprese facendolo sobbalzare, sentì la pelle accapponarsi, quell’urlo, sospeso nel buio, sembrava provenire da un animale, un animale che era stato colpito da un dolore planetario … lungo, monocorde che si spense all’improvviso, così come era nato.


Il giornalista, ancora scosso, non osò proseguire e fece bene perché da un punto imprecisato della stanza giunse un gemito d’anima in pena poi, una voce flebile di donna anziana soverchiata dal dolore immane e … udì distintamente quelle parole: “u viristivu, u viristivu comu m’ammazzaro u me fighiuzzu, u sangu meo, peggio d’un agneddu mi lu scannaru”, poi tacque.


Il giornalista, nonostante ne avesse viste e sentite di tutti i colori, era impietrito … ed ecco un lamento appena udibile che assumeva sempre più un tono stridulo, fino ad esplodere in parole senza senso, strascicate che si interrompevano e poi riprendevano con nuova lena; quelle il giornalista le aveva udite tante volte, nenie di “prefiche” che, per denaro enumeravano, dolorose tutti i pregi del morto che stavano vegliando. Nel loro orrendo salmodiare, senza saperlo, tornavano indietro di parecchi secoli, quando i coloni greci giunsero a popolare le terre ubertose della Sicilia portando seco, legame insolubile con la madre patria, gli dei, le leggende ed i riti legati alla morte.


Quel mondo sotterraneo che li accoglieva al termine dell’esistenza terrena e con quelle mendaci dolenti orazioni cercavano di indurre in errore gli dei degli inferi che, impietositi, avrebbero riservato un “posto” degno di un uomo … giusto -. Il giornalista non sapeva più che fare, a quel punto avrebbe abbandonato volentieri l’impresa, ma l’occasione era troppo ghiotta e lui aveva una “fame” inesauribile di notizie, quindi rimase dritto come un fuso, tenendo stretti nelle mani senza accorgersene; “la marsala” ed i biscotti. Finalmente avvertì una decisa presa ad un braccio, era chiaro l’invito a camminare, man mano che avanzava, condotto come un non vedente, verso la luce fioca del lume, cominciò a scorgere qualcosa, una forma indistinta, nera come il carbone che stava su una sedia di fattura grossolana.


Quando giunse a pochi passi, riecco la voce , fioca, dolente e lamentosa; il giornalista si bloccò di colpo e rimase ad ascoltare, la schiena curva in un involontario inchino di “rispetto” L’anziana madre di Giuliano apprezzò con molta evidenza quel gesto che classificava quell’uomo che gli stava di fronte, amico di Turiddu, ma anche galantuomo di vecchio stampo, abituato a rendere omaggio all’anzianità. La donna lo ringraziò per il gesto d’affetto fatto al suo povero figlio, quel drappo nero rispettava la tradizione, ma principalmente l’amicizia, più preziosa dell’oro in quel momento luttuoso per lei e per tutto il paese. Poveretta, non poteva immaginare di trovarsi di fronte ad un giornalista che per quel “servizio”sarebbe stato disposto a vendere l’anima al diavolo, se non lo avesse già fatto tanti anni prima.


Il cronista pronunciò alcune frasi di circostanza con voce bassa, gentile evitando toni troppo smaccatamente “ruffiani” perché era perfettamente cosciente che quella anziana donna se avesse colto nel suo tono qualcosa di poco sincero, lo avrebbe cacciato senza misericordia; ma ecco il colpo da “maestro”, disse che era certo che lei non aveva inghiottito nemmeno un boccone, non che avesse fatto un grande sforzo per giungere a quella affermazione, aveva notato accanto alla povera donna, su un piccolo tavolo, un piatto di spaghetti al sugo, ancora intatti ed evidentemente “ammassati”, probabilmente portati da qualche vicina di casa, in pieno rispetto d’antichissima tradizione poiché nella casa di un defunto il focolare doveva rimanere rigorosamente spento.


Quindi la pregò, la supplicò di accettare qualche biscotto inzuppato nella “Marsala”. Il rifiuto fu deciso, quasi violento, ma il giornalista era preparato a quel diniego, rientrava nella “norma”, insistette con tono persuasivo: “lo faccia per farci contenti” ed, infine, la povera donna accettò, ma disse: “uno, uno solo, per non offenderli”. Mentre sbocconcellava con evidente sforzo il biscotto inumidito nella “Marsala”, il cronista iniziò la sua intervista, come se parlasse del più e del meno, non scriveva nulla, ma memorizzava tutto nel suo cervello che “era meglio di un registratore”, era solito dire. Andò avanti per ore, quella dolente madre aveva dato la stura ai suoi ricordi, era un fiume in piena, ed il cronista era al settimo cielo. Intanto i biscotti divennero due, poi tre e poi finì il primo pacchetto e la bottiglia “della Marsala” si era svuotata per metà.


Il fotografo, non potendo fare uso del flash che avrebbe indisposto e quello che era più grave insospettito la madre di Turiddu, fidando nella poca luce e nella pellicola ultra sensibile nonché nell’aiuto del “buon Dio” tenendo la “fida Minolta” appoggiata al fianco destro, “scattava” a ripetizione. La sorpresa più bella ma sarebbe meglio dire “stupefacente”, venne successivamente quando, chiuso nella camera oscura iniziò lo sviluppo in preda ad un ansia pazzesca e vide comparire, a poco a poco, delle immagini straordinarie. Il buio totale dell’ambiente dove erano state “scattate”, aveva isolato la fioca luce del lume a petrolio creando un alone fluorescente attorno alla figura tragica dell’anziana madre una misteriosa “aura” che incuteva timore, dalla quale scaturiva un’atmosfera sacrale che contribuiva ad acuire un dolore senza tempo. Il fotografo rimase in silenzio come fulminato da quella strana casualità eppure essendone tentato, per pudore non disse mai che quel risultato lo si doveva alla sua bravura professionale.


Questa volta il fotografo, sempre alla ricerca di una “preda succulenta”, fu colto da uno “strano” sentimento di rispetto e di pietà, una sensazione che aveva gettato dietro le spalle tanti anni addietro, quando “tenero” di mestiere, era ancora capace di commuoversi di fronte al dolore altrui. L’anziana mamma di Giuliano, all’improvviso, crollò in un sonno profondo; al quale, oltre la veglia prolungata, aveva contribuito la “mezza bottiglia della Marsala”. Il cronista a quel punto si alzò dalla sedia dove si era posto a sedere e senza far rumore, dopo essersi accomiatato dalla cugina di Turiddu che era rimasta tutto il tempo in disparte in rispettoso silenzio, a passi veloci si diresse verso il luogo dove aveva posteggiato l’automobile.


Il fotografo che lo aveva seguito come un ombra, non perdette tempo e guidò veloce, ma con prudenza, percorrendo la strada tortuosa che dal paese portava alla città; il giornalista silenzioso, elaborava mentalmente il “servizio”. Giunto in città non andò a dormire, ma si pose davanti alla macchina da scrivere senza dimenticare la “indispensabile” bottiglia di “Martini” e uno o due pacchetti di sigarette e continuò a “martellare” sui tasti per parecchio tempo; quando ebbe finito era sfinito, ma felice come mai nella sua lunga carriera. Il “servizio” comparve su diversi giornali, con tanto di fotografie.


La notizia rimbalzò in tutto il mondo e parecchi colleghi che avevano visto quel tizio dall’aspetto “stracco” che abbandonava la scena del crimine, inseguito dai loro sguardi compassionevoli, compresero di essere stati giocati come pivellini, ma che fare? Tanto valeva levare il “peana” per quel collega che aveva resa famosa tutta la categoria. Il vecchio cronista visse il resto della sua vita in quel ricordo e si lagnava quando qualche collega affermava (con perfidia) di non avere alcun ricordo di quel fantastico “scoop”; tanto che per lui divenne un ossessione. Continuò a lavorare, ma ogni avvenimento, per quanto interessante, non gli sembrava degno della sua “formidabile penna”, e così finì per litigare con tutti i direttori dei giornali con i quali collaborò, finendo per dirigere un settimanale locale al quale, per mia fortuna collaboravo avendo l’opportunità di raccogliere quella straordinaria testimonianza. Ed ecco la notizia tanto attesa: “hanno rapito Mario Di Mario”.


Per il cronista si riapriva l’orizzonte delle notizie degne della sua “famosa penna”. I tempi però erano mutati, polizia e carabinieri non facevano trapelare nemmeno la notizia più insignificante che, data la sua straordinaria fantasia, avrebbe tramutato in un “pezzo” degno di nota. A cosa abbarbicarsi? Nella diffidenza generale e per dippiù era evidente “l’odore di mafia” ai più alti livelli; esporsi poteva significare una “definitiva” scarica di lupara. Il giornalista però, non era tipo d’arrendersi tanto rapidamente. Si diede da fare cercando di non mettersi troppo in vista, ma nulla, si arrovellò, si disperò e alla fine non trovando altra soluzione, decise di condurre una sua “indagine parallela” e da quel giorno sul suo settimanale cominciarono a comparire dei “servizi” spettacolari.


Ed ecco alcuni titoli: “nell’arresto di Di Cristina (mafioso del tempo) c’è posto per il caso De Mauro?” e “il lutto non si addice Elda De Mauro” ed ancora “Elda De Mauro si difende”. Ovviamente ai titoli seguivano i relativi “servizi”, d’effetto anche questi. Del genere: “De Mauro non era stato rapito, ma la sua era una fuga d’amore, infatti era stato visto, dopo il presunto rapimento, a Milano in compagnia di una signora bionda, bellissima, siciliana, sposata e divorziata e la prima di sesso femminile a conseguire il brevetto per pilotare aerei civili. “Il giornalista scomparso era stato visto (sempre con la stessa signora) a Nuova York. Concludeva un servizio nel modo seguente: “La pista che noi riteniamo utile da seguire è molto semplice, è una pista, diciamo, impregnata di amore e di sentimento, e soprattutto di speranza che Mauro De Mauro possa essere vivo, dove e con chi noi non sappiamo”. C


on quel tipo d’inchiesta non lo avrebbe saputo mai lui e nessun altro. Quel cronista, d’altri tempi, andò in “cielo” poco dopo la scomparsa di Mauro, certamente non per il dolore di non aver potuto fare uno “scoop”, ma per un fegato grosso come un pallone per le abbondanti libagioni e le migliaia di sigarette che lo tenevano sveglio nelle notti insonni, quando dalla sua “famosa penna”, scaturivano pezzi memorabili, anche se a suggerirli era una feconda fantasia


Claudio Alessandri


Tratto dal libro “Il mistero, Santa Flavia e altri racconti” di Claudio Alessandri

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