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equinterviste - AGOSTINO ARRIVABENE

Pubblicato da
Emiliano Stefenetti
il 19 novembre 2012
L'estasi divina di una realtà atemporale

Incontrare Agostino Arrivabene può essere (e per me lo è stata) un’esperienza che si può definire quasi onirica.
Si potrebbero trascorrere ore senza sentire il peso del tempo che passa percorrendo sentieri mentali colmi di un bagaglio culturale che prescinde dal tempo.
Agostino apre la sua mente, immaterica wunderkammer, in una mescolanza di religioni e miti, di civiltà e storia, ma anche di emozioni come amore e delirio, morte terrena e vita divina, che trasformano l'artista in una sorta di custode di una cultura quasi dimenticata, che traspira nella ricerca di un estetica viscerale, di un’arte immaginifica e per certi versi ipnotica.
Ammirare le sue opere vuol dire chiudere le porte del proprio quotidiano e immergersi visivamente in un dialogo tra la propria mente e il soggetto rappresentato, in un contatto mentale e visivo che diventa inesauribile.
La sua è arte una continua ricerca di intricati e misteriosi rapporti tra martiri e dei, bagliori luminosi e sacri silenzi, efebiche figure e potenze mitologiche, dove i personaggi da lui dipinti sembrano intrappolati in nuovi archetipi di mistiche estasi atemporali, dando origine ad un risultato iconografico innegabilmente ricco di un potere metafisico e affascinante che va oltre al contemporaneo, va oltre ciò che è oggi, rappresentando una realtà che non è ne presente, ne passata, ne futura, ma bensì infinita.

In occasione della sua nuova personale a Roma, dove una ventina di lavori daranno modo di indagare nel suo percorso artistico e personale all'interno degli spazi della First Gallery, ha aperto il suo mondo ai lettori di Equilibriarte.
La tua nuova personale prosegue nel percorso d’indagine partito nel 2011, con la mostra “Isterie Plutoniche” e poi nella più recente mostra “4 Way Street” tenutasi a Palazzo Tè a Mantova.
Una mostra che nasce quindi da un processo creativo mai interrotto ma in continua evoluzione, aperto a continui stimoli e influenze. Vuoi parlarcene?


Ho condensato quest'ultimo gruppo di opere in un’esposizione che ha come titolo “Theoin” dopo un viaggio intrapreso in Attica e che in realtà è iniziato subito dopo l'estate del 2011 dopo la mia partecipazione alla Biennale di Venezia nel padiglione Italia.
È stato un percorso cadenzato in due anni durante il quale ho scoperto i luoghi a me molto cari dell'antica civiltà greca; era da tempo che desideravo spazi dove poter verificare i miei miti personali.
La Grecia è ancora il ricettacolo di una cultura che muove i suoi passi su quella arcaica ma che ha saputo riciclarsi anche in quella ortodossa senza perdere il senso del sacro che era insito nell'uomo antico.
L'uomo greco viveva una tensione di ricerca del del divino in ogni gesto del suo quotidiano, ogni atto del suo procedere nei giorni, era votato agli dei, al mistero che sublimava nelle loro icone.
Tutt'ora si vive questo stato emozionale, ma virato nella religione cristiano/ortodossa e i pellegrini che seguono questa professione di fede vivono pienamente con devozione sincera ogni rituale ad essa legata.
Il discorso che dovrei stilare per portarvi alla comprensione piena del corpus delle opere di "Theoin" sarebbe molto complesso perché piuttosto articolato in labirintici percorsi tra mistica e mito, ma anche nell' esperienza di vita privata e personale.
Certamente la precedente mostra personale "Isterie plutoniche" è stata un esposizione snodale nel mio percorso, una mostra che ha saputo far diventare carne le paure e le ansie, virandole in un linguaggio nuovo e decisamente più espanso verso nuove sperimentazioni espressive, sia tecniche che formali e concettuali.
Come hai appena detto, la tua nuova esposizione s’intitola “Theoin”, vuoi spiegarci il perché di questo titolo e cosa significa?

Theoin è un antica parola greca che ho scoperto incisa su di un piccolo tempietto votivo in terracotta dipinta nel museo dell'acropoli ad Atene, mi colpì il fatto che era dedicato alle due Dee Demetra e Persefone, mie dee tutelari di questi ultimi quattro anni di vita e lavoro.
Il manufatto era decorato con le rappresentazioni dei misteri Eleusini, raffigurati attraverso processioni in cui il devoto, un certo Ninnioin e con altri astanti, reggevano le torce rituali.
Ninnioin era anche il misterioso pellegrino che donò al tempio di Eleusi questo piccolo manufatto che probabilmente era anche un oscillum, oppure un dono appeso ad una parete dove probabilmente era essa stessa gremita di altri similari oggetti artistici di devozione, era una sorta di ex-voto del quinto secolo avanti cristo.
Theoin significa “alle due divinità” o “alle due Deità” ed è stata una parola che come una nenia ossessiva è entrata in me, era la formula arcaica di un rituale, un frammento lacerato di un antico officiante che donava alle massime divinità ctonie l'intera sua vita.

Emerge quindi un’innegabile l’influenza mitologica-sacro-religiosa, che ben si denota anche in tue precedenti opere.
Ma se in passato le citazioni nelle tue opere erano più chiare e di facile lettura, ora il tutto sembra fondersi in una sorta di visione mistica concentrata tra il rapporto della figura umana e il divino, in una mescolanza di culture senza specificare una precisa religione o culto. In questa mostra c'è un tema centrale che fa da filo conduttore a tutte le opere?


Tutto il percorso di questa mostra è il percorso di un Mystai, cioè un iniziato, come venivano nominati coloro che intraprendevano il cammino del vedere e toccare le Dee durante misteri eleusini; di questi misteri nulla si conosce, a parte le processioni e i rituali che li caratterizzavano e che partivano da Atene durante il nostro mese di settembre e per circa dieci giorni proseguivano il cammino ad Eleusi località poco distante dalla città.
Le varie ricostruzioni di queste coreografie rituali sono state quasi completate, ma ciò che avveniva nel tempio/santuario di Eleusi, cioè il telestherion, non si potrà mai conoscere, il mistero era celato in modo rigido, nessuno poteva riferire ciò che vedeva ed avveniva al suo interno .
Ho pertanto costruito i miei passi pittorici sulle orme di un iniziato, alla ricerca della visione e del volto della divinità che muta e trans-muta la vita di chi le incontra.
In realtà la mostra è composta di rivelazioni e Theofanie, manifestazioni del mistero stesso sotto forma di dardi e lampi, shining che illuminavano la vita postuma dell'iniziato dopo l'incontro con la Dea Demetra e sua figlia Persefone, il dono della caris (la grazia) era il frutto di questa rivelazione, la sapienza che mutava lo sguardo dell'iniziato.

Trovo molto interessante all’interno di questo tuo percorso creativo anche la rottura con l’iconografia classica di alcuni miti o racconti sacri che vengono ripresi nei tuoi quadri in una visione totalmente nuova e del tutto personale. Su tutte mi ha colpito recentemente quella di San Sebastiano, analizzata in un bellissimo dittico esposto alla Biennale di Venezia del 2011

Il dipinto che tu ricordi è nato in ambito Biennale nel 2011 dopo un percorso intrapreso insieme a Pier Luigi Pizzi, essendo lui devoto all'immagine del santo martire e possedendo già nella sua ricca collezione d'arte antica una mia opera dedicata a quest'icona, sorse il desiderio da parte di entrambi di poter sviluppare al meglio una nuova immagine, partendo da quel primo studio eseguito su carta. Ho così realizzato un dittico per poter esprimere due visioni separate ma in stretto dialogo fra loro, il dittico era l'esatto riflesso di due diversi sguardi femminili, di due donne coeve al santo e sue devote, Irene e Lucina, citate nelle cronache della sua vita Da Jacopo da Varagine e da alcune testimonianze di Sant'ambrogio.
Esse avranno il destino di salvare il santo in due differenti modi.
Il desiderio forte era quello di rompere l'iconografia avvallata da secoli per creare una forma visiva nuova dedicata al santo, pertanto ho sviluppato un disarcionamento della sua verticalità iconografica di santo martire sempre teso o su colonne o su pali e sempre frecciato in atto sacrilego dagli aguzzini, per poter raffigurare due visioni metafisiche private, due atti allucinatori che poi, altro non sono che due modi diversi di raffigurare due sintetici fotogrammi della sua vita.
Il primo telero raffigurava un santo in atto di fluttuanza su una misera lettiga, un miracolo di levitazione in cui le preghiere e le cure di Irene vengono esaudite con questa manifestazione divina tra ombra e luce, una lama luminosa che taglia in due un momento determinante del primo martirio di San Sebastiano, avvenuto sul colle palatino per mano di sicari mossi dall'imperatore Diocleziano.
Le frecce dovevano averlo atterrito morto, invece la pia Irene lo ritrova aggrappato all'ultimo filo di vita e decide di guarirlo con le cure mediche che si riveleranno salvifiche e miracolose, il santo così riprenderà vita per poi riprendere l'accusa ancora a Diocleziano, il quale infine deciderà di martirizzarlo per una seconda volta attraverso la fustigazione, l'evirazione e l'annegamento nella cloaca maxima a Roma per disperderne le spoglie del suo corpo definitivamente .
Il primo telero è una visione statica in cui il colore viene annullato per lasciare spazio all' evento determinante del miracolo vero e proprio di mia nuova concezione, ed esattamente dai buchi lasciati dalle frecce la pia Irene vede sorgere fiori ben ricomposti nei vasi sanguigni di San Sebastiano, erano vere e proprie estroflessioni arteriose che io ho sapientemente composto in ramificazioni arborescenti di colore scarlatto per contrappuntare il bianco e il nero dell’ intera immagine, anche se di bianco e nero in realtà non si trattava, ma bensì di una sapiente amalgama di colori che ne simulavano una monocromia più livida e azzurrina, come se una luce lunare improvvisa e notturna dava vita al corpo divorato dal nero dell'ombra. La seconda immagine, opposta e speculare al primo telero, era invece lo stesso San Sebastiano immerso in una liquidità di fiume ma senza alcuna connotazione faunistica, solo dei lacerti di alghe apparivano nel basso registro del dipinto che richiamavano per simultanea memoria ottica l' arborescenza degli zampilli di sangue del precedente dipinto.
Il santo in questo caso viene visto nel sogno di Lucina, la seconda donna, alla quale rivela dove corpo giace dopo il secondo martirio, arenato lungo il tragitto del Tevere.
Per contrapposizione all'immagine precedente, questa è immersa in un colore verde e blu azzurro che raccoglie un irradiamento di luce che proviene dal miracolo del sogno; il santo ancora una volta fluttua, ma questa volta è sospeso sul fondo del fiume e disegna la sua ombra oscura e in un gesto teso del suo capo pare baciarla.
Il ricordo del rosso del sangue viene condensato questa volta da un fiotto che esce dalle labbra, che come un fumetto di tradizione pop ma anche viva nelle iconografie medioevali dice " ich sum" (sono qua).
Ho amato moltissimo la realizzazione di questo dittico perché in esso ho voluto scardinare violentemente l'icona del santo come per raccapriccio di quegli uomini dai bei corpi che in staticità apollinea bamboleggiavano nelle pale d'altare di quasi tutta la storia dell' arte, deformando l'immagine di un guerriero della cristianità in un languido vessillo erotico e diventando infine per grottesca tradizione il santo simbolo per gli omosessuali dei nostri giorni, un paladino dei Gay pride ante-litteram del passato ma anche odierni e che con fastidio vedo sempre ancora usare come simbolo imbrigliato in un simbolo ghettizzante.

Altra immagine da te ripresa più volte e trasformata nella sua iconografia è quella del mito di Ganimede
Quella di Ganimede è un’icona molto più arcaica e che anche in questo caso il mondo omosessuale ha voluto far sua.
Ganimede è il bel fanciullo rapito dalle brame di Zeus per farne un coppiere dell'Olimpo.
Nel telero esposto per la prima volta a Palazzo Te a Mantova nella sezione monografica che mi riguardava nella mostra pubblica " 4way street " curata da Luca Beatrice, ho voluto, anche in questo caso, rompere ogni riferimento con l'immagine zoomorfa metamorfizzata di Zeus e con le varie tradizioni ornitologiche che lo raffiguravano come una possente aquila minacciosa. Nel mio caso Il Dio diviene una manifestazione pluricellulare, un vibrione mefitico ma abbacinante che fluttua sopra il corpo di Ganimede portandolo in estatica levitazione verso uno spazio siderale, come per digerirlo e farlo suo fra i mitocondri e i legami molecolari luminescenti al suo interno.
Ganimede raffigura la bellezza metafisica manifestata nella carne, una bellezza che può sviare per le vie dei sensi dei suoi meandri erotici, oppure portare l'intuizione verso la bellezza che si rivela nella divinità incarnata e pertanto in platonica fratellanza con l'unione mistica e di vicinanza fra uomo e Dio attraverso l'intuizione e la mediazione della “bellezza” come astrazione e mezzo che porta all'elevazione alla divinità.

Ultimamente nella tua produzione pittorica hai abbandonato la ricchezza compositiva che aveva caratterizzato le tue opere nei primi anni, per lasciar spazio ad immagini più evanescenti-atemporali-metafisiche. Cosa ti ha portato a questa nuova visione compositiva?
È stato un percorso lento che mi ha portato ad una maturazione verso il desiderio di mutare lo sguardo sulla realtà e sulle immagini, un ricordo di ciò che era nel mio lavoro è ancora rimasto sotto il velo formale, ma un contenuto più mistico, come tu stesso citi, ha mosso una visione decisamente più abbagliante nei confronti del mio lavoro.
Destrutturare ogni mio gesto è come un continuo atto libero, che parte da un abbozzo di gesti compulsivi e violenti che portano ad un automatismo accrescitivo delle immagini, che nascono da sciabolate fatte di colore steso in cospicue quantità e a volte gettato sulla tela. Il procedimento della casualità crea un sub-strato, tale da rendere l'immagine come un monolite michelangiolesco in cui i prigioni affiorano per simultanea visione tra l'assoluto e la mia tensione più cheratoctona, cioè di deformazione dell'immagine che vado a costruire; lentamente lascio affiorare ogni singolo lacerto sotto i colpi del pennello o delle grandi spatole con cui muovo il colore, l'immagine cresce fino a condensarsi in una visone sempre più chiara come in un processo che geologicamente potrebbe imprimere le forme che nascono in millenni ma in realtà in pochi istanti, dove la forma prende un corpo vitale e miracoloso che avviene in pochi secondi o minuti, come se una trance muovesse tutto, e così partendo da un magma informe plasmo la materia, come un Dio innamorato.

Anche nel rapporto con la superficie pittorica sembra ci sia stata un’evoluzione parallela a quella delle immagini, si è passati da una superficie liscia, pulita, pura (nel senso di perfezione di stesura pittorica) ad una più ruvida, graffiata, a volte rugosa, che altera il colore, l’immagine dipinta, dialogando con la composizione e diventandone elemento integrante.

Ciò nasce dalla violenza con cui attacco ogni volta una tela ben preparata e grazie ai dettami dei ricettari delle botteghe che mi corrono sempre in aiuto nella creazione di queste superfici.
Come sempre il filologismo tecnico mai è venuto a mancare, la sua sapienza testata in secoli sopravvive in me come un dogma, ma le ultime opere di Tiziano o gli ultimi lavori di Rembrandt, create a ridosso dei giorni più vicini alla loro morte, mi hanno mosso uno stato di fascinazione gestuale, che spesse volte, persino braccia, mani, stracci, lane d'acciaio divengono utili strumenti per muovere e plasmare la materia pittorica e come in una disciplina plastica, le immagini sorgono per sublimazione da un magma incandescente o monocromo, come spesse volte è già accaduto nel mio percorso artistico.
È per questo che la materia si addensa e si accumula, si liquefa e si scompone in croste che poi raschio e limo come fossero tavole di legno, avvengono vere e proprie piallature sulla superficie per far riaffiorare l'immagine che ho sepolto più e più volte.

In mostra ci sono anche alcune visione anamorfiche, una su tutte l’opera “Pro-genius”, che mettono lo spettatore in una sorta di instabilità e incertezza visiva. Nascondono qualche messaggio o lettura nascosta?

Le anamorfosi sono sempre state il mio assillo sin da bambino quando vedevo nei musei queste deformazioni presenti nei dipinti o in oggetti di mirabilia nelle molteplici wunderkammer sparse per l'Europa; certamente Holbein con il dipinto de “Gli Ambasciatori” è stato il mio cardine di paragone, ma non solo, a volte bastava capovolgere una sola immagine per scoprirne duecento, esse affiorano come lapilli da un fuoco o come pustole dalla carne di un malato, sono come vere apparizioni lisergiche .
“Pro-genius” è nato in modo altrettanto simile semplicemente osservando un dipinto di architetture di un artista di capricci del 1600 che attraverso lenti, prismi e poliedri in cristallo, ha preso forma come se il mio sguardo allucinato vedesse oltre il canale di un caleidoscopio proiettando un imbuto senza fondo verso una cavea buia ed oscura, è stato un viaggio d'ingresso verso i geni degl'inferi, un andito dove immani proporzioni facevano da sfondo a una fornace spenta delle mie passioni pulsanti .
Lo stesso Mimmo Paladino mi corse in aiuto tempo fa grazie ad una sua scultura in nichel che vidi esposta a Villa Pisani a Strà posizionata sotto un dipinto eseguito da Giovan Battista Tiepolo, la sua superficie complessa e specchiante e multi convessa digeriva l'immagine creando infinite visioni che mutavano ad ogni mio movimento di sguardo; sorse da questa visita l'idea di manipolare e plasmare un immagine esistente attraverso le rifrazioni degli specchi.

Recentemente hai introdotto l’oro zecchino nelle tue opere, ma non come semplice colore o decorativo simbolo di ricchezza, ma come luce (divina?) che piove, illumina e invade le figure dei tuoi quadri.
Un oro che appare non nella più facile e accettata perfetta visione dell’elemento, ma bensì ruvido, antico, vissuto, quasi assorbito dalla materia e dal contesto in cui e inserito.


La dimensione visiva dell'oro è sempre stata insita nelle mie visioni più molecolari sin da bambino nei vari viaggi a Firenze, quando mio padre mi portava per musei ed io amavo riflettermi impossibilmente in quella superficie lucida e lucente, in quello spazio astratto dove i santi e le vergini in trono si imponevano con pneumatica sospensione ed astrazione, allora era impossibile vedermici riflesso, era impossibile riconoscermi se non per una vaga sagoma indefinita, un’ombra appannata senza dettagli e lineamenti, non era uno specchio come sin da tenera età pensavo che fosse, poi scoprii che la forza lucidante del brunitoio o della pietra d'agata rendevano l'oro lucido ma non totalmente riflettente se non solo per far rifrangere le luci di un ambiente.
L'oro è l'antesignano della luce ed è il metallo che la simula nelle sole due dimensioni spaziali.
Simbolicamente diventa la soglia per portare lo sguardo umano verso la dimensione del paradiso, come nei dipinti di Beato Angelico, il cui metallo ne è declinato in diverse manipolazioni e che ora sto sperimentando in larga scala, la mostra personale romana dal titolo " Theoin " è solo l'avvio di un processo di mutazioni auree o di rinvigorimento della luce che porterà le mie immagini a fluttuare in regni di siderale staticità in un spazio dove un irraggiamento immaterico permetterà di rendere l'idea dell'infinito a cui quella soglia che vedevo da bambino mi invitava a varcare.
L'oro è un limen, cioè un passaggio, o un varco, è un limite tra riflessione e rifrazione, è il luogo dove le contrapposizioni si annullano e dove lo sguardo acquisisce l'intuizione verso il mistero; gli artisti del passato lo avevano già capito e non solo come noi pensiamo nel medioevo occidentale, ma anche nell'epoca più antecedente a quella della cultura cristiana, le immagini anche nelle civiltà più arcaiche, da quella egizia a quella greca e romana, erano spesso raffigurate in sfondi aurei.
L'oro era l'elemento che connaturava Dio, pensiamo alle sole sculture criselefantine che purtroppo sono andate completamente perse (a parte solo pochissimi frammenti provenienti dal complesso del santuario di Delfi e custodite nel attiguo museo) in cui i volti, le braccia e i piedi erano scolpite nell' avorio più candido, mentre il resto degli elementi dell'effige era costituita da un'anima portante in legno rivestita in lamine d'oro purissimo.

In quasi tutte le opere i volti dei tuoi personaggi sono “negati” allo spettatore e rappresentati in una sorta di dissolvenza-dematerializzazione che sembra fonderli con l’ambiente circostante. Vuoi spiegarci meglio?

Il Divino si manifesta agli occhi umani nella sua negazione e pertanto l'occultamento di un volto che è il vero simulacro in cui la bellezza idealizzata si esprime.
A mio parere, può solo essere negato per non scadere nel retorico, o nel decorativo o nel kitsch.
Già nell’immagine da me dipinta di Lucifero, un dipinto ad olio su tela di lino eseguito nel 1997 ai miei esordi pittorici e il cui volto veniva negato per la prima volta, un dipinto dalle reminiscenze fiamminghe nella sua costruzione formale e calligrafica. Esso raffigurava l'angelo oscuro scacciato da Dio nel racconto biblico, rappresentato nel suo fulgore eburneo solo nelle carni rosee del busto e nelle braccia e queste avvolte da fiori idealizzati con richiami iconografici all’arcaica raffigurazione della botanica del rinascimento italiano e fiammingo, questi sono in contrappunto ad una nerezza profonda nel punto esatto in cui sorgeva il suo collo e terminava nel punto in cui una corona floreale (citazione della corona sul capo della vergine in trono dipinta dai fratelli Van Eyck nel polittico dell'agnello mistico attualmente nella basilica di Sant Bavone a Gent) da me dipinta, fluttuava su quel vuoto nero sostenuta da un vuoto cosmico, fu la mia prima immagine arcaica in cui la negazione iconica del volto accentuava la presenza del mistero, la rivelazione del male sublimato nel buio totale, una digestione del suo cranio in un vuoto che era simbolo ed astrazione del buio, dell’essenza del male e delle sue forme originarie di angelo/uomo e più amato da Dio, un nero che ne raffigurava il castigo divino al suo angelo prediletto, volevo un’essenza luciferina in cui il nero diventasse il protagonista, e pertanto iniziai a creare un nero fra i neri ottenuto per sovrapposizioni di velature successive, di lacche scarlatte di cocciniglia purissima e garanza rosa insieme a blu di Prussia, bitume giudaico e nero di vite, dei viola profondi infiniti stesi in sottilissimi strati, ho creato un derma che cresceva come un embrione malato, accentuando una trasparenza senza fondo grazie anche alla preziosità della lucentezza della resina dell'ambra del baltico, fu così che nacque il dipinto dedicato all'icona di Lucifero, in cui apparve la mia prima mutilazione divina.
Un mostro di pece e fiori, un dio ante-litteram che avrebbe mosso i mie passi verso le rivelazioni e che proseguirono poi fino al dipinto de "Lo psiconauta" del 2006 e poi ancora nel dipinto "Endimione" del 2007 con il volto celato per opposto al nero da un bagliore di luce lattea, fino alle negazioni degli dei attuali che si celano in velari di oro purissimo o che negano la loro presenza in volti dietro luminescenze e nebulosità auree dense come in Ruah .

Si deduce quindi che lo studio delle tue composizioni nasce da una lunga gestazione mentale, fatta anche di opere che vengono dipinte in più versioni e in alcuni casi riprese in momenti e periodo diversi della tua vita.

Un’immagine cresce da principio in me mentalmente come un’urgenza del mio animo, una sorta di sublimato dagli oscuri processi che ricordano le metamorfosi dell’alchimia, un crescere lento che è frammisto a lunghe pause, di abbandono silenzioso, dove spesso le tele o i disegni decantano in metaforiche serre del silenzio nel mio magazzino o accatastate come foglie morte, sono serre immaginarie che considero come le nursery dove opere in stadio embrionale attendono l'imput necessario alla loro edificazione finale.
Mi giunge immediato un aneddoto molto conosciuto ed inerente al procedere artistico di Tiziano: egli subito dopo aver iniziato i suoi dipinti spesse volte li nascondeva al suo stesso sguardo per lunghissimi mesi o addirittura anni; la loro successiva rivelazione dall’ombra della parete o di uno sgabuzzino ne determinavano come una purificazione sull' immagine, i dipinti si ripulivano di quell'alienazione continua che inquinavano la visione di un soggetto, scaturiva così la purezza di giudizio in un colpo di sguardo e il dipinto rivelava così la soluzione finale, l'approdo dove far vibrare il messaggio subliminale dell’artista, l'emozione palpabile che diveniva pittura e portava l'opera al suo compimento alla sua conclusione ed al suo destino nel tempo a venire.
E' così che spesse volte io inizio i miei dipinti, poi li abbandono per lungo tempo, per poi riesumarli come morti sepolti e farli pulsare in un unica e subitanea rivelazione, un'illuminazione che ne determina la buona riuscita di un'opera oppure la sua distruzione come a volte accade seppellendola a sua volta sotto un nuovo strato di proplasma pittorico che darà luce a un nuovo lavoro, anzi, spesse volte, questo funerale della vecchia immagine traspare come un evocazione nella superficie nuova determinandone un nuovo lavoro e dandone uno spessore decisamente pregno di significato e nuove raffinatezze materiche.

In alcuni casi in esposizione troviamo, accanto alle opere più grandi, alcuni piccoli “bozzetti”, piccoli gioielli pittorici che probabilmente ti servono come studio preparatorio, vuoi parlarcene? E perché vengono esposti?

Gli studi e i bozzetti sono decisamente il modo per liberare mentalmente un'intuizione, togliere le briglie al processo creativo ed al gesto che spesse volte si traduce in colpi di pennello più espressivi e più fluidi, e trasversalmente più astratti, per questo io le considero opere finite esattamente quanto un'opera ultima e poi costruita in grande dimensione benché simile nel soggetto, anche perché in questi piccoli dipinti avviene la manifestazione di una vivida concentrazione del gesto, mostrando una gestualità ed un’ astrazione del segno più elegante e sapiente, infatti amo sempre mettere sotto il giudizio del pubblico e di chi ama il mio lavoro l'intero processo creativo, appunto per mostrarne la sua genesi, la sua lenta evoluzione nelle fasi di costruzione.
Ovviamente i silenzi fatti di attese tra una fase e l'altra, le lunghe pause dove io seduto sulla mia poltrona in studio osservo per ore in stato catatonico ogni dettaglio, in cui lo sguardo annega nelle ipotesi e nelle simulazioni cerebrali, restano un atto decisamente privato.
Riguardo alla decifrazione di un’immagine da me composta è a volte un processo decisamente pretestuoso e violento, io ritengo che un’immagine ha certamente un significato che la genera che è unico e puro e mosso dal artista, ma sono anche convinto che una volta sdoganata dal mio studio un immagine evoca significati che si adagiano sul vissuto di una persona che le osserva per farle rivivere in mille e mille altri approdi emozionali .
L'incontro tra lo spazio metafisico di un dipinto e lo stadio subliminale privato di chi lo osserva è labirintico e la riflessione crea rifrazioni private, mentali ed emozionali, uniche .
Un’opera tocca corde profonde, consce o meno consce dell’essere umano e pertanto va decisamente rispettato.

Parliamo della storia dell’Arte, immenso bacino che ha influenzato, in diversi modi, epoche e periodi della tua produzione, le tue opere. Oggi ti senti ispirato o vicino a qualche periodo o artista in particolare?

Il tempo che si è sedimentato lascia sempre espressioni nell'arte che suscitano in me un grande interesse, io attingo suggestioni in ogni epoca storica, la terra e il tempo sono come un museo virtuale o una camera delle meraviglie immaginaria dove una babele del sapere Borgesiano mi portano un aiuto infinito per poter distillare le mie pulsioni più oscure .
Potrei aprire le porte di questo museo immaginario e inondarvi senza fine, ma trovo anche questo impossibile da poter esplicare in modo convincente, certamente ci sono alcune colonne portanti che sorreggono questa enorme torre del sapere babelico, ma forse non è questo il tempo perché io le schiuda.
Ultimamente amo l'ultima fase di vita e del lavoro di Gustave Moreau, dove le liquefazioni della sua pittura hanno portato a soluzioni astratte che poi molti artisti in decenni successivi hanno ripreso (e direi anche tutt'ora), i freaks fotografati da Diane Harbus, le catastrofi di John Martin e i dipinti dell’ ultimo Turner, insieme alle grandi sculture dell’arte Assira e Babilonese insieme a quelle della grecia arcaica, i ritratti funerari del Fayoum, e i fondi ori di Beato Angelico . Ritengo che non esiste nulla di nuovo nella storia dell'arte, ma solo una commistione di elementi chimici che si amalgamano come una tavola periodica di Lavoisier, nulla si crea di nuovo e nulla si distrugge ma tutto viene trasformato dalla fornace di una nuova mente e dalla vita che la tiene attiva.
Sopratutto oggi dove questa amalgama chimica, in questa pantagruelica fame e vomito delle immagini generate dal web permette all'artista di attingere in un database di possibilità infinite, in un lessico babelico, che a sua volta genera creazioni frattali verso nuovi linguaggi.
La corsa assurda che vedo oggi dove giovani artisti egotici cercano la novità a tutti i costi la trovo decisamente vana, ridicola e biasimevole.


Si denota una grande ammirazione per gli artisti del passato e una visione un pò più critica del contemporaneo, ma dei tuoi colleghi non salvi nessuno?

Fra tutti Anish Kapoor è uno dei pochissimi artisti internazionali che io amo.
In lui ho ammirato la ricerca delle rifrazioni e delle deformazioni concentrate in sculture meccaniche di dinamica suggestione, il suo moto perpetuo nell’approfondire il mistero del divino attraverso sculture e installazioni fatte di pura aria come “Ascension”.
Nel dipinto “Stigmata” ho voluto dedicare a lui un omaggio raffigurando un dialogo, o meglio un incontro tra un uomo e il suo dio che si nasconde all'interno di una capsula bronzea o Kavod (come nella bibbia viene nominato il mezzo in cui dio appare ad Abramo), mosso dalle ruote di fuoco dei Cherub .

Il mercato dell’arte di oggi è preso sempre più di mira più per critiche negative che positive, tu come ti relazione con esso? Le tue opere portano una ricco e profondo “bagaglio culturale” che non è di semplice o superficiale lettura, qual’è quindi il collezionista di Agostino Arrivabene?

Nel mondo dei trafficanti di arte, dei mercanti, dei galleristi, vorticano schegge impazzite che hanno anche determinato l'attecchimento di un cattivo gusto che tutt'ora impera, ma io penso ancora per poco. Ritengo che il collezionismo aulico sia decisamente molto raro, il collezionista o chi ama l'arte, ricco di un’ illuminazione colta e ricca di spirito di ricerca, che vada oltre il puro mercimonio e l'aspetto speculativo, è di grande rarità.
Desidero questi matrimoni, desidero che il mio lavoro nutra uno sguardo che cerca il senso dell'esistenza ultima, colui che cerca nell'opera d'arte il passaggio necessario ad attivare un balzo verso il mistero, tutto il resto non mi interessa, la corsa egotica (e ripeto egotica perché adoro questo termine) porta sia l'artista o il collezionista ad un impoverimento di se stessi ed a costruire immagini ripetute che accontentano la bancarella di un mercato, il decoro di una parete ben arredata o l'ego di chi ha un vuoto cosmico al suo interno.
Ripeto, tutto il resto non conta nulla per me, il mercato è decisamente relativo a chi mercanteggia, non è compito dell’artista pensare un’opera con il solo scopo di renderla merce da mercato.
La nascita di un dipinto è molto più complessa, più spirituale, è più un atto del cuore più che delle braccia, e necessita di un tale rispetto che purtroppo ultimamente vediamo scemare sempre più, il monachesimo claustrale potrebbe essere la mia massima aspirazione.

Per concludere la domanda di rito: dopo questa mostra hai già altri progetti in cantiere?

Sono stato invitato dal direttore del Panorama Kunstmuseum di Bad Frankenausen (Germania) per realizzare prossimamente una mia retrospettiva, così ora vorrei dedicare la mia massima concentrazione alla raccolta di tutte queste opere che confluiranno in un unico spazio insieme ad altre nuove che realizzerò appositamente per questa occasione.
Inoltre ho cominciato la titanica creazione delle illustrazioni della Divina Commedia di Dante Alighieri, già iniziate quest'estate (finalmente dopo lunghi anni di ponderazione) riempiendo un voluminoso taccuino/libro fatto realizzare appositamente da un bravissimo legatore e dedicato esclusivamente agli studi di questa titanica opera poetica, oltre ad aver già realizzato le prime carte dedicate all'inferno.
Infine vorrei riprendere l'approccio interrotto dopo anni alla disciplina della plastica e della scultura.
Ma questa è un altra storia...

"Theoin"

First Gallery - Roma
22 novembre 2012 - 19 dicembre 2012
Ingresso Libero

www.firstgallery.it
www.agostinoarrivabene.it

Tutte le immagini pubblicate sono copyright © Agostino Arrivabene

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Luca Geremia Russo - 13/01/2013 - 20:50:00
RIFERITO ALLA DESCRIZIONE ED ALL'AMORE PER L'ARTE:
Mi piacerebbe passare ore ed ore di tempo con te E TRASCORRERE QUEI MOMENTI INDIMENTICABILI come tu enunci perchè l'enunciazione religiosa può esser anche spaziale e proveniente dal quel luogo misterioso ed enigmatico dell'universo; cuore di un corpo non fdatto di materia, ma fatto dell'energia di cui è fatto il BIG_BANG :) saluti con stima EnigMA______* !^_^! :)___*
Luca Geremia Russo - 13/01/2013 - 20:50:00
RIFERITO ALLA DESCRIZIONE ED ALL'AMORE PER L'ARTE:
Mi piacerebbe passare ore ed ore di tempo con te E TRASCORRERE QUEI MOMENTI INDIMENTICABILI come tu enunci perchè l'enunciazione religiosa può esser anche spaziale e proveniente dal quel luogo misterioso ed enigmatico dell'universo; cuore di un corpo non fdatto di materia, ma fatto dell'energia di cui è fatto il BIG_BANG :) saluti con stima EnigMA______* !^_^! :)___*
Massimo Spina - 10/01/2013 - 20:34:00
Massimo Spina - 10/01/2013 - 20:34:00
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