articles: Dalla Biennale che ci tocca alla Biennale toccante.
Articolo pubblicato su Sckeda Metropolitana - Antonella Sassanelli
Antonella SassanelliFonte Sckeda Metropolitana : http://www.skeda.info/scheda-_skeda_periodico_Prato/UN_ALTRO_QUI_1_0_3.html
Dopo 116 anni di vita, la Biennale conferma di essere una delle manifestazioni d’ Arte più importanti del globo. La formula è confacente a presentare questa “Mostra Internazionale”, in realtà parsimoniosa di novità, che non trascura di far scoprire anche fresche sfaccettature di ciò che è noto: le tre tele del Tintoretto - l’Ultima Cena, il Trafugamento del corpo di San Marco e la Creazione degli Animali - “monito agli artisti viventi a non indulgere nelle convenzioni!” come dice il Presidente Paolo Baratta, sono poste elegantemente nel Palazzo delle Esposizioni, circondate dai piccioni di Cattelan, che in verità sono ovunque, tanto che dopo il primo impatto di curiosità, più per il sentito dire e le polemiche dei giorni scorsi, vengono a noia.
I numeri della 54.Biennale sono impressionanti, tra padiglioni fissi, invitati, mostra internazionale ed eventi collaterali, un paio di cose sono sicure: impossibile vedere tutto ed improbabile restare lucidi di fronte a così tante opere, rappresentazioni e concetti. Così opto per qualche solito noto e mi dedico con vera curiosità all’ altra Biennale, quella delle novità, dei Padiglioni debuttanti, di cui parlerò esonerandomi dall’ ordine di percorso.
Quasi inaspettato il padiglione dell’ Egitto, che era stato in forse fino ad Aprile, porta una delle esperienze artistiche e sociali più commoventi, coinvolgenti e toccanti di tutta la Biennale, attraverso il documentario “30 Days of Running in the Place” e un filmato sui primi giorni di rivoluzione, realizzati dall’artista multimediale Ahmed Basiouny, ucciso il 28 gennaio in Piazza Tahrir durante la rivolta. Una decisione coraggiosa quella della curatrice Aida Eltoire che, con l’ aiuto e la partecipazione dell’ artista Shady El Noshokaty, ha voluto raccontare e ricordare i grandi cambiamenti avvenuti di recente in Egitto.
Le sorelle Shadia e Raja Alem per l’Arabia saudita, che per la prima volta partecipa alla Biennale di Venezia, presentano l’ installazione ”The Black Arch” – l’ Arco Nero - rappresentazione del pellegrinaggio a La Mecca, e cercano di illuminarci sul valore del Nero, all’interno del quale crescono: dalle sagome nere delle donne saudite, al telo della Ka’aba, la casa di Dio, fino alla Pietra Nera.
Pena nei container di Haiti disposti perpendicolarmente a crux commissa - Death and fertility - ad opera del gruppo Atis Rezistans, che vuole richiamare l’ attenzione sia della loro provenienza, un quartiere molto povero di Port-au-Prince che si trova nelle vicinanze del porto, sia della realtà sociale, culturale ed economica di Haiti fatta di commercio marittimo e sfruttamento.
Il Padiglione Corea è stupefacente, si entra e si viene immersi in fiori e colori, specchi e robot, poi ci guarda meglio intorno e dai fiori spuntano armi [Angel soldier] e gli specchi esplodono [Broken mirror], ci sono i soldati con tute mimetiche a fiori, e altri specchi che riflettono la nostra immagine ma proiettandoci dentro e tra i visi di Budda e Gesù. E poi i lucidi manichini della serie delle Pietà.
Grande bazar, esplosione di creatività, per il “Re delle rane”. Hong Kong apre la Mostra di Kowk Mang-ho nello spazio espositivo di fronte all’ ingresso dell’ Arsenale, con una quantità di installazioni che pare straripare, ma senza l’effetto “affastellato”.
Sembra di essere in una chiesa, con tanto di panche, candele e altare, nel padiglione della Germania, dove è stata ricreata un’installazione del 2008 di Christoph Schlingensief, scomparso la scorsa estate.
La Francia ha portato Christian Boltanski e il suo contorto congegno, che ci avrebbe colpiti lo stesso anche fosse stato meno grandioso. Volti di neonati e di anziani deceduti, si s/compongono gli uni con gli altri, per bloccarsi con uno stridore acuto alla combinazione di un viso completo. Toccante, penetrante e suggestivo questo lavoro, con la conta dei neonati in tempo reale in uno spazio e dei morti in un’ altro.
Lo Zimbabwe cerca di mettersi in discussione, confrontando il proprio passato, presente e futuro. Almeno così vuol fare intendere, ma pare che la realtà qui sia ancora parecchio coercitiva. Colpiscono comunque le installazioni di Tapfuma Gutsa ‘Rough Justice’,’The Teatre Absurd ‘ e la scultura ‘Lightning’.
Attraverso le “Parabole” di cinque artisti appare alla 54.Biennale anche la Repubblica Popolare del Bangladesh. Con l’installazione ‘I was told to say these words’ fatta di maiali e pelli, neon e suono, Mahbubur Rahman ironizza sulle convenzioni comuni e l’obbligo sociale a soggiacere ad una serie di norme strutturate. E ancora: in una società patriarcale quali sono le opinioni del maschio verso il “femminile” ? Ecco la mordace installazione ‘Bizzarre and the beautiful’ di Tayeba Begum Lipi: lingerie fatta di lame di rasoio in acciaio inox.
Memory of Books di Chiharu Shiota, evento collaterale a cura di James Putnam, è un’ interessante installazione. Una stanza intera occupata da libri, una scrivania e una vastità di fili di lana nera, intrecciata, nebulosa, a rappresentazione delle intricate relazioni umane.
‘Acqua ferita’ è il tema dei sei artisti che rappresentano l’Iraq, più della guerra civile e del terrorismo, infatti, la penuria di un bene fondamentale come l’acqua è uno dei più estremi allarmi.
Nel Padiglione USA artisti e atleti collaborano nelle varie performance. Si corre per la pace su un tapis roulant posto sopra un carro armato rovesciato: installazione pacifista. Si, si, sono persuasa, infatti abbandono il padiglione. Amen. L’arte furbesca, quella scaltra, d’ altronde non è contemporanea, è vecchia come il mondo.
Riuscita la performance personale di Vittorio Sgarbi, che ha ottenuto di essere l’unico artista del Padiglione Italia. Mettendo in piedi un’ esibizione durata mesi tra “lascio o raddoppio”, ha ribaltato ruoli e status. Intellettuali "di chiara fama" hanno fatto i curatori e gli artisti sia che abbiano accettato, ma ancor più quelli che hanno rifiutato, alla fine hanno fatto i critici. Che baraccone che ne è venuto fuori ! Eppure, con tutte queste opere, buttate là, accumulate come in un deposito, si è riusciti a dare esattamente l’ idea dell’Italia, almeno di quella che ci sarà finché ci saranno gli Sgarbi e i Bondi.
Torniamo a parlare di emozioni e commozioni, che è compito dell’arte. E parliamo ancora di Vittorio Sgarbi, questa volta davvero curatore. E’ il Museo della Mafia: si cammina in penombra, la musica è coinvolgente, e attraverso i titoli dei giornali si scorrono gli anni e i fatti della mafia. Ci sono 10 cabine, tipo quelle elettorali, che diventano luogo di racconto e di orrore: parlatoio, macello, confessionale. Menziono in particolare la sala del ‘Compianto’ di Inzerillo, una sala che a dispetto della semioscurità e della musica rasserenante, pare urlare e richiamare l’attenzione dell’ umanità ad una sofferenza senza tempo.
La biennale cinese è la più amara da raccontare. Difficile riuscire ad apprezzare fino in fondo le belle e aromatiche installazione degli artisti scelti dal regime, peccato per gli sforzi che loro hanno fatto per arrivare fino a qui, con la cappa scura del grande assente-più presente che mai Ai Weiwei. Lo spazio a disposizione dei cinesi è uno dei più belli, con questi grandi serbatoi per l’olio che i cinque artisti sono riusciti ad includere nelle opere e installazioni multisensoriali. Nel giardino antistante il padiglione, umide nuvole avvolgono di profumo il visitatore. Cai Zhisong, Liang Yuanwei, Pan Gongkai, Yang Maoyuan e Yuan Gong, ognuno con il proprio stile, cercano il bello, che nell’estetica cinese viene messa in relazione al sapore: il profumo del te, dei fiori di loto, delle erbe medicinali, dell’incenso e dell’alcol.
Il Padiglione più lontano, una passeggiata fino a Sant’ Elena: contaminazioni artistiche per lo Stupore della Costa Rica, in cui troviamo l’installazione ‘Ragno’ in vetro, plexiglass e led della brava artista fiorentina Silvia Fossati. La risolutezza a rispettare i diritti inalienabili dell’uomo, onde evitare un nuovo oscurantismo puntando sulla meraviglia della rinascita.
Di padiglione in padiglione, da mostra a evento collaterale, è di pazienza che ci si deve e ci può armare, quello che semmai manca al visitatore che dispone di solo un giorno o due, è il tempo. Lo stesso che è stato meticolosamente studiato per consumare le sculture in cera dello svizzero Urs Fischer, trentotto anni, che riproducono in grandezza naturale il Ratto delle Sabine di Giambologna e destinate a bruciare lentamente sino al 27 novembre, quando la Biennale chiuderà i battenti.
Antonella Sassanelli per Sckeda Metropolitana
Antonella Sassanelli - June 19, 2011









































